Giuseppe Benanti, Etna: la Sicilia che vorrei. Parte I

Giuseppe Benanti, Etna: la  Sicilia che vorrei

L’Italia è, di gran lunga, il Paese con la maggiore diversità vinicola al mondo, ampiamente superiore ai sui diretti competitor come Francia e Spagna, secondo gli ultimi dati dell’ OIV (Organizzazione Internazionale del Vino e della Vigna).

Tutte le regioni italiane vantano produzioni vinicole degne di nota, con punte di eccellenza nella magica Sicilia, mia terra natia, e nella bella Toscana dove attualmente vivo e lavoro. Precisamente a Pisa mi occupo con passione del mio blog www.WeLoveItay.eu, per parlare della Sicilia e della Toscana, e del loro eccezionale Patrimonio Culturale, Artistico, Paesaggistico  ed Enogastronomico. Curiosa come tutti i  Sommelier, un anno fa  galeotto fu uno dei tanti  momenti di Wine & Food  trascorsi con il  mio gruppo AIS di Lucca per innamorarmi di due dei Vini della Cantina Benanti“Rovittello Etna Rosso DOC” (Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio) e “Pietra Marina Bianco Superiore ”  (Carricante) . Fu così che conobbi, da neofita nel mondo enoico,  un patrimonio straordinario, quello Vitivinicolo  dell’Etna.

Giunse il momento di conoscere meglio la Cantina Benanti, un’azienda nota in tutto il mondo, che parla di sé senza fare rumore, arrivando dritto al cuore. 

Come fare? Quale migliore occasione del  Vinitaly 2018 ! Proprio a Verona, città dell’amore, al Vinitaly 2018 , manifestazione internazionale dedicata al mondo del vino, Giulietta incontrò Romeo! Allo Stand Sicilia seguì i segnali di fumo della “muntagna” , l’Etna, che mi portò direttamente alla Cantina Benanti. Il sogno si tramutò in realtà. Guardai le stelle e mi abbagliò la luna: Giuseppe Benanti e  i figli Antonio e  Salvino oscurarono, con la loro classe innata e l’eleganza dei loro vini, tutti gli altri nettari presenti alla fiera in un’uggiosa domenica di Aprile.  Iniziai e conclusi  il mio primo viaggio al Vinitaly 2018 con una grande esperienza umana e “divina” alla Cantina Benanti! Mi accolse il sorriso di Antonio prima e di Giuseppe  dopo, che trovarono il modo di dedicare del  tempo anche a me, insieme a una folta schiera di Wine Lovers, giornalisti e buyers. Ciò mi colpì tantissimo. Si presero cura di me , senza fretta. Raccontarono la storia della loro famiglia, del loro legame profondo con la terra, con la gente e la Sicilia, del loro percorso professionale in Italia e all’estero, dei loro successi, delle loro difficoltà. Mi fecero degustare  i loro vini Etnei,  superbi , con caratteristiche di forte tipicità , che una volta assaggiati, tra rossi e bianchi,  tirarono fuori incantevoli  ricordi della mia Isola Mediterranea. E la mia mente andò indietro nel tempo in una parte profonda di me fatta di: estati calde,  mare cristallino, feste natalizie in famiglia, calore umano, luoghi cari.  E ancora una volta la Sicilia mi emozionò attraverso la degustazione degli antichi vitigni autoctoni dell’Etna, tra i quali il Nerello Mascalese, il  Nerello Cappuccio  e  il  Carricante , da cui provengono le  migliori  etichette della Cantina Benanti:

La  Cantina Benanti fu protagonista della “Rinascita dei vini dell’Etna”, prodotti di un territorio con caratteristiche pedoclimatiche uniche al mondo: diversa altitudine ed esposizione solare, grandi escursioni termiche, età avanzata dei vigneti (spesso pre-fillosserici) varietà d’uva (Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Carricante, ecc.), suoli vulcanici ricchi ed eterogenei per composizione . Giuseppe, Antonio e Salvino  lavorarono per primi  con amore i frutti generosi del territorio Etneo, ridisegnandolo e potenziandolo con ingegno e perfezione, esempio lodevole di “Viticultura Eroica” alle pendici dell’Etna.

Le favole finiscono ma quello con la  Cantina Benanti non fu l’ultimo capitolo della mia storia “divina” .

Durante le vacanze estive a Licata (AG), mia città natale, il mio primo pensiero fu quello di visitare finalmente la Cantina Benanti a Catania. Purtroppo mancavano pochi giorni al mio rientro in Toscana e non ebbi logisticamente la possibilità di spostarmi. Sapevo che non potevo andarmene senza fare qualcosa. Così presi coraggio e inviai per e-mail una richiesta formale al Cavaliere Giuseppe Benanti , in cui l’unica cosa chiara fu  il desiderio infinito di raggiungere a qualsiasi costo la  Cantina Benanti e di ascoltare la storia della loro famiglia, per poi riportarla nel mio blog  www.WeLoveItaly.eu . Mi resi  conto che si trattava di un’impresa quasi impossibile, però la fortuna premia gli audaci! Con mio grande stupore e gioia si trovò una soluzione per intervistare il  Cavaliere Giuseppe Benanti. Il cavaliere Giuseppe Benanti, essendo un amante della cucina raffinata, accettò il mio invito a cena Licata, osannata ovunque per uno dei suoi ristoranti preferiti “La Madia” dello chef  due  stelle Pino Cuttaia. L’occasione giusta per fare due chiacchiere sulla Cantina Benanti !

Un sabato d’Agosto aspettai il Cavaliere Giuseppe Benanti al Falconara Resort, per un aperitivo sotto un sole pomeridiano ancora cocente, tra palme, ibiscus, un mare africano e un castello imponente  che fece da sfondo a un incontro speciale, quello con il cavaliere Giuseppe Benanti.

Il cavaliere Giuseppe Benanti ruppe subito il ghiaccio con una raffinata semplicità, rammentando la nostra prima conoscenza al Vinitaly 2018 e si iniziò così a conversare davanti a due bicchieri di Noblesse , Metodo Classico di  Carricante  in purezza. Il cavaliere mi chiese di dargli del tu, mi mise subito  a mio agio, perché vide quanta  felicità traboccava dal rossore del mio viso. Forse per paura che svenissi,  Giuseppe , gran maestro della favella ma al contempo schietto, mi fece cenno di sedermi e di deliziarmi con un altro bicchiere dello spumante etneo per riprendermi! Al fresco di un secolare albero di ulivo, prima che il pomeriggio cedesse il passo alla sera, Giuseppe iniziò a raccontarmi di lui, della sua famiglia, della sua azienda, dei suoi vini, dei suoi amori, delle sue passioni, della sua terra, dei suoi viaggi, della sua vita , di cui ne ha fatto inevitabilmente un vero capolavoro. Io ero lì ad ascoltarlo, incantata,  pensando che la  Cantina Benanti è la Sicilia che vorrei: una terra fatta di uomini che collaborano, che lavorano duramente per valorizzarla con passione, con immenso amore, rispettando le tradizioni ma con uno sguardo verso il futuro.

Giuseppe Benanti imprenditore catanese nel campo della farmaceutica da generazioni, Cavaliere del Lavoro, ed Accademico Aggregato dei Georgofili, fece di  una antica passione di famiglia per il vino un punto di riferimento ed un fiore all’occhiello per l’intera economia del  territorio Etneo e Siciliano.

Tutto iniziò quasi per caso a fine anni’ 80 al Picciolo Golf Club di Castiglone di Sicilia. Giuseppe, a pranzo con un amico medico Francesco Micale, rimanendo insoddisfatto di un rosso ordinato al tavolo, scommise che si poteva e si doveva fare di meglio in fatto di vini a Catania, sull’Etna, perché era un luogo ricco di grandi potenzialità. Giuseppe, uomo di mondo, sofisticato, abituato al meglio, ma anche profondamente legato all’isola, tornando in patria, non  si accontentò certo di  bere vino mediocre! Giuseppe cominciò così a cercare quel qualcosa in più che gli altri non furono in grado di vedere. Un visionario dall’ animo inquieto, che nel giro di pochi anni realizzò il “Rinascimento” dei vini Etnei, da molto tempo anonimi e offuscati dal modaiolo Nero d’Avola. Giuseppe portò l’eccellenza dell’Etna in un bicchiere valorizzandone le varietà autoctone! Si avvalse di un equipe di autorevoli personalità dell’ Enologia provenienti dalle Langhe e dalla Borgogna: rispettivamente Salvo Foti, punto di riferimento per il movimento del vino sull’Etna, Rocco di Stefano dell’Istituto di Enologia di Asti, e Jean Siegrist, professore di Enologia all’ Università di Beaune. Giuseppe fu  un pioniere, intravide una punta di diamante laddove gli altri fermarono lo sguardo su uno strato di carbone. Giuseppe ebbe un’intuizione importante  che  poi diventò una filosofia di azienda: impiantare i Vitigni Etnei Autoctoni su più versanti e contrade del Vulcano , ognuno con differenze ampelografiche e di  terroir notevoli e oggettive, per portare il  potenziale del territorio dell’Etna nella produzione di  vini autentici ed eleganti. 

Giuseppe  capì che bisognava puntare a Nord dell’Etna per i rossi autoctoni,  quali il Nerello Cappuccio, il Nerello Mascalese: così il primo polo dell’azienda nasce nel 1988,  a Castiglione di Sicilia  con l’originario nome  di “Tenuta di Castiglione”.

Per i bianchi autoctoni, quali il Carricante, Giuseppe mira a Sud dell’Etna, a Milo  . Dopo nel 1994  Giuseppe lavorò per conto di terzi l’area vitivinicola a  Santa Maria di Licodia (Etna sudovest), e poi finì per allagarsi fino a  Monte Serra a Viagrande (Etna sudest), zona del nonno di  Giuseppe, riprendendo con ben altra visione l’attività amatoriale di famiglia avviata qui alla fine del 1800. Giuseppe  investì tutto e subito con decisione su tali varietà, effettuando circa 150 prove di micro vinificazione e valorizzando sia i tradizionali assemblaggi tipici della DOC Etna Rosso (Nerello Mascalese più Nerello Cappuccio) che i monovitigni, all’ epoca una vera rarità. Nel  giro di pochi anni la Cantina Benanti ispirò diversi produttori giunti in seguito sull’ Etna e diventò in breve tempo  un  distretto vinicolo di eccellenza. Dal  2000 a oggi la Cantina Benanti contribuì  ad incrementare ancor di più la visibilità e la conoscenza dei Vitigni Autoctoni Etnei, e si evolse attraverso importanti tappe aziendali. Tra queste:

  • 2003 primo spumante metodo classico dell’Etna da uve Carricante;
  • 2010 selezione ed ottenimento del brevetto di quattro lieviti autoctoni, ancora oggi, esempio unico sull’ ’Etna. 

Nel 2012 al  Giuseppe si affiancarono a tempo pieno i figli Antonio e Salvino, classe 1974, reduci da esperienze accademiche e lavorative di diversi anni all’estero e poi in Italia. Antonio e Salvino interpretarono con ancora maggiore focalizzazione e rigore la filosofia aziendale ed agirono da subito con grande decisione facendo scelte importanti.  Di questa seconda parte della storia della Cantina Benanti , Giuseppe mi propose di parlarne da loro in cantina a Catania! 

Si era fatto tardi e Giuseppe ebbe giusto il tempo per concludere la nostra interminabile conversazione sulla Cantina Benanti e sulla vita a cena in un altro scenografico ed eccellente ristorante di Licata, la Bottega del Relais Villa Giuliana. Un piatto gigantesco di crostacei freschi serviti su ghiaccio e una bottiglia di “Seleziona di Familia di Cantine Milazzo” fu l’unica cosa capace di far scendere improvvisamente il silenzio. La notte calò e la carrozza andò via insieme a Giuseppe, un Cavaliere Siciliano nel senso più romantico e grande del termine.

To be continued….

Enjoy it! 

Stefania

Giulio Adelfio: un giovane artista a Termini Imerese

Giulio Adelfio, classe 2000, è un giovane e talentuoso Artista di Termini Imerese,  cittadina sul Golfo di Palermo. 

Giulio, come è nata la tua passione ? 

<< La mia passione è nata insieme a me, ed è andata avanti nel tempo. Sin da quando ero piccolo, sono stato circondato dall’amore per tutto ciò che era bello: la cucina, l’arte e la cultura. Ho preso le prime matite colorate da piccolo e ricordo il mio primo lavoro, un ritratto a carboncino di mia cugina Cinzia, che mi ha sempre ispirato e incoraggiato, insieme a Norma, mia cara amica di Napoli, e i miei grandi artisti: Milo Manara, Andy Warhol, Salvador Dalì e molti altri. >>

Come artista, che percorso hai intrapreso fino ad oggi? 

<<Il prossimo anno, se Dio vuole, mi diplomo e finalmente avrò più tempo per dedicarmi alla mia passione: la pittura e la scultura . Fondamentalmente, sono un autodidatta e cerco di approfondire le tecniche artistiche attraverso dei corsi particolari. Tempo fa ho fatto un corso all’Accademia del Fumetto di Palermo, e ultimamente sono stato a Milano per un corso di una settimana all’Accademia  “Naba “, esperienza emozionante perché mi ha dato la possibilità, tra le altre cose, di accedere direttamente all’università “Nuove Tecnologie per le Arti Applicate” senza fare test di ingresso.>>

Cosa fai oggi come artista a Termini Imerese? 

<<Cerco di sfruttare le splendide occasioni che mi sono capitate. In prima linea parlo di Piero Macaluso. Si tratta del proprietario del Teatro Zeta di Termini Imerese , che  mi ha commissionato delle scenografie per i suoi splendidi spettacoli e grazie al quale ho fatto una esposizione personale di quadri a tecniche miste nella sala ” Juliano-Mer-Khamis” del teatro. Altra cosa importante la nascita del mio gruppo culturale e multiartistico “Nchio Pittio” il cui scopo è quello di avvicinare artisti diversi sotto uno stesso tetto! A Settembre 2018 , in occasione della stagione teatrale del Teatro Zeta di Termini Imerese, ci sarà un nostro evento chiamato “Il Colore dell’Arte”, una collettiva che ha come tema il teatro. 

 

Cosa vuoi fare da grande, Giulio? 

<<Non lo so ancora, lo voglio scoprire ! Perché oggi l’arte è in continua trasformazione e non so dove la mia passione porterà>>

Grazie Giulio e ricordarti che io c’ero ! 

Tenute Delogu: Alghero in un Bicchiere

"faremo scherzi al vento

lo chiuderemo in una stanza

ma promettiamo di liberarlo 

se ci aiuterà a volare" 

P. Marras

Andare ad  Alghero, è come essere in "compagnia di uno straniero" , parafrasando una famosa canzone di Juni Russo : ti innamori e hai voglia di ritornarci! A Luglio, in  meno di un'ora di volo da Pisa, attero per la seconda volta ad Alghero, per riprendermi il cuore lasciato in questo gioiello incastonato nella "Riviera del Corallo" a  Nord Ovest della Sardegna . Ancora ebbra dei paesaggi, della gente, dei colori, degli odori, e del vino,  sorseggiando un calice di Chelos, vi racconto una bella  storia: Alghero in un bicchiere! 

Piero  le Tenute  e i Vini Delogu

Piero Delogu  viene a prendermi all'aeroporto di Fertilia Alghero . In pochi minuti  raggiungiamo il  suo splendido Wine Resort le  "Tenute Delogu"dove ci aspetta il figlio Lorenzo, per continuare una chiacchierata tra amici iniziata con Valeria Crabuzza, manager di "Alghero Conciergie", all'hotel Carlos V di Alghero , in occasione di una degustazione dei vini d'eccellenza dell'inesauribile imprenditore sardo. Piero , classe 1962, nasce a Ittiri , Sassari, inizia la sua carriera lavorativa alla fine degli anni Ottanta.  Partendo da zero, Piero si dedica alla produzione di  impianti all'avanguardia di mungitura degli ovini. Nel giro di pochi anni raggiunge un grande successo e reinveste quanto guadagnato nella realizzazione dell'azienda "Carpenterie Metalliche" (attività di progettazione sviluppo e realizzazione di strutture in profilati di acciaio), nell'acquisto di dieci ettari di zona industriale e nella costruzione di appartamenti da rivendere a Olmedo. Questi sono alcuni dei  capitoli della vita di Piero, raccontanti  con un gran sorriso lungo un tragitto in macchina verso la  sua elegante bottaia, e i primi di un libro che hanno poi per protagonista la  passione di famiglia: il vino. Il salto dalla realtà al cinema, per narrare con ironia delle gioie e dei dolori di una cantina vinicola sarda è in "Bianco di Babbudoiuou".  Si tratta di un film comico del 2016,  girato in parte nelle "Tenute Delogu" , diretto da Igor Biddau , con l'esordio cinematografico del trio comico Pino & gli anticorpi e la partecipazione della esotica Caterina Murino. Tutto 'made in Sassari' !

Nel 2004 nasce "Tenute Delogu" : da 5  ettari di superficie vitata sotto il  Nuraghe di Palmavera a 20 nel 2008 tra le campagne dorate e pianeggianti  della Nurra e il mare crsitallino di Alghero, la cui brezza soffia gentile in una zona dove la coltivazione della vite è una tradizione dai tempi dei tempi. Si tratta di un terreno con caratteristiche uniche per la viticoltura, con i suoi inverni miti ed estati ventilate.  Ed è proprio in questo territorio, fatto di argille rosse, calcare e ricco in minerali, che si adagiano i filari (allevamento Guyot) di Vermentino, Cannonau, Cagnulari, Merlot, Cabernet e Syrah. Vitigni autoctoni e internazionali di grande pregio che Piero cura personalmente insieme al giovane enologo Antonio Puddu e la consulenza esterna di Piero Cella ( della scuola di Tachis!) .

Un patrimonio straordinario e Piero ne ha subito  capito il valore e lo ha lavorato con amore: l'attaccamento alla sua Terra, il suo  instancabile lavoro e quello dei suoi preziosi collaboratori sono racchiusi nei suoi vini e nei  nomi delle 6 etichette dell'azienda vinicola (circa 100 mila bottiglie annue): "Ego", Cannonau in purezza, "Geo" riuscitissimo blend di Cannonau, Cabernet e Syrah, "Cagnulari" pregiato vitigno autoctono,  "Ide" Vermentino maturato in botti per un anno, "Die" Vermentino di Sardegna DOC,"Chelos" spumante di Vermentino e Chardonnay (Metodo Charmat).

7 giorni in Paradiso: Tenute Delogu

Piero e Lorenzo mi accolgono come se fossi di famiglia. La mia vacanza  inizia sotto un sole cocente di Luglio nell'orto delle "Tenute Delogu", ettari di terra in cui sono coltivati e allevati  tutti i loro prodotti a km 0!

Allievo la calura estiva con  una doccia fredda nella mia camera "il Grappolo", arredata con gusto e dotata di tutti i comfort, un tuffo nella magnifica  piscina tra palme e cicas ed è ora di cena. Mi incammino attraverso un percorso di fiori e statue in pietra.  Una luna gigante e il sottofondo delle cicale mi accompagnano fino al ristorante della "Tenute Delogu", composto da una sala interna ed una esterna su prato, una  location immersa nel verde alle quali fanno da cornice delle scenografiche cascate. Conosco Vincenzo il cuoco, un signore gentile, che mi anticipa il menù della cena, senza svelarmi però i segreti della sua cucina. La tradizione sarda in tavola, tra vini superbi e tavoli sapientemente imbanditi: antipasti di verdure, gnocchetti sardi e  'culurgiònes'  (gnocchi di patate con formaggio e menta) al sugo di pomodoro fresco, basilico e pecorino, 'porcheddu' con patate, e in fine il mirto ! Piero e Lorenzo mi guardano con aria soddisfatta, perché faccio fuori tutto compiaciuta! Si fa tardi e gli ospiti della sala tornano a casa loro con un'aria leggera di chi è stato bene. Piero e Lorenzo continuano il romanzo della loro vita. Passione, costanza, perseveranza,  duro lavoro, attaccamento alla terra, rispetto delle tradizioni,  modernizzazione strutture aziendali, amore per la gente: gli ingredienti del loro successo. Incredula di quanta bellezza ci sia in ogni gesto loro, mi sento per un attimo come la protagonista di una favola, in cui c'è sempre qualcuno che ti fa felice, protegge e ti mette prima di ogni altra cosa, fosse anche la più urgente. L'attenzione ai dettagli fa la differenza e io l'ho provato sulla mia pelle! Ascolto con grande ammirazione un padre e un figlio che portano avanti il loro progetto di vita , e con molta naturalezza mi rendono partecipe di questa gioia tra una telefonata e l'altra, mille pensieri per iniziare la giornata a seguire, compreso il mio tour !

Non ho con me un orologio, e la sveglia per alzarmi  la mattina alle "Tenute Delogu" non serve. Apro la finestra e davanti a me lo spettacolo in prima fila di una natura rigogliosa. Colazione, e giro per le tenute: parcheggio  molto ampio, spazi immensi costellati da due blocchi di appartamenti nuovi del residence,  cantina e  vigneti. Cerco un po'  d'ombra e la trovo sotto una folta  bouganvillea , leggo la mia guida sulla Sardegna e sogno di percorrere  tutta la costa Nord Occidentale , perché la posizione della tenuta a tal proposito è strategica. Seguitemi!

10 Posti Top da non perdere

  • Pranzo con famiglia sarda:  patrimonio dell'UNESCO! Piero conosce tutti ed è di casa ovunque! Non riesco a non divorare spaghetti al tonno con gamberi freschi, parago con patate, insalata di polpo, tre tipi di formaggio,  "casu marzu" compreso, e vassoi di dolci infiniti!
  • Bombarde, Spiagge: un chilometro di sabbia finissima affacciata su un mare azzurro, rallegrato  dalla dolcissima Annapaola, che prepara le cozze cotte al carbone nel suo lido. Indimenticabile;
  • Stintino:  il profumo della salsedine si respira da lontano  e fa venir voglia di tuffarti a mare. Un mare, quello di Stintino, che una volta scoperto, assaporato e vissuto, non ti lascia più!
  • La Pelosauna spiaggia tropicale  con un mare turchese sul  Golfo dell’ Asinara; 
  • Cala Mugoni: a ridosso di una pineta si trova questa baia di sabbia bianca calda e mare blu , nei pressi di Porto Conte;
  • Fertilia: fondata nel 1933 con lo scopo di diventare il centro economico amministrativo di tutta la zona rurale della Nurra di Alghero, colpisce per la sua terrazza severa  prospiciente un porticciolo;
  • Sugheria di Suni: piccolo centro in provincia di Oristano, noto per la produzione di sughero e malvasia;
  • Bosa: un incantevole e affascinante borgo mediterraneo fatto di case colorate, dove tradizione e modernità si fondono;
  • Alghero:  catalana, superba e altezzosa che ti abbraccia e non si fa scordare con i suoi paesaggi mozzafiato, le strette viuzze piene di storia, e un mare tra i più belli che abbia mai visto;
  • Ristorante "Sa Mesa" ad Alghero: per capire ed assaporare in fondo il meglio della Enogastronomia Sarda, con  una cucina tipica rivisitata e  la ricerca dei migliori prodotti locali.

L'unico rimpianto quello di non cogliere i segni del destino, del  mio volo di ritorno cancellato per i soliti disagi della Ryanair . Riparto per la Toscana. Qualcuno forse vuole che rimanga  più a lungo ad Alghero e alle "Tenute Delogu". Quel fine settimana mi perdo il concerto dal vivo di Piero Marras , un famoso cantautore sardo,  in occasione dei suoi 40 anni di carriera, un grande artista a cui Piero, dedica una Magnum di Geo , come fa  anche con il gruppo dei  Tazendas. E insieme ai musicisti e i poeti,  Piero canta della sua Sardegna attraverso l'Arte del suo Vino.

Grazie Piero &  Lorenzo.

Enjoy it! 

Stefania

 

Genova: Gente di Mare

Genova: Gente di Mare

Una giornata di sole  dedicata alla scoperta del Bel Paese e ti ritrovi in Liguria nella città di Genova, antica repubblica marinara,  il cui cuore batte nel Porto Antico consegnato alla memoria dei mortali dalle  mani sapienti di Renzo Piano.

La visita all’Acquario di Genova e quella alla Mostra di pittura a Palazzo Ducale (dagli Impressionisti a Picasso)  hanno esaurito le tappe dell’itinerario ligure di Genova in 1 giorno (clicca qui per scegliere altre attrattive) . 

Prima di entrare alla mostra di  Palazzo Ducalelo sguardo è colpito da vicoli stretti di mare che a Genova sono chiamati “caruggi” , e la foga del passo lesto tra le stradine genovesi è allietata dalla vista di piccoli mercatini  artigianali dove puoi degustare prelibatezze del luogo: la focaccia al pesto e crescienza,  il polpettone di fagiolini e patate  , ottimi e freschi vini bianchi come il  Pigato, il Vermentino ligure, e così via (sarebbe troppo lungo l’elenco, poi vi viene fame!) .

Sbirciando e degustando ogni sorta di bontà ligure tra le bancarelle  accanto al Palazzo Ducale, salta poi  fuori , facendo bella mostra di se con una rilegatura  in pelle verde, un trattato di Ampelografia francese scritta da  un famoso enologo francese Pierre Viala e  rimesso alla vita da una casa editrice  Aga Edizioni .

La Liguria vanta una buona tradizione vinicola dovuta soprattutto alla sua posizione sul mare che la favorisce sia nel turismo, sia nei traffici marittimi, e quindi anche nella commercializzazione della produzione vinicola costiera. I primi documenti dell’esistenza della vite risalgono all’epoca romana ma fu nel Medio Evo che vi fu un notevole incremento delle zone coltivate a vite.

Oggi la Viticoltura Ligure si concentra prevalentemente sulle zone intorno a La Speziale Cinque Terre e buona parte della Riviera di Ponente occupando circa 11.000 ettari in coltura principale e 3500 in coltura secondaria.

E fra le note di Fabrizio De Andrè  con la sua “Bocca di Rosa” vi consiglio di visitare questa splendida città capace di riscaldare l’anima di ogni visitatore. 

Enjoy it! 

Stefania

Disordine, Brigantaggio e Baronato in Sicilia

Disordine, Brigantaggio e Baronato in Sicilia

Brigante siciliano

Nel XV secolo la Sicilia, a parte i suoi problemi interni, dovette fare i conti con il problema della svalutazione della moneta e dell’aumento dei prezzi e del vagabondaggio. Ci fu un problema anche di sovrappopolazione delle città a causa del fatto che era difficile trovare da lavorare e da mangiare nelle campagne e nei villaggi.

Nei rapporti ufficiali si parlava molto del fenomeno del brigantaggio. In buona parte dell’interno della Sicilia non erano penetrate né la giustizia reale né quella feudale, ma singole comunità di famiglie che avevano cercato per secoli di difendere le proprie leggi e il proprio modo di vivere. I banditi erano così spesso gente di montagna forse discendenti da popolazioni che qualche lontana invasione aveva messo in fuga verso l’interno; o erano pastori delle colline venuti in urto con gli agricoltori residenti nelle valli, quando l’aumento delle popolazioni aveva spinto ad arare più terre riducendo così i pascoli invernali nelle pianure. La tensione nelle campagne si aggravò quando alcuni pascoli furono privatizzati insieme con i terreni comunali e i boschi; e ogni primavera, quando si apriva  la stagione del brigantaggio, alcuni di questi uomini delle montagne uscivano dai loro ripari per fare il maggiore numero possibile di rappresaglie contro i proprietari terrieri e le città della pianura.

La vita selvaggia del predone aveva sempre avuto il suo fascino, e non solo per questi fuorilegge dell’interno. Quando non funzionava bene il sistema giuridico chiunque, a prescindere dal ceto sociale cui apparteneva, ricorreva a propri mezzi personali per saldare i conti;  e nella società siciliana questo modo di vivere, cioè il rubare e l’imbrogliare per essere liberi, era diventato un codice d’onore.

Già nel XII al tempo di Guglielmo II c’erano queste famiglie che operavano una giustizia tutta loro, come quella detta dei “vendicatori”, o nel XIV secolo al tempo di Federico III e Martino dilagavano gruppi di famiglie che incutevano terrore e paura, che si raggruppavano in bande armate per fare valere i loro principi e vedere salvi i loro interessi. Il furto più comune era quello del bestiame, talvolta questo aveva lo scopo di costringere i proprietari a pagare per avere protezione, altre volte di nutrire le bande di briganti, ma il suo scopo principale era quello di rifornire il commercio clandestino introducendo la carne nelle città all’ insaputa dei funzionari del dazio.

Non è facile documentare il fenomeno del brigantaggio, molto del materiale relativo alla sua documentazione è andato perduto nei bombardamenti della seconda guerra mondiale e in altre fasi rovinose della storia siciliana. Ma le poche storie di “famiglie storiche di briganti” in Sicilia si assomigliano attraverso i secoli, cioè si trattava di comportamenti similari nel tempo che avevano alla base il farsi giustizia da se con il terrore e la paura e adottando il silenzio come mezzo per tenersi al sicuro.

Il brigantaggio era un fenomeno comunque diffuso in tutta Europa, ed è noto  che nella leggenda popolare la figura del brigante fosse una figura simpatica, un ribelle contro la società un difensore degli oppressi, forse persino un combattente per l’indipendenza siciliana anche se poco simpatica era la sua abitudine della falsa testimonianza quando accusava qualcuno di delitti non commessi. Quasi tutti i cittadini nell’ isola portavano illegalmente armi perché non credevano nella giustizia locale

Tra le componenti del brigantaggio un elemento era la rivolta del povero contro il ricco. Un altro era esattamente il contrario, quando i baroni che erano essi stessi dei predoni facevano dei loro castelli e delle loro residenze in città un rifugio per banditi che li aiutavano a mantenere asservita la popolazione contadina. Un altro ancora era l’antagonismo fra clan aristocratici. Spesso le famiglie aristocratiche si contendevano il potere in una stessa città come accadeva a Catania, Agrigento, Trapani e Messina e spesso accadeva anche che i nobili si facevano giustizia da loro uccidendo in piena luce delle persone che avevano fato loro un torto.

Il governo sapeva che mantenere le strade libere dai rapimenti era importante per il benessere della società, e nella misura in cui lo permettevano le finanze e l’influenza baronale, fece un onesto tentativo per applicare la legge. I malfattori che si sottraevano alla giustizia, erano dichiarati “banditi”, uomini al bando. Dopo un altro anno di evasione essi divenivano “fuorilegge”, e potevano essere uccisi da chiunque. Una terza categoria era quella detta dei “relegati”, cioè quella dei capi locali della malavita.

Il governo spagnolo cercò di lottare contro questi banditi con un sistema: l’offerta del perdono a quel delinquente che avesse una volta catturato il nome del suo complice. Molti dei principali banditi nella storia siciliana furono catturati o graziati in questo modo. I viceré furono sempre più inclini ad usare metodi di giustizia sommaria e la procedura ex abrupto nei loro tribunali; altrimenti in una società in cui non si poteva fare alcun affidamento sulla testimonianza, i criminali avevano garantita l’immunità e questo poteva essere considerato più dannoso per la società che la punizione di pochi innocenti per errore. I capitani d’arme avevano un corpo di polizia a cavallo destinato alla cattura dei banditi e la nobiltà si lamentò spesso che questi erano troppo severi e autoritari. Alcuni dei viceré più coscienziosi nominarono capitani degli spagnoli, perché i siciliani erano troppo coinvolti per essere imparziali e a volte persino avvisavano tempestivamente quegli stessi banditi che avrebbero dovuto tenere sotto controllo.

I re e i suoi feudatari erano raramente in contrasto tra loro, dal momento che avevano interessi fondamentali in comune e al tempo stesso sfere di operazione in larga misura diverse. Il re aveva bisogno della Sicilia per le basi militari  e per i suoi prodotti alimentari, mentre i baroni erano del tutto soddisfatti fintantoché controllavano gli affari locali ed erano poco tassati. A queste condizioni ai baroni poco importava se avevano peso in politica e se la Sicilia non aveva l’indipendenza-, ai viceré faceva comodo di non tornare al regime autoritario dei re normanni e l’annessione della Sicilia a Napoli permetteva di governare meglio l’isola. Tanto il re quanto i baroni avevano bisogno di preservare l’ordine sociale e volevano solo pochissime truppe straniere di stanza in Sicilia. Il dominio spagnolo sarebbe stato più difficile da imporre senza la presenza di una classe patrizia disposta ad assumersi in larga misura le operazioni di polizia e l’amministrazione della giustizia. I nobili siciliani erano sì potenti ma si trattava di un potere circoscritto, a loro mancava il monopolio delle grandi cariche dello Stato e spesso non potevano proprio esserlo perché non erano molto istruiti e non capivano come dimenarsi nell’amministrazione politica del regno stesso. Per cu la partecipazione al parlamento dei baroni era più una questione di prestigio e rappresentanza che di effettiva competenza e necessità. Ai baroni mancava la volontà e la capacità di guidare un movimento separatista, fatto indicato dalle loro reciproche gelosie. Tagliati fuori dalla vita ordinaria della gente comune essi avevano acquisito un interesse sempre maggiore nel dominio spagnolo. Un osservatore francese notò con un certo scherno che la disorganizzazione dei loro affari privati li costringeva ad accettare l’aiuto del governo, eppure non erano in grado neppure di risentirsi per il disprezzo con cui talvolta gli spagnoli li trattavano. Il dominio spagnolo, permettendo ai baroni di fare la parte dei tiranelli nei loro feudi e tassandoli poco, si procurò una vita facile. Non tutti i viceré ebbero lo stesso atteggiamento nei confronti dei baroni che di conseguenza non erano tutti uguali. C’erano comunque delle punizioni contro i baroni per la difesa dei poveri , specie quando questi proibivano la vendita del grano ai contadini nel mercato libero, ma il ripetersi di queste stesse punizioni fa capire come era vero che nessuno a parte i ricchi poteva effettivamente presentare delle petizioni al re per ottenere la riparazione di un torto.

Malgrado la loro potenza molti aristocratici erano molto poveri e indebitati e spesso il matrimonio ara un mezzo per recuperare lo stato sociale. Proprio l’attaccamento per lo status sociale e la mancanza del senso del dovere fu la caratteristica negativa dell’aristocrazia siciliana che fu sempre avversa al commercio perché c’era la mentalità della vita comoda e dell’apparire e dell’avere una vita fatta di agi e comodi. Mentre invece l’aristocrazia di altre parte d’Italia come per esempio quella di Genova e Firenze era attiva nell’industria e nel commercio, la nobiltà siciliana lasciava che lo sviluppo dell’isola dipendesse dal lavoro e dal capitale straniero e questo atteggiamento fu anche imitato dalle classi più povere. Man mano che i ricchi in numero maggiore divenivano baroni, le famiglie più antiche erano ansiose di comprarsi una posizione di superiorità rispetto a loro, e ciò scatenava un ambizioso spirito che poteva durare all’infinito. La quantità di tempo e di cure spese dalla nobiltà dirigente nella lotta per la posizione sociale rappresenta un fatto fondamentale per spiegare la sterilità politica ed economica di questa società. Invece di dare dei suggerimenti per migliorare l’economia o per rendere la Sicilia più auto sufficiente, le proteste indignate dei nobili fatte giungere a Madrid erano dirette piuttosto contro i viceré che non trattavano i “titolati” con sufficiente rispetto , o contro i semplici mortali che usavano titoli di cui non avevano diritto. Nel 1574 era stato necessario stipulare un trattato di pace in piena regola fra due famiglie nobili di Licata che s’impegnarono a non combattersi, a non rivolgersi con termini irrispettosi l’una alla’altra e nemmeno ricorrere ai tribunali senza avere chiesto in precedenza l’autorizzazione al viceré. Ma, un secolo dopo, le liti di questioni di precedenza rovinarono più di un ballo di stato a palazzo. E il governo si limitava a ridurre al minimo il conflitto.

Il Brigantaggio e la nascita della Mafia

Tutti i problemi economico-sociali che affliggevano l’Italia si manifestavano al Sud in forma più acuta.

L’antico sogno dei contadini meridionali era la riforma agraria, cioè la distribuzione delle terre a coloro che ne erano privi. Dopo la spedizione dei Mille il nuovo stato italiano aveva messo in vendita alcune terre demaniali e altre tolte alla Chiesa. Ma, nella maggior parte dei casi, le terre erano finite in mano dei ricchi e dei latifondisti, i cosiddetti galantuomini, gli unici che avessero il denaro per acquistarle e per farle coltivare. Così la vendita dei terreni non solo non intaccò il latifondo ma qualche volta lo rinforzò. Per giunta, poiché le terre demaniali erano state vendute a privati, i contadini perdettero il diritto di andarvi a far legna e di portarvi le bestie al pascolo. L’irritazione delle popolazioni meridionali fu inasprita dall’ aggravarsi delle tasse (fra cui la tassa sul macinato che Garibaldi aveva abolito nel 1860) e , soprattutto, dall’imposizione del servizio di leva obbligatorio, che in Sicilia era una novità. L’allontanamento dei li nel pieno vigore delle forze portava alle famiglie contadine un danno così grave che molti genitori preferivano far registrare dei li maschi come femmine per sottrarli al servizio di leva. Fra il 1861 ed il 1865 la disperazione dei contadini meridionali, delusi nelle loro aspettative di riforma, esplose nella forma violenta del brigantaggio. Il brigantaggio era un fenomeno dalle origini antiche, in cui si esprimeva la protesta delle classi più povere contro i potenti che le opprimevano. Si davano alla macchia, diventavano briganti comuni criminali ma anche molti giovani che non trovavano lavoro, quelli che volevano evitare il servizio militare i poveracci che non avevano soldi per le tasse, per il padrone, per l’usuraio. Dopo l’unità si fecero briganti anche molti soldati borbonici rimasti fedeli all’ex-re Francesco II. Questi, dal suo esilio di Roma, inviava ai ribelli armi e denaro, sperando di riconquistare il trono per mezzo loro. Organizzati in bande, i briganti scendevano da inaccessibili rifugi montani e rubavano, saccheggiavano, ammazzavano, seminando il terrore. C’erano con loro anche delle donne che a volte prendevano parte ai combattimenti. I contadini li sopportavano e spesso li proteggevano, perché ai loro occhi il brigante era un alleato contro la prepotenza dei “signori”, un vendicatore dei torti subiti, addirittura un eroe. Il Regno d’Italia,  che si era costituito da poco, non poteva tollerare la ribellione di metà del suo territorio né gli intrighi dei Borboni. Tuttavia non fece nemmeno il tentativo di eliminare le cause sociali del brigantaggio (la miseria, la fame, il disperato bisogno di terra) e si limitò ad inviare l’esercito per reprimere la rivolta. Il brigantaggio fu stroncato, ma a prezzo di un’aspra lotta fratricida che durò cinque anni e che ancor oggi è ricordata, per la sua ferocia, nelle leggende contadine. Negli stessi anni in cui l’esercito soffocava il brigantaggio, la  Sicilia si rafforzava un’organizzazione criminale dalle origini poco note, la mafia, che si rivelò presto difficilissima da estirpare. Nell’ ambiente del latifondo la mafia si sviluppò al servizio dei ricchi proprietari assenteisti che, vivendo in città e non volendo occuparsi delle terre, preferivano darle in custodia a uomini di pochi scrupoli, detti gabellotti perché avano al proprietario una “gabella”, cioè un affitto. Queste le facevano coltivare da contadini e da braccianti che durante il lavoro erano controllati da guardie armate di fucile, i cosiddetti campieri. Ricorrendo a minacce, assassini, vendette spietate, gabellotti e campirei costringevano la massa inerme dei contadini ad accettare salari da fame e durissime condizioni di lavoro. Talvolta riuscivano ad incutere timore agli stessi proprietari per ottenere contratti d’affitto vantaggiosi. A chi era d’accordo con loro i mafiosi garantivano protezione e sicurezza. Perciò molti galantuomini, che temevano la Riforma Agraria più di ogni altra cosa e si erano fatti liberali per mantenere i propri privilegi, si servivano delle armi mafiose per bloccare le rivolte contadine. Anche in caso di elezioni la mafia divenne un potente strumento di controllo perché, terrorizzando gli elettori, poteva assicurare la vittoria del candidato scelto dai galantuomini. Naturalmente la protezione ed i servizi della mafia non erano gratuiti. In cambio i mafiosi ricevevano denaro, favori da parte di amministratori locali o di politici corrotti, a volte perfino la protezione della polizia che faceva finta di non vedere. Oltre alla mafia esistevano altre organizzazioni di tipo mafioso: nel napoletano prosperava la “camorra” e in Calabria la “ ‘ndrangheta”. Più tardi sorse in Puglia la “sacra corona unita”.