Cantina Arrighi, Porto Azzurro, Elba

Cantina Arrighi, Porto Azzurro, Elba

 

“La qualità non è mai casuale; è sempre il risultato di uno sforzo intelligente.”
John Ruskin

Il vino della “cantina Arrighi” mi porta nuovamente all’Elba! Vi consiglio  di andare a visitare questa affascinante isola a Settembre, perché le temperature sono miti e piacevoli. Questo è il periodo migliore per vivervela, e lontano dalla massa dei turisti dell’alta stagione  si possono girare i posti più belli: “Capoliveri”, il laghetto di “Sassi Neri”, il monte “Capanne” (1019 metri raggiungibili dalla funivia di “Marciana”), le spiagge di “Cavoli”, della “Biodola”, di “Padulella”, di “Sansone”, di “Marciana”, della “Fetovia” e tanto altro ancora.

Secondo una leggenda Venere , la dea della bellezza e dell’amore, avrebbe perso una collana di perle nel  Mar Tirreno, dando così vita all ‘  “Arcipelago Toscano” di cui l’Elba  fa parte . L’Elba si trova a 6,2 miglia dalla città costiera di Piombino e, con un’area di 86 miglia quadrate (223 km quadrati), è un paradiso toscano incontaminato: limpide acque blu, coste infinite, paesaggi meravigliosi, clima temperato ed una natura rigogliosa tipicamente  mediterranea, con ricchi oliveti e vigneti.  L’ Elba , inoltre, è una terra ricca di una cultura vitivinicola che è antica tanto quanto la sua storia.  L’Elba è stata abitata sin dall’epoca preistorica, ed essendo piena di depositi di minerale ferroso l’Elba, ha  attirato molti colonizzatori. Gli Etruschi ed i Greci la chiamano  “Aethalia” (che significa “luogo fumoso”, probabilmente a causa della presenza di fornaci), successivamente i Romani la ribattezzano “Ilva” , ovvero “ferro”, stabilendovi una base navale. Seguirono altre dominazioni durante il Medioevo: Pisa e Genova se la sono contesa fino al governo  dei Duchi di Piombino  1399 e di Cosimo I dei ‘Medici di Firenze nel 1548. Dal 1596 al 1709 la parte orientale dell’ Elba  passa invece sotto il controllo dell’Impero Spagnolo per circa 150 anni, poi tutto il territorio è  conquistato prima da Napoli e infine dai Francesi nel 1802. Quando Napoleone I  abdica nel 1814, viene esiliato all ‘Elba , dove sbarca il 4 maggio. Da allora, l’ Elba è riconosciuta come Principato Indipendente con Napoleone come suo re fino al 26 febbraio 1815, giorno in cui torna in Francia per i cento Giorni . Napoleone  lascia il suo marchio con le sue residenze nobiliari a Portoferraio ,  capoluogo dell’Elba : la “Palazzina dei Mulini” e la “Villa di San Martino” , entrambe al presente musei aperti al pubblico. Successivamente, l’ Elba è stata restituita alla Toscana , con la quale si annette all’Italia unificata nel 1860 .   L’Elba merita di essere vista anche per i sapori della sua cucina , composta da piatti semplici e fantasiosi, e per lo più a base di pesce, che qui abbonda come i suoi deliziosi ristorantini sparsi ovunque, che vengono riforniti da tutti quei pescatori , che ogni mattina vanno al largo con le loro barche, e le riempiono di  polpi, stoccafissi, totani, e sardine.

Antonio Arrighi

Antonio Arrighi

Venerdi 18 Settembre. Un weekend di fine estate ho deciso di tornare all’Elba per la seconda volta, e vi assicuro che ne vale davvero la pena! Da Piombino prendo il traghetto ( compagnia “Toremar” o “Moby”  con andata e ritorno al costo di circa 32 euro )  per Portoferraio, e qui con la sua auto mi aspetta Antonio Arrighi, un grande winemaker  elbano, che oltre a essere il numero uno nel suo lavoro, è un fuoriclasse nella vita!

Antonio Arrighi è nato all’Elba, precisamente nella stanza numero 13 dell’ “Hotel Belmare” , mio primo alloggio a Porto Azzurro  lo scorso Luglio. L’ “Hotel Belmare” è una struttura elegante e prospiciente la marina, che è stata di proprietà di suo padre! Infatti, Antonio è cresciuto in una famiglia di albergatori e ristoratori esperti , che vantano  un lungo trascorso  nell’  accoglienza turistica  all’Elba  a partire dal 1960, gli anni d’oro del boom economico. Parimenti i suoi genitori si dedicano a tirare su un’azienda agricola pensata per lo più per i loro stessi clienti, producendo diversi tipi di carne (maiale, coniglio, ecc.), fiori, e frutta (pesche e uva).  Da bambino Antonio è sempre stato coinvolto dietro le quinte, quando nel 1980 Antonio diventa sommelier (fa ancora parte della Delegazione Elba di “AIS Toscana” ) non solo per prendersi cura dei suoi vigneti, ma anche per fare dell’ottimo vino! Nel 1995 Antonio ha davanti a sé una grossa opportunità: intraprendere un ambizioso progetto in collaborazione con la “Regione Toscana” e con “Paolo Storchi” , senior researcher del “CREA” (“Assessorato alla Ricerca Agraria di Arezzo”) . Lo scopo è quello di capire quali vitigni internazionali insieme a quelli locali possono crescere all’Elba . La risposta a questa domanda è stata:  Syrah , Sagrantino e Tempranillo per i vini rossi, ed Incrocio Manzoni Chardonnay Viognier per i vini bianchi. Antonio ha continuato a piantare tutte queste varietà di uva internazionali selezionate nella sua terra, essendo resistenti alla siccità ed alle malattie, rispettando parimenti elevati standard di qualità. Dal 2000 in poi,  Antonio si è dedicato completamente alla sua passione vinicola, che si è trasformata nel suo mestiere principale aiutato dai suoi cari. Antonio è molto orgoglioso della sua compagna Giada , delle sue due figlie Giulia e Ilaria e di suo figlio Matteo, che rappresentano un punto di riferimento non solo per lui ma anche il futuro della cantina Arrighi. Sono molto felice di trascorre due giorni all’Elba per godermi il suo silenzio, i suoi colori ed i suoi profumi. La compagnia di  Antonio è una scarica di adrenalina pura, energia che trasfonde alla sua spumeggiante e bella  Giulia , che sta studiando enologia, e alla più timida e dolce Ilaria , che si occupa di comunicazione e marketing. Tutti quanti insieme sono una forza! Si dice che l’umiltà appartiene ai grandi, ed è il loro caso! Appena li conosci è inevitabile non cadere vittima della loro professionalità, genuinità e calorosa ospitalità, e di conseguenza ti ci affezioni!

 

Antonio  è sempre lo stesso, in formissima, vivace, sorridente e pieno di cose da fare.  Contenti di essere in auto e di parlare di presenza dopo il Covid 19 invece che on line, si chiacchiera su come il settore vitivinicolo abbia risentito bruscamente della crisi economica e degli enormi sforzi fatti per compensare le grosse perdite dei periodi della pandemia. Per fortuna Antonio mi dice che si è ripreso e che i suoi ritmi produttivi sono pressoché gli stessi di prima. Mi confessa che ci sono stati momenti di smarrimento, che però sono stati seguiti da altri di riflessione su come investire e fare di più! Mi spiega Antonio  che l’obbiettivo è quello di ingrandirsi e di mantenere il sapere e la tradizione della viticoltura elbana con uno sguardo verso il futuro, mediante l’uso di strumenti sempre più moderni.  L’oro rosso e bianco dell’eden di  Antonio è posizionato a “Piano al Monte” , nelle colline orientali di Porto Azzurro , all’interno del  Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.  Con una produzione di circa 40.000 bottiglie annue , la proprietà di Antonio si estende su 12 ettari, di cui sette coltivati a vigneto ed il resto ad alberi d’ulivo. L’obiettivo dell’impresa di Antonio è produrre vino dai propri vitigni e sperimentarne altri nuovi, di quelli che chiaramente si adattano meglio al terroir dell’Elba  , un’oasi fatta di ferro, argilla, mare, sole e clima temperato tutto l’anno (la temperatura media annuale è intorno ai 17 ° C con precipitazioni relativamente limitate, concentrate generalmente in autunno e inverno ). L’Elba  attrae chiunque per la sua bellezza che si distingue per un’  immensa varietà di paesaggi, che sono importanti non solo per far arrivare visitatori! Con un terzo della superficie al di sopra dei 200, l’Elba può essere suddivisa in aree con terreni molto dissimili tra loro, che sono il risultato di diverse stratificazioni geologiche, quando essa ha fatto da collante tra la penisola italiana e la Corsica. La parte occidentale dell’Elba è piuttosto montagnosa, mentre quella centrale ha suoli sedimentari sabbiosi ed argillosi. Questa geografia così interessante garantisce dell’ottimo vino con caratteristiche organolettiche uniche ed un’ampia scelta tra tipi di rossi e bianchi! Ovviamente Antonio spera che tutto proceda per il meglio, e che per via della pandemia non ci siano danni nefasti per il turismo. Questo  è motore stesso della sua  attività, che è sempre più in crescita grazie non solo perché la cantina si trova a soli dieci minuti di passeggiata dal centro di Porto Azzurro, ma anche per i percorsi di Wine Trekking al suo interno. Si rimane incantati dagli anfiteatri di filari di un verde sfavillante, che sono disposti l’uno accanto all’altro in modo armonico come le note di uno spartito, che danno vita  ad una musica infinita. 

I Vini della cantina Arrighi

Sistemate le valigie nel mio moderno e raffinato appartamento arredato in stile marinaro, facciamo un salto ad un  pub del paese per un apericena, dove ci raccontiamo di questi ultimi mesi, che per fortuna pare proseguano tranquillamente nella direzione di eventuali lockdown mirati, in caso il virus dovesse circolare e diventare pericoloso. Intanto Antonio mi confessa che tutto sommato il bilancio della cantina è in positivo, e che continua a etichettare:

La migliore qualità di Antonio è la creatività. Una volta immaginato un vino lo realizza poi nella sua cantina. Questo perché, come dice Antonio : “la vinificazione è un’arte oltre che una scienza, e avere la capacità di pensare fuori dagli schemi e di improvvisare, quando necessario, sono abilità critiche per avere successo”. Antonio è un intuitivo, vuole spingere il terroir dell’ Elba fino al suo massimo potenziale, per ottenere dei vini di grande spessore, che riflettano la loro origine. Se volete carpire l’anima dell’Elba veniteci,  e qui vi aggiungo altri nove buoni motivi per concedervi questo privilegio:

Le luci delle strade si spengono e ci si va a riposare un po’. Antonio mi accompagna nella mia suite, lui torna a casa, perché domani ha la sveglia all’alba per la vendemmia.    

 

Nesos, alchimia greca di 2500 anni fa

Il sole fuori è appena spuntato ed è ancora caldo. Esco fuori a  Porto Azzurro, che ormai mi è familiare, e faccio colazione seduta davanti il mare in un baretto nel porto.  Sembra di essere dentro un quadro di Monet. Tutte le barchette variopinte in fila, che dondolano al ritmo delle piccole onde insieme agli yacht a più piani dei ricchi Inglesi, i gabbiani che librano liberi nell’aria, e qualche vagabondo che come me si aggira nel salotto di  piazza Giacomo Matteotti per godersi il silenzio del mattino. Non ho un programma preciso, sono senza orologio, e l’unica cosa che desidero e perdermi tra i vicoli stretti di questo borgo medievale, pieno di localini e botteghe artigianali che lo rallegrano e lo rendono così glamour e alla moda.

 

Proseguo verso il lungomare e mi fermo a osservare dei bambini, che si infilano in una fontana a giocare con gli zampilli d’acqua che rinfrescano i passanti. Ad un certo punto prossima alla banchina del porto turistico , mi ritrovo davanti  l’ “Oasi degli Dei” , cinque statue di marmo di Carrara raffiguranti  un “Cavalluccio Marino”, “Nettuno”, “Medusa”, “Venere Dormiente” e “Gea” , create da artisti del calibro di Raphaelle Duval, Christian Ibanez e  Franco Daga. Per cinque anni queste divinità marmoree hanno abitato le acque di “Punta Polveraia” a “Marciana” dietro iniziativa di Giorgio Verdura, un sommozzatore professionista, e poi sono state tirate fuori per essere esposte in una sorta di museo all’aperto che impreziosisce Porto Azzurro . Da quell’Olimpo elbano mi sposto alla “Passeggiata Carmignani” , che mi conduce fino alla “Spiaggia Barbarossa” , dove faccio purtroppo il mio ultimo bagno! Sul tardo pomeriggio mi avvio verso la cantina, dove trovo Antonio e Giulia affaccendati tra il loro tran tran quotidiano e una decina di Wine Lovers giunti apposta per le degustazioni. Tutti cercano il famoso “Nesos” , il nettare marino, ma non è più disponibile, perché già venduto, e c’è una richiesta spropositata, che purtroppo non può essere accontentata. Io ho avuto la fortuna di assaggiarlo in ‘grezzo’ lo scorso luglio , ed ‘in purezza’ ad “Anteprime di  Toscana” 2019  alla “Fortezza da Basso “ di Firenze prima che Conte ci chiudesse tutti a casa! Vediamo di cosa si tratta! Antonio  crede ciecamente nell’enorme potenziale dell’Elba come regione vinicola, confermato dal suo passato glorioso di  coloni greci (X secolo a.C.), etruschi (VI secolo a.C.) e romani (V secolo a.C.), che lasciano segni indelebili del loro sapere, come ad esempio la vinificazione in anfore di terracotta, antica tecnica che Antonio ha iniziato ad  intraprendere con rigore scientifico nella sua cantina. Tutto questo ha già suscitando molto scalpore!  L’Elba è stata sempre un’area a vocazione fortemente enoica, come dimostrano due scoperte  del 2013: cinque grandi anfore in terracotta (1500 litri ciascuna) in  una villa romana in una zona chiamata “Le Grotte”, ed altre trovate a bordo di relitti romani disperse nei fondali. E la storia continua! Non ci sono prove relative alla viticoltura elbana durante il Medioevo, ma è documentato che il vino elbano  godesse di buona reputazione e di un commercio a prezzi equi in Toscana . Alla fine del Settecento e per tutto l’Ottocento la viticoltura elbana è stata protagonista di un notevole sviluppo grazie alle politiche di salvaguardia di   Napoleone  . Tra il 1850 ed il 1860 invece ci sono alti e bassi, e comunque  l’Elba è costellata  da vigneti a terrazze, che coprono i pendii alti fino a 400 metri sul livello del mare, i quali diminuiscono in numero  nel  1960 a causa dell’urbanizzazione e del  boom del settore turistico . La situazione corrente non è delle più felici, considerando che dei numerosi vigneti , che coprono circa 300 ettari dell’ Elba, solo circa 125 sono iscritti nel “Registro Nazionale delle Varietà delle Viti”.  Per non parlare del fatto che la maggior parte dei precedenti terrazzamenti sono ricoperti di cespugli,  alberi selvatici, ed edifici! Tuttavia, negli ultimi anni i vini elbani stanno rinascendo grazie all’impegno e alla dedizione di cantine ben organizzate e associazioni locali, il cui scopo è la valorizzazione, la promozione e la crescita economica di questo angolo di paradiso. Antonio è sempre stato un visionario, e galeotta è stata la  settima edizione dell’ “Elbaleatico, un Grappolo di Storia” nell’ Aprile del  2018 . In occasione di questa nota kermesse dedicata all’ ”Aleatico Passito dell’Elba DOCG” , il principe dei vini elbani, Antonio fa un incontro che gli cambia in meglio il destino, quello con il professore Attilio Scienza, Agronomo dell’Università di Milano. I due fanno amicizia alla fine dell’evento, e tra una chiacchiera e l’altra, la loro dotta conversazione verte su un argomento a loro caro, cioè tentare di fare il vino come 2500 anni fa a Chio, in Grecia. I proverbi non sbagliano mai, nulla è per caso! Quanto mai di più vero, perché da quel momento parte il loro esperimento! Questo vino della Grecia classica doveva essere corposo, dolce e molto alcolico, ed in grado di intraprendere lunghi viaggi sul mare, e  si prestava a  essere diluito con acqua durante i banchetti e le celebrazioni.  Antonio ha esaudito il desiderio del professor Attilio Scienza di dare vita a qualcosa di simile all’Elba, dopo sue varie iniziative fallite in altre piccole isole del Sud Italia. Insieme si incamminano verso questa avventura, supporta tra l’altro dall’ Università di Pisa, un progetto ambizioso, in cui i due esperti aggiungono anche il loro tocco personale. A tal proposito Antonio decide di riprodurre questo antico vino greco utilizzando l’ Ansonica  , un’ uva simile a quella che doveva esserci a Chio. Successivamente ha travasato l’ uva Ansonica   , tenuta in cesti di vimini sardi, nel mare di Porto Azzurro, fino a circa 7 metri per 5 giorni. Dopo che Antonio ha estratto l’uva Ansonica   dal mare, queste uve vengono disidratate, appassite su graticci ed infine vinificate in anfore di Terracotta.  Per questo vino è stata anche consentita qualche macerazione tra le bucce e il mosto. Gli aspetti più rilevanti di tutto questo processo sono:

  • Primo: l’ acqua di mare scioglie il caratteristico strato di cera che ricopre l’uva, ed  in questo modo la maturazione delle uve diventa più veloce;
  • Secondo: il sale marino è ideale per conservare il vino in modo naturale e delicato!

"Nesos" , il vino del mare elbano

L’ anfora è tornata sul fronte della vinificazione quasi dopo 2000 anni , ed il risultato dell’opera di Antonio è un vino forte, sapido che è il “Nesos” che ha una tiratura di 200 bottiglie tutte già sold out. C’è anche un film documentario chiamato “Vinum Insulae” girato dall’elbano Stefano Muti , che immortala  l’impresa di Antonio . Si tratta di un trailer di 15 minuti, che nel  2019 al Festival del Cinema di Marsille “Aenovideo”  riceve un premio, ritirato personalmente da Antonio in una  cerimonia ufficiale svoltasi  al “Luxenbourg Palace” a Parigi !  La tenacia e la voglia di vivere di Antonio è imbarazzante, anzi meglio irrefrenabile. Ha viaggiato tanto in luoghi lontani,  e poi si è dedicato al suo sogno , cioè quello di diventare un eccellente enologo, trasmettendo il suo amore per ciò che fa alle nuove generazioni, personificate in Matteo, Giulia ed Ilaria. Ritorno nella mia casa vacanze a Porto Azzurro e mi do una rinfrescata per poi cenare in cantina con Antonio ed i suoi familiari e amici. Si fa una bella grigliata a base di fiorentine, salsicce, “rostinciane” , come le chiamano in Toscano, pane fragrante ed un buon gelato artigianale, il tutto accompagnato da bollicine e rosso firmato Arrighi! L’indomani dopo un bell’acquazzone ed una doccia di pioggia ritorno felice a Pisa promettendomi di ripetere presto questa indimenticabile esperienza elbana.

 

Napoli, InCentro B&B. Via Toledo 156

Napoli, InCentro B&B. Via Toledo 156

  “Ho visto un angelo nel marmo e l’ho scolpito fino a liberarlo” 

Michelangelo

Ci sono cose che attendi a lungo, tanto a lungo che poi non riesci a decidere se è il momento giusto per farle, come il mio viaggio a Napoli  presso l’ ‘InCentro B&B’ in via Toledo, 156.  Il fascino di  Napoli è indiscusso ed è racchiuso nella celeberrima frase “vedi Napoli e poi muori” dello scrittore Goethe,  e se lo scrive il globe trotter tedesco  devo per forza appurarlo! Napoli è una perla nel  Tirreno che per la sua preziosità ha fatto gola a tutti i  suoi coloni: dai Greci ai Romani, dai Bizantini agli Svevi-Normanni, dagli Angioini agli Aragonesi, dall’impero francese  dei Borbone a  Bonaparte, da Garibaldi fino al Regno d’Italia. Napoli è proprio questo: voglia di andarci da sempre, ma sempre ho aspettato un’occasione speciale, e dopo un periodo così intenso e meditativo come quello del Covid, prendo coscienza del fatto  che la vita è adesso  , e che attendere certe volte è solo un rimandare qualcosa, che in realtà hai già dentro di te e che è pronta a venire fuori all’improvviso! Così un giorno semplicemente ho fatto la valigia e sono partita! Il merito di questa prontezza spetta all’avvenente e spumeggiante Roberta di Porzio, che risponde  subito di sì alla mia mail per una richiesta di soggiorno nel suo ‘InCentro B&B’ in via Toledo 156  in  cambio di un post emozionale.

Probabilmente Roberta  riconosce in me la sua stessa sana follia ed il desiderio di collaborare tra chi si occupa di turismo, che è stato il settore più danneggiato nel 2020 per la pandemia. Roberta è di un certo spessore e mi viene incontro perché possiede quella giusta dose di sensibilità, che le fa capire che la mia proposta è dettata esclusivamente dal desiderio di scoprire la Campania, una delle regioni più incantevoli d’Italia. Il mio intento è infatti quello  di  condividere via etere la mia esperienza presso il suo  ‘InCentro B&B’ in via Toledo 156 con quanti ancora pensano di trovare all’estero dei paradisi già svelati o nascosti come quelli che solo Napoli è in grado di offrire.

Metropolitana Toledo, Napoli

Via Toledo 156. Sei giorni a Napoli

Una domenica di Luglio arrivo  alla ‘Stazione Garibaldi’ di  Napoli dopo quasi quattro ore di treno da Pisa, durante i quali mi sento felice di rotolare verso Sud, come faccio d’altronde sempre più spesso in questi ultimi due  anni. Non so, sarà un richiamo quasi inconscio alle mie origini isolane, un tentativo forse di volere ritrovare la Sicilia in tutti quei posti che le somigliano.  Non potevo non finire che a Napoli, che mi entra dentro le vene ancora prima di vederla, forse perché in fondo così uguale alla mia Palermo, in cui  mi sono formata professionalmente e da cui mi sono allontanata solo per il capriccio del mio essere errante, che per ora la Toscana riesce a sedare!

Sono quasi le quattro del pomeriggio e manca l’aria dentro il vagone. Afferro i miei bagagli e appena metto piede nella Metropolitana, mi accorgo che sarà difficile seguire la mia tabella di marcia, perché c’è molto più di quello che immaginavo! Prendo la Linea 1, che con mio grande stupore si svela essere un museo all’aperto distribuito in nove fermate progettate con un raffinato gusto estetico per la mobilità pubblica e il godimento dell’arte contemporanea. Si tratta delle stazioni sotterranee più suggestive d’Europa e poco dopo meno di dieci minuti scendo a quella di Toledo, che è la più suggestiva ,  celebrata dal Daily Telegraph  e dalla CNN! Oscar Tusquets Blanca è l’artefice di questa impresa faraonica, la cui attrattiva principale è dovuta soprattutto alle pareti del livello più interrato rivestite dai mosaici azzurri in pietra e pasta vitrea fatti dall’africano William Kentridge e raffiguranti la tragedia di  Ercolano e Pompei e la processione di San Gennaro. Napoli sta giocando bene le sue carte in termini di accoglienza turistica ed è una vera sfida, che purtroppo ancora non è di certo vinta a causa delle difficoltà economiche, della mancanza e del malfunzionamento delle infrastrutture, e di una mentalità un po’ baronale tipica del Meridione. Eccomi  fuori dalla metro e Roberta  mi apre  le porte di Napoli accogliendomi nel suo esclusivo ‘InCentroB&B’ in via Toledo 156′ , che è il punto di partenza da cui iniziare per perdersi nel cuore della capitale partenopea, proprio come facevano i grandi viaggiatori all’epoca del Grand Tour, che si spingevano nel nostro Bel Paese da Roma in giù  per completare  il loro bagaglio culturale, arricchendolo con la vista dei tesori di quell’arte classica, che  Winckelmann celebra come eterna per la sua  “nobile semplicità e quieta grandezza” . 

Voluta dal viceré Pedro Álvarez de Toledo nel 1536 ed eseguita dagli architetti Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa e snodandosi per ben 1,2 km da Piazza Dante fino a  Piazza Trieste e Trento, via Toledo  ha una posizione strategica perché dà qui è possibile visitare tutta  Napoli.  Via Toledo è il motore pulsante di questa metropoli, centro dello shopping e del tran tran cittadino con i suoi bar e locali aperti fino a tarda notte, ed emblema della ricca enogastronomia regionale. Come resistere ai babbà , alle sfogliatelle calde calde o al profumo del  pane cafone appena sfornato e della rosticceria che fa leale concorrenza a quella siciliana! Via Toledo è l’essenza stessa di Napoli nel suo prepotente contrasto tra miseria e nobiltà. Via Toledo è la vitalità dei suoi vicoli poveri gremiti di  scugnizzi , che scorrazzano in motorino senza protezione e dei murales che colorano il grigiore dei bassi sgarrupati. Via Toledo è la nobiltà dei palazzi di  ‘Carafa di Maddaloni’ (N.46), ‘Berio’ (N. 256) e di ‘Doria d’Angri’ (piazza VII Settembre) e delle  chiese di ‘S. Nicola alla Carità’ e dello ‘Spirito Santo’, è la frivolezza della cattedrale in vetro e ferro della  ‘Galleria Umberto I’ , è  la fama  del ‘Teatro Augusteo’ e del ‘Teatro San Carlo’ , è la folla dei colletti bianchi , che si affrettano addentando un calzone al volo prima di cominciare a lavorare! Sono in mezzo a un melting plot , che solo un Caravaggio avrebbe saputo dipingere immortalandolo magari in una tela da porre nella ‘Galleria Zevallos’ , che a pochi passi dal mio ‘InCentroB&B’ , si erge imponente con la sua mostra dedicata alle delicate pennellate sulle  meraviglie di Napoli della ‘Scuola dei Pittori di Posillipo’ di  Anton Sminck van Pitloo’

Incenro B&B, via Toledo 156
‘Incentro B&B’, via Toledo 156, Napoli

Quando vuoi qualcosa desiderala ardentemente e diventerà realtà ed è successo proprio a me! Suono al civico 156 di via Toledo e comincia la mia avventura. Con un sorriso smagliante Roberta mi fa accomodare all’interno del suo ‘InCentroB&B’  e senza troppi convenevoli , come fossi una di famiglia, nella piccola hall mi presenta il suo socio l’architetto Salvatore di Vaia, suo caro amico d’infanzia e collega d’università. Insieme realizzano ‘InCentroB&B’  , una  struttura moderna e sobria, che più che un  business è la materializzazione del loro amore  per Napoli,  che trasmettono a tutti i loro ospiti  con impagabili consigli e  calorosa disponibilità. Non è un mestiere, è pura passione per la loro terra, di cui vi assicuro se ne afferra l’anima una volta affidati alle loro mani! Roberta mi indica come girare Napoli in sei giorni. Tra una chiacchiera e l’altra, viene fuori che da generazioni Roberta  insieme ai suoi cari si occupa di ‘ Umberto’ in via degli Alabardieri 30  , uno dei ristoranti più noti e antichi di Napoli , che da più di un secolo delizia i palati dei buongustai e dei Wine Lovers and Experts più esigenti, loro due compresi, che con mio grande stupore, mi palesano essere sommelier!  Sarà di nuovo lo zampino di Bacco,  è pura coincidenza o altro? Comunque, è evidente che qualcuno lassù muove le fila in modo tale da farti proseguire per una certa direzione e quale ne sia la ragione non potrò mai saperlo, la sola cosa di cui mi rendo conto è che debbo alzarmi dalla sedia e interrompere la piacevole conversazione. C’è sintonia tra tutti e tre e anche troppa, perché mi dimentico della mia prenotazione alla ‘Cappella di San Severo’ ! Non voglio mandare tutto a monte, e anche se si è fatto troppo tardi saluto Roberta , la ringrazio spiegandole che debbo fare una corsa per  provare ad accedere al mausoleo. Per fortuna  Salvatore da buon Napoletano, pur avendo mille impegni, mi scorta in scooter fino a laggiù, e per questo gliene sarò eternamente grata.

Il Cristo Velato e Posillipo, il riposo degli affanni

Allacciato il casco ci si muove in un traffico pauroso, che non mi scalfisce minimamente visto il mio trascorso palermitano! Salvatore mi lascia nei pressi di piazza San Domenico, e mi avverte di non versare troppe lacrime per il  ‘Cristo Velato’,  uno dei maggiori capolavori della scultura mondiale e meta di migliaia di visitatori ogni anno.

Nella prima metà del ’700 Raimondo di Sangro Principe di San Severo, noto scienziato e alchimista, è profondamente coinvolto nella ristrutturazione della ‘Cappella di San Severo’, che è  patrimonio dei suo avi . Raimondo ha un’idea ben precisa per il suo tempietto per cui ingaggia il meglio della maestria allora disponibile, e parimenti dà il suo contributo ingegnandosi a produrre le pitture per gli affreschi interni. Inizialmente il Principe di San Severo commissiona il Gesù morente al veneto Antonio Corradini, esperto della tecnica delle trasparenze. Questi però muore prima di terminarla e Giuseppe Sanmartino ,  costruttore di presepi e di pastori, è incaricato di continuare la sua opera.  Nel 1753 Giuseppe Sanmartino crea il  ‘Cristo Velato’ da unico blocco  di marmo di Carrara per  dare corpo  alla visione geniale del suo titolato e poliedrico committente. Sanmartino ignora la bozza in terracotta del  Corradini (oggi custodita al ‘Museo di San Martino’ di Napoli), ed impone il suo tocco personale dando alla luce un tesoro inestimabile ed una delle migliori rappresentazioni del Barocco Napoletano. Il  ‘Cristo Velato’ è una testimonianza di come l’arte possa avvicinare l’uomo a Dio, qualora concepisca una creatura marmorea così realistica da volerla toccare, perché si resta davvero increduli davanti a simile splendore. Non mi accorgo quasi che accanto a me ci sono altri spettatori, che in un silenzio quasi imbarazzante e mistico ammirano questo Cristo nei suoi attimi dopo la crocefissione. Il Cristo redentore è adagiato su di un letto funebre, ed è coperto solo da un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere il corpo, e dal quale si intravedono i segni del martirio e della sofferenza, divenendo simbolo del destino e del riscatto dell’intera umanità. La cura dei dettagli mi incanta: il capo chine con gli occhi socchiusi, quasi a serena accettazione di un momentaneo dolore prima della sua risurrezione, il costato lacerato dal supplizio, e gli strumenti della tortura giacenti accanto al sudario tra cui la corona di spine, la tenaglia ed alcuni chiodi. Il drappo impalpabile che avvolge la salma è talmente vero che una leggenda lo attribuisce ad un’invenzione chimica del Principe di San Severo piuttosto che all’abilità del  Sanmartino. Questo ancora è un mistero, che ha destato l’attenzione dei più grandi studiosi ed estimatori, tra cui lo stesso Antonio Canova, che si è dichiarato disposto a dare dieci anni della propria esistenza per acquistare questa incomparabile magnificenza e attribuirsene la paternità!. Non posso altro che augurarvi di avere la mia stessa buona sorte, cioè di commuovervi di fronte a un miracolo della mente umana qual è il  ‘Cristo Velato’.

'Macchine Anatomiche' di Giuseppe Salerno, Cappella San Severo
‘Macchine per Studi Anatomici’ alla  ‘Cappella di San Severo’, Napoli

I custodi ci buttano fuori perché devono chiudere. Mi soffermo nella cavea sottostante inquietata alla visione di due scheletri, che un cartellino esplicativo definisce delle “Macchine per Studi  Anatomici” attribuiti al medico siciliano Giuseppe Salerno , che vengono comprati dal Principe di San Severo  per analizzare la funzionalità dell’apparato circolatorio. Anche in questo caso la verosimiglianza estrema del sistema arterovenoso fin nei vasi sanguigni più sottili ripropone l’enigma ormai sfatato che quelle ossature fossero quelle di due servi fatti ammazzare apposta  dal  Principe di San Severo per fare da cavia. Dei ricercatori sostengono che non si ha a che fare con dei morti imbalsamati, ma che l’uso di materiali speciali come cera d’api ed alcuni coloranti hanno potuto consentire la perfetta riproduzione di viscere ed arterie umane!

Suite ‘Posillipo’ riposo degli affanni, Napoli

Qualche foto di rito prima di andare via e raggiungo il mio ‘InCentroB&B’ . Varcato il portone d’ingresso il mio istinto, che non si sbaglia mai (o quasi!), mi sussurra che la mia stanza sarebbe stata quella più particolare! In omaggio ad uno dei quartieri più suggestivi di Napoli infatti  le chiavi sono quelle della camera ‘Posilippo’, che mi “riposa dagli affanni” , come il significato del suo nome greco sottolinea  a fronte di tanto trotterellare! Il design è lineare ma ricercato come i controsoffitti a forma di vela che sovrastano un letto pieno di cuscini e coperte profumate, che ti invitano a sprofondarci solo a guardarlo! Per riprendermi dalla sonnolenza mi faccio una doccia fredda nell’ampio bagno dotato di tutti i comfort, saponi e teli di pregio inclusi. Mi servo una tazza di tè nero e mi siedo ad ammirare in tutta calma quell’ambiente così raccolto ed intimo. L’azzurro è la tonalità predominante di questo nido, ed il Vesuvio ed il mare sono i suoi temi inevitabili, i quali sono rievocati negli scatti particolari di Roberta appesi alle pareti, che arredano sapientemente questi spazi benedetti insieme ad alcuni oggetti minimali. Tra questi ultimi spicca una figuretta di altezza media, che rappresenta il classico corno napoletano di un rosso lacca sgargiante. Con la sua maschera di Pulcinella forse è posto appositamente in una teca di fronte l’uscio per togliere il malocchio ai girovaghi, che come me lì sono di passaggio! Speriamo funzioni! Intanto cala la sera ed i rumori delle movida napoletana penetrano dalla finestra a vetrate insonorizzate, che spalanco per fare ricambiare l’aria. Esco per incontrarmi con Marco Baldassarre la  guida locale, che scelgo sulla rete per  via delle ottime recensioni fatte ai suoi tour per Napoli.

Spaccanapoli

 21:30. Incontro Marco  in via Toledo e mi dà il benvenuto nella sua Napoli. Marco  ha un viso simpatico e velocemente rompe il ghiaccio offrendosi subito di farmi provare la vera pizza napoletana.  Durante il tragitto mi racconta un po’ di Napoli e di sé.

Nato e cresciuto nella capitale,  da principio Marco interrompe la facoltà di Lingue per dedicarsi a capofitto alla scrittura e alla gestione di appartamenti e B&B nel 2005 , quando , come lui precisa, a Napoli ce ne sono ancora davvero pochi e di classe e  con il comune può  organizzare eventi che  attirano solo  turisti di un certo livello. Successivamente la globalizzazione scatena un proliferare di strutture, che continuano a moltiplicarsi come i pani perdendo in qualità, e avendo come unico obiettivo una concorrenza spietata tra loro. Tutto ciò causa una mercificazione dell’offerta turistica, che ha poi il suo tracollo nei mesi del recente lockdown , durante i quali Marco  completa i suoi libri a sfondo biografico e riflette, vista la crisi economica generale,  su cosa fare da grande! Una domanda per la quale , come molti del resto , non ha ancora  una risposta! Chissà forse in fondo non la cerca neppure, o non l’avrà mai, o forse verrà fuori inaspettatamente in uno dei suoi giri in bici oltre confine, fatti sì per piacere ma soprattutto necessari per  placare  la sua irrequietezza che non gli dà pace. Marco  ha l’indole del vagabondo un po’ aristocratico nei modi e un po’ di sinistra nella sua ideologia, che lo spinge in terre lontane ed esotiche che a parer mio gli hanno tolto di dosso non solo l’inconfondibile cadenza dei Napoletani ma anche quella divertente irruenza e gestualità che è loro per natura! 

Spaccanapoli
‘Spaccanapoli’

Marco mi conduce in centro e mi fa accomodare fuori all’aperto da ‘Lombardi’  , una locanda  che dal 1922 è un’istituzione a Napoli. Non c’è un alito di vento per cui ordiniamo due birre ghiacciate, che compensano un’arsura infuocata quasi insopportabile! Mi delizio della mia prima margherita napoletana rigorosamente basica con ciliegino, basilico e fior di latte, che il proprietario mi consiglia al posto della bufala per evitare di annacquare quell’ impasto morbido , che addento con voracità per la sua croccantezza e la leggera affumicatura data dalla lenta cottura a forno legna. Ma questo è l’unico segreto che sono in grado di strappare al cuoco in merito alla proverbiale bontà di quel composto tricolore napoletano! Marco ha una notizia buona e una cattiva. La prima è che finalmente la sua agenda è piena di altri clienti, la seconda che può  garantirmi la sua presenza solo a cena per parlarmi di Napoli e rivelarmela in  tutta la sua pompa e varietà , dandomene un assaggio  perlustrando la famosa ‘Spaccanapoli’! ‘Spaccanapoli’  è il decumano inferiore dell’antico impianto urbanistico greco romano, ed è il nome fittizio di un rettilineo che appunto spacca Napoli in due attraversando il centro storico da est verso ovest. Un chilometro affollatissimo e stretto di ciottoli e mattoni ,che ufficialmente si sviluppa dal rione di ‘Pignasecca’ fino al quartiere di ‘Forcella’  , inglobando,  oltre che le  emblematiche ‘ via Toledo’  ‘via Benedetto Croce’   e ‘via San Biagio dei Librai’,  anche botteghe artigianali, vecchie librerie, e altre eccellenze dell’arte partenopea, che Marco  mi annovera e illustra in breve.  

'Piazza del Gesù Nuovo', Napoli

‘Piazza del Gesù Nuovo’: è un eccentrico punto di aggregazione di studenti, musicisti e viandanti. Uno slargo raffinato e irregolare di Napoli su cui si possono contemplare con devozione due prodotti del grande Barocco Napoletano. Il primo è  la ‘Guglia dell’Immacolata’  , voluta dai Gesuiti in sostituzione di una precedente scultura equestre dedicata a Filippo V di Borbone , distrutta nel 1707 quando le truppe austriache occupano Napoli decretando di fatto la fine del governo spagnolo . Il secondo è l’omonima chiesa del ‘Gesù Nuovo’ eretta nel 1584 e caratterizzata da una mirabile facciata in bugnato di piperno a punta di piramide appartenente alla preesistente  residenza nobiliare di Sanseverino , vecchia proprietà dei principi di Salerno poi passata ai Gesuiti , che insistevano in questa area.

‘Basilica di Santa Chiara’: distrutta in parte da un violento bombardamento del 1943, la si è potuta restaurare e preservare con molta pazienza . Costruita nel 1328 da Gagliardo Primario in solenne stile gotico,  essa nasce come cappella di corte, fulcro dei cortei religiosi e civili del periodo angioino a Napoli assolvendo anche  alla funzione di  convento per i frati  Francescani e a quella di monastero per l’ordine di clausura delle Clarisse . Nel suo grembo  ci sono le tombe di insigni regnanti  tra cui re Roberto, il cui maestoso sepolcro è frutto dei fiorentini Giovanni e Pacio Bertini, responsabili anche dell’altare maggiore e del pulpito. 

'Basilica San Domenico Maggiore', Napoli

‘Chiesa e Convento di piazza di San Domenico Maggiore’:  gli edifici religiosi tra il 1283 e il 1324 sono il quartier generale dei Domenicani , che qui declamano l’attività di  Tommaso d’Aquino e che fanno innalzare l’odierno obelisco centrale della piazza, come segno di riconoscenza per la conclusione della terribile pestilenza del 1656, durante la quale scompare ben due terzi di Napoli . Attorno all’ ‘Obelisco di San Domenico’ si stagliano nella loro sontuosità delle mirabili dimore storiche quali ‘Casacalenda’ ( dove vi è la sede della famosa pasticceria ‘Scaturchio’), ‘Petrucci’‘Corigliano’, solo per citarne alcune. Anche se un po’ rovinata da bancarelle e insegne pubblicitarie,  questa spettacolare agorà , da quando pedonalizzata, è il salotto di Napoli, come all’epoca di quegli illustri potenti che ci fanno tutti i tipi di  manifestazioni  da quelle più gioiose a quelle più tristi. Decisamente stanchi il nostro circuito si conclude con due ‘Becks’ al ‘Cafè Arabo’ di  ‘piazza Bellini’.  Marco mi accompagna all’  ‘InCentroB&B’ in via Toledo 156′  , dove Morfeo non esita ad avvolgermi tra le sue braccia smorzando l’attesa impaziente dell’indomani!

I Quartieri Spagnoli 

Lunedì mattina. I raggi del primo sole penetrano nella mia suite. Mi sembra di essere quasi in un film, tutto un po’ surreale, forse perché non credo neppure io al privilegio di essere a Napoli. Mi do una rinfrescata, indosso un vestito leggero e scarpe comode. Faccio tutto con tranquillità, perché correre a Napoli non serve! Scendo giù in ascensore, c’è da  fare carburante e per fare colazione e bere il caffè più buono di Napoli, mi consigliano il bistrò ‘Augustus’ in via Toledo, e credo possa fidarmi dato che questo esercizio  serve tazzulella e cafè dal 1927!

Ordino il mio oro nero,  un croissant al burro di cui sono golosissima, una spremuta di arancia,  e comoda nella mia poltroncina osservo Napoli che si sta svegliando. Le boutique delle grandi firme alzano le saracinesche accanto ai negozietti di cianfrusaglie, la gente finemente vestita, che è in movimento e mordicchia un panzerotto al volo, si alterna  ai venditori ambulanti di calzini, che stanno lì pronti a mietere la loro prossima vittima; gli universitari ed i pendolari  si incamminano verso la vicina metro, nel cui sottopassaggio dormono clochard di tutte le razze, e le banche fasciste e rigorose nei decori sfornano dipendenti e clienti che vanno e vengono. Non c’è un ordine, ma quel caos ha un suo equilibrio, e Napoli è unica proprio per questo, è un mix di ricchezza e degrado spalmati per quasi un milione di abitanti, tra cui un terzo sono quelli della sua stessa provincia e metà quelli dell’intera Campania! Senza contare poi gli immigrati , che secondo gli ultimi dati statistici si sono abbastanza integrati, costituendo nel contempo una forza non indifferente per un’economia che, basata prevalentemente sul traffico crocieristico, sull’ agricoltura, sulla moda e sul tessile ed alimentare (sia su scala industriale che artigianale), fa fatica a soddisfare i bisogni di tutti. I motivi sono gli stessi che affliggono tutto il nostro pianeta ma in percentuale maggiore, e risiedono in una cattiva amministrazione politica della Res Pubblica (insita nel DNA di noi Italiani!) tanto capace quanto avida di interessi personali, nella scarsezza di risorse, nella inefficienza delle istituzioni in generale, nella palude della burocrazia che blocca ogni tentativo di iniziativa privata che si batte per mandare avanti la baracca. Non c’è da meravigliarsi se il lavoro nero impera sovrano e se il Napoletano è un mago nell’arte dell’arrangiarsi! Ciò mi è chiaro appena dalla superba  via Toledo mi sposto nel labirinto quadrato dei ‘Quartieri Spagnoli’, che al presente non è più l’area più malfamata di Napoli, ma un esempio  di uno sforzo di riqualificazione finanziaria, sociale, ed urbanistica perché pullula di attrattive per i forestieri , impieghi inventanti e graffiti di valore. Girovagando nel dedalo dei  ‘Quartieri Spagnoli’ si ha come l’impressione di essere dentro un calderone che ribolle di tutti i tipi della specie umana nelle  loro abitudini quotidiane e nel loro  magistrale affaccendarsi per fare un po’ di soldi e sbarcare il lunario. I mercanti di frutta e verdura che gridano a voce alta i prezzi della loro merce fresca sono sparpagliati dappertutto, così come ogni sorta di ristorantini il cui menù è proposto dai camerieri che, con la camicia bianca sudata ed un sorriso quasi finto strizzando l’occhio e con il loro fare scanzonato, si avvicinano ai passanti nella speranza di fargli consumare un pasto! Ovunque si alza lo sguardo è uno spettacolo ed un tripudio di colori, volti ed odori. Il rosso dei gerani che adornano i balconi si mescola al bianco dei panni stesi, che sventolano all’aperto ad asciugarsi e sanno di pulito. Gli striscioni inneggianti all’amore, a San Gennaro il patrono, e a Maradona l’idolo, riempiono a festa ogni angolo dei ‘Quartieri Spagnoli’ . Le edicole votive di Gesù e Madonne ghirlandate e di foto di defunti in bianco e nero, che con le loro candele fanno luce sui cortili, sono parte integrante di cappelle e parrocchie austere. Questi altarini, alcuni di cattivo gusto altri invece di valore, sono piene di fiori freschi e curati assiduamente con la pulizia dei vetri e  con il ricambio costante  degli stoppini a ogni loro spegnersi. Questo tipo di idolatria non documenta solo la religiosità napoletana, che ha bisogno di umanizzare il ‘divino’ ed avere accanto una entità tangibile che lo protegga, ma salva Napoli dal buio nel 1700 grazie ad una furbata del padre domenicano Rocco . Conosciuto per il suo carisma  e per avere fatto costruire sotto Carlo III di Borbone il  Real Albergo dei Poveri (17511829) per dare ricovero ai diseredati, Padre Rocco si industria a soccorrere la Municipalità, che fallisce quando sperimenta di illuminare Napoli con dei lampioni costantemente distrutti da malintenzionati.  Facendo leva sulla devozione cristiana dei Napoletani, Padre Rocco esorta al proliferare di queste teche votive che con le loro fiaccole  irraggiano Napoli , scongiurando così in parte  il pericolo di vandalismi e atti impropri!

'Bassi' dei 'Quartieri Spagnoli', Napoli
‘Bassi’ dei ‘Quartieri Spagnoli’, Napoli

Una signora diffidente e curiosa si affaccia dai vasci e mi scruta come fossi un nemico. Richiude la tendina di pizzo bucherellata attraverso cui la si scorge mentre gira la passata di pummarola, che con quel soffritto di aglio  mi fa brontolare lo stomaco! Napoli è la sintesi degli opposti, ogni arteria principale nasconde un tessuto popolare, ed è la gloria della musica, del cinema, del teatro, della letteratura d’autore, che ti rammentano i dipinti  sui muri di  Pino Daniele, Totò, Sofia Loren , Edoardo de Filippo e  Giovanni de Crescenzo . Queste comete fanno brillare la stessa Napoli tutte le volte che si ascolta una loro canzone, o con nostalgia si apprezza una vecchia pellicola, o ci si intrattiene ad una prima teatrale, o si legge un libro. La loro aura e bravura eterna contribuisce anche a tutelare e rafforzare l’immagine di   Napoli spesso mortificata da quegli stereotipi pilotati dai media e da una ignoranza di fondo che si può placare solo vivendoci! Napoli è vita, è paradiso ma è anche inferno, perché i problemi ci sono: la criminalità organizzata, il clientelismo, l’emergenza rifiuti e lassismo. Non merita però di essere ridotta ad una semplice lista di  opinioni rigidamente precostituite, perché tutto ciò c’è in qualsiasi altra metropoli, e chissà se poi in misura maggiore o minore! Napoli è insolente e bizzosa come una dea, è soave come il suo clima, non ha fretta, ed è fatta di cose che sono sempre uguali ma anche contrarie!  Che cosa è allora ars creandi o artificio del ripiego, ozio o negozio? Tutto un po’ di tutto! I Napoletani sono stati sempre dominati nel corpo e nello spirito ed hanno mantenuto integra la loro capacità di fare miracoli dal nulla. I Napoletani hanno sempre assorbito dalle dominazioni straniere tratti differenti che hanno formato il loro complesso carattere. Tuttavia, più di tutti predomina il sangue degli spagnoli per le cui truppe regie si concepirono questi ‘Quartieri Spagnoli’ per acquartierarli. Con la loro posizione strategica di fronte al ‘Palazzo del Vicerè’ e del porto , il loro schema urbanistico a scacchiera infatti giustifica la loro genesi di accampamento temporaneo, un ammasso di  stradine strette in cui si elevano caseggiati a più piani di quei dormitori militari angusti che attualmente sono adibiti ad abitazioni di famiglie spesso numerose! Non stupisce se si pensa che questo tipo di habitat particolarmente chiuso è stato un giusto terreno per la nascita della  camorra  . In principio i camorristi sono probabilmente dei loschi individui che con forza e violenza esercitano un controllo su quel territorio quando il governo di allora non basta, una sorta di rimedio poco legale ma efficace per quel tipo di malavita che si insinua nei ‘Quartieri Spagnoli’ quando i soldati smettono di esserlo e si danno ai piaceri estremi della vita quali prostitute, azzardo e soprusi gratuiti ai cittadini. La parola  camorra deriverebbe dallo spagnolo “rissa” o starebbe a indicare una stoffa o un giubbotto che questi ‘poliziotti fai date’ indossano durante le loro ispezioni illegali! Non è cambiato molto rispetto alla situazione odierna di  Napoli , che in scala più ingrandita rispecchia, con particolarità proprie e con le dovute eccezione dei casi, le dinamiche politiche del nostro stivale che cammina spesso grazie allo sperone della corruzione che, chiamata in diversi modi, è indispensabile per sanare i grossi buchi dei governi precedenti.

Murales dei 'Quartieri Spagnoli', Napoli

Tuttavia  al presente i  ‘Quartieri Spagnoli’ (che si estendono a loro volta nelle tre  zone di  ‘San Ferdinando’‘Avvocata’ ‘Montecalvario’) stanno appunto vivendo un periodo di rinascita non solo per effetto della omogeneizzazione globale (che se da un lato la snatura, dall’altro la risana),  ma soprattutto per l’ingegnosità di locali che di necessità fanno virtù guadagnandosi la notorietà di grandi imprenditori come  ‘Angelo & Tina’ in vico Lungo Gelso.  Angelo e  Tina Scogliamiglio sono stati geniali nell’avere fatto della loro bottega di primizie una sorta di proloco per promuovere Napoli , perché oltre a riempire le tavole di ortaggi di prima scelta, ogni martedì gratuitamente fanno lezioni di cucina partenopea a chiunque. Sono un modello educativo da seguire perché innescano scambi culturali e guidano bambini e ragazzini sbandati. Marito e moglie sono disarmanti per la loro genuinità e intraprendenza e richiamano sempre più l’attenzione mediatica che riconosce in loro il merito di avere impiantato nel loro alimentari un workshop di tradizione culinaria, tolleranza e integrazione che ha ed avrà sempre più un grosso impatto nella valorizzazione dei ‘Quartieri Spagnoli’, dove capite bene la raccomandazione di stare attenti agli scippi ed ai ‘malacarne’ è da prendere con le pinze! Non che non possa succedere qualcosa di spiacevole,  ma con un po’ di più accortezza , non so del tipo fare a meno di sfoggiare un rolex nelle ore meno centrali della giornata e meno pregiudizi, vi assicuro che i  ‘Quartieri Spagnoli’ sono una tappa fondamentale per comprendere Napoli! I ‘Quartieri Spagnoli’ non finiscono mai di stupirti, e per gli appassionati di street art , c’è un incredibile percorso intitolato ‘Quore Spinato’ di almeno 223 opere dei Napoletani ‘Cyope & Kaf’ , che rallegra il grigiore di saracinesche o panche sgarrupate, denunciando al contempo tutte le ingiustizie sociali , il capitalismo o semplicemente lasciando sfogo alla loro fantasia attraverso personaggi surreali, onirici, a volte inquietanti. Piazza dei Gerolomini è assaltata dai curiosi per conservare nella memoria del loro smart phone la  “Madonna con la Pistola”  unico quadro urbano di sicura appartenenza al super quotato inglese  Bansky , che sostituisce l’aureola della Vergine con un revolver come segno del legame profondo tra la criminalità e la fede a  Napoli. La “Madonna con la Pistola” suscita anche  un enorme impatto perché è  accostata accanto ad un’altra Maria disegnata con un’espressione rassegnata forse perché ha  accanto una simile vicina! Solamente alcuni privanti hanno fiutato il potenziale da galleria della  “Madonna con la Pistola” e l’ hanno rivestita con del plexiglass dato che il resto dei politici è assente ! In  Via Emanuele de Deo spuntano altre due gigantesche tele urbane: il “Maradona” di Mario Filardi  (restaurato poi da Salvatore Iodice nel 2016)  del 1990 quando il ‘Pibe d’Oro’ vince il suo secondo scudetto, e la  “Pudicizia” dell’argentino  Francisco Bossoletti , che  riprende invece  la più sensuale delle sagome femminili del santuario barocco di via Francesco de Sanctis! Mi addentro alla fine dei  ‘Quartieri Spagnoli’ a  ‘Forcella’ e non si può non notare la  colossale gigantografia policromata di 15 metri di “San Gennarro”  di  Jorit Agoch , che è  spesso protagonista nelle scene della serie “Gomorra”. Forse la faccia del santo è quella di un amico operaio di Jorit  a conferma di come esso si ispiri a ciò che lo circonda per dare un tocco di maggior umanità ai suoi imponenti  disegni, che come tutti quelli sparsi per Napoli non hanno la presunzione di risolvere  tragedie ma di potere essere una base per trasformare luoghi tristemente rinomati per la delinquenza in percorsi turistici alternativi .

Dopo la lunga camminata per i ‘Quartieri Spagnoli’  rientro nel centro storico ed un po’ di frescura mi invoglia ad assaggiare qualcosa di stuzzicante perché svengo dalla fame  e mi fiondo sul ‘cuoppo di pesce fritto’, un cono di delizie di mare che a soli sei euro tacerà chiunque abbia qualcosa contro il take away! Faccio di uno sgabello il mio divano e ne approfitto per distendere le gambe, e bevuta una cola ghiacciata mi rialzo per fare una passeggiata a ‘Piazza del Plebiscito’.  Patrimonio dell’UNESCO dal 1995,   ‘Piazza del Plebiscito’ è il ventre ellissoidale di Napoli ed è immensa e terribilmente suggestiva se si considera che è epicentro di avvenimenti clamorosi e considerevoli come appunto  il plebiscito che la etichetta quello del 21 Ottobre 1960 per l’annessione del regno delle Due Sicilie all’Italia. Per secoli la piazza è usata per cerimonie e non ha smesso di essere palcoscenico di manifestazioni, installazioni d’arte e concerti. Due statue equestri del Canova e del suo allievo Antonio Calì precisamente quella di Carlo III di Borbone e di Ferdinando I sorvegliano ‘Piazza del Plebiscito’ . I suoi lati sono delimitati da  quattro stabili: ‘Palazzo Salerno’‘Palazzo della Prefettura’, ‘Chiesa di San Francesco di Paola’ ed il più importante che è il  ‘Palazzo Reale’. ‘Palazzo Reale’ è uno sfizio del vicerè  Fernando Ruiz de Castro conte di Lemos per dare ospitalità  Filippo III nel 1600, cosa  che secondo le fonti non va a buon fine! Il ‘Palazzo Reale’ è rimaneggiato più volte con l’aggiunta di particolari nuovi come quello di diciannove arcate, che prima l’ingegnere napoletano Luigi Vanvitelli decide di ‘tappare’ perché causano instabilità , e che poi invece Umberto I nel 1880 fa riempire  con i busti dei capostipiti fondatori delle dinastie ascese al trono di Napoli: Ruggiero II, Federico II di Svevia, Carlo I D’angio, Alfonso V D’Aragona, Carlo V D’Asburgo  Carlo III, Gioacchino Murat, e Vittorio Emanuele II.

'Santa Chiara Cafè', Napoli
‘Santa Chiara Cafè’, Napoli

Le stelle luccicano sopra Napoli e mi concedo una bevuta con degli amici di Marco  che mi fanno festa al ‘Santa Chiara Cafè’ a Largo Banchi Nuovi 2. Alcuni di loro mi confessano il loro legame con la Sicilia che quasi tutti scandagliano sin da piccoli in villeggiatura. Tutto intorno ha un qualcosa di familiare. Sorseggiando una Falanghina gelata ci trastulliamo in una Napoli gaudente, che nera nella pietra delle case che la circondano, ad un tratto mi ricorda Catania. E come a Catania nei pressi dei suoi scorci più trafficati tutto scorre lentamente. Gli anelli di fumo delle sigarette si deformano insinuandosi tra i tavoli presi d’assalto dai nottambuli i cui bicchieri tra le dita riflettono i contorni dei ficus leggiadri di questa oasi esotica. La discussione al tavolo verte da pasta e patate e pastiere alla differenza tra Nord e Sud e ne conveniamo unanimemente che la diversità è virtù! Luca Bianco , il Napoletano più esuberante della brigata, insiste nel montare tutti in macchina su verso la ‘Chiesa di Sant’Antonio’ dove ci fermiamo per rimanere a bocca aperta davanti lo scenario di ‘Posillipo’ accarezzata da un vento dolce e scaldata dalle lanterne delle barche della marina. Il tempo vola a Napoli perché è un oceano traboccante di sorprese e per navigarlo devi solo veleggiare oltre la riva!

Il Vesuvio e il mare creano dipendenza. Dal Maschio Angioino al  lungomare Caracciolo.  

Martedì di buon’ ora mi spingo fino alla parte più verace di Napoli il rione di Pignasecca. Non mi ci raccapezzo su google map e domando ad un pedone, che intuendo il mio disorientamento e che sono in vacanza a Napoli, mi ci porta direttamente ed esordisce con : “Giancarlo Granata piacere!” ! Come non cedere alla cortesia dei Napoletani! A pelle questo svevo dagli occhi azzurri e puliti mi ispira fiducia, e accetto volentieri la sua proposta di farmi da cicerone per Napoli, visto che ha da bighellonare fino a quando non gli aggiustano il suo veicolo consegnato ad una carrozzeria limitrofa.

Giancarlo  è di Napoli ma da piccolo si trasferisce con i suoi genitori ad Acerra . Giancarlo  non ha un legame forte con Napoli, che critica da ogni punto di vista salvandone il solo aspetto positivo degli introvabili paesaggi e della natura rigogliosa.  Nonostante i continui sacrifici e sforzi personali, il sistema non gli ha permesso di avere un’occupazione, e quindi Giancarlo come molti altri è  spesso emigrato per farsi un futuro. Il tono dei suoi discorsi su Napoli è serio , ed al riguardo Giancarlo rispetta l’opinione altrui ma ha ben chiara la sua , cioè di passare alla Polonia! Dalle nostre dissertazioni filosofiche ci distrae l’allegria dei pescivendoli del mercato di Pignasecca, che fieri nel loro dialetto urlano la freschezza dei loro gamberoni, dei loro tonni e delle loro cozze. Il mercato di Pignasecca è ubicato da largo Carità a Ventaglieri ed i marciapiedi sono scomparsi per dare largo ai banconi in cui oltre ai prodotti ittici di risaputa qualità ci si rifornisce di tutto: latte, formaggi, salumi, spezie , scarpe, cravatte, vestiti, stufe, condizionatori, trucchi, penne,  bevande assortite! Una leggenda narra che agli albori questo souk napoletano è situato fuori le mura di Napoli . Sarebbe un pezzo della tenuta della famiglia Pignatelli di Monteleone coperto da boschi che è documentato prima con l’appellativo di ‘Biancomangiare’ (per via di un dolce tipico  di questi parti)  e dopo di ‘pignasecca’ , cioè ‘pino secco’  , che è quell’ultimo albero rimasto quando si cementa tutto per fare  via Toledo nel 1536! Anche l’arbusto rinsecchito sarebbe stato raso al suolo dai residenti perché focolare di alcune gazze ladre che li derubano di tutto e che vengono pure scomunicate da dei vescovi perché rinvengono nella refurtiva nascosta indizi di atti illeciti con le loro perpetue! Dopo una pausa con Giancarlo  in un muretto ardente di un panificio dove compriamo una frittatina  con dentro l’impossibile,  ci dirigiamo verso il lungomare di Napoli lungo 3 km  che costeggia il mare estendendosi da ‘Santa Lucia’‘via Nazario Sauro’  fino a ‘Mergellina’‘via Caracciolo’. Questo è il mio luogo prediletto perché ha un  panorama strappalacrime sul Vesuvio , Capri ed il promontorio di Posilippo.  Questa è un’ incantevole  promenade che sta accesa dall’alba al tramonto ed è sempre sovraffollata per i suoi campionati di vela, i suoi Capodanni, le sue trattorie e pizzerie stellate ( ‘La Bersagliera’ , ‘Zi Teresa’,  ‘Sorbillo lievito Madre al Mare’ ‘Vesi Pizzagourmet’), i suoi alberghi lussuosi (‘Grand Hotel Santa Lucia’, ‘Hotel Miramare’, ‘Royal Continental Hotel’ e il ‘Grand Hotel Vesuvio’) ed i resti di un passato glorioso che ne fanno un must irrinunciabile, come il ‘Castel dell’Ovo’. Giancarlo  mi incita a prendere fiato ed avanzare verso degli scaloni per arrampicarci in cima al   ‘Castel dell’Ovo’ i cui interni sono piuttosto scarni a parte un gallo in bronzo (dell’avellinese Antonello Leone) che è collocato in una fenditura con una visuale mozzafiato sul ‘Golfo di Napoli’ ad auspicio per lo sviluppo del Mezzogiorno. Ci fiondiamo sulla terrazza in cerca vanamente di un po’ d’ombra e invidio un gabbiano appollaiato sui merli delle torrette perché è in prima classe davanti un orizzonte in cui cielo e mare si fondono in un blu devastante per la sua la sua brillantezza. Quel pennuto sfacciato è cosciente della mia gelosia e a dispetto mi snobba girandosi sulle sue alette! Il  ‘Castel dell’Ovo è  una costruzione prestigiosa e secondo il mito è così soprannominato perché Virgilio cela nelle sue segrete  un uovo per mantenere in piedi l’intera fortezza. La sua rottura avrebbe provocato non solo il crollo del castello, ma anche una serie di rovinose catastrofi a Napoli. Gli studiosi invece attestano che qui ( in corrispondenza di ‘Borgo Marinari’‘Santa Lucia’ e di un tratto di ‘Via Chiatamone’ e ‘Via Partenope’ ) sarebbe da individuare l’isolotto di Megaride, che sarebbe l’embrione dell’urbe. Qui i greci delle colonie di  Ischia e Cuma del IX secolo ci fanno un emporio commerciale che viene dapprima battezzato ‘Partenope,’ in reverenza all’anfibo divino , e poi Napoli ovvero ‘Neapolis’ , cioè ‘città Nuova’ quando la si vuole distinguere dalla ‘Paleoplis’ , ovvero ‘città vecchia’ , quando essa si espande verso Monte Echia (Pizzofalcone).  C’è una lista di episodi eclatanti che riguardano il ‘Castel dell’Ovo’, per esempio sarebbe stata la sede  della ‘Oppidum Lucullianum’ , che è la strabiliante villa del patrizio romano Lucio Licinio Lucullo , e ci sarebbe morto l’ultimo imperatore romano Romolo Augusto. Nel corso del Medioevo la decadenza regna sovrana fino alla riqualifica dei Borbone;  le colmate al mare della prima metà dell’800 successivamente ampliano la superficie abitabile, che si riempie di fastose residenze di personaggi illustri. Giancarlo riceve una telefonata per ritirare la vettura in officina e deve sbrigarsi per cui si instrada e mi sollecita a rincasare per non incappare in brutti incontri che sono soliti nelle aree portuali. La compagnia di Giancarlo è  piacevole  e le sue dritte su Napoli  eccellenti!

da 'Nennella', Napoli
da ‘Nennella’, Napoli

Il mio itinerario prevede all’imbrunire Marco che vuole farmi sperimentare la cuisine rustica di Napoli e mi trascina ai  ‘Quartieri Spagnoli’ in Lungo Teatro Nuovo . La trattoria in questione è ‘Nennella’, vezzeggiativo volgare per ‘piccola’,  come riporta la scritta di una targhetta in argento di una vespa rossa che le fa da insegna, accanto la quale ci sono dei seggiolini sui quali ci adagiamo perché c’è una fila tremenda! Marco  ha quasi finito il suo solito pacchetto  di Marlboro light e lamenta che la prenotazione da ‘Nennella’  non è sintomo di  puntualità, però mi assicura che tanta affluenza garantisce soddisfazione alle  papille gustative e anche un  live show del meglio e del peggio dell’esuberanza napoletana! Il nostro turno è arrivato e ci sistemano proprio nella sala esterna vicino la cassa. L’arredamento è molto spartano e con l’usuale tovagliato di carta a scacchi bianco e rosso, ma si va per la sostanza e quanta ce n’è nell’elenco delle infinite squisitezze casalinghe proposte nelle tovagliette di carta sotto le nostre posate! Con una spesa minima di quindici euro si può  davvero godere di una pietanza spaziale e tra le mille varianti optiamo di smezzare delle melanzane a funghetto, una parmigiana con bufala ed una cesta di crostoni tostati che inzuppiamo perennemente nell’olio piccante per tutta la durata del nostro convivio. Tuttavia, e quasi con dispiacere a metà banchetto non c’è nulla che lasci presagire a tarantelle o a folklore ruspante! Marco intuisce il mio rammarico e mi fa cenno di voltarmi le spalle: una torta con delle candeline e si scatena il finimondo! Musica anni 80 a tutto volume, commensali che ballano sui tavoli, mamme, nonne, zie e cugini dei festeggiati che si aggregano al mucchio e palpeggiano gli avvenenti garçon che non si tirano certo indietro, arricchendo le danze con un linguaggio molto colorito e barzellette ardite. Un cabaret da non farsi scappare! Il troppo però è troppo, non si può davvero conversare. Saldiamo il conto e ci avviamo alla ricerca di un po’ di tranquillità. Ci  accovacciamo sui gradini di una fontana. Mi occorrono i suggerimenti di Marco  perché  è la volta di Capri e di Sorrento e non ci sto nella pelle!

La magia di Capri  ,  dei vini Sorrentino e del  Vomero.

Mercoledi si salpa dal ‘Molo Beverello’ di Napoli e in circa cinquanta minuti   l’aliscafo approda a ‘Marina Grande’, il porticciolo turistico di  Capri.  Capri è l’isola di  Giulio Cesare e di  Tiberio , è il rifugio delle menti più eccelse di ogni era, è dove Brigitte Bardot dà scandalo gironzolando scalza in via Camerelle, è l’atelier dei sandali gioiello di ‘Canfora’ che fa impazzire Jackie Kennedy , è Gabriele Massa ! Gabriele  è un sommelier giramondo, il mio baedaker personale per sfogliare Capri accuratamente. Gabriele  mi vizia per mezza giornata: dalla veduta indimenticabile dei ‘Faraglioni’ del ‘belvedere della Migliera’ al pranzo luculliano presso ‘Le Palette’ di Alfredo Celio, dalla degustazione  dell’ ‘Irpinia Coda di Volpe’ dell’azienda vinicola ‘Gerardo Perillo’  al come fare rientro a Napoli una volta scordato il biglietto chissà dove! Interrogarsi sul perché ciò mi sia capitato è vano! Quando un ciclone vi sorprende in maniera inaspettata ciò che si può fare è solo farsi trascinare!

In che senso? Cliccate sui miei post su Capri , e sul giovedì dedicato alla ‘Cantina Sorrentino’ a Boscotrecase nel Parco del Vesuvio e le loro etichette del migliore ‘DOC Lacryma Christi’ . Non aggiungo altro tranne che poi ce l’ho fatta a rientrare a Napoli!

Roberta di Porzio & Salvatore di Vaia. Grazie per questo sogno diventato realtà

Venerdi. Il rintocco di una campana mi fa alzare e malvolentieri perché devo dire addio a Napoli ma me ne sono innamorata per cui non può che essere un arrivederci. Come faccio a distaccarmi dal mio ‘InCentro B&B’? Intanto do il buongiorno al portiere a cui mi sono pure affezionata e desidero unicamente assecondare i miei umori e farmi coinvolgere nuovamente dall’atmosfera gioiosa di ‘Spaccanapoli’ ! Ci  ricapito volontariamente per respirare la Napoli più autentica, che è concentrata nell’odorino che emana il mio succulento panino alla genovese divorato in un batter da ‘Decumano 31’ , stupendomi della mia voracità vista la calura ! Gli chef di questa graziosa ed essenziale tavola calda preparano questo  panino alla genovese con molta parsimonia e la ricompensa è uno degli street food più strepitosi di Napoli: una pagnotta ripiena di ragù bianco di manzo stufato con cipolle rosse di tropea e carote, che ricalca una ricetta di quei Genovesi che marinai o osti nel 1600 improvvisano il loro rancio riciclato con ciò che hanno di disponibile,  cioè carne e verdure stufate . Una goduria estrema! Intanto non voglio essere in ritardo e mi affretto verso la funivia a ‘Pignasecca’ per il mio appuntamento con Roberta . Saliamo su al ‘Vomero’ , il versante collinare di Napoli , che è una sorta di villaggetto mondano che dalle sue radici agricole è finito per essere un eden per cittadini benestanti pieno di palazzine in stile liberty e parchi (anche se qui la speculazione edilizia degli anni cinquanta non ha risparmiato niente e nessuno!). Il ‘Vomero’ è la sosta obbligatoria per chi vuole contemplare altre superbe vestigia di Napoli quali la ‘Certosa di San Martino’ e il ‘Castel Sant’Elmo’ la cui perlustrazione rimando al prossimo mio ritorno ! La mondanità estrema del  ‘Vomero’ si articola su ‘via Scarlatti’, ‘via Luca Giordano’,  e ‘piazza Vanvitelli’ dove Salvatore  onora me e Roberta  della sua presenza presso il suo elegante studio di Architettura, ultimo nostro ritrovo a cui si brinda con rum e sigari con la promessa di rivederci prima possibile perché niente è per caso!

Enjoy it! 

Stefania

 
 
Vini Sorrentino del Vesuvio

Vini Sorrentino del Vesuvio

“Io amo la luna, assai più del sole. Amo la notte, le strade vuote, morte, la campagna buia, con le ombre, i fruscii, le rane che fanno cra cra, l’eleganza tetra della notte. È bella la notte: bella quanto il giorno è volgare. Io amo tutto ciò che è scuro, tranquillo, senza rumore. La risata fa rumore. Come il giorno.”
Totò

codice sconto 10% acquisto prodotti Sorrentino on line

Via Toledo 156, la porta per Napoli

Un racconto ha un inizio, una continuazione ed una fine, ma non quello del mio viaggio a Napoli, perché, come in uno breve di Čechov, non puoi scrivere in maniera regolare in quanto di regolare non ti capita nulla in questa città, che ti incanta e ammalia proprio come il canto della sirena Partenope , che la partorisce trasformandosi in scoglio per il dolore inflittole dal fallito tentativo di sedurre  l’insensibile Ulisse.  

La porta per Napoli me la aprono la bella e affascinante Roberta di Porzio, e  l’eclettico Salvatore di Vaia proprietari dell’ “In Centro Bed & Breakfast” sito in  via Toledo 156 Proprio da via Toledo, arteria principale di Napoli che ti porta ovunque e meta preferita degli viaggatori del Grand Tour (a cui sono sentimentalmente legata , scherzo del destino non so!), comincia la mia avventura. Avventura che però vi svelo a ritroso, partendo dal cuore del mio itinerario campano presso la “Cantina Sorrentino” nel Vesuvio (1281 mt) e il ristorante “Le Palette” a Capri sotto la guida dell’indimenticabile maître  stellato Gabriele Massa. Tutti questi sono dei personaggi singolari,  difficili da descrivere tout court per l’alto spessore del loro essere, del loro vissuto e dell’attaccamento incondizionato alle loro radici, e perciò riserverò a ognuno di loro un articolo per potere anche io rendermi conto in prima persona dell’esperienza unica di questi cinque giorni travolgenti a Napoli !

“InCentro B&B “, Via Toledo, 156, Napoli

2 Luglio 2020, Napoli. Mi sveglio  di buon ora nel mio “In Centro Bed & Breakfast” di  via Toledo 156  tra le lenzuola candide della mia stanza regale ‘Posillipo, letteralmente il mio “riposo dagli affanni” in linea con  il significato del termine greco “Pausilypon” da cui deriva,  che oltretutto firma anche uno dei quartieri più suggestivi di Napoli.  Questa suite infatti , che è un negativo dell’ingegno di  Roberta  realizzato  in positivo dalla maestria di  Salvatore , è il mio approdo dove gettare l’ancora per rilassarmi, tra gli arredi che la trasformano in una piccola barca che rimane ferma nel blu polvere delle sue pareti e sotto il soffitto sintesi di una vela illuminata in notturna . Abbandono il mio “In Centro Bed & Breakfast” , e mi avvio tra la folla per il mio primo caffè nero bollente a Napoli all’ “Augustus”,  uno dei suoi bar più storici; non mi faccio ovviamente mancare nulla sfogliatella alla ricotta compresa, emblema della ricca tradizione dolciaria partenopea. La voglia di vagare è più forte del caldo africano della mattinata e facendomi coraggio mi dirigo verso la vicina  “Metropolitana Toledo”, che già di per sé è un capolavoro,  con le sue maioliche azzurre fuoriuscite dalla testa dell’artista catalano Oscar Tusquets . Il design al servizio della funzionalità e viceversa per creare un museo all’aperto “al costo di una corsa in metro”, parafrasando il critico Achille Bonito Oliva: questo è il trend di un progetto di riqualificazione urbana della Napoli contemporanea, cioè quello di riportare l’arte nella vita quotidiana della gente, all’interno dell’ urbe per conferire un’identità ai “non luoghi” utilizzando spazi comuni dove si supera il concetto di decorazione. Giunta alla Stazione Garibaldi prendo la Circumvesuviana per vedere Sorrento e poi direzione  “Cantina Sorrentino”!

 

Storia della famiglia Sorrentino

Dopo un’ora in un regionale veloce e senza aria condizionata (il lato oscuro di  Napoli !)  sono a Sorrento . Percorro le viuzze del centro piene di negozietti di limoncelli e souvenir fino a Piazza Tasso adornata dalla statua del patrono Sant’Antonio Abbate , e  mi rifugio immediatamente all’ombra di un chioschetto per  rianimarmi dall’afa con una spremuta d’arancia ghiacciata.  Piazza Tasso è il  salotto di Sorrento che omaggia l’illustre e omonimo poeta Torquato Tasso,  che ha i suoi natali in questo paesino incastonato tra agrumi e acque azzurre cristalline. Subito dopo Corso Italia,  mi appare in tutto il suo  splendore Marina Grande, e appena affondo i piedi nella sabbia dorata socchiudo gli occhi ed  immagino Sorrento  come in cartolina frequentata da star del calibro di Sofia LorenVittorio De Sica Dino Risi.

Purtroppo visito Sorrento  di fretta perché raggiungo  Torre Annunziata  , dove mi aspetta sorridente e solare  Giuseppe Sorrentino   titolare della  “Cantina Sorrentino”  , che mi invita per un’intervista.  La fortuna premia gli audaci specie se entri nelle grazie del cosmopolita  Gabriele Massa che mi fornisce il prezioso contatto! Entriamo in macchina e pochi minuti dopo di tragitto, da lontano si scorge un agglomerato di case, che man mano che ci avviciniamo prendono forma: ci fermiamo a Boscotrecase il gioiello di Giuseppe  che dal 1337 , quando è poco più di un folto bosco detto  “Sylva Mala” con tre monasteri religiosi e una riserva di caccia angioina, successivamente  prospera in un delizioso borgo nel cuore del Parco del Vesuvio  a circa 250 metri sopra il livello del mare.  

Sorrentino Cantina Vesuvio

Sorrentino Cantina Vesuvio

Mentre guida  Giuseppe  mi parla dell’amore per la sua famiglia e della loro azienda la “Cantina Sorrentino”, che da tre generazioni produce vini di altissima qualità, olio, confetture, e il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio D.O.P., un fiore all’ occhiello dell’agricoltura campana, orgoglio puro per la sua squisitezza tanto da essere perfino rappresentato nella scena del tradizionale presepe napoletano. Giuseppe  mi fa scendere dalla sua vettura che di bianco ormai non ha più nulla per via del polverone grigio che la copre per intero appena parcheggia davanti l’ingresso della cantina.  La tenuta consiste di 35 ettari di proprietà prospiciente  il Vesuvio che fa da sfondo al mio pranzo luculliano all’interno dell’elegantissima e minimale sala degustazione, un terrazzo in legno tutto a vetrate che si staglia sulla penisola Sorrentina, Capri,  Pompei e l’isolotto di Rovigliano, una fortezza costruita dagli aragonesi per difendere quei confini. Dalla cucina a vista gestita da mamma Angela Cascone, esce il menù del giorno rigorosamente a chilometri zero: una bruschetta rossa adagiata su un contorno di melanzane e zucchine grigliate, olive verdi, formaggi e salumi locali , degli spaghetti  sciuè sciuè , cioè in dialetto preparati veloci  con sugo di pummarola fresca , basilico e parmigiano, che ti mettono in pace con il mondo, e per finire una cocotte di parmigiana da urlo! Quelle pietanze sconvolgono i miei sensi e mi riportano per un attimo alla mia Sicilia, con cui Napoli condivide, oltre che la prelibatezza e la semplicità degli ingredienti di una gloriosa e acclamata gastronomia, una storia antica quanto l’uomo. Giuseppe è di una ospitalità disarmante, la sua professionalità e nobiltà d’animo è lampante, la respiri nell’aria in ogni gesto, in ogni parola spesa per conversare della sua vita, dei suoi affetti, del suo lavoro e dei suoi sogni che si intersecano l’uno con l’altro senza problemi chiudendo il cerchio della sua esistenza che è assolutamente felice. E come non esserlo in quel paradiso terrestre che,  come mi spiega Giuseppe davanti alla prima  bollicina di benvenuto, è  quel lembo di Eden rubato da Lucifero angelo del male e collocato poi nel Golfo di Napoli dopo la sua cacciata dal regno dei cieli. Quest’ultima è una perdita inaudita che addolora Cristo a tal punto che ivi piangendo irriga le viscere di questa terra mutando le sue lacrime soavi in vino, la “DOC Lacryma Christi”, punta di diamante della “Cantina Sorrentino” , che dal 1983 raggruppa tutte quelle viti secolari e indigene dei 15 comuni adiacenti al sinuoso vulcano che hanno una storia  che si perde nella notte dei tempi. Distratta di volta in volta dal suono assordante delle cicale e dalla suggestività di quei paesaggi infiniti che si confondono tra il Tirreno e la volta celeste,  rimango immobile ad ascoltare Giuseppe , che mi confida i segreti di un podere che da rustico e prevalentemente sfruttato per l’economia domestica nel 1800 è diventato oggi la “Cantina Sorrentino”, un’impresa agricola di importanza rilevante per la crescita e lo sviluppo di tutta la filiera produttiva, commerciale e turistica,  curata in ogni particolare, dove nulla è lasciato al caso.

Nonna Benigna

Il traino per la realizzazione di un business autentico per la  “Cantina Sorrentino” è nonna Benigna , che, classe 1953 e cresciuta a pane e vino, eredita dei possedimenti e , dopo qualche tentennamento nel cambiare rotta perché stanca della vita agreste, nel 1965 , quando prevale l’autentica sua vena di contadina esperta e savia, finisce  per organizzare tutti i suoi averi e quelli del marito per custodire e tramandare a prole e nipoti  i suoi tesori, dai vitigni autoctoni a tante varietà di frutta e ortaggi.  Da allora l’attività passa nelle mani del figlio Paolo Sorrentino che alterna giacca e cravatta in banca a guantoni da imprenditore agricolo.  Nel 1988 Paolo  intesta tutti i beni alla moglie Angela portando avanti un impero, che poi a partire dal 2001, è gelosamente e attivamente gestito dalle sue creature:  il più grande Giuseppe , senior manager e addetto alle pubbliche relazioni , e le figlie Benigna , l’enologa,  e Maria Paola , la responsabile marketing e comunicazione. A loro fianco si aggiungono nuove figure di esperti enoici da Bonaiuto Santolo e Marco Stefanini a Carmine Valentino, l’ultimo rimasto fino al 2010. C’è una forte identità in questa cantina, i  “Sorrentino” sono degli appassionati di vino e sono consapevoli della responsabilità che ricoprono, e la loro energia e competenza è devoluta al mantenimento degli elevati standard qualitativi del  vino vesuviano che, come tutto l’oro rosso e bianco delle cinte vulcaniche, oggi è di nicchia, ricercato in tutto il mondo e sicuramente molto di moda. Ci sono delle ragioni valide a tutto questo e ciò è da ricercarsi nella natura dei terreni e nelle caratteristiche pedoclimatiche dei vitigni aziendali, che si estendono in filari di un verde rigoglioso tutto attorno alla “muntagna” , come i napoletani si rivolgono affettuosamente e riverentemente al Vesuvio. Andiamo a capire il perché dell’eccezionalità di questo terroir !  


 

Il Vesuvio e il nettare divino

I vulcani esercitano un fascino misterioso. Sono montagne vive, mutevoli, in grado di fare affiorare in superficie l’anima calda del pianeta, e il loro ambiente circostante è di una suggestione ancestrale, che ci riporta agli albori del primo motore. I vini del Vesuvio  sono introvabili altrove, perché è un luogo magico e senza pari, pur tristemente celebre per la terribile eruzione del 79 d.C. che rade al suolo Ercolano e Pompei, oggi tra i siti archeologici più famosi e visitati del globo.

Tuttavia, il Vesuvio non è solo simbolo e testimonianza del passato, ma anche di come la vite dimora da millenni e fa da padrona nel Golfo di Napoli e nel suo entroterra sin dai primi insediamenti greci del XVIII secolo a.C. tra Ischia e Cuma. All’epoca degli antichi Romani, la Campania è rinomata per il ben noto “Falerno”, e anche quando la viticoltura si diffonde nelle nuove colonie dell’Impero, in particolare in Spagna e nel sud della Francia, i vini vesuviani si distinguono e sono richiesti per il loro valore indiscusso. Gli scavi presso la “Villa Augustea di Somma Vesuviana” (II secolo d. C.) stanno portando alla luce una dimora di campagna considerata il più clamoroso esempio di vinificazione dell’antichità, che ci conferma come la cultura e il commercio del vino è da sempre centrale in questi spazi vegliati da madre Vesuvio. Si tratta di un patrimonio enorme , una distesa di terreni lavorabili fino ad un massimo di altitudine che va dai 280 ai 780 metri, oltre i quali si trovano solo scenari lunari, una fonte di ricchezza custodita e regolamentata dal  “Consorzio Tutela dei Vini del Vesuvio” risalente al 2015. Quest’ultimo persegue l’obiettivo di migliorare la viticultura portandola al massimo delle sue potenzialità, rivisitando il sapere secolare per le colture di questi posti in chiave moderna grazie all’utilizzo della tecnologia per tutto ciò che serve a garantirne il pregio, il monitoraggio e favorire la sperimentazione, cosa che sta alla base della filosofia aziendale della cantina “Cantina Sorrentino” , che ne è membro attivo! Ma cos’è che rende i “Vini Sorrentino” così speciali come quelli che degusto davanti al panorama mozzafiato del Golfo di Napoli insieme a Giuseppe cantastorie e nume del Vesuvio ? La risposta è nei suoli vulcanici (tra i più vasti dell’Europa continentale con riferimento ai crateri esplosivi ancora attivi) da cui questi vini sono generati, la cui fertilità è conseguenza delle varie eruzioni nel versante sud -occidentale dove stanno i vigneti aziendali, che lo arricchiscono di minerali, pietre pomici, lapilli e potassio. Se a ciò si aggiunge un clima mite in inverno e caldo d’estate, e una posizione geografica che risente dell’influsso marino e di un’importante ventosità moderata dall’azione riparatrice delle catene montuose, si può intuire l’incomparabile tipicità di queste viti tra le poche a essere a piede franco grazie all’azione della sabbia, che le nutre e le ha difese dagli effetti nefasti della fillossera di fine Ottocento. Inoltre, alta porosità del sottosuolo e costante stress idrico costituiscono un’arma efficace contro gli attacchi di patogeni, favorendo così spontaneamente la conduzione biologica dei vigneti della “Cantina Sorrentino”, da cui sortiscono prodotti sani che vengono trasformati in modo naturale senza sconvolgere chimicamente le loro potenzialità. Ed è in questi strati di basalto che prosperano le secolari varietà autoctone vesuviane, quali CaprettoneFalanghinaCatalanescaPiedirosso e Aglianico , che formano il  “ Lacryma Christi DOC” , che secondo il recente disciplinare del 1983 può essere bianco, rosso e rosato. La “Cantina Sorrentino” rappresenta egregiamente il  “ Lacryma Christi DOC” con le sue tre linee aziendali “Bollicine”, “Classica” e “Prodivi”, trattando i vitigni vesuviani secondo le esigenze che richiedono quali: uso di appropriati sistemi di allevamento (da quello usuale della pergola a quello più recente della spalliera), accurata selezione delle uve, terrazzamenti , orientamento studiato dei filari , rese equilibrate , ed infine un lavoro impeccabile in cantina.

Lacryma Christi DOC Vini del Vesuvio

Incontrare Giuseppe è una buona stella, perché ho modo di assaggiare questi ricercati vini vesuviani attraverso alcune delle migliori  etichette della “Cantina Sorrentino” , create apposta per il piacere del palato e della mente:

  • “Dorè Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Spumante DOC”: è in assoluto il primo maestoso tentativo di Metodo Charmat da  “DOC Lacryma Christi” a partire da Caprettone per il  90% e Falanghina per il rimanente 10%, come Giuseppe vuole sottolineare  chiamandolo apposta “Dorè”, ossia duplice ossequio  alla musica e alla grandezza reale di  Carlo D’Angio. Questo spumante fa affinamento per otto mesi in tini di acciaio con delle bollicine tanto fini da sembrare quasi evanescenti, ha un bel colore giallo paglierino chiaro, e sprigiona degli aromi fini e floreali, alla bocca ha un gusto etereo e fruttato, ed è perfetto da abbinare con antipasti e golosità di mare,  e  secondi di carne bianca;
  • “Benita 31 Caprettone DOC Bio 2019”: in onore della nonna Benigna, è un vino biologico di Caprettone in purezza. L’etimologia di Caprettone potrebbe fare riferimento alla forma del grappolo, che ricorda la barbetta della capra, oppure ai pastori suoi probabili originari coltivatori. A lungo  scambiato per il più affermato “Coda di Volpe”, il vitigno Caprettone viene alla ribalta nel 2014 con l’inserimento della varietà nel “Registro Nazionale delle Varietà di Vite (Mipaaf)”, catturando l’attenzione di tanti sommelier ed estimatori, che stanno contribuendo efficacemente al posizionamento del vino sulle principali piazze internazionali. “Benita 31 Caprettone DOC 2019”  è un bianco piacevole, deciso al naso con delle note minerali di grafite, mediterraneo nei sentori di finocchietto e timo e piacevolmente agrumato nei toni del bergamotto. Il sorso rimanda ad un’energia piena e succosa e con il suo finale lungo di note balsamiche di menta è l’ideale per calmare l’arsura estiva,  magari davanti a delle invitanti linguine allo scoglio;
  • “Vigna Lapilli Lacryma Christi del Vesuvio Bianco DOC Superiore 2018”: nasce da uve selezionate di Caprettone 80% e Falanghina 20% del vigneto “Vigna Lapillo” pieno appunto di lava e lapilli che si riflettono nella mineralità e grazia di questo bianco dal colore giallo paglierino, dal profumo intenso, che è corposo al gusto con sentori fruttati di mandorla, pesca bianca e pera. Se siete travolti dalla bontà di crostacei e molluschi, è il suo!
  • “Lacryma Cristi del Vesuvio Rosato DOC Bio 2018”: da  Piedirosso 100%  è il rosé per ogni tipo di banchetto, che dona piacere tanto alle papille gustative quanto alla vista.
    Un rosato dal colore cerasuolo che colpisce per la sua mineralità , il suo essere amabilmente fruttato, e  che  si presta a essere d’accompagnamento per arrosti di carne bianca, risotti, pesci tipici del napoletano, o per la classica zuppa di polipi servita con salsa di Pomodorini del Piennolo del Vesuvio D.O.P.;
  • “7 Moggi Vesuvio Piedirosso Bio 2018”: intitolato al “moggio” unità di misura agraria vesuviana corrispondente ad un terzo di un ettaro, questo rosso dal profondo color rubino è fuoriuscito dalle mani di papà Paolo che compra altra terra ove semina Piedirosso di cui questo rosso è fatto al 100% ; si presenta fruttato al naso e morbido al palato
    e la sua dolcezza  simile a quella del Pinot Nero gli consente di sposarsi con cibi molto diversi tra loro, come lasagnette di pesce azzurro e pomodorini, ma anche pizza e formaggi assortiti;
  • Lacryma Christi Rosso Vesuvio Bio 2016”:  proviene dai 500 m2 dati in gestione agli apicoltori , e da questo punto di alta salubrità dell’aria,  viene fuori  un rosso di  Piedirosso 80% e Aglianico 20%  , contraddistinto  da un forte  colore rubino e dalle sue inconfondibili  note di more; in bocca è molto asciutto e  leggero,  ma l’affinamento di 12 mesi in botte grande Allier di rovere sloveno ed altri 14 in bottiglia gli rilascia una punta di  piccantezza e liquirizia, giusto carni, paste e agnello.
Napoli nel cuore
Napoli nel cuore

Inebriata dai “Vini Sorrentino” mi incammino con  Giuseppe  all’interno del Parco del Vesuvio, la cui bellezza smorza di poco i fumi dell’alcol, perché  mi perdo tra le magnifiche vigne aziendali che abbracciano dei casolari  ristrutturati a Guest Houses  per la gioia dei Wine Lovers . I “Sorrentino” sanno trasmettere il Vesuvio con i loro vini, e offrono anche una superba  Bed & Wine Experience” a tutti quei viaggiatori che vogliono concedersi una fuga per connettersi con il proprio Io, lontano dal rumore, dal caos cittadino, da ogni pensiero, al fine di ritrovare quel senso di libertà che è facile recuperare in questo pianeta incandescente e selvaggio aggentilito dalla mano sapiente di chi ci abita e lo venera da millenni. I “Sorrentino” ti viziano dandoti la possibilità di essere coccolati dai loro servizi di gamma  “Vesuvio Inn” : da quelli più pratici quali transfer da e per l’aeroporto, porto , stazione e parcheggio gratuito, a quelli più sofisticati quali quelli di Horse Tours”, “Cooking Classes” e colazione a bordo piscina . I “Sorrentino” mettono a disposizione anche una depandance collegata alla cantina (in cui aprirà il loro prossimo ristorante ) che ospita delle camere deluxe che vi faranno innamorare di Napoli e che non vi toglierete più di dosso. Proprio come è successo a me! L’unica cosa che rimpiango é l’essere andata via così presto, ma il rimedio è tornarci !

PS: Per finire, deliziatevi con un’anteprima dei prodotti Sorrentino, cliccando questo link in basso per omaggiarvi di un coupon  sconto nell’ordine on line e farvi arrivare a casa tutto lo splendore di Napoli! 

https://www.winetourvesuvio.com/coupon/weloveitaly.eu

Enjoy it!

Stefania

 

 

 

 

 

Villa Santo Stefano, Lucca

Villa Santo Stefano, Lucca

“Chi non ama le donne, il vino e il canto è solo un matto non un santo”.
A. Schopenhauer

Villa Santo Stefano, Lucca

L’ esplosiva e poliedrica Claudia Marinelli , responsabile della società di comunicazione e marketing ‘Darwin & Food’,  mi invita alla ‘Festa del Loto, un evento indimenticabile per conoscere le migliori etichette di ‘Villa Santo Stefano’, una cantina quasi surreale per beltà, che sta nascosta , ma ancora per poco,  tra le magnifiche e dolci colline lucchesi a Pieve di Santo Stefano. 

Mattina del 6 Luglio, 2020. Un sole cocente e un po’ di smarrimento in macchina per delle stradine strette e irte non mi fermano per raggiungere ‘Villa Santo Stefano’, e non finirò mai di ringraziare Claudia per l’opportunità di scoprire un tesoro inestimabile per persone, paesaggi e vini di grande eleganza con un’ ottimo rapporto qualità prezzo che esprimono al meglio  la bellezza, la cultura, l’arte e la tradizione enogastronomica della Toscana. Arrivata a destinazione lo staff di ‘Villa Santo Stefano’ ci accoglie con un sorriso enorme e ci fa accomodare all’ interno della sala degustazione, dove, persi e ammaliati dalla raffinatezza degli interni e dell’apparecchiatura, stiamo fermi e immobili ad ascoltare la storia della tenuta attraverso le parole dell’ ingegnere tedesco Wolfgang Reitzle, che ne è proprietario e fondatore  insieme alla moglie, la giornalista e presentatrice alemanna Nina Ruge.

Wolfgang Reitzle
Wolfgang Reitzle

Wolfgang Reitzle , un sogno diventato realtà

Wolfgang Reitzle è un signore alto , distinto , di una classe innata, che dà il benvenuto a me ed altri giornalisti e blogger nel suo regno, felice  di parlare  di come nel tempo è riuscito a trasformare la sua passione per il vino in un lavoro, che adesso  si è  materializzato in  ‘Villa Santo Stefano’, un’ azienda agricola a metà tra  sogno e realtà.

Wolfgang Reitzle, ex dirigente della BMW e poi CEO della Ford, ci spiega che tutto è nato quasi per caso. Sin da piccolo Wolfgang Reitzle si reca frequentemente  in Toscana  per le vacanze  con la sua famiglia e da allora il desiderio di viverci è forte, a tal punto che poi , nel corso della sua vita e  carriera lavorativa , decide di trovarsi un angolo di paradiso nella regione più amata d’Italia. Wolfgang Reitzle  vuole creare così un posto dove coltivare la vite e produrre nettari divini  fatti di vitigni locali come Sangiovese, Ciliegiolo, Colorino, Canaiolo e Vermentino, insieme ad altri alloctoni quali Merlot, Petit Verdot, Cabernet Sauvignon ed Alicante. L’ occasione è il 2001 quando Wolfgang Reitzle acquista  la “Villa Bertolli”, situata in Lucchesia, assieme ad alcuni oliveti e ad un vigneto di circa un ettaro. A seguito della cessione, da parte della famiglia Bertolli, dell’omonimo marchio a Unilever, i signori Reitzle e Ruge ribattezzano la villa in onore della pittoresca ‘Pieve del IX secolo’ che si trova nelle immediate vicinanze. Così nasce ‘Villa Santo Stefano’.

Wolfgang Reitzle ci confessa che non è facile mettere in piedi un’impresa agricola di tale portata e da straniero in Italia, perché ci sono molti problemi burocratici e logistici da risolvere, non ultimo l’interrogativo se fare tutto ciò è da pazzi o da pionieri! Da grande uomo di affari qual è Wolfgang Reitzle riesce nel suo intento e dal 2005 a oggi l’avventura continua con successo  grazie anche al supporto dei suoi affetti e dei suoi fidati collaboratori nelle figure del manager direzionale Alessandro Garzi, dell’enologo Alessio Farnesi , dell’agronomo Antonio Spurio, e  della responsabile marketing Petra Pforr. Al momento l’azienda rileva, nei suoi 11 ettari di terreno, circa 30.000 bottiglie tra vino rosso e bianco (esportati per il 20% in Versilia e il restante tra Svizzera e Germania), nonché 2500 litri di olio extravergine di oliva. La filosofia che guida la ‘Società Agricola Villa Santo Stefano’ è la ricerca della perfezione nel fare vino ed olio sfruttando al massimo tutte le potenzialità di questo fazzoletto di terra benedetto da Dio.

I vini di 'Villa Santo Stefano'Le migliori etichette di ‘Villa Santo Stefano’ per ‘Darwin & Food’

 

I Vini di Villa Santo Stefano

I vini di ‘Villa Santo Stefano’ sono particolari, biologici, strutturati i rossi e leggiadri i bianchi, ed assaggiare un calice di vino lucchese è un’esperienza speciale che ancora una volta conferma la ricchezza e la varietà enoica della Toscana senza passare per forza attraverso nomi blasonati!

Una delle caratteristiche più distintive dei vini di  ‘Villa Santo Stefano’ è la sapiente mescolanza di vitigni autoctoni con varietà di origine francese, oltre un terroir da manuale fatto di peculiarità pedoclimatiche esclusive. Queste ultime sono i terreni misti e prevalentemente argillosi, una temperatura mite tutto l’anno e una combinazione di vicinanza al mare e montagna che conferisce a questi vini il loro sapore distinto, come ho modo di provare nella degustazione dei seguenti vini:

  • ‘Gioia 2018 e 2019’ : IGT Toscano, è un vino bianco 100 % Vermentino, che cresce spontaneo dalla Lucchesia alla Liguria e che proviene da un vitigno adiacente l’azienda esposto a Sud vicino alle spiagge della Versilia distanti circa 20 km , un microclima straordinario che si riflette nell’aroma fragrante del vino stesso. La selezione e la raccolta delle uve , è eseguita scrupolosamente a mano, e dopo la diraspatura e pigiatura, le uve subiscono una leggera macerazione di qualche ora prima di essere vinificate in bianco. La fermentazione dura dai 15 ai 20 giorni e si avvale delle tecnologie più innovative, il processo avviene infatti in vasche di acciaio a temperatura controllata tra i 15° e i 16°. Questo vino bianco, nelle due diverse annate, possiede un bouquet armonico e fruttato, una buona acidità e un tocco di mineralità che si avverte nel finale;
  • ‘Luna 2019’ : 50% Merlot e 50% Sangiovese è un rosé sobrio, che va bene su tutte le portate di mare e di carni bianche ed è perfetto anche per un aperitivo; ha un colore rosa provenzale, al naso è pulito con profumi che ricordano la pesca bianca e la buccia di mela rossa;
  • ‘Volo 2019’ : IGT Toscano 40% Petit Verdot, 40% Cabernet Sauvignon e 20% Alicante, è un vino che si presenta con un colore rosso intenso e con sfumature violacee frutto della sua giovane età. Al naso è floreale, con note di prugne, more e ciliegie, con un finale delicato di cipria. Al palato si esprime frizzante, con un buon tannino ed un’ acidità equilibrata  che lo fanno diventare di gradevole beva;
  • ‘Sereno 2016, 2017 e 2018’ : è una ‘DOC Colline Lucchesi’ fatto da  80% di Sangiovese e 20% tra Ciliegiolo e da altri vitigni del posto. Si tratta di un vino dal colore rosso rubino con riflessi porpora, al naso  note di violetta, frutti rossi e spezie. Al palato è morbido con un finale gradevole di frutta;
  • ‘Loto 2015, 2017 e 2018’ : è il vino più pregiato di ‘Villa Santo Stefano’ fatto di  50% Cabernet Sauvignon,  40% Merlot e 10% Petit Verdot . Per ogni vite vengono selezionati non più di quattro grappoli, per garantire il massimo della resa da ogni pianta. Nel 2015 è stato installato un impianto computerizzato ad alta tecnologia utilizzato per garantire un processo di fermentazione e vinificazione ottimale. Di norma, il processo di fermentazione dura 12 giorni. L’affinamento dura, a seconda della tipologia di uva e dell’annata, dai 12 ai 18 mesi ed avviene in pregiate barrique francesi, in una barriccaia a temperatura (15°C) e umidità (83%) controllate. Il tipo di legno utilizzato per le barrique viene selezionato a seconda della tipologia di uva. Al termine dell’affinamento viene composta la cuvée e viene quindi imbottigliato il vino, che dovrà attendere almeno altri 6 mesi prima di essere distribuito. Questo è un vino di spessore, di corpo, che si presenta con un colore che può arrivare al rosso rubino intenso ed ha sentori di frutti di bosco, tabacco e vaniglia.
Claudia Marinelli , Darwin & Food

Tra una chiacchiera e l’altra il tempo vola ed è ora di pranzare nello splendido giardino di ‘Villa Santo Stefano’, dove ci sono tavoli superbamente imbanditi, sparsi tra fontane zampillanti di acqua e alberi abbracciati da boccioli di rosa.

Il nostro pergolato ci protegge un po’ dalla calura estiva che finisce di darci fastidio non appena lo chef Riccardo Santini del Vignaccio ci annuncia il menù della festa: una panzanella di pomodoro e cipolle all’aceto balsamico, una torta lunigiana  d’Erbi di bietole spinaci e rapini, uno sformato di fagiolini e formaggio di Scoppolato di Pedona, faraona, zuppa di porro e patate e a finire un sorbetto al melone per pulire la bocca.

Barriccaia di ‘Villa Santo Stefano’

‘Villa Santo Stefano’ è un borgo incantato che ti strega non appena varchi il cancello all’entrata, dove perdersi e rilassarsi tra lusso e  vini pregiati che danno il meglio riposando a lungo, pronti così per essere stappati e consumati a celebrare un momento speciale, che è sempre quello che vivi e non quello che aspetti!

Enjoy it 

Stefania

Michele Satta, Bolgheri

Michele Satta, Bolgheri

L’essenziale è invisibile agli occhi”. 
Antoine de Saint-Exupéry

Michele Satta, un giorno in Cantina

I vini di Michele Satta sono l’essenza di Bolgheri e raccontano la Toscana.   La Toscana è maledetta, pensi di starci poco e poi ci rimani stanziale! Michele Satta, uno tra gli storici winemaker di Bolgheri, è stato vittima di questo incantesimo, quando appena diciannovenne nel 1974 , ci trascorre le vacanze di famiglia. Come biasimarlo, la Toscana rapisce anche me, che nel  mio peregrinare dalla Sicilia ci finisco per scelta,  galeotta  una gita scolastica del liceo a Firenze. Vi risparmio questo lungo aneddoto, e sono qui per condividere con voi la scoperta di un altro angolo di paradiso posto tra Nord e Sud , perfetto bilanciamento degli opposti!

Novembre 2019, una mattina soleggiata e si parte in macchina lungo le vie strette che in pianura si srotolano come tappeti d’erba puntellati da papaveri, trifogli e alberi maestosi.  Direzione Bolgheri, destinazione la cantina di Michele Satta, che mi inebria con il suo ‘Bolgheri Rosso’ qualche Pasqua fa a una cena all’ ‘Osteria San Guido’, vivamente consigliata per chi vuol perdersi tra i sapori , le meraviglie e i tesori  di questa regione centrale da annoverare  tra i patrimoni dell’UNESCO.

Michele Satta
Matteo Bonaguidi racconta i vini di Michele Satta 

Ad accogliere me e gli altri ospiti da Michele Satta è Matteo Bonaguidi, un giovane e brillante sommelier. L’ ingresso semplice e minimale della cantina  inganna perché la sua struttura invece si impone con tutta la modernità, la raffinatezza e la maestosità dell’architettura dei suoi due piani, quello sotterraneo per l’affinamento dei vini, e la terrazza panoramica prospiciente la famosa Costa degli Estruschi, dove siamo riuniti per ascoltare i segreti di Michele Satta. Appoggiandosi al muretto rovente della balconata, Matteo  ci  indica un punto preciso di Bolgheri tra acque trasparenti, cielo ed ulivi da cui inizia l’avventura di Michele Satta. Si tratta della ‘Vigna del Cavaliere’, il cui rudere è l’ombelico di quella che adesso è una superficie vitata di 24 ettari con una media di 150.000 bottiglie annue ottenute tutte da uva propria. In questa area benedetta da Dio il vino è nato molto prima dell’uomo, il vino qui è cultura, è tradizione, è l’anima stessa di Bolgheri che Michele Satta è riuscito perfettamente a svelare e che noi apprendiamo attraverso le parole di Matteo prima del banchetto!

Michele Satta, l’uomo

Sant’ Ambrogio Olona, un paesino vicino Varese, da i natali a  Michele Satta, che è di sangue mezzo sardo e mezzo piemontese. Dopo il Classico il giovane varesino si iscrive ad Agraria a Milano per un richiamo istintivo verso la natura, che da bimbetto in villeggiatura gli appare in tutta la sua magnificenza ora sotto forma di paesaggi nudi brulicanti di pecore e spiagge bianche della Sardegna ora sotto forma di girasoli e dolci pendii della Toscana.

E tra una punta e l’altra dello stivale con le sue diramazioni isolane, come la verità che sta in mezzo, Michele Satta si ritrova a vivere a Castagneto Carducci inizialmente metà estiva per un impiego occasionale da fattore propostogli da un amico del padre ingegnere. Nulla è per caso, ed evidentemente c’è una linea sottile, misteriosa, l’Io più profondo, che unisce tutti questi eventi e che spingono Michele Satta a spiegare le vele verso il suo porto. Così ventiquattrenne Michele Satta continua l’università a Pisa e sposa Lucia da cui ha sei figli, di cui Giacomo, l’enologo, e Benedetta, responsabile comunicazione, costituiscono l’asse portante dell’azienda agricola. Il 1983 è un periodo faticoso per  Michele Satta , che però lo tempra e lo fortifica nello spirito.  Per mandare avanti la baracca si sporca le mani, quelle stesse con cui sfoglia i libri da cui apprende con passione l’Ars Agricolae,  ma la poesia dura davvero poco!  Michele Satta  è infatti testimone di un’agricoltura che sta mutando a vista d’occhio, si sta ammodernando con il conseguente e negativo effetto di prediligere la quantità alla qualità e ciò fa abbassare i costi della merce. Non si guadagna molto con quella fattoria ormai fuori moda di appena settanta ettari coltivati a pesche, fragole, carciofi, grano, e un po’ di vigna rivenduti per una miseria ogni mattina all’alba ai mercati centrali limitrofi.  Michele Satta ce la mette tutta per fare funzionare gli ingranaggi di una macchina che però ormai è al collasso, come le sue finanze. C’è da affannarsi il pane tanto quanto basta per sfamare la cospicua prole. Un concorso in banca a Roma potrebbe essere l’ancora di salvezza, un peso troppo grande tuttavia da sopportare, allorché da parte del suo vecchio capo sopraggiunge la proposta di curare la parte commerciale e i proventi delle vigne della stessa fattoria che abbandona in preecedenza per sfinimento! Michele Satta non esita neppure un attimo e fa ritorno al solo destino cui è designato, il più nobile della terra, il vino! Da allora non si ferma più. 

Degustazione vini Michele Satta
Degustazione vini Michele Satta, Bolgheri

Michele Satta, i vini

Il nostro viaggio a Bolgheri   prosegue con la degustazione dei vini Michele Satta. Matteo  si fa notare subito per la sua classe e la sua professionalità e si capisce subito che fa quello che gli piace fare. Matteo  prepara i tavoli con dei cestini di pane sciocco e taglieri di salumi e formaggi locali.

Matteo  sistema in fila tutti i bicchieri che riflettono una luce calda che entra attraverso le vetrate in modo gentile e che ci avvolge come il gusto del meglio della selezione dei rossi e dei bianchi di Michele Satta. Tra quelli che proviamo  mi hanno particolarmente colpito:

  • ‘Bolgheri Bianco Costa di Giulia 2019’: battezzato così dal vigneto da cui proviene oltre che quello di ‘Querciola’, è  una bomba esplosiva di 70% di Vermentino e di 30% Sauvignon e fa innamorare Michele Obama in occasione del suo quarantunesimo compleanno al  ‘Caffè Milano’ di Washington. Questo bianco  a contatto con le fecce fini fa affinamento lungo per circa sei mesi in tini di acciaio. Dal colore giallo paglierino, alterna i suoi profumi di pesca bianca e fiori delicati a evidenti sentori di  timo,  erba appena tagliata, miele , vaniglia. Dal finale lungo si presta a invecchiare qualche anno ;
  • ‘Syrah Michele Satta 2016’: 100% Syrah del vigneto ‘Vignanova’ è un vino mediterraneo sofisticato che non ha nulla da invidiare ai superbi rossi francesi del Rodano. Fermenta in botti di rovere da trenta hl ed affina diciotto mesi in barriques di secondo, terzo e quarto passaggio ed un anno in bottiglia con capacità di invecchiamento fino a venti anni. Nel calice si annuncia con un colore rosso rubino cupo, con note di frutta a bacca nera e si arricchisce di sensazioni speziate e nuance di erbe aromatiche. In bocca è di ottimo corpo, con un tannino maturo e termina con una chiusura persistente;
  • ‘Il Cavaliere 2017’: 100% da selezione di uve Sangiovese raccolte a mano nei vigneti di ‘Vignanova’ e ‘Torre’ fa cemento per diciotto mesi e può invecchiare fino a venti anni. Presenta un colore rubino ed al naso è molto aperto, con aromi di prugna, violetta, tabacco, cuoio e terra di bosco. In bocca è sapido e con tannini morbidi, con un retrogusto di liquirizia e un piacevole finale;
  • ‘Piastraia Michele Satta’ 2017: è un taglio bordolese di Cabernet, Merlot e Sangiovese che con l’aggiunta di una punta di Syrah prende il corpo  dei vini del Sud. Le uve provengono da cinque diversi vigneti che sono ‘Torre’, ‘Poderini’, ‘Vignanova’, i ‘Castagni’ e ‘Campastrello’. Ciascuna varietà è fermentata separatamente in botti di rovere troncoconiche da trenta hl.  Sosta in barriques di legni francesi tra i diciotto ed i ventiquattro mesi. Un vino smart con un colore tendente al porpora con riflessi violacei. Al naso emergono note di ciliegia, cacao, e fiori blu. Il vino è sapido, con tannini rotondi e finale lungo. Capacità di invecchiamento fino a venti anni.
DOC Bolgheri Consorzio di Tutela Vini
DOC Bolgheri Consorzio di Tutela Vini

I vini di Michele Satta stregano e fanno venire voglia di stare bene, di godersi la vita, di rilassarsi. Ogni commensale è fermo al suo posto a sentire Matteo  che si volta verso una foto gigantesca che ritrae  Michele Satta insieme a chi ha per così dire inventato il ‘caso Bolgheri’! Prendete un calice magari di bollicine, o di cosa vi pare, e unitevi a noi! Il silenzio cala, e la voce di Matteo è l’unica melodia che vogliamo udire.

Bolgheri, la Bordeaux d’Italia

Chiunque arrivi a Bolgheri finisce vittima del suo incantesimo non appena si percorrono i cinque chilometri dell’Aurelia fiancheggiati da 2500 “cipressi che alti e schietti quasi in corsa giganti giovinetti vanno fino a San Guido in duplice filar “. Questi ultimi sono i versi del poeta Giosuè Carducci, premio  Nobel per la letteratura italiana nel 1906, che immortalano questo antico borgo medievale fondato nel XI dal Conte Gherardo della Gherardesca, il cui stemma all’ingresso del castello in mattoni rossi   saluta migliaia di visitatori all’arrivo della bella stagione . Bolgheri è una frazione del comune di Castagneto Carducci, in provincia di Livorno, la cui  posizione strategica, tra le Colline Metallifere e la leggendaria ‘Costa degli Etruschi’, fa di questo villaggio un territorio unico al mondo per arte, cultura, tradizione vitivinicola e paesaggi mozzafiato.

Immersa in una vegetazione rigogliosa e con le sue torri  affacciate su un mare cristallino,  Bolgheri è il fiore all’occhiello della Toscana grazie al Marchese Mario Incisa della Rocchetta, la cui genialità si materializza in tre suoi capolavori e ora attrattive del posto:  il celebre vino Sassicaia, il purosangue Ribot, e il Rifugio Faunistico Padule . Cominciamo da Bacco, perché è una forza divina inebriante quella che invade il Marchese e gli fa realizzare il nettare, il purosangue e l’ oasi dei suoi sogni.

In principio è il Sassicaia, il Marchese Mario Incisa della Rocchetta

Il Marchese nato a Roma e di stirpe sabauda, giunge in Maremma al seguito del suo matrimonio nel 1930 con l’affascinante Clarice, discendente del conte Ugolino cantato da Dante nella sua ‘Divina Commedia’. Agronomo, cosmopolita, visionario e di classe il Marchese  ‘colonizza’ Bolgheri, un centro agricolo di appena cento abitanti e dimenticato da Dio, e la trasforma in una corte stupenda con il suo entourage aristocratico.

Nei poderi ereditati il Marchese  apre un allevamento di cavalli da corsa da cui fuoriesce Ribot, che tra il 1955 e il 1958, vince sedici competizioni su sedici, dall’Arc de Triomphe, al Royal Ascot da San Siro a Longchamp. Ci fa anche una fattoria e in particolare a Castiglioncello di Bolgheri nel 1944 il Marchese semina delle barbatelle di Cabernet importate dai Duchi Salviati di Migliarino , che frequenta ai tempi dell’università a Pisa, e come il cappellaio matto tira fuori il primo taglio bordolese della Maremma. Il Marchese  non è del tutto soddisfatto di quella miscela di vitigni per nulla armonico, ma in fin dei conti gli sta bene, è un esperimento, il suo vino non vuole venderlo ma solo goderselo con chi gli sta intorno e con gli amici. Il Marchese  non si arrende e azzarda a regolare il tiro spostando il vigneto in un campo più alto che chiama ‘Sassicaia’ per il mix di sassi e ghiaia che la caratterizza in onore a Graves a cui si ispira,  e da cui ha origine l’omonimo vino che farà di  Bolgheri la Bordeaux d’Italia e un prestigioso centro di riferimento per l’enologia europea. Ci vogliono venti anni di perfezionamenti e vicende varie prima che nasca il rinomato ‘Sassicaia’ che ognuno di noi vorrebbe in uno scaffale in bella mostra! In questo arco temporale di fondamentale importanza è lo slancio e la lungimiranza del Marchese  nell’avere individuato in Bolgheri la base per la replica di quella tipologia di vini particolari francesi che sono di gran tendenza in Europa e oltre oceano,  in modo tale da offrire qualcosa di nuovo al mercato italiano che, da dopo il sofferente e disastroso dopoguerra alla lenta ripresa economica, dorme almeno fino agli  anni ottanta in fatto di vini! E senza dubbio lo scossone del terremoto  ‘Sassicaia’ con epicentro a Bolgheri si avvertirà in superficie e profondità lungo tutta la penisola ! Pazzo o pioniere, il Marchese  lascia il segno a Bolgheri. A differenza dei contadini della sua era per cui il vino è un modo per sopravvivere e da bere prima dell’inverno successivo, il Marchese è un nobile dentro e fuori , e vuole fare un vino di pregio, si interessa ai problemi agricoli evidenziando la necessità dì uscire dall’improvvisazione e di imitare i francesi dando un tono alla materia. Seguendo il metodo francese e in controtendenza con l’allora dominante produzione di massa dovuta all’avvento delle nuove tecnologie, il Marchese  impianta vitigni selezionati e sperimenta nuovi metodi di vinificazione; preferisce basse rese in vigna e vitigni alloctoni a quelli autoctoni, lascia perdere il torchio a favore di una pressatura più dolce, e introduce l’affinamento in botte. Tutti questi sforzi sarebbero stati forse vani se ad un certo punto di questo bel romanzo non ci sarebbero stati altri protagonisti! Da una parte il figlio Nicolò Incisa della Rocchetta,  che, capendo la reale potenzialità di quel  ‘primitivo’ ‘Sassicaia’   osa commercializzarlo, e dall’ altra i parenti patrizi degli Antinori nelle figure di Niccolò e Piero , che si occupano del marketing. Questi ultimi fanno scacco matto facendo assumere il loro enologo,  il pater vinorum Giacomo Tachis, che, stabilendo tecniche  e tempi di affinamento, ingentilisce e struttura quello che sta per essere il primo cru del Bel Paese! Con l’inconfondibile etichetta della rosa dei venti dorata su sfondo blu disegnata dallo stesso Marchese  , il ‘Sassicaia’ viene imbottigliato per la prima volta nel 1968 e messo in distribuzione nel 1972 . L’oro rosso di Bolgheri è sgrezzato dalle sue impurezze a tal punto da abbagliare i big del giornalismo enogastronomico. Le prime luci del ‘Sassicaia’ colpiscono Luigi Veronelli , pietra miliare nostrana del  wine & food , che gli dedica un articolo intero su ‘Panorama’ nel 1974. Successivamente  con l’annata del 1978 il  ‘Sassicaia’ vola oltre i  confini quando la rivista inglese ‘Decanter’   lo proclama come migliore Cabernet tra quelli in competizione di altri trentatré paesi in un concorso tenutosi a Londra , dove prevale addirittura sui famosi chateaux bordoles . La vendemmia del 1985 regala al ‘Sassicaia’ 100 punti assegnati dalla penna di  Robert Parker,  guru della critica americana che lo consacra a fama internazionale.

Sassicaia

E se vi dico che il ‘Sassicaia’ star indiscussa del jet set planetario usciva con la denominazione ‘vino da tavola’? Un paradosso questo che scatena e indigna al punto che, per questa categoria di vini speciali che non si adattano  alle regole dei rigidi disciplinari di allora come le DOC del 1983 che tutelano i soli bianchi e rosé, si conia in America il termine di ‘super tuscan’, dove ‘super’ sta per ‘diverso’ e non ‘migliore’. Bisogna attendere fino al 1994 con la formazione delle ‘DOC Bolgheri’ ,  ‘DOC Bolgheri Superiore’ e ‘DOC Bolgheri Sassicaia’ per placare le ire funeste . La costituzione  del ‘Consorzio per la Tutela dei Vini Bolgheri DOC’ , di cui Michele Satta è uno dei soci fondatori, nel 1955 con le sue cinquantacinque imprese agricole, sigilla a fuoco una business venture che ricerca costantemente di preservare sapere antico congiunto a modernità  e innovazione con lo scopo  di garantire a Bolgheri  un futuro tutto in salita. In soli cinquanta anni Bolgheri  passa da 120 a circa 1300 ettari di vigna e assurge a  fenomeno di  vini da collezione che oltre al ‘Sassicaia’ vede spuntare nelle immediate vicinanze  mostri sacri del made in Italy quali ‘Ornellaia’, ‘Guado al Tasso’, ‘Grattamacco’ e  il ‘Masseto’ , Merlot al cento per cento che nel 2001 il ‘Wine Spectator’ celebra come secondo solo al ‘Petrus’ di Pomerol. Bolgheri non è una moda o un capriccio di qualche blasonato ma il ‘Rinascimento’ del vino in Toscana, nel momento in cui il ‘Brunello’ e l’Italia sonnecchia per poi svegliarsi del tutto a fine anni Novanta ed essere in classifica tra le potenze enoiche del globo . Bolgheri è il frutto del lavoro e il più dolce dei piaceri di uomini intelligenti e illuminati che, titolati con risorse o artigiani con pochi mezzi e tanta voglia di fare, hanno collaborato e dialogato ribaltando le sorti di questa deliziosa cittadina. Bolgheri ieri landa del deserto e considerata addirittura non vocata alla viticultura oggi chicca dell’enologia italiana e luogo densamente popolato e affollato di turisti, curiosi e investitori provenienti da ogni parte del pianeta.

Cantina Michele Satta
Cantina Michele Satta

Michele Satta, l’azienda

Michele Satta scommette tutto il suo essere e il suo avere a Bolgheri sin da quando ci mette piede. Genius loci , vate, o cosa? Michele Satta è certamente un imprenditore fuori dagli schemi, dotato di grande personalità, sensibilità ed intuito.

Non dimentichiamo però che se Michele Satta è un’autorità in fatto di vino non è solo per  i suoi studi, il suo carattere, le sue esperienze, e certe circostante favorevoli, ma principalmente per la devozione, la costanza , la  gioia e la serietà con cui ha perseguito  i suoi obiettivi, i suoi ideali. Tutto quello che dai ti torna indietro nel bene e nel male, e quanto è vero per  Michele Satta ! E si sa che la fortuna non è una dea cieca ma aiuta gli audaci!  Tutto questo associato a un rapporto quasi ancestrale tra  Michele Satta  e la terra, che è il leitmotiv della sua esistenza stessa, si traduce nella nascita della sua azienda nel 1983 e nel suo primo vigneto nel 1991. Michele Satta si distingue dagli altri fuoriclasse a Bolgheri  perché è una voce fuori coro nel dare largo spazio alle uve del posto quali Sangiovese e Vermentino (sia in assemblaggio che in purezza), e nel cimentarsi con altre varietà quali per esempio il Sauvignon Blanc, il Tempranillo e il Petit Verdot. Una mossa alquanto temeraria quella di Michele Satta in un ambiente di altolocati e di certezze stellate tra le quali primeggia quella del ‘Sassicaia’ , ma mossa del tutto inevitabile per movimentare l’identità territoriale di questo paesotto maremmano, rispettandone sempre l’inclinazione per i vini bordolesi. In linea con i bolgheresi classici,  Michele Satta ha una sua personale visione del vino in cui soggiace prevalentemente l’intenzione di esaltare al massimo la complessità aromatica tipica del terroir mediterraneo che Bolgheri riesce a sprigionare. Ciò si incarna perfettamente in tappe importanti della sua carriera enoica che dà alla luce nel 1987 il ‘Costa Giulia’ , 100% Vermentino,  e  nel 1994 il ‘Piastraia’ , blend di Cabernet Sauvignon, Merlot e Sangiovese. A fine anni novanta, reduce di una consulenza presso l’ ‘Ornellaia’ e sotto la supervisione del prof. Attilio ScienzaMichele Satta pianta anche una piccola porzione di Teroldego, quest’ultimo ingrediente di un’altra opera d’arte di Michele Satta che è il ‘I Castagni’.

Michele Satta, Paolo Lazzarotti studio fotografico
Michele Satta, Paolo Lazzarotti studio fotografico

Scendendo giù nella cella rocciosa in cui i vini riposano, Matteo ci confessa che alcuni Wine Lovers & Experts snobbano i vini bolgheresi perché troppo freschi, fin troppo fruttati e non tipici, ed accontentano in maggiore misura il palato degli intenditori americani e cinesi. Lo ascoltiamo attenti lì tra le botti e le anfore di terracotta, e dopo avere assaggiato i vini di Michele Satta, nessuno dei presenti ha dubbio alcuno che il bello per Bolgheri  deve ancora arrivare. E come non credere ad un avvenire glorioso per questi vini marittimi, sontuosi, con una traccia balsamica indimenticabile che è il ricordo della macchia mediterranea, tratto specifico che li rende irripetibili.  Michele Satta vanta una superficie vitata di 24 ettari e affiancato tecnicamente e moralmente dai suoi affetti frutta attualmente 150.000 bottiglie ottenute da uva propria. Matteo ci fa fare un giro all’interno della bottaia ed è orgoglioso di quello che ci sta descrivendo. I suoi occhi brillano quasi a illuminare quegli spazi bui e freschi della grotta dove i vini di Michele Satta dormono per esprimere al meglio tutto il loro valore, che è strettamente legato a quelle specifiche peculiarità pedoclimatiche che stanno solamente a Bolgheri e che la fanno oggetto di invidia di tutti! Una alchimia naturale di sole, mare e terra questa è Bolgheri! Matteo ci spiega il motivo. Le vigne di Michele Satta sono tra quelle più a sud di tutto il comprensorio, il cui suolo è particolarmente fertile essendo  variegato per struttura (per lo più sabbia e in molti punti argilla e  limo) ,  di medio impasto,  drenante, e privo di sedimenti, cosa che facilita alle radici delle viti di scendere giù a fondo per alimentarsi.  Il nostro bell’Antonio va avanti narrando che i filari, trattati con pratiche biologiche, sono protetti dal vento a est dalle colline, mentre a sud beneficiano degli effetti del mare e dei fiumi Cornia e Cecina che li irrorano di luce favorendo la fotosintesi, ne mitigano il clima con estati fresche e inverni miti, e vi apportano brezze gentili che tolgono la dannosa umidità in superficie.  

Bolgheri, a presto
Bolgheri, a presto!

Una passeggiata tra le stradine ciottolate di   Bolgheri  e una cena a lume di candela nell’ intima e raffinata ‘Enoteca del Centro’ conclude magicamente il mio incontro con Michele Satta. Un sorso del suo ‘Syrah 2015’ è in poesia una frase di Antoine de Saint-Exupéry: “E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. 

Grazie Matteo, Michele e Paolo Lazzarotti per il suo infallibile obiettivo fotografico! 

 ‘A chi ancora è capace di emozionare. La bellezza non si misura con ciò che possiamo apprezzare semplicemente guardando con il senso della vista, la vera bellezza  è un atteggiamento. ‘ 

Stefania