Sorrentino Cantina Vesuvio

Sorrentino Cantina del Vesuvio

“Io amo la luna, assai più del sole. Amo la notte, le strade vuote, morte, la campagna buia, con le ombre, i fruscii, le rane che fanno cra cra, l’eleganza tetra della notte. È bella la notte: bella quanto il giorno è volgare. Io amo tutto ciò che è scuro, tranquillo, senza rumore. La risata fa rumore. Come il giorno.”
Totò

Via Toledo 156, la porta per Napoli

Un racconto ha un inizio, una continuazione ed una fine, ma non quello del mio viaggio a Napoli, perché, come in uno breve di Čechov, non puoi scrivere in maniera regolare in quanto di regolare non ti capita nulla in questa città, che ti incanta e ammalia proprio come il canto della sirena Partenope , che la partorisce trasformandosi in scoglio per il dolore inflittole dal fallito tentativo di sedurre  l’insensibile Ulisse.  

La porta per Napoli me la aprono la bella e affascinante Roberta di Porzio, e  l’eclettico Salvatore di Vaia proprietari dell’ “In Centro Bed & Breakfast” sito in  via Toledo 156 Proprio da via Toledo, arteria principale di Napoli che ti porta ovunque e meta preferita degli viaggatori del Grand Tour (a cui sono sentimentalmente legata , scherzo del destino non so!), comincia la mia avventura. Avventura che però vi svelo a ritroso, partendo dal cuore del mio itinerario campano presso la “Cantina Sorrentino” nel Vesuvio (1281 mt) e il ristorante “Le Palette” a Capri sotto la guida dell’indimenticabile maître  stellato Gabriele Massa. Tutti questi sono dei personaggi singolari,  difficili da descrivere tout court per l’alto spessore del loro essere, del loro vissuto e dell’attaccamento incondizionato alle loro radici, e perciò riserverò a ognuno di loro un articolo per potere anche io rendermi conto in prima persona dell’esperienza unica di questi cinque giorni travolgenti a Napoli !

“InCentro B&B “, Via Toledo, 156, Napoli

2 Luglio 2020, Napoli. Mi sveglio  di buon ora nel mio “In Centro Bed & Breakfast” di  via Toledo 156  tra le lenzuola candide della mia stanza regale ‘Posillipo, letteralmente il mio “riposo dagli affanni” in linea con  il significato del termine greco “Pausilypon” da cui deriva,  che oltretutto firma anche uno dei quartieri più suggestivi di Napoli.  Questa suite infatti , che è un negativo dell’ingegno di  Roberta  realizzato  in positivo dalla maestria di  Salvatore , è il mio approdo dove gettare l’ancora per rilassarmi, tra gli arredi che la trasformano in una piccola barca che rimane ferma nel blu polvere delle sue pareti e sotto il soffitto sintesi di una vela illuminata in notturna . Abbandono il mio “In Centro Bed & Breakfast” , e mi avvio tra la folla per il mio primo caffè nero bollente a Napoli all’ “Augustus”,  uno dei suoi bar più storici; non mi faccio ovviamente mancare nulla sfogliatella alla ricotta compresa, emblema della ricca tradizione dolciaria partenopea. La voglia di vagare è più forte del caldo africano della mattinata e facendomi coraggio mi dirigo verso la vicina  “Metropolitana Toledo”, che già di per sé è un capolavoro,  con le sue maioliche azzurre fuoriuscite dalla testa dell’artista catalano Oscar Tusquets . Il design al servizio della funzionalità e viceversa per creare un museo all’aperto “al costo di una corsa in metro”, parafrasando il critico Achille Bonito Oliva: questo è il trend di un progetto di riqualificazione urbana della Napoli contemporanea, cioè quello di riportare l’arte nella vita quotidiana della gente, all’interno dell’ urbe per conferire un’identità ai “non luoghi” utilizzando spazi comuni dove si supera il concetto di decorazione. Giunta alla Stazione Garibaldi prendo la Circumvesuviana per vedere Sorrento e poi direzione  “Cantina Sorrentino”!

 

Storia della famiglia Sorrentino

Dopo un’ora in un regionale veloce e senza aria condizionata (il lato oscuro di  Napoli !)  sono a Sorrento . Percorro le viuzze del centro piene di negozietti di limoncelli e souvenir fino a Piazza Tasso adornata dalla statua del patrono Sant’Antonio Abbate , e  mi rifugio immediatamente all’ombra di un chioschetto per  rianimarmi dall’afa con una spremuta d’arancia ghiacciata.  Piazza Tasso è il  salotto di Sorrento che omaggia l’illustre e omonimo poeta Torquato Tasso,  che ha i suoi natali in questo paesino incastonato tra agrumi e acque azzurre cristalline. Subito dopo Corso Italia,  mi appare in tutto il suo  splendore Marina Grande, e appena affondo i piedi nella sabbia dorata socchiudo gli occhi ed  immagino Sorrento  come in cartolina frequentata da star del calibro di Sofia LorenVittorio De Sica Dino Risi.

Purtroppo visito Sorrento  di fretta perché raggiungo  Torre Annunziata  , dove mi aspetta sorridente e solare  Giuseppe Sorrentino   titolare della  “Cantina Sorrentino”  , che mi invita per un’intervista.  La fortuna premia gli audaci specie se entri nelle grazie del cosmopolita  Gabriele Massa che mi fornisce il prezioso contatto! Entriamo in macchina e pochi minuti dopo di tragitto, da lontano si scorge un agglomerato di case, che man mano che ci avviciniamo prendono forma: ci fermiamo a Boscotrecase il gioiello di Giuseppe  che dal 1337 , quando è poco più di un folto bosco detto  “Sylva Mala” con tre monasteri religiosi e una riserva di caccia angioina, successivamente  prospera in un delizioso borgo nel cuore del Parco del Vesuvio  a circa 250 metri sopra il livello del mare.  

Sorrentino Cantina Vesuvio

Sorrentino Cantina Vesuvio

Mentre guida  Giuseppe  mi parla dell’amore per la sua famiglia e della loro azienda la “Cantina Sorrentino”, che da tre generazioni produce vini di altissima qualità, olio, confetture, e il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio D.O.P., un fiore all’ occhiello dell’agricoltura campana, orgoglio puro per la sua squisitezza tanto da essere perfino rappresentato nella scena del tradizionale presepe napoletano. Giuseppe  mi fa scendere dalla sua vettura che di bianco ormai non ha più nulla per via del polverone grigio che la copre per intero appena parcheggia davanti l’ingresso della cantina.  La tenuta consiste di 35 ettari di proprietà prospiciente  il Vesuvio che fa da sfondo al mio pranzo luculliano all’interno dell’elegantissima e minimale sala degustazione, un terrazzo in legno tutto a vetrate che si staglia sulla penisola Sorrentina, Capri,  Pompei e l’isolotto di Rovigliano, una fortezza costruita dagli aragonesi per difendere quei confini. Dalla cucina a vista gestita da mamma Angela Cascone, esce il menù del giorno rigorosamente a chilometri zero: una bruschetta rossa adagiata su un contorno di melanzane e zucchine grigliate, olive verdi, formaggi e salumi locali , degli spaghetti  sciuè sciuè , cioè in dialetto preparati veloci  con sugo di pummarola fresca , basilico e parmigiano, che ti mettono in pace con il mondo, e per finire una cocotte di parmigiana da urlo! Quelle pietanze sconvolgono i miei sensi e mi riportano per un attimo alla mia Sicilia, con cui Napoli condivide, oltre che la prelibatezza e la semplicità degli ingredienti di una gloriosa e acclamata gastronomia, una storia antica quanto l’uomo. Giuseppe è di una ospitalità disarmante, la sua professionalità e nobiltà d’animo è lampante, la respiri nell’aria in ogni gesto, in ogni parola spesa per conversare della sua vita, dei suoi affetti, del suo lavoro e dei suoi sogni che si intersecano l’uno con l’altro senza problemi chiudendo il cerchio della sua esistenza che è assolutamente felice. E come non esserlo in quel paradiso terrestre che,  come mi spiega Giuseppe davanti alla prima  bollicina di benvenuto, è  quel lembo di Eden rubato da Lucifero angelo del male e collocato poi nel Golfo di Napoli dopo la sua cacciata dal regno dei cieli. Quest’ultima è una perdita inaudita che addolora Cristo a tal punto che ivi piangendo irriga le viscere di questa terra mutando le sue lacrime soavi in vino, la “DOC Lacryma Christi”, punta di diamante della “Cantina Sorrentino” , che dal 1983 raggruppa tutte quelle viti secolari e indigene dei 15 comuni adiacenti al sinuoso vulcano che hanno una storia  che si perde nella notte dei tempi. Distratta di volta in volta dal suono assordante delle cicale e dalla suggestività di quei paesaggi infiniti che si confondono tra il Tirreno e la volta celeste,  rimango immobile ad ascoltare Giuseppe , che mi confida i segreti di un podere che da rustico e prevalentemente sfruttato per l’economia domestica nel 1800 è diventato oggi la “Cantina Sorrentino”, un’impresa agricola di importanza rilevante per la crescita e lo sviluppo di tutta la filiera produttiva, commerciale e turistica,  curata in ogni particolare, dove nulla è lasciato al caso.

Nonna Benigna

Il traino per la realizzazione di un business autentico per la  “Cantina Sorrentino” è nonna Benigna , che, classe 1953 e cresciuta a pane e vino, eredita dei possedimenti e , dopo qualche tentennamento nel cambiare rotta perché stanca della vita agreste, nel 1965 , quando prevale l’autentica sua vena di contadina esperta e savia, finisce  per organizzare tutti i suoi averi e quelli del marito per custodire e tramandare a prole e nipoti  i suoi tesori, dai vitigni autoctoni a tante varietà di frutta e ortaggi.  Da allora l’attività passa nelle mani del figlio Paolo Sorrentino che alterna giacca e cravatta in banca a guantoni da imprenditore agricolo.  Nel 1988 Paolo  intesta tutti i beni alla moglie Angela portando avanti un impero, che poi a partire dal 2001, è gelosamente e attivamente gestito dalle sue creature:  il più grande Giuseppe , senior manager e addetto alle pubbliche relazioni , e le figlie Benigna , l’enologa,  e Maria Paola , la responsabile marketing e comunicazione. A loro fianco si aggiungono nuove figure di esperti enoici da Bonaiuto Santolo e Marco Stefanini a Carmine Valentino, l’ultimo rimasto fino al 2010. C’è una forte identità in questa cantina, i  “Sorrentino” sono degli appassionati di vino e sono consapevoli della responsabilità che ricoprono, e la loro energia e competenza è devoluta al mantenimento degli elevati standard qualitativi del  vino vesuviano che, come tutto l’oro rosso e bianco delle cinte vulcaniche, oggi è di nicchia, ricercato in tutto il mondo e sicuramente molto di moda. Ci sono delle ragioni valide a tutto questo e ciò è da ricercarsi nella natura dei terreni e nelle caratteristiche pedoclimatiche dei vitigni aziendali, che si estendono in filari di un verde rigoglioso tutto attorno alla “muntagna” , come i napoletani si rivolgono affettuosamente e riverentemente al Vesuvio. Andiamo a capire il perché dell’eccezionalità di questo terroir !  


 

Il Vesuvio e il nettare divino

I vulcani esercitano un fascino misterioso. Sono montagne vive, mutevoli, in grado di fare affiorare in superficie l’anima calda del pianeta, e il loro ambiente circostante è di una suggestione ancestrale, che ci riporta agli albori del primo motore. I vini del Vesuvio  sono introvabili altrove, perché è un luogo magico e senza pari, pur tristemente celebre per la terribile eruzione del 79 d.C. che rade al suolo Ercolano e Pompei, oggi tra i siti archeologici più famosi e visitati del globo.

Tuttavia, il Vesuvio non è solo simbolo e testimonianza del passato, ma anche di come la vite dimora da millenni e fa da padrona nel Golfo di Napoli e nel suo entroterra sin dai primi insediamenti greci del XVIII secolo a.C. tra Ischia e Cuma. All’epoca degli antichi Romani, la Campania è rinomata per il ben noto “Falerno”, e anche quando la viticoltura si diffonde nelle nuove colonie dell’Impero, in particolare in Spagna e nel sud della Francia, i vini vesuviani si distinguono e sono richiesti per il loro valore indiscusso. Gli scavi presso la “Villa Augustea di Somma Vesuviana” (II secolo d. C.) stanno portando alla luce una dimora di campagna considerata il più clamoroso esempio di vinificazione dell’antichità, che ci conferma come la cultura e il commercio del vino è da sempre centrale in questi spazi vegliati da madre Vesuvio. Si tratta di un patrimonio enorme , una distesa di terreni lavorabili fino ad un massimo di altitudine che va dai 280 ai 780 metri, oltre i quali si trovano solo scenari lunari, una fonte di ricchezza custodita e regolamentata dal  “Consorzio Tutela dei Vini del Vesuvio” risalente al 2015. Quest’ultimo persegue l’obiettivo di migliorare la viticultura portandola al massimo delle sue potenzialità, rivisitando il sapere secolare per le colture di questi posti in chiave moderna grazie all’utilizzo della tecnologia per tutto ciò che serve a garantirne il pregio, il monitoraggio e favorire la sperimentazione, cosa che sta alla base della filosofia aziendale della cantina “Cantina Sorrentino” , che ne è membro attivo! Ma cos’è che rende i “Vini Sorrentino” così speciali come quelli che degusto davanti al panorama mozzafiato del Golfo di Napoli insieme a Giuseppe cantastorie e nume del Vesuvio ? La risposta è nei suoli vulcanici (tra i più vasti dell’Europa continentale con riferimento ai crateri esplosivi ancora attivi) da cui questi vini sono generati, la cui fertilità è conseguenza delle varie eruzioni nel versante sud -occidentale dove stanno i vigneti aziendali, che lo arricchiscono di minerali, pietre pomici, lapilli e potassio. Se a ciò si aggiunge un clima mite in inverno e caldo d’estate, e una posizione geografica che risente dell’influsso marino e di un’importante ventosità moderata dall’azione riparatrice delle catene montuose, si può intuire l’incomparabile tipicità di queste viti tra le poche a essere a piede franco grazie all’azione della sabbia, che le nutre e le ha difese dagli effetti nefasti della fillossera di fine Ottocento. Inoltre, alta porosità del sottosuolo e costante stress idrico costituiscono un’arma efficace contro gli attacchi di patogeni, favorendo così spontaneamente la conduzione biologica dei vigneti della “Cantina Sorrentino”, da cui sortiscono prodotti sani che vengono trasformati in modo naturale senza sconvolgere chimicamente le loro potenzialità. Ed è in questi strati di basalto che prosperano le secolari varietà autoctone vesuviane, quali CaprettoneFalanghinaCatalanescaPiedirosso e Aglianico , che formano il  “ Lacryma Christi DOC” , che secondo il recente disciplinare del 1983 può essere bianco, rosso e rosato. La “Cantina Sorrentino” rappresenta egregiamente il  “ Lacryma Christi DOC” con le sue tre linee aziendali “Bollicine”, “Classica” e “Prodivi”, trattando i vitigni vesuviani secondo le esigenze che richiedono quali: uso di appropriati sistemi di allevamento (da quello usuale della pergola a quello più recente della spalliera), accurata selezione delle uve, terrazzamenti , orientamento studiato dei filari , rese equilibrate , ed infine un lavoro impeccabile in cantina.

Lacryma Christi DOC Vini del Vesuvio

Incontrare Giuseppe è una buona stella, perché ho modo di assaggiare questi ricercati vini vesuviani attraverso alcune delle migliori  etichette della “Cantina Sorrentino” , create apposta per il piacere del palato e della mente:

  • “Dorè Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Spumante DOC”: è in assoluto il primo maestoso tentativo di Metodo Charmat da  “DOC Lacryma Christi” a partire da Caprettone per il  90% e Falanghina per il rimanente 10%, come Giuseppe vuole sottolineare  chiamandolo apposta “Dorè”, ossia duplice ossequio  alla musica e alla grandezza reale di  Carlo D’Angio. Questo spumante fa affinamento per otto mesi in tini di acciaio con delle bollicine tanto fini da sembrare quasi evanescenti, ha un bel colore giallo paglierino chiaro, e sprigiona degli aromi fini e floreali, alla bocca ha un gusto etereo e fruttato, ed è perfetto da abbinare con antipasti e golosità di mare,  e  secondi di carne bianca;
  • “Benita 31 Caprettone DOC Bio 2019”: in onore della nonna Benigna, è un vino biologico di Caprettone in purezza. L’etimologia di Caprettone potrebbe fare riferimento alla forma del grappolo, che ricorda la barbetta della capra, oppure ai pastori suoi probabili originari coltivatori. A lungo  scambiato per il più affermato “Coda di Volpe”, il vitigno Caprettone viene alla ribalta nel 2014 con l’inserimento della varietà nel “Registro Nazionale delle Varietà di Vite (Mipaaf)”, catturando l’attenzione di tanti sommelier ed estimatori, che stanno contribuendo efficacemente al posizionamento del vino sulle principali piazze internazionali. “Benita 31 Caprettone DOC 2019”  è un bianco piacevole, deciso al naso con delle note minerali di grafite, mediterraneo nei sentori di finocchietto e timo e piacevolmente agrumato nei toni del bergamotto. Il sorso rimanda ad un’energia piena e succosa e con il suo finale lungo di note balsamiche di menta è l’ideale per calmare l’arsura estiva,  magari davanti a delle invitanti linguine allo scoglio;
  • “Vigna Lapilli Lacryma Christi del Vesuvio Bianco DOC Superiore 2018”: nasce da uve selezionate di Caprettone 80% e Falanghina 20% del vigneto “Vigna Lapillo” pieno appunto di lava e lapilli che si riflettono nella mineralità e grazia di questo bianco dal colore giallo paglierino, dal profumo intenso, che è corposo al gusto con sentori fruttati di mandorla, pesca bianca e pera. Se siete travolti dalla bontà di crostacei e molluschi, è il suo!
  • “Lacryma Cristi del Vesuvio Rosato DOC Bio 2018”: da  Piedirosso 100%  è il rosé per ogni tipo di banchetto, che dona piacere tanto alle papille gustative quanto alla vista.
    Un rosato dal colore cerasuolo che colpisce per la sua mineralità , il suo essere amabilmente fruttato, e  che  si presta a essere d’accompagnamento per arrosti di carne bianca, risotti, pesci tipici del napoletano, o per la classica zuppa di polipi servita con salsa di Pomodorini del Piennolo del Vesuvio D.O.P.;
  • “7 Moggi Vesuvio Piedirosso Bio 2018”: intitolato al “moggio” unità di misura agraria vesuviana corrispondente ad un terzo di un ettaro, questo rosso dal profondo color rubino è fuoriuscito dalle mani di papà Paolo che compra altra terra ove semina Piedirosso di cui questo rosso è fatto al 100% ; si presenta fruttato al naso e morbido al palato
    e la sua dolcezza  simile a quella del Pinot Nero gli consente di sposarsi con cibi molto diversi tra loro, come lasagnette di pesce azzurro e pomodorini, ma anche pizza e formaggi assortiti;
  • Lacryma Christi Rosso Vesuvio Bio 2016”:  proviene dai 500 m2 dati in gestione agli apicoltori , e da questo punto di alta salubrità dell’aria,  viene fuori  un rosso di  Piedirosso 80% e Aglianico 20%  , contraddistinto  da un forte  colore rubino e dalle sue inconfondibili  note di more; in bocca è molto asciutto e  leggero,  ma l’affinamento di 12 mesi in botte grande Allier di rovere sloveno ed altri 14 in bottiglia gli rilascia una punta di  piccantezza e liquirizia, giusto carni, paste e agnello.
Napoli nel cuore
Napoli nel cuore

Inebriata dai “Vini Sorrentino” mi incammino con  Giuseppe  all’interno del Parco del Vesuvio, la cui bellezza smorza di poco i fumi dell’alcol, perché  mi perdo tra le magnifiche vigne aziendali che abbracciano dei casolari  ristrutturati a Guest Houses  per la gioia dei Wine Lovers . I “Sorrentino” sanno trasmettere il Vesuvio con i loro vini, e offrono anche una superba  Bed & Wine Experience” a tutti quei viaggiatori che vogliono concedersi una fuga per connettersi con il proprio Io, lontano dal rumore, dal caos cittadino, da ogni pensiero, al fine di ritrovare quel senso di libertà che è facile recuperare in questo pianeta incandescente e selvaggio aggentilito dalla mano sapiente di chi ci abita e lo venera da millenni. I “Sorrentino” ti viziano dandoti la possibilità di essere coccolati dai loro servizi di gamma  “Vesuvio Inn” : da quelli più pratici quali transfer da e per l’aeroporto, porto , stazione e parcheggio gratuito, a quelli più sofisticati quali quelli di Horse Tours”, “Cooking Classes” e colazione a bordo piscina . I “Sorrentino” mettono a disposizione anche una depandance collegata alla cantina (in cui aprirà il loro prossimo ristorante ) che ospita delle camere deluxe che vi faranno innamorare di Napoli e che non vi toglierete più di dosso. Proprio come è successo a me! L’unica cosa che rimpiango é l’essere andata via così presto, ma il rimedio è tornarci !

Enjoy it!

Stefania

 

 

 

 

 

Wolfgang Reitzle

Villa Santo Stefano, Lucca

“Chi non ama le donne, il vino e il canto è solo un matto non un santo”.
A. Schopenhauer

Villa Santo Stefano, Lucca

L’ esplosiva e poliedrica Claudia Marinelli , responsabile della società di comunicazione e marketing ‘Darwin & Food’,  mi invita alla ‘Festa del Loto, un evento indimenticabile per conoscere le migliori etichette di ‘Villa Santo Stefano’, una cantina quasi surreale per beltà, che sta nascosta , ma ancora per poco,  tra le magnifiche e dolci colline lucchesi a Pieve di Santo Stefano. 

Mattina del 6 Luglio, 2020. Un sole cocente e un po’ di smarrimento in macchina per delle stradine strette e irte non mi fermano per raggiungere ‘Villa Santo Stefano’, e non finirò mai di ringraziare Claudia per l’opportunità di scoprire un tesoro inestimabile per persone, paesaggi e vini di grande eleganza con un’ ottimo rapporto qualità prezzo che esprimono al meglio  la bellezza, la cultura, l’arte e la tradizione enogastronomica della Toscana. Arrivata a destinazione lo staff di ‘Villa Santo Stefano’ ci accoglie con un sorriso enorme e ci fa accomodare all’ interno della sala degustazione, dove, persi e ammaliati dalla raffinatezza degli interni e dell’apparecchiatura, stiamo fermi e immobili ad ascoltare la storia della tenuta attraverso le parole dell’ ingegnere tedesco Wolfgang Reitzle, che ne è proprietario e fondatore  insieme alla moglie, la giornalista e presentatrice alemanna Nina Ruge.

Wolfgang Reitzle
Wolfgang Reitzle

Wolfgang Reitzle , un sogno diventato realtà

Wolfgang Reitzle è un signore alto , distinto , di una classe innata, che dà il benvenuto a me ed altri giornalisti e blogger nel suo regno, felice  di parlare  di come nel tempo è riuscito a trasformare la sua passione per il vino in un lavoro, che adesso  si è  materializzato in  ‘Villa Santo Stefano’, un’ azienda agricola a metà tra  sogno e realtà.

Wolfgang Reitzle, ex dirigente della BMW e poi CEO della Ford, ci spiega che tutto è nato quasi per caso. Sin da piccolo Wolfgang Reitzle si reca frequentemente  in Toscana  per le vacanze  con la sua famiglia e da allora il desiderio di viverci è forte, a tal punto che poi , nel corso della sua vita e  carriera lavorativa , decide di trovarsi un angolo di paradiso nella regione più amata d’Italia. Wolfgang Reitzle  vuole creare così un posto dove coltivare la vite e produrre nettari divini  fatti di vitigni locali come Sangiovese, Ciliegiolo, Colorino, Canaiolo e Vermentino, insieme ad altri alloctoni quali Merlot, Petit Verdot, Cabernet Sauvignon ed Alicante. L’ occasione è il 2001 quando Wolfgang Reitzle acquista  la “Villa Bertolli”, situata in Lucchesia, assieme ad alcuni oliveti e ad un vigneto di circa un ettaro. A seguito della cessione, da parte della famiglia Bertolli, dell’omonimo marchio a Unilever, i signori Reitzle e Ruge ribattezzano la villa in onore della pittoresca ‘Pieve del IX secolo’ che si trova nelle immediate vicinanze. Così nasce ‘Villa Santo Stefano’.

Wolfgang Reitzle ci confessa che non è facile mettere in piedi un’impresa agricola di tale portata e da straniero in Italia, perché ci sono molti problemi burocratici e logistici da risolvere, non ultimo l’interrogativo se fare tutto ciò è da pazzi o da pionieri! Da grande uomo di affari qual è Wolfgang Reitzle riesce nel suo intento e dal 2005 a oggi l’avventura continua con successo  grazie anche al supporto dei suoi affetti e dei suoi fidati collaboratori nelle figure del manager direzionale Alessandro Garzi, dell’enologo Alessio Farnesi , dell’agronomo Antonio Spurio, e  della responsabile marketing Petra Pforr. Al momento l’azienda rileva, nei suoi 11 ettari di terreno, circa 30.000 bottiglie tra vino rosso e bianco (esportati per il 20% in Versilia e il restante tra Svizzera e Germania), nonché 2500 litri di olio extravergine di oliva. La filosofia che guida la ‘Società Agricola Villa Santo Stefano’ è la ricerca della perfezione nel fare vino ed olio sfruttando al massimo tutte le potenzialità di questo fazzoletto di terra benedetto da Dio.

I vini di 'Villa Santo Stefano'Le migliori etichette di ‘Villa Santo Stefano’ per ‘Darwin & Food’

 

I Vini di Villa Santo Stefano

I vini di ‘Villa Santo Stefano’ sono particolari, biologici, strutturati i rossi e leggiadri i bianchi, ed assaggiare un calice di vino lucchese è un’esperienza speciale che ancora una volta conferma la ricchezza e la varietà enoica della Toscana senza passare per forza attraverso nomi blasonati!

Una delle caratteristiche più distintive dei vini di  ‘Villa Santo Stefano’ è la sapiente mescolanza di vitigni autoctoni con varietà di origine francese, oltre un terroir da manuale fatto di peculiarità pedoclimatiche esclusive. Queste ultime sono i terreni misti e prevalentemente argillosi, una temperatura mite tutto l’anno e una combinazione di vicinanza al mare e montagna che conferisce a questi vini il loro sapore distinto, come ho modo di provare nella degustazione dei seguenti vini:

  • ‘Gioia 2018 e 2019’ : IGT Toscano, è un vino bianco 100 % Vermentino, che cresce spontaneo dalla Lucchesia alla Liguria e che proviene da un vitigno adiacente l’azienda esposto a Sud vicino alle spiagge della Versilia distanti circa 20 km , un microclima straordinario che si riflette nell’aroma fragrante del vino stesso. La selezione e la raccolta delle uve , è eseguita scrupolosamente a mano, e dopo la diraspatura e pigiatura, le uve subiscono una leggera macerazione di qualche ora prima di essere vinificate in bianco. La fermentazione dura dai 15 ai 20 giorni e si avvale delle tecnologie più innovative, il processo avviene infatti in vasche di acciaio a temperatura controllata tra i 15° e i 16°. Questo vino bianco, nelle due diverse annate, possiede un bouquet armonico e fruttato, una buona acidità e un tocco di mineralità che si avverte nel finale;
  • ‘Luna 2019’ : 50% Merlot e 50% Sangiovese è un rosé sobrio, che va bene su tutte le portate di mare e di carni bianche ed è perfetto anche per un aperitivo; ha un colore rosa provenzale, al naso è pulito con profumi che ricordano la pesca bianca e la buccia di mela rossa;
  • ‘Volo 2019’ : IGT Toscano 40% Petit Verdot, 40% Cabernet Sauvignon e 20% Alicante, è un vino che si presenta con un colore rosso intenso e con sfumature violacee frutto della sua giovane età. Al naso è floreale, con note di prugne, more e ciliegie, con un finale delicato di cipria. Al palato si esprime frizzante, con un buon tannino ed un’ acidità equilibrata  che lo fanno diventare di gradevole beva;
  • ‘Sereno 2016, 2017 e 2018’ : è una ‘DOC Colline Lucchesi’ fatto da  80% di Sangiovese e 20% tra Ciliegiolo e da altri vitigni del posto. Si tratta di un vino dal colore rosso rubino con riflessi porpora, al naso  note di violetta, frutti rossi e spezie. Al palato è morbido con un finale gradevole di frutta;
  • ‘Loto 2015, 2017 e 2018’ : è il vino più pregiato di ‘Villa Santo Stefano’ fatto di  50% Cabernet Sauvignon,  40% Merlot e 10% Petit Verdot . Per ogni vite vengono selezionati non più di quattro grappoli, per garantire il massimo della resa da ogni pianta. Nel 2015 è stato installato un impianto computerizzato ad alta tecnologia utilizzato per garantire un processo di fermentazione e vinificazione ottimale. Di norma, il processo di fermentazione dura 12 giorni. L’affinamento dura, a seconda della tipologia di uva e dell’annata, dai 12 ai 18 mesi ed avviene in pregiate barrique francesi, in una barriccaia a temperatura (15°C) e umidità (83%) controllate. Il tipo di legno utilizzato per le barrique viene selezionato a seconda della tipologia di uva. Al termine dell’affinamento viene composta la cuvée e viene quindi imbottigliato il vino, che dovrà attendere almeno altri 6 mesi prima di essere distribuito. Questo è un vino di spessore, di corpo, che si presenta con un colore che può arrivare al rosso rubino intenso ed ha sentori di frutti di bosco, tabacco e vaniglia.
Claudia Marinelli , Darwin & Food

Tra una chiacchiera e l’altra il tempo vola ed è ora di pranzare nello splendido giardino di ‘Villa Santo Stefano’, dove ci sono tavoli superbamente imbanditi, sparsi tra fontane zampillanti di acqua e alberi abbracciati da boccioli di rosa.

Il nostro pergolato ci protegge un po’ dalla calura estiva che finisce di darci fastidio non appena lo chef Riccardo Santini del Vignaccio ci annuncia il menù della festa: una panzanella di pomodoro e cipolle all’aceto balsamico, una torta lunigiana  d’Erbi di bietole spinaci e rapini, uno sformato di fagiolini e formaggio di Scoppolato di Pedona, faraona, zuppa di porro e patate e a finire un sorbetto al melone per pulire la bocca.

Barriccaia di ‘Villa Santo Stefano’

‘Villa Santo Stefano’ è un borgo incantato che ti strega non appena varchi il cancello all’entrata, dove perdersi e rilassarsi tra lusso e  vini pregiati che danno il meglio riposando a lungo, pronti così per essere stappati e consumati a celebrare un momento speciale, che è sempre quello che vivi e non quello che aspetti!

Enjoy it 

Stefania

Cantina Michele Satta

Michele Satta, Bolgheri

L’essenziale è invisibile agli occhi”. 
Antoine de Saint-Exupéry

Michele Satta, un giorno in Cantina

I vini di Michele Satta sono l’essenza di Bolgheri e raccontano la Toscana.   La Toscana è maledetta, pensi di starci poco e poi ci rimani stanziale! Michele Satta, uno tra gli storici winemaker di Bolgheri, è stato vittima di questo incantesimo, quando appena diciannovenne nel 1974 , ci trascorre le vacanze di famiglia. Come biasimarlo, la Toscana rapisce anche me, che nel  mio peregrinare dalla Sicilia ci finisco per scelta,  galeotta  una gita scolastica del liceo a Firenze. Vi risparmio questo lungo aneddoto, e sono qui per condividere con voi la scoperta di un altro angolo di paradiso posto tra Nord e Sud , perfetto bilanciamento degli opposti!

Novembre 2019, una mattina soleggiata e si parte in macchina lungo le vie strette che in pianura si srotolano come tappeti d’erba puntellati da papaveri, trifogli e alberi maestosi.  Direzione Bolgheri, destinazione la cantina di Michele Satta, che mi inebria con il suo ‘Bolgheri Rosso’ qualche Pasqua fa a una cena all’ ‘Osteria San Guido’, vivamente consigliata per chi vuol perdersi tra i sapori , le meraviglie e i tesori  di questa regione centrale da annoverare  tra i patrimoni dell’UNESCO.

Michele Satta
Matteo Bonaguidi racconta i vini di Michele Satta 

Ad accogliere me e gli altri ospiti da Michele Satta è Matteo Bonaguidi, un giovane e brillante sommelier. L’ ingresso semplice e minimale della cantina  inganna perché la sua struttura invece si impone con tutta la modernità, la raffinatezza e la maestosità dell’architettura dei suoi due piani, quello sotterraneo per l’affinamento dei vini, e la terrazza panoramica prospiciente la famosa Costa degli Estruschi, dove siamo riuniti per ascoltare i segreti di Michele Satta. Appoggiandosi al muretto rovente della balconata, Matteo  ci  indica un punto preciso di Bolgheri tra acque trasparenti, cielo ed ulivi da cui inizia l’avventura di Michele Satta. Si tratta della ‘Vigna del Cavaliere’, il cui rudere è l’ombelico di quella che adesso è una superficie vitata di 24 ettari con una media di 150.000 bottiglie annue ottenute tutte da uva propria. In questa area benedetta da Dio il vino è nato molto prima dell’uomo, il vino qui è cultura, è tradizione, è l’anima stessa di Bolgheri che Michele Satta è riuscito perfettamente a svelare e che noi apprendiamo attraverso le parole di Matteo prima del banchetto!

Michele Satta, l’uomo

Sant’ Ambrogio Olona, un paesino vicino Varese, da i natali a  Michele Satta, che è di sangue mezzo sardo e mezzo piemontese. Dopo il Classico il giovane varesino si iscrive ad Agraria a Milano per un richiamo istintivo verso la natura, che da bimbetto in villeggiatura gli appare in tutta la sua magnificenza ora sotto forma di paesaggi nudi brulicanti di pecore e spiagge bianche della Sardegna ora sotto forma di girasoli e dolci pendii della Toscana.

E tra una punta e l’altra dello stivale con le sue diramazioni isolane, come la verità che sta in mezzo, Michele Satta si ritrova a vivere a Castagneto Carducci inizialmente metà estiva per un impiego occasionale da fattore propostogli da un amico del padre ingegnere. Nulla è per caso, ed evidentemente c’è una linea sottile, misteriosa, l’Io più profondo, che unisce tutti questi eventi e che spingono Michele Satta a spiegare le vele verso il suo porto. Così ventiquattrenne Michele Satta continua l’università a Pisa e sposa Lucia da cui ha sei figli, di cui Giacomo, l’enologo, e Benedetta, responsabile comunicazione, costituiscono l’asse portante dell’azienda agricola. Il 1983 è un periodo faticoso per  Michele Satta , che però lo tempra e lo fortifica nello spirito.  Per mandare avanti la baracca si sporca le mani, quelle stesse con cui sfoglia i libri da cui apprende con passione l’Ars Agricolae,  ma la poesia dura davvero poco!  Michele Satta  è infatti testimone di un’agricoltura che sta mutando a vista d’occhio, si sta ammodernando con il conseguente e negativo effetto di prediligere la quantità alla qualità e ciò fa abbassare i costi della merce. Non si guadagna molto con quella fattoria ormai fuori moda di appena settanta ettari coltivati a pesche, fragole, carciofi, grano, e un po’ di vigna rivenduti per una miseria ogni mattina all’alba ai mercati centrali limitrofi.  Michele Satta ce la mette tutta per fare funzionare gli ingranaggi di una macchina che però ormai è al collasso, come le sue finanze. C’è da affannarsi il pane tanto quanto basta per sfamare la cospicua prole. Un concorso in banca a Roma potrebbe essere l’ancora di salvezza, un peso troppo grande tuttavia da sopportare, allorché da parte del suo vecchio capo sopraggiunge la proposta di curare la parte commerciale e i proventi delle vigne della stessa fattoria che abbandona in preecedenza per sfinimento! Michele Satta non esita neppure un attimo e fa ritorno al solo destino cui è designato, il più nobile della terra, il vino! Da allora non si ferma più. 

Degustazione vini Michele Satta
Degustazione vini Michele Satta, Bolgheri

Michele Satta, i vini

Il nostro viaggio a Bolgheri   prosegue con la degustazione dei vini Michele Satta. Matteo  si fa notare subito per la sua classe e la sua professionalità e si capisce subito che fa quello che gli piace fare. Matteo  prepara i tavoli con dei cestini di pane sciocco e taglieri di salumi e formaggi locali.

Matteo  sistema in fila tutti i bicchieri che riflettono una luce calda che entra attraverso le vetrate in modo gentile e che ci avvolge come il gusto del meglio della selezione dei rossi e dei bianchi di Michele Satta. Tra quelli che proviamo  mi hanno particolarmente colpito:

  • ‘Bolgheri Bianco Costa di Giulia 2019’: battezzato così dal vigneto da cui proviene oltre che quello di ‘Querciola’, è  una bomba esplosiva di 70% di Vermentino e di 30% Sauvignon e fa innamorare Michele Obama in occasione del suo quarantunesimo compleanno al  ‘Caffè Milano’ di Washington. Questo bianco  a contatto con le fecce fini fa affinamento lungo per circa sei mesi in tini di acciaio. Dal colore giallo paglierino, alterna i suoi profumi di pesca bianca e fiori delicati a evidenti sentori di  timo,  erba appena tagliata, miele , vaniglia. Dal finale lungo si presta a invecchiare qualche anno ;
  • ‘Syrah Michele Satta 2016’: 100% Syrah del vigneto ‘Vignanova’ è un vino mediterraneo sofisticato che non ha nulla da invidiare ai superbi rossi francesi del Rodano. Fermenta in botti di rovere da trenta hl ed affina diciotto mesi in barriques di secondo, terzo e quarto passaggio ed un anno in bottiglia con capacità di invecchiamento fino a venti anni. Nel calice si annuncia con un colore rosso rubino cupo, con note di frutta a bacca nera e si arricchisce di sensazioni speziate e nuance di erbe aromatiche. In bocca è di ottimo corpo, con un tannino maturo e termina con una chiusura persistente;
  • ‘Il Cavaliere 2017’: 100% da selezione di uve Sangiovese raccolte a mano nei vigneti di ‘Vignanova’ e ‘Torre’ fa cemento per diciotto mesi e può invecchiare fino a venti anni. Presenta un colore rubino ed al naso è molto aperto, con aromi di prugna, violetta, tabacco, cuoio e terra di bosco. In bocca è sapido e con tannini morbidi, con un retrogusto di liquirizia e un piacevole finale;
  • ‘Piastraia Michele Satta’ 2017: è un taglio bordolese di Cabernet, Merlot e Sangiovese che con l’aggiunta di una punta di Syrah prende il corpo  dei vini del Sud. Le uve provengono da cinque diversi vigneti che sono ‘Torre’, ‘Poderini’, ‘Vignanova’, i ‘Castagni’ e ‘Campastrello’. Ciascuna varietà è fermentata separatamente in botti di rovere troncoconiche da trenta hl.  Sosta in barriques di legni francesi tra i diciotto ed i ventiquattro mesi. Un vino smart con un colore tendente al porpora con riflessi violacei. Al naso emergono note di ciliegia, cacao, e fiori blu. Il vino è sapido, con tannini rotondi e finale lungo. Capacità di invecchiamento fino a venti anni.
DOC Bolgheri Consorzio di Tutela Vini
DOC Bolgheri Consorzio di Tutela Vini

I vini di Michele Satta stregano e fanno venire voglia di stare bene, di godersi la vita, di rilassarsi. Ogni commensale è fermo al suo posto a sentire Matteo  che si volta verso una foto gigantesca che ritrae  Michele Satta insieme a chi ha per così dire inventato il ‘caso Bolgheri’! Prendete un calice magari di bollicine, o di cosa vi pare, e unitevi a noi! Il silenzio cala, e la voce di Matteo è l’unica melodia che vogliamo udire.

Bolgheri, la Bordeaux d’Italia

Chiunque arrivi a Bolgheri finisce vittima del suo incantesimo non appena si percorrono i cinque chilometri dell’Aurelia fiancheggiati da 2500 “cipressi che alti e schietti quasi in corsa giganti giovinetti vanno fino a San Guido in duplice filar “. Questi ultimi sono i versi del poeta Giosuè Carducci, premio  Nobel per la letteratura italiana nel 1906, che immortalano questo antico borgo medievale fondato nel XI dal Conte Gherardo della Gherardesca, il cui stemma all’ingresso del castello in mattoni rossi   saluta migliaia di visitatori all’arrivo della bella stagione . Bolgheri è una frazione del comune di Castagneto Carducci, in provincia di Livorno, la cui  posizione strategica, tra le Colline Metallifere e la leggendaria ‘Costa degli Etruschi’, fa di questo villaggio un territorio unico al mondo per arte, cultura, tradizione vitivinicola e paesaggi mozzafiato.

Immersa in una vegetazione rigogliosa e con le sue torri  affacciate su un mare cristallino,  Bolgheri è il fiore all’occhiello della Toscana grazie al Marchese Mario Incisa della Rocchetta, la cui genialità si materializza in tre suoi capolavori e ora attrattive del posto:  il celebre vino Sassicaia, il purosangue Ribot, e il Rifugio Faunistico Padule . Cominciamo da Bacco, perché è una forza divina inebriante quella che invade il Marchese e gli fa realizzare il nettare, il purosangue e l’ oasi dei suoi sogni.

In principio è il Sassicaia, il Marchese Mario Incisa della Rocchetta

Il Marchese nato a Roma e di stirpe sabauda, giunge in Maremma al seguito del suo matrimonio nel 1930 con l’affascinante Clarice, discendente del conte Ugolino cantato da Dante nella sua ‘Divina Commedia’. Agronomo, cosmopolita, visionario e di classe il Marchese  ‘colonizza’ Bolgheri, un centro agricolo di appena cento abitanti e dimenticato da Dio, e la trasforma in una corte stupenda con il suo entourage aristocratico.

Nei poderi ereditati il Marchese  apre un allevamento di cavalli da corsa da cui fuoriesce Ribot, che tra il 1955 e il 1958, vince sedici competizioni su sedici, dall’Arc de Triomphe, al Royal Ascot da San Siro a Longchamp. Ci fa anche una fattoria e in particolare a Castiglioncello di Bolgheri nel 1944 il Marchese semina delle barbatelle di Cabernet importate dai Duchi Salviati di Migliarino , che frequenta ai tempi dell’università a Pisa, e come il cappellaio matto tira fuori il primo taglio bordolese della Maremma. Il Marchese  non è del tutto soddisfatto di quella miscela di vitigni per nulla armonico, ma in fin dei conti gli sta bene, è un esperimento, il suo vino non vuole venderlo ma solo goderselo con chi gli sta intorno e con gli amici. Il Marchese  non si arrende e azzarda a regolare il tiro spostando il vigneto in un campo più alto che chiama ‘Sassicaia’ per il mix di sassi e ghiaia che la caratterizza in onore a Graves a cui si ispira,  e da cui ha origine l’omonimo vino che farà di  Bolgheri la Bordeaux d’Italia e un prestigioso centro di riferimento per l’enologia europea. Ci vogliono venti anni di perfezionamenti e vicende varie prima che nasca il rinomato ‘Sassicaia’ che ognuno di noi vorrebbe in uno scaffale in bella mostra! In questo arco temporale di fondamentale importanza è lo slancio e la lungimiranza del Marchese  nell’avere individuato in Bolgheri la base per la replica di quella tipologia di vini particolari francesi che sono di gran tendenza in Europa e oltre oceano,  in modo tale da offrire qualcosa di nuovo al mercato italiano che, da dopo il sofferente e disastroso dopoguerra alla lenta ripresa economica, dorme almeno fino agli  anni ottanta in fatto di vini! E senza dubbio lo scossone del terremoto  ‘Sassicaia’ con epicentro a Bolgheri si avvertirà in superficie e profondità lungo tutta la penisola ! Pazzo o pioniere, il Marchese  lascia il segno a Bolgheri. A differenza dei contadini della sua era per cui il vino è un modo per sopravvivere e da bere prima dell’inverno successivo, il Marchese è un nobile dentro e fuori , e vuole fare un vino di pregio, si interessa ai problemi agricoli evidenziando la necessità dì uscire dall’improvvisazione e di imitare i francesi dando un tono alla materia. Seguendo il metodo francese e in controtendenza con l’allora dominante produzione di massa dovuta all’avvento delle nuove tecnologie, il Marchese  impianta vitigni selezionati e sperimenta nuovi metodi di vinificazione; preferisce basse rese in vigna e vitigni alloctoni a quelli autoctoni, lascia perdere il torchio a favore di una pressatura più dolce, e introduce l’affinamento in botte. Tutti questi sforzi sarebbero stati forse vani se ad un certo punto di questo bel romanzo non ci sarebbero stati altri protagonisti! Da una parte il figlio Nicolò Incisa della Rocchetta,  che, capendo la reale potenzialità di quel  ‘primitivo’ ‘Sassicaia’   osa commercializzarlo, e dall’ altra i parenti patrizi degli Antinori nelle figure di Niccolò e Piero , che si occupano del marketing. Questi ultimi fanno scacco matto facendo assumere il loro enologo,  il pater vinorum Giacomo Tachis, che, stabilendo tecniche  e tempi di affinamento, ingentilisce e struttura quello che sta per essere il primo cru del Bel Paese! Con l’inconfondibile etichetta della rosa dei venti dorata su sfondo blu disegnata dallo stesso Marchese  , il ‘Sassicaia’ viene imbottigliato per la prima volta nel 1968 e messo in distribuzione nel 1972 . L’oro rosso di Bolgheri è sgrezzato dalle sue impurezze a tal punto da abbagliare i big del giornalismo enogastronomico. Le prime luci del ‘Sassicaia’ colpiscono Luigi Veronelli , pietra miliare nostrana del  wine & food , che gli dedica un articolo intero su ‘Panorama’ nel 1974. Successivamente  con l’annata del 1978 il  ‘Sassicaia’ vola oltre i  confini quando la rivista inglese ‘Decanter’   lo proclama come migliore Cabernet tra quelli in competizione di altri trentatré paesi in un concorso tenutosi a Londra , dove prevale addirittura sui famosi chateaux bordoles . La vendemmia del 1985 regala al ‘Sassicaia’ 100 punti assegnati dalla penna di  Robert Parker,  guru della critica americana che lo consacra a fama internazionale.

Sassicaia

E se vi dico che il ‘Sassicaia’ star indiscussa del jet set planetario usciva con la denominazione ‘vino da tavola’? Un paradosso questo che scatena e indigna al punto che, per questa categoria di vini speciali che non si adattano  alle regole dei rigidi disciplinari di allora come le DOC del 1983 che tutelano i soli bianchi e rosé, si conia in America il termine di ‘super tuscan’, dove ‘super’ sta per ‘diverso’ e non ‘migliore’. Bisogna attendere fino al 1994 con la formazione delle ‘DOC Bolgheri’ ,  ‘DOC Bolgheri Superiore’ e ‘DOC Bolgheri Sassicaia’ per placare le ire funeste . La costituzione  del ‘Consorzio per la Tutela dei Vini Bolgheri DOC’ , di cui Michele Satta è uno dei soci fondatori, nel 1955 con le sue cinquantacinque imprese agricole, sigilla a fuoco una business venture che ricerca costantemente di preservare sapere antico congiunto a modernità  e innovazione con lo scopo  di garantire a Bolgheri  un futuro tutto in salita. In soli cinquanta anni Bolgheri  passa da 120 a circa 1300 ettari di vigna e assurge a  fenomeno di  vini da collezione che oltre al ‘Sassicaia’ vede spuntare nelle immediate vicinanze  mostri sacri del made in Italy quali ‘Ornellaia’, ‘Guado al Tasso’, ‘Grattamacco’ e  il ‘Masseto’ , Merlot al cento per cento che nel 2001 il ‘Wine Spectator’ celebra come secondo solo al ‘Petrus’ di Pomerol. Bolgheri non è una moda o un capriccio di qualche blasonato ma il ‘Rinascimento’ del vino in Toscana, nel momento in cui il ‘Brunello’ e l’Italia sonnecchia per poi svegliarsi del tutto a fine anni Novanta ed essere in classifica tra le potenze enoiche del globo . Bolgheri è il frutto del lavoro e il più dolce dei piaceri di uomini intelligenti e illuminati che, titolati con risorse o artigiani con pochi mezzi e tanta voglia di fare, hanno collaborato e dialogato ribaltando le sorti di questa deliziosa cittadina. Bolgheri ieri landa del deserto e considerata addirittura non vocata alla viticultura oggi chicca dell’enologia italiana e luogo densamente popolato e affollato di turisti, curiosi e investitori provenienti da ogni parte del pianeta.

Cantina Michele Satta
Cantina Michele Satta

Michele Satta, l’azienda

Michele Satta scommette tutto il suo essere e il suo avere a Bolgheri sin da quando ci mette piede. Genius loci , vate, o cosa? Michele Satta è certamente un imprenditore fuori dagli schemi, dotato di grande personalità, sensibilità ed intuito.

Non dimentichiamo però che se Michele Satta è un’autorità in fatto di vino non è solo per  i suoi studi, il suo carattere, le sue esperienze, e certe circostante favorevoli, ma principalmente per la devozione, la costanza , la  gioia e la serietà con cui ha perseguito  i suoi obiettivi, i suoi ideali. Tutto quello che dai ti torna indietro nel bene e nel male, e quanto è vero per  Michele Satta ! E si sa che la fortuna non è una dea cieca ma aiuta gli audaci!  Tutto questo associato a un rapporto quasi ancestrale tra  Michele Satta  e la terra, che è il leitmotiv della sua esistenza stessa, si traduce nella nascita della sua azienda nel 1983 e nel suo primo vigneto nel 1991. Michele Satta si distingue dagli altri fuoriclasse a Bolgheri  perché è una voce fuori coro nel dare largo spazio alle uve del posto quali Sangiovese e Vermentino (sia in assemblaggio che in purezza), e nel cimentarsi con altre varietà quali per esempio il Sauvignon Blanc, il Tempranillo e il Petit Verdot. Una mossa alquanto temeraria quella di Michele Satta in un ambiente di altolocati e di certezze stellate tra le quali primeggia quella del ‘Sassicaia’ , ma mossa del tutto inevitabile per movimentare l’identità territoriale di questo paesotto maremmano, rispettandone sempre l’inclinazione per i vini bordolesi. In linea con i bolgheresi classici,  Michele Satta ha una sua personale visione del vino in cui soggiace prevalentemente l’intenzione di esaltare al massimo la complessità aromatica tipica del terroir mediterraneo che Bolgheri riesce a sprigionare. Ciò si incarna perfettamente in tappe importanti della sua carriera enoica che dà alla luce nel 1987 il ‘Costa Giulia’ , 100% Vermentino,  e  nel 1994 il ‘Piastraia’ , blend di Cabernet Sauvignon, Merlot e Sangiovese. A fine anni novanta, reduce di una consulenza presso l’ ‘Ornellaia’ e sotto la supervisione del prof. Attilio ScienzaMichele Satta pianta anche una piccola porzione di Teroldego, quest’ultimo ingrediente di un’altra opera d’arte di Michele Satta che è il ‘I Castagni’.

Michele Satta, Paolo Lazzarotti studio fotografico
Michele Satta, Paolo Lazzarotti studio fotografico

Scendendo giù nella cella rocciosa in cui i vini riposano, Matteo ci confessa che alcuni Wine Lovers & Experts snobbano i vini bolgheresi perché troppo freschi, fin troppo fruttati e non tipici, ed accontentano in maggiore misura il palato degli intenditori americani e cinesi. Lo ascoltiamo attenti lì tra le botti e le anfore di terracotta, e dopo avere assaggiato i vini di Michele Satta, nessuno dei presenti ha dubbio alcuno che il bello per Bolgheri  deve ancora arrivare. E come non credere ad un avvenire glorioso per questi vini marittimi, sontuosi, con una traccia balsamica indimenticabile che è il ricordo della macchia mediterranea, tratto specifico che li rende irripetibili.  Michele Satta vanta una superficie vitata di 24 ettari e affiancato tecnicamente e moralmente dai suoi affetti frutta attualmente 150.000 bottiglie ottenute da uva propria. Matteo ci fa fare un giro all’interno della bottaia ed è orgoglioso di quello che ci sta descrivendo. I suoi occhi brillano quasi a illuminare quegli spazi bui e freschi della grotta dove i vini di Michele Satta dormono per esprimere al meglio tutto il loro valore, che è strettamente legato a quelle specifiche peculiarità pedoclimatiche che stanno solamente a Bolgheri e che la fanno oggetto di invidia di tutti! Una alchimia naturale di sole, mare e terra questa è Bolgheri! Matteo ci spiega il motivo. Le vigne di Michele Satta sono tra quelle più a sud di tutto il comprensorio, il cui suolo è particolarmente fertile essendo  variegato per struttura (per lo più sabbia e in molti punti argilla e  limo) ,  di medio impasto,  drenante, e privo di sedimenti, cosa che facilita alle radici delle viti di scendere giù a fondo per alimentarsi.  Il nostro bell’Antonio va avanti narrando che i filari, trattati con pratiche biologiche, sono protetti dal vento a est dalle colline, mentre a sud beneficiano degli effetti del mare e dei fiumi Cornia e Cecina che li irrorano di luce favorendo la fotosintesi, ne mitigano il clima con estati fresche e inverni miti, e vi apportano brezze gentili che tolgono la dannosa umidità in superficie.  

Bolgheri, a presto
Bolgheri, a presto!

Una passeggiata tra le stradine ciottolate di   Bolgheri  e una cena a lume di candela nell’ intima e raffinata ‘Enoteca del Centro’ conclude magicamente il mio incontro con Michele Satta. Un sorso del suo ‘Syrah 2015’ è in poesia una frase di Antoine de Saint-Exupéry: “E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. 

Grazie Matteo, Michele e Paolo Lazzarotti per il suo infallibile obiettivo fotografico! 

 ‘A chi ancora è capace di emozionare. La bellezza non si misura con ciò che possiamo apprezzare semplicemente guardando con il senso della vista, la vera bellezza  è un atteggiamento. ‘ 

Stefania

 

Roberto Cipresso

Poggio al Sole, il buen ritiro di Roberto Cipresso a Montalcino

“…Se riesci a parlare con la canaglia
senza perdere la tua onestà
o a passeggiare con i re
senza perdere il senso comune.
Se tanto nemici che amici non possono ferirti
se tutti gli uomini per te contano
ma nessuno troppo.
Se riesci a colmare l’inesorabile minuto
con un momento fatto di sessanta secondi
tua è la terra e tutto ciò che è in essa
e quel che più conta sarai un uomo, figlio mio”
Rudyard Kipling

Un Incontro DiVino

Nulla è per caso, c’è sempre una ragione perché qualcosa accada. Incontrare Roberto Cipresso in qualche modo ti cambia la vita in meglio, perché riesce a indirizzare la tua energia verso quello che inconsciamente stai cercando di tirare fuori da tempo. Una sorta di segnale stradale che, molto sottilmente, indica una via da seguire, anche se non si sa dove porterà. Come un angelo che ti sfiora una spalla, un tocco lieve e la tua pelle è “marchiata” per l’eternità: lui torna a spiegare le sue ali e tu invece incominci a fare sul serio!

Una coincidenza fortunata o buona sorte, non lo so, ma ad oggi quella telefonata di Roberto prima di andare in ferie è un tassello di un mosaico di cui non ho ancora chiaro il soggetto. Qualche settimana fa inaspettatamente  e con mia grande gioia e stupore Roberto mi chiama, e vedendo il suo nome nel mio cellulare non credo ai miei occhi. Prima si complimenta con me del mio ultimo post sui “Garagisti di Sorgono”, figlio del caso nato lo scorso novembre, quando a una cena tra Sommelier  al “Nautilus” di Tirrenia, mi ritrovo per la prima volta davanti a Roberto. Una circostanza propizia insieme a lui, che mi incita a volare nel cuore della Sardegna alla scoperta di questi prodigiosi vignaioli . Dopo mi invita nel suo rifugio segreto “Poggio al Sole” a Montalcino, per darmi il grande privilegio di intervistarlo. Non è certo un treno che mi faccio scappare, quando mi ricapita! Complice ancora una volta la passione per il Vino, mi preparo per questa nuova avventura, felice di scandagliare da vicino l’anima di Roberto. Perché è da un po’ che cerco notizie qui e lì per avere una minima idea di ciò che questo eclettico Wine Globtrotter realizza nel nostro Bel Paese e Oltre Oceano, ma non mi basta. Non voglio stare in superficie, voglio toccare il fondo!  Avere un quadro completo di Roberto e del suo percorso umano, intellettuale e professionale è un’impresa bellissima, ma ardua. Immaginatevi di riuscire a indovinare alla cieca le percentuali dei diversi vitigni di uno  Châteauneuf-du-Pape , il celebre vino rosso francese fatto da ben 13 varietà di uve diverse sia a bacca nera che bianca. Non è una cosa che almeno io sarei mai in grado di fare. Ecco, è uguale con Roberto!  Faccio quello che posso! Bevo tutto d’un fiato questo calice per papi e lo apprezzo più nella sua nuda totalità che nelle sue singole parti complesse. Roberto un nome, mille stili e qualità! 

Poggio al Sole
Poggio al Sole

Poggio al Sole, Montalcino

Un  caldo Venerdì di Giugno e si parte. Un viaggio in macchina di circa due ore e mezza da Pisa lungo la Maremma toscana, tra colline, girasoli e casali antichi, circondati da un verde raggiante e un cielo turchino, che ti danno la risposta al perché hai scelto di vivere qui! Come Dante con Virgilio giunge al Paradiso, io  traghetto a “Poggio al Sole”, il buen ritiro campestre di Roberto, con Giorgia, la receptionist tutto pepe, che mi viene incontro con la sua auto a metà strada, prima che io mi perdessi del tutto. Se vuoi il meglio, il sentiero in cui imbattersi è sempre quello più complicato! Nonostante la mia guida poco brillante e un percorso tortuoso e poco agevole,  varco finalmente il cancello dell’eden attraverso un filare di cipressi alti e maestosi .

“Poggio al Sole” è un’esclusivo agriturismo immerso in due ettari di terra coltivati per lo più a Brunello e pennellati da una vegetazione dolce e avvolgente tra Castelnuovo dell’Abate , Sant’Angelo in Colle, e il Monte Amiata. Nel 1996 Roberto trasforma un vecchio rudere del 1700 in un resort di  5 appartamenti  rivolti ai viaggiatori e ai sognatori, che vogliono rigenerare mente e corpo, lontano da tutto e tutti. Sì, perché l’effetto di quando metti piede lì dentro è devastante, un silenzio che fa rumore, che ti pervade mentre fissi a guardare paesaggi che tolgono il fiato, mentre respiri aria buona, mentre senti profumi di ginestra, lavanda e rosmarino, e ascolti gli alberi parlare al primo fresco venticello che ne muove le foglie. Un’elegante residenza dal sapore antico dove ritrovare se stessi semplicemente rilassandosi e lasciare che tutto scorra leggero come un piccolo ruscello nel bosco. Si apre il sipario. Giorgia mi consegna le chiavi del mio appartamento “Il Sole”, entro nella mia stanza, poso le valigie, mi rinfresco, caffè nero bollente e mi affaccio alla finestra per ammirare la natura in cui “Poggio al Sole” è incastonato come una gemma preziosa .

Poggio al Sole
Poggio al Sole-Montalcino

Non solo Brunello

Non so descrivere esattamente il senso di pace interiore e di beatitudine provato, non ci sono parole adatte, bisogna esserci, niente altro. Il sole che scompare tra gli ulivi secolari e le buganvillee, e che cede il posto al tramonto, è uno spettacolo che ti intimidisce. Una luce soffusa colora d’arancione tutto quanto è intorno: le botti di legno sparse nel giardino, il gelsomino bianco,  i covoni di paglia, i  filari ordinati e i piccoli borghi medievali che si intravedono a distanza.

Rimango sul davanzale di un balconcino intrappolata in quella meraviglia. A distrarmi solo le lancette dell’orologio che segnano le venti, e mi ricordano che è ora di cenare con Roberto e la sua famiglia. Inizio ad affrettarmi e sto appena toccando con mano cosa vuol dire stare dietro Roberto, che è quasi impossibile, non ce la fai! Però tre giorni forse posso reggere. Mi ricarico con una croccante e gustosissima focaccia al pomodoro di una trattoria a pochi chilometri da “Poggio al Sole”, in cui ci rechiamo velocemente per la fame. Sono all’aria aperta intorno a una bella tavola  imbandita con Roberto, i suoi dolcissimi figli Matteo e Gianmarco, e Fabio il padovano, suo instancabile amico e collaboratore. Il caldo è asfissiante, siamo stanchi, e abbiamo la felice idea di metterci dentro il locale in cerca di aria condizionata, ma non ci accorgiamo che siamo finiti accanto al forno! Non si ha la forza di alzarsi e fare qualcosa, tranne che fare due chiacchiere per programmare il mio fine settimana e stare un po’ con Roberto, compatibilmente con i suoi  impegni ! Tra un boccone e l’altro provo a seguire la scaletta di Roberto per i due giorni successivi: sabato relax a “Poggio al Sole” per raccontarmi di lui e della sua incredibile esistenza,  domenica giro della sua cantina. Mi tranquillizzo, si può fare. Roberto mi  incastra tra un’appuntamento e l’altro della sua agenda, e con un sorriso che ti spiazza, ti dice che è contento e che non devo ringraziarlo. No comment! Roberto è fatto così, è pieno di entusiasmo, e corre talmente veloce che non si accorge di quanto sia straordinario, anzi meglio usare il lemma latino extraordinarius, letteralmentefuori dal comune”. Tra le altre cose oltre e  l’umiltà dei grandi, Roberto ha la capacità di farti sentire a casa e parte della sua famiglia, e ti sembra di conoscerlo da secoli. Un uomo di così grande spessore e talento, quando vuole, riesce a donare sempre sé stesso agli altri senza misura. Fosse una poesia Roberto, sarebbe “Se” di Rudyard Kipling, perché “riesce a parlare con la canaglia senza perdere la sua onestà, o a passeggiare con i re senza perdere il suo senso comune”. Ed è questo che più ti rimane impresso e che non dimenticherai mai. Quando Roberto parla ti incanta, e mi confida che lui è quello che è ed ha quello che ha grazie alla presenza costante e all’affetto immenso della moglie Marina, dei suoi bimbi, e di tutti coloro che quotidianamente lo supportano professionalmente in Italia e all’estero . E quando ti senti dire questo, ti auguri solo che al mondo di persone così ce ne possano essere un’infinità. Incredibile ma anche Roberto è sfiancato, e ci ordina quasi imperativamente che è ora di congedarsi. Si risale sulla sua jeep bianca e mi accompagnano gentilmente al “Poggio al Sole”. Li saluto e vado a dormire anche io. Prima di andare a letto vagabondo per “Poggio al Sole”, un regno incantato coperto da un manto di stelle, che  emana un fascino, e suscita di quelle emozioni, che ti toccano nell’intimo più profondo. Mi fa compagnia un calice di prosecco e Macchia, il gattino morbidoso della cascina. Mi addentro lentamente nei meandri della villa, fino a quando non scorgo tra le vigne una piscina sospesa nel buio della notte e illuminata da faretti che esaltano l’azzurro delle sue maioliche e ne definiscono i contorni. Voi cosa avreste fatto al mio posto? Bravi, mi sono lasciata viziare dall’acqua, in cui mi immergo per calmare la calura quasi africana, e da una improvvisa brezza estiva, che mi asciuga dolcemente. Quell’attimo eterno dura fino a quando non rientro in camera e mi faccio coccolare dalle lenzuola di lino bianco del mio letto. La mia mente vaga ancora fino a quando non la spengono fuori le cicale intonando una musica di sottofondo, che mi butta tra le braccia di Morfeo.

Roberto Cipresso
Roberto Cipresso

Roberto Cipresso tra Sacro e Profano

Mi alzo verso le cinque di Sabato mattina e fuori dalla persiana intravedo le sagome di alcuni contadini che stanno vendemmiando in piena campagna toscana. Un quadro di Monet. Riprendo a dormire ma nulla, e scendo giù aspettando l’alba sdraiata su un chaise longue. Chiudo gli occhi per un po’, e li riapro perché Macchia mi sveglia strusciandosi addosso con le sue zampette, quasi a ricordarmi che è ora di alzarsi. Mi tiro su con una abbondante colazione e non voglio fare nulla, solo assecondare i miei ritmi, tanto più tardi a scuotermi ci sarebbe stato Roberto. Così mi dedico esclusivamente a me,  godendo di quello che ho, non ultimo il libro di Roberto “Vino, il Romanzo Segreto”, che voglio finire all’ombra di una quercia al riparo dall’afa di un pieno mezzo giorno di fuoco!

Roberto nasce a Bassano del Grappa nel 1963. Dopo aver terminato agraria nel 1987 si reca a Montalcino  per un incarico di lavoro, e si dà tre mesi per il suo soggiorno. Ormai ubriaco di Vino e della maledetta Toscana, che ti frega appena ti accoglie senza farti andare più via (ne so qualcosa!), Roberto si trasferisce in pianta stabile nella Città del Brunello. Durante la sagra del Tordo a Montalcino, appena ventenne, Roberto, da bravo alpinista qual è, pianta la bandiera rossa e gialla (guarda caso stessi colori di Bassano ) del suo nuovo quartiere di Travaglio in cima alla Torre del paese, un gesto che fa diventare questo straniero uno del posto. Sin da piccolo Roberto è un fanatico della montagna, perché gli insegna ad andare oltre, superando ogni  paura,  ma con la consapevolezza e la saggezza di non sfidare mai i propri limiti.  Motivo per cui dopo l’ incidente di un’arrampicata , decide di dedicarsi solo ed esclusivamente al Vino e ne fa il suo mestiere. Da subito Roberto collabora con alcuni dei più importanti produttori locali e già negli anni ’90 è direttore aziendale di “Ciacci Piccolomini d’Aragona”, cantina con cui ottiene i suoi primi successi:  il “Brunello Riserva 1988” e il “Brunello Vigna Pianrosso 1990” (elogiati ampiamente dalla stampa specializzata internazionale e protagonisti abituali delle più importanti aste di vini pregiati a New York, Chicago e Londra). Parallelamente inizia l’attività di Winemaker presso alcune tra le più importanti cantine italiane. La tensione faustiana di Roberto nei primi anni della sua gioventù è inarrestabile, una sete di conoscenza, di azione, di conquista del bene, che lo portano dritto al successo. Goethe dice che  “l’uomo erra finché aspira”, e  Roberto traduce perfettamente alla lettera la massima dello scrittore tedesco! C’è dentro Roberto un’inquietudine che si porta dietro sin dalla nascita, che lo protende a oltrepassare la linea d’ombra, non esiste nel suo vocabolario la parola “fermarsi” ma affermarsi! Parallelamente alla nascita dei celebri e blasonati Supertuscan, nel 1995 Roberto crea il vino “La Quadratura del Cerchio”, un’ idea completamente nuova e per molti aspetti rivoluzionaria. Nelle sue diverse edizioni ci sono tra i Terroir più potenti ed espressivi del nostro panorama viticolo, che  si combinano in un unico blend, all’interno del quale i requisiti propri dei singoli componenti si esaltano l’uno con l’altro anziché ottenebrarsi a vicenda. L’eredità di questo percorso, è adesso raccolta dal progetto “Cipresso 43” che Roberto condivide con il fratello Gianfranco, e che vede la sua realizzazione nella sua cantina/incubatore del “Winecircus”, alle porte di Montalcino. Poche chiare e importanti regole caratterizzano il progetto “Cipresso 43”: Roberto mescola solo uve di vitigni autoctoni coltivati all’interno del 43° Parallelo, provenienti da vigneti di proprietà e conduzione, con totale vinificazione nella sua cantina, con pratiche di viticultura sostenibile, con rese contenute (1 pianta, 1 bottiglia), e continua ricerca in collaborazione con le più importanti Università. Il 43° Parallelo, situato tra l’Equatore e il Polo Nord, è un itinerario enologico che passa attraverso i Continenti e le Regioni più Vocate ed Espressive della Vite, zone che hanno dato forma alle principali fasi dell’evoluzione della Viticultura dalla Mesopotamia agli USA. In Italia il 43° Parallelo tocca la Toscana, l’Umbria e le Marche . Pur essendo ateo, Roberto è convinto che ci sia qualcosa di ultraterreno nel 43° Parallelo, e non può negare il contrario, se è vero che lungo questo binario si snodano le principali capitali dei pellegrinaggi più leggendari, da Santiago di Compostela alla Grotta di Lourdes, dalla Francescana Assisi a Medjugorje. Quella di Roberto è una visione ambiziosa e globale del concetto di Terroir , che a fine secolo scorso scandalizza l’intellighenzia dello Stivale al pari del taglio della tela di Lucio Fontana. Esattamente come l’artista argentino che muove il suo capolavoro avanti lo spazio e fuori da ogni cornice fisica, Roberto esce fuori dai comuni canoni per vinificare e anela all’Oro Rosso. I suoi primi tentativi non lo lasciano soddisfatto, come quando fa un blend improbabile di Schioppettino del Friuli, Montepulciano d’Abruzzo e Sangiovese di Montalcino. Roberto cambia direzione dopo avere letto un trattato di André Tchelistcheffdel, agronomo e biologo russo, padre della viticoltura californiana, a cui oggi gli americani nella Napa Valley hanno dedicato una statua. Su insegnamento del suo maestro Roberto abbina il Sangiovese al Primitivo di Manduria e thumb up! Non è facile, è una battaglia che diventa guerra! Roberto lotta per  trovare le armi e le tattiche giuste per essere più che un vincitore un bravo stratega nel fare Vino. Roberto non smetterà più di sperimentare, studiare, farsi aiutare da professionisti , Università ed Enti del settore, ed esplorare. Roberto ha sì il suo porto a Montalcino, ma si muove come un marinaio dall ’Argentina, a Venezia, dall’Armenia a Bassano del Grappa. In ognuno di questi anfratti sperduti e lontani del Nuovo Mondo e Vecchio Mondo Roberto, con l’aiuto di altri impresari, ha sempre avuto il goal  di valorizzare il più remoto dei Terroir e dare vita a Vini di carattere, che esprimessero al meglio l’identità di un preciso fazzoletto di terra dimenticato da Dio. Dal Malbec argentino (“Wine & Spirits” ha definito il vino “Achaval Ferrer Finca Altamira 2010 “ il miglior Malbec del mondo” per l’anno 2013) alla Dorona veneziana, al suo progetto di inserire Bassano del Grappa tra le Città del Vino, Roberto acts local and thinks global! 

Roberto Hits Parade

Prendete fiato , non è ancora finita! Nel 2000, in occasione del giubileo, Roberto esegue la Cuvee speciale per il Papa. L’anno successivo l’ ”Associazione Italiana Sommelier” organizza presso l’hotel “Cavalieri Hilton di Roma” una serata dedicata interamente ai suoi vini.

A partire dal 2002 viene chiamato, sia in veste di relatore che come ospite, a numerosi convegni e conferenze nel mondo organizzati dai più prestigiosi enti, Università, testate specializzate e operatori del settore, intervenendo a Valencia, New York, Bruxelles, Berlino, Düsseldorf e nelle più importanti località italiane. Nel 2004 l’ esordio in radio di Roberto , anno in cui collabora con “Rai Radio Due” alla trasmissione “Decanter”. Dal  2006 al 2009 inizia a scrivere e pubblicare i suoi tre libri:  “il Romanzo del Vino”, che vince il Premio Veronelli, “Vinosofia”, e “Vineide”.  Su forza , ancora un po’ di attenzione, ci sono ancora gli svariati riconoscimenti di Roberto, ma niente panico, ne elenco solo qualcuno, perché se no Google mi blocca! A partire dal 2007 Roberto viene insignito del titolo di: “Uomo dell’Anno Categoria Food” dalla rivista “Men’s Health”, “Enologo Italiano nel mondo” al “Merano Wine Festival”. A febbraio 2010 viene eletto “Accademico Corrispondente all’ Accademia Nazionale di Agricoltura di Bologna”, mentre ad Aprile  Roberto incontra il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano e riceve l’incarico da “Città del Vino” della Produzione del Vino Speciale per il 150° Anno dell’Unità d’ Italia. Stop, perché la lista è troppo lunga! Vi dico solo che uno degli ultimi obiettivi di Roberto è quella di fare assaggiare il pianeta in poche gocce! Da moderno alchimista Roberto presto eseguirà una cuvée unica nel suo genere, fatta da barrique di Argentina, California, Georgia, Italia e Spagna, che saranno spediti e poi lavorati negli USA. Un vino planetario etichettato spiritualmente  “La Luz”, un mix di cinque continenti, che insieme esalteranno le loro identità piuttosto che oscurarsi a vicenda. Un piano molto ambizioso, degno di un visionario qual è Roberto, che non smette mai di mettersi in gioco. Sono agli ultimi capitoli del libro e mi rendo conto di come Roberto sia uno di quei pochi che ha avuto è ha tutt’ora il coraggio di inseguire la felicità.

Roberto Cipresso

Grigliata Argentina a Poggio al Sole

Neppure finisco di rifletterci su che è già l’imbrunire. Roberto mi chiama per bere del prosecco nel pergolato con lui e gli altri commensali prima di un’ appetitosissima grigliata di carne argentina in abbinamento ai suoi migliori Rossi tra i quali:

Con Roberto non ti annoi mai. Gli altri ospiti, Simone, la  moglie Cristine e il loro piccolo Pablo, sono  simpaticissimi e riempiono di allegria la tavolata, che Roberto continua ancora a rifornire di verdure scottate al carbone e morbidissimo pane fragrante. Simone e Cristine sono una coppia di liberi professionisti che sono lì per fornire a Roberto le loro preziose Anfore in Ceramica prodotte dalla loro ditta “Demetra”  a Vicenza. La loro discussione  sulle tecniche di conservazione del Vino nelle Anfore è interessantissima. Mi spiegano che per le loro Anfore usano la  ceramica , perché questo materiale permette al Vino, mentre riposa, di mantenere integre le proprie qualità e caratteristiche, grazie alla sua capacità di essere impermeabile, resistente e isolante. L’efficienza del Nord al Centro Italia funziona! La voglia di fare dei Veneti, la loro creatività, la loro costanza, ti spiega perché sono tra i migliori in Italia in fatto di produttività economica. C’è sempre da imparare, e io ero nel posto giusto al momento giusto tanto quanto l’indomani in occasione della visita della splendida cantina di Roberto.

Winecircus

Pochi giorni fa scompare un grande scrittore Italiano, nato in Sicilia, la mia isola, il suo nome è noto in tutto il mondo, sto parlando di Andrea Camilleri, per intenderci la mano che regala le vicende del commissario Montalbano. Andrea Camilleri lascia un vuoto nella cultura italiana e in tutti noi. Mi colpisce in TV la risposta che il Camilleri Nazionale dà alla domanda dell’intervistatrice, l’arguta comica palermitana Teresa Mannino, in merito al suo impegno di essere scrittore e mi viene in mente Roberto . Roberto è in queste poche righe, cioè il trapezista che è in Andrea Camilleri: « …lo vedi che fa il triplo salto mortale col sorriso sulle labbra, la leggerezza, e non ti fa vedere la fatica bestiale dell’allenamento, perché se te lo facesse vedere rovinerebbe il godimento che tu stai provando. E allora qui mi diverto, capisci? Non è un lavoro…».  Non mi dilungo sulla comparazione, perché come avrete intuito, è in sintesi la capacità di Roberto di avere trasformato ciò che gli piace di più nel suo pane quotidiano. 

Ciò lo avverto totalmente l’ultimo giorno in visita al “Winecircus”, la sua cantina laboratorio a Montalcino, che è uno show in prima fila. Tre piani di un grande edificio moderno tra barricaie, uffici e sale degustazioni in cui Roberto fa da cicerone a me e un gruppo folto di Wine Lovers argentini e colombiani. Ci mostra il suo tesoro e ci fa assaggiare in anteprima il meglio tra Bianchi e Rossi delle sue bottiglie e quelle di altre aziende Italiane e non di cui ne è consulente e produttore. Quel giorno per me è fondamentale perché è l’unica volta in cui posso sentire la sua storia ma dimentico l’imprevedibilità di Roberto, che Fabio, il fido collaboratore, mi dice di mettere sempre in conto! Impeccabile oratore e istrione come sempre Roberto affascina me  il suo pubblico hablando de su bodega en Español ! ¿Qué más se puede pedir? Mi salvano i miei ultimi viaggi a Siviglia in cui imparo un po’ la nostra lingua sorella e in qualche modo riesco a stargli al passo. Lì tocco con mano il mondo di Roberto e il suo ingegno. A distrarci dall’incantatore di serpenti è solo il dispettoso Kira, il lagotto romagnolo di Roberto, che gioca con i bimbi a un tira e molla con i fogli di plastica da imballaggio a bolla d’aria! Dopo l’ultimo assaggio del “Monica 2017” di Renzo Manca dei “Garagisti di Sorgono”, il percorso in cantina prosegue con la parte più esclusiva del tour enoico: una degustazione delle etichette più preziose di Roberto.  Tutti i presenti gradiamo infinitamente il dono di Roberto, che però esclude i Rossi conservati gelosamente ed esclusivamente  in delle casse di  legno  per i figli Matteo e Gianmarco, in memoria un giorno del loro babbo. Roberto continua imperterrito il suo panegirico sul Vino in Spagnolo , e anche se non afferri tutto al volo, lui è capace di farti capire esattamente cosa c’è dentro quel bicchiere, come fa non lo so! Però il risultato è sorprendente, tanto quanto ciò che le mie papille percepiscono in Rossi fenomenali, che non mi si ripresenteranno mai più, tra cui un esplosivo  “Quarto Viaggio 1998”, un mix di 50% Montepulciano, Teroldego 10%, Carmenere 40%  indimenticabile per qualità delle uve e  lungo affinamento . La mia pancia inizia a brontolare, come quella di tutto gli altri, un concerto, che spinge Roberto e Fabio a zittirle! E così organizzano un pranzo memorabile in un ristorante sardo di Montalcino  l “Osteria dei Briganti e dei Poeti” , con 45° al sole. Protagonisti di quel banchetto cosmopolita sono i  toscanissimi Pici  al Ragù  e i succulenti  Culurgiones , gnocchi della Terra dei Nuraghi fatti di patate, formaggio e menta, piatti perfetti per gli immancabili Vini Rossi che ci portiamo dietro dalla degustazione al “Winecircus”. In omaggio al Sud America Roberto apre delle bottiglie strepitose di “Achaval Ferrer 2000”, una combinazione esplosiva di Malbec, Cabernet Sauvignon e Merlot, il cui corpo e gusto deciso bene sposa il nostro pasto luculliano. Tutti devono scappare via, un hasta luego dei Sud Americani, e in assenza di Roberto e Fabio che hanno appuntamenti urgenti , mi avvio con Simone e Cristine a un evento sul Vino in centro a Montalcino.

Tutto un Sorso 2019 Montalcino
Tutto un Sorso- 2019- Montalcino

“Tutto in un Sorso”, Montalcino

Lasciamo la macchina nelle vicinanze, Simone abbandona consegna Cristine e me alla festa di Bacco e si dirige in piscina con il figlioletto Pablo! Sinceramente lo abbiamo invidiato!

Christine e io saliamo con fatica fino alla parte più alta di Montalcino. Montalcino è soprattutto nota per il Rosso per antonomasia, il Brunello appunto. Come in una fiaba Montalcino è rimasta intatta come nel XVI secolo ed è coronata da un bellissimo castello e racchiusa dentro possenti mura, da cui è inevitabile rimanere stregati dalla vista della Val d’Orcia, una delle parti più suggestive e rappresentative della Toscana. Dopo una bella scarpinata entriamo all’interno del “Complesso di Sant’Agostino”, un’antica fortezza medievale, dove ci attende “Tutto un Sorso 2019”, una fiera enologica in cui proviamo il meglio di molti importanti viticoltori provenienti da tutta Europa. A unirli, al netto delle provenienze e delle differenze linguistiche, l’alto livello qualitativo dei prodotti, e la stessa voglia di stare insieme, tra loro e noi appassionati. Lì è una grande festa e io e Cristine ci separiamo per un po’ per poi ricongiungerci e scambiarci opinioni su quello che ci è piaciuto di più. In tutta le kermesse la mia attenzione viene carpita da “La Charanga Ancestral” dell’ azienda “Fernando Angulo”, che si trova  a Sanlucar de Barrameda, vicino Cadice. Si tratta un Palomino lavorato con il Metodo Ancestrale, una seconda fermentazione in bottiglia senza aggiunta di ulteriori zuccheri, che ne fanno un qualcosa simile allo champagne ma più fresco e leggero. Francesi iniziate a tremare! Per fortuna né io né Cristine guidiamo al ritorno da Montalcino, lei si ricongiunge alla sua bella famiglia e io torno con Roberto e Fabio a “Poggio al Sole”, dove spegnere i fumi dell’alcol e conversare con il mio guru del Vino sulle sensazioni di questo mio interminabile weekend  a Montalcino. C’è poco da fare anche Roberto è un essere umano, le sue palpebre stanno per calare e mi concede le ultime ore del suo prezioso tempo davanti a una cena frugale confessandomi qualche sogno nel cassetto. Roberto, per esempio, vorrebbe fare di “Winecircus”un club esclusivo, che propone un calendario annuale di incontri enogastronomici stravaganti ed elitari. E vorrebbe pure trasformare “Winecircus” in una Tenuta  Internazionale, in cui gli Amanti del Vino di tutto il Mondo possono acquistare piccoli ettari di vigneti, e a fare il Vino per loro ma con le loro labels ci pensa lui, il fratello Gianfranco e la sua équipe. Roberto è un Mago del Vino, alla perenne Ricerca dell’ Eccellenza e della Tradizione e dell’Innovazione. Ha  creato un piccolo impero, su cui veglia come un nume tutelare. Come in tutti i poderi, le attività sono complementari: Vino, Accoglienza e Agricoltura, e Roberto fa di tutto per gestirlo al meglio e fare il bene del territorio. Roberto è sempre un inguaribile ottimista e con cognizione di causa va avanti, perché c’è ancora del grande potenziale inespresso ovunque in fatto di Vino. Roberto e Montalcino saranno sempre un punto di riferimento per il Mondo del Vino e per coloro che vogliono evadere da una società caotica alla ricerca di Benessere, Valori e Semplicità. 

Roberto Cipresso
Roberto Cipresso

A chi ha un Cuore che pulsa e lo fa battere agli altri con un bicchiere di Vino! 

Grazie Roberto!

Enjoy it!

Stefania

 

 

 

Tenute Delogu, Alghero

“Faremo scherzi al vento,  lo chiuderemo in una stanza,
ma promettiamo di liberarlo , se ci aiuterà a volare” 
P. Marras

Alghero

Andare ad  Alghero, è come essere in “compagnia di uno straniero” , parafrasando una famosa canzone di Juni Russo : ti innamori e hai voglia di ritornarci! A Luglio, in  meno di un’ora di volo da Pisa, attero per la seconda volta ad Alghero, per riprendermi il cuore lasciato in questo gioiello incastonato nella “Riviera del Corallo” a  Nord Ovest della Sardegna . Ancora ebbra dei paesaggi, della gente, dei colori, degli odori, e del vino,  sorseggiando un calice di Chelos, vi racconto una bella  storia: Alghero in un bicchiere! 

Piero  le Tenute  e i Vini Delogu

Piero Delogu  viene a prendermi all’aeroporto di Fertilia Alghero . In pochi minuti  raggiungiamo il  suo splendido Wine Resort le  “Tenute Delogudove ci aspetta il figlio Lorenzo, per continuare una chiacchierata tra amici iniziata con Valeria Crabuzza, manager di “Alghero Conciergie”, all’hotel Carlos V di Alghero , in occasione di una degustazione dei vini d’eccellenza dell’inesauribile imprenditore sardo.

Piero , classe 1962, nasce a Ittiri , Sassari, inizia la sua carriera lavorativa alla fine degli anni Ottanta.  Partendo da zero, Piero si dedica alla produzione di  impianti all’avanguardia di mungitura degli ovini. Nel giro di pochi anni raggiunge un grande successo e reinveste quanto guadagnato nella realizzazione dell’azienda “Carpenterie Metalliche” (attività di progettazione sviluppo e realizzazione di strutture in profilati di acciaio), nell’acquisto di dieci ettari di zona industriale e nella costruzione di appartamenti da rivendere a Olmedo. Questi sono alcuni dei  capitoli della vita di Piero, raccontanti  con un gran sorriso lungo un tragitto in macchina verso la  sua elegante bottaia, e i primi di un libro che hanno poi per protagonista la  passione di famiglia: il vino. Il salto dalla realtà al cinema, per narrare con ironia delle gioie e dei dolori di una cantina vinicola sarda è in “Bianco di Babbudoiuou”.  Si tratta di un film comico del 2016,  girato in parte nelle “Tenute Delogu” , diretto da Igor Biddau , con l’esordio cinematografico del trio comico Pino & gli anticorpi e la partecipazione della esotica Caterina Murino. Tutto ‘made in Sassari’ !

Nel 2004 nasce “Tenute Delogu” : da 5  ettari di superficie vitata sotto il  Nuraghe di Palmavera a 20 nel 2008 tra le campagne dorate e pianeggianti  della Nurra e il mare crsitallino di Alghero, la cui brezza soffia gentile in una zona dove la coltivazione della vite è una tradizione dai tempi dei tempi. Si tratta di un terreno con caratteristiche uniche per la viticoltura, con i suoi inverni miti ed estati ventilate.  Ed è proprio in questo territorio, fatto di argille rosse, calcare e ricco in minerali, che si adagiano i filari (allevamento Guyot) di Vermentino, Cannonau, Cagnulari, Merlot, Cabernet e Syrah. Vitigni autoctoni e internazionali di grande pregio che Piero cura personalmente insieme al giovane enologo Antonio Puddu e la consulenza esterna di Piero Cella ( della scuola di Tachis!) .

Un patrimonio straordinario e Piero ne ha subito  capito il valore e lo ha lavorato con amore: l’attaccamento alla sua Terra, il suo  instancabile lavoro e quello dei suoi preziosi collaboratori sono racchiusi nei suoi vini e nei  nomi delle 6 etichette dell’azienda vinicola (circa 100 mila bottiglie annue): “Ego”, Cannonau in purezza, “Geo” riuscitissimo blend di Cannonau, Cabernet e Syrah, “Cagnulari” pregiato vitigno autoctono,  “Ide” Vermentino maturato in botti per un anno, “Die” Vermentino di Sardegna DOC,“Chelos” spumante di Vermentino e Chardonnay (Metodo Charmat).

7 giorni in Paradiso: Tenute Delogu

Piero e Lorenzo mi accolgono come se fossi di famiglia. La mia vacanza  inizia sotto un sole cocente di Luglio nell’orto delle “Tenute Delogu”, ettari di terra in cui sono coltivati e allevati  tutti i loro prodotti a km 0!

Allievo la calura estiva con  una doccia fredda nella mia camera “il Grappolo”, arredata con gusto e dotata di tutti i comfort, un tuffo nella magnifica  piscina tra palme e cicas ed è ora di cena. Mi incammino attraverso un percorso di fiori e statue in pietra.  Una luna gigante e il sottofondo delle cicale mi accompagnano fino al ristorante della “Tenute Delogu”, composto da una sala interna ed una esterna su prato, una  location immersa nel verde alle quali fanno da cornice delle scenografiche cascate. Conosco Vincenzo il cuoco, un signore gentile, che mi anticipa il menù della cena, senza svelarmi però i segreti della sua cucina. La tradizione sarda in tavola, tra vini superbi e tavoli sapientemente imbanditi: antipasti di verdure, gnocchetti sardi e  ‘culurgiònes’  (gnocchi di patate con formaggio e menta) al sugo di pomodoro fresco, basilico e pecorino, ‘porcheddu’ con patate, e in fine il mirto ! Piero e Lorenzo mi guardano con aria soddisfatta, perché faccio fuori tutto compiaciuta! Si fa tardi e gli ospiti della sala tornano a casa loro con un’aria leggera di chi è stato bene. Piero e Lorenzo continuano il romanzo della loro vita. Passione, costanza, perseveranza,  duro lavoro, attaccamento alla terra, rispetto delle tradizioni,  modernizzazione strutture aziendali, amore per la gente: gli ingredienti del loro successo. Incredula di quanta bellezza ci sia in ogni gesto loro, mi sento per un attimo come la protagonista di una favola, in cui c’è sempre qualcuno che ti fa felice, protegge e ti mette prima di ogni altra cosa, fosse anche la più urgente. L’attenzione ai dettagli fa la differenza e io l’ho provato sulla mia pelle! Ascolto con grande ammirazione un padre e un figlio che portano avanti il loro progetto di vita , e con molta naturalezza mi rendono partecipe di questa gioia tra una telefonata e l’altra, mille pensieri per iniziare la giornata a seguire, compreso il mio tour ! Non ho con me un orologio, e la sveglia per alzarmi  la mattina alle “Tenute Delogu” non serve. Apro la finestra e davanti a me lo spettacolo in prima fila di una natura rigogliosa. Colazione, e giro per le tenute: parcheggio  molto ampio, spazi immensi costellati da due blocchi di appartamenti nuovi del residence,  cantina e  vigneti. Cerco un po’  d’ombra e la trovo sotto una folta  bouganvillea , leggo la mia guida sulla Sardegna e sogno di percorrere  tutta la costa Nord Occidentale , perché la posizione della tenuta a tal proposito è strategica. Seguitemi!

10 Posti Top da non perdere

  • Pranzo con famiglia sarda:  patrimonio dell’UNESCO! Piero conosce tutti ed è di casa ovunque! Non riesco a non divorare spaghetti al tonno con gamberi freschi, parago con patate, insalata di polpo, tre tipi di formaggio,  “casu marzu” compreso, e vassoi di dolci infiniti!
  • Bombarde, Spiagge: un chilometro di sabbia finissima affacciata su un mare azzurro, rallegrato  dalla dolcissima Annapaola, che prepara le cozze cotte al carbone nel suo lido. Indimenticabile;
  • Stintino:  il profumo della salsedine si respira da lontano  e fa venir voglia di tuffarti a mare. Un mare, quello di Stintino, che una volta scoperto, assaporato e vissuto, non ti lascia più!
  • La Pelosauna spiaggia tropicale  con un mare turchese sul  Golfo dell’ Asinara; 
  • Cala Mugoni: a ridosso di una pineta si trova questa baia di sabbia bianca calda e mare blu , nei pressi di Porto Conte;
  • Fertilia: fondata nel 1933 con lo scopo di diventare il centro economico amministrativo di tutta la zona rurale della Nurra di Alghero, colpisce per la sua terrazza severa  prospiciente un porticciolo;
  • Sugheria di Suni: piccolo centro in provincia di Oristano, noto per la produzione di sughero e malvasia;
  • Bosa: un incantevole e affascinante borgo mediterraneo fatto di case colorate, dove tradizione e modernità si fondono;
  • Alghero:  catalana, superba e altezzosa che ti abbraccia e non si fa scordare con i suoi paesaggi mozzafiato, le strette viuzze piene di storia, e un mare tra i più belli che abbia mai visto;
  • Ristorante “Sa Mesa” ad Alghero: per capire ed assaporare in fondo il meglio della Enogastronomia Sarda, con  una cucina tipica rivisitata e  la ricerca dei migliori prodotti locali.

L’unico rimpianto quello di non cogliere i segni del destino, del  mio volo di ritorno cancellato per i soliti disagi della Ryanair . Riparto per la Toscana. Qualcuno forse vuole che rimanga  più a lungo ad Alghero e alle “Tenute Delogu”. Quel fine settimana mi perdo il concerto dal vivo di Piero Marras , un famoso cantautore sardo,  in occasione dei suoi 40 anni di carriera, un grande artista a cui Piero, dedica una Magnum di Geo , come fa  anche con il gruppo dei  Tazendas. E insieme ai musicisti e i poeti,  Piero canta della sua Sardegna attraverso l’Arte del suo Vino.

Grazie Piero &  Lorenzo

Enjoy it! 

Stefania