Ca Avignone, cantina dei Colli Euganei

Ca Avignone, cantina dei Colli Euganei

Cominciano agli ultimi di giugno, nelle splendide
mattinate; cominciano ad accordare in lirica
monotonia le voci argute e squillanti.
Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi;
poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove,
pazze di sole; poi tutto un gran coro che aumenta
d’intonazione e di intensità col calore e col luglio, e
canta, canta, canta, sui capi, d’attorno, ai piedi
dei mietitori.
Finisce la mietitura, ma non il coro.

G. Carducci

Cà Avignone, Cantina dei Colli Euganei

Un freddo fine settimana di un Dicembre del 2020 mi ritrovo alla stazione di Monselice, una pittoresca cittadina vicino Padova, nel Veneto. Mi allontano dai binari per cercare l’uscita dove mi attende Nicola Ercolino, che insieme alla moglie Antonella Sala , è responsabile della cantina ‘Ca Avignone’, presso cui trascorro  tutto il weekend. ‘Ca Avignone’, fiorisce otto anni fa grazie al prezioso sodalizio con Roberto Cipresso, enologo di fama internazionale a Montalcino, con cui ho iniziato l’avventura del mio wine reporting alla scoperta delle più pregiate ed interessanti aziende vinicole con cui collabora. Un viaggio anche questo che mi porta in un posto straordinario e mai visto prima, che mi dimostra ancora una volta, che un vino racconta un territorio e molto di più.

È quasi l’imbrunire. Tutto intorno è deserto per le disposizioni contro il  Covid 19, un virus che senza nessun preavviso ha sconvolto le nostre vite e  il pianeta intero con  tutte le terribili  conseguenze per la salute, l’economia, la socialità e la lista sarebbe interminabile. Il sangue però scorre ancora nelle vene e il mio auspicio è quello che tutti possano avere la possibilità e la forza di reagire, di considerare i propri comportamenti e modificarli in modo più efficace rispetto alle difficoltà innescate da questo morbo. Bisognerebbe assumere un atteggiamento positivo volto alla soluzione di un problema, piuttosto che all’autodistruzione nel dolore, che se momentaneo è umano e in qualche modo addirittura consolante, ma alla lunga risulta essere inutile e frustrante. Questa mia spedizione è diversa dalle altre, è catartica, introspettiva, è un tentativo per non spegnere del tutto il fuoco che hai dentro. E per alimentare questa fiammella che scalda, mi godo tutto, ogni istante, pure il silenzio rumoroso, manifesto di come tutto ciò che prima era normale adesso è un miraggio. Parafrasando  Goethe, vale davvero la pena “vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo”!

Ca Avignone, cantina dei Colli Euganei
‘Ca Avignone’, cantina dei Colli Euganei

Un po’ smarrita tra lo scroscio della pioggia e gli ultimi sbuffi dei treni che si arrestano al capolinea, mi guardo intorno, e la vista di una rocca mi lascia attonita con quel fascio di luci rosse che la avvolge  quasi a proteggerla. Una targhetta di fianco a una fontana mi informa che  in cima lassù si erge il ‘Castello Cini’, un complesso di  quattro nuclei principali (l’XI – XVI secolo) con annessa la massiccia torre fatta da Ezzelino III da Romano su ordine dell’imperatore Federico II di Svevia. L’ Italia! Non inizi neppure il cammino che già ti stupisce e ti lascia senza parole. Intanto mi avvicino al parcheggio, dove incontro Nicola  che mi viene a prendere in auto e mi accoglie con un sorriso smagliante che colora un po’ il grigiore di quel venerdì uggioso. Rotto il ghiaccio dei primi convenevoli, Nicola  mi mette subito a mio agio e mi accenna un po’ di sé e della sua famiglia durante il tragitto verso ‘Petrarca Holiday House’, il mio alloggio esclusivo di fronte i colli bolognesi. Nicola e Antonella sono una coppia d’imprenditori che amano  la natura, e dopo anni di lavoro e di giri per il mondo, hanno deciso di dedicarsi quasi del tutto alla loro attività di winemaker nella loro tenuta, ‘Ca Avignone’, incastonata come una gemma  nel ‘Parco dei Colli Euganei’, una delle prime aree verdi istituite nel Veneto nel 1989 .

I Colli Euganei

Vini minerali e di una eleganza sopraffina quelli che regalano i Colli Euganei, un paradiso di 52 vulcani , la cui origine geologica risale a 135 milioni di anni fa, quando il pianeta era spartito in due grossi blocchi divisi da un oceano ,che per tensioni crostali fecero innalzare la catena alpina. I Colli Euganei si generarono più avanti a causa di eruzioni vulcaniche sottomarine non del tutto esplose in superficie per il ristagno del magma. Si tratta  di  ‘laccoliti’ , come sono conosciuti in gergo tecnico , cioè una sorta di accumulo di detriti a forma di  fungo , che una volta emersi , si diversificarono in altitudine  (dai 53 ai 400 metri ) , di cui la massima è  quella del  Monte Venda (600 mt) . Un arcipelago di rilievi sospinti su dalla lava e rimasti tali   fino a quando il mare gradualmente si ritirò  innanzi alla Pianura Padana , che si  fece  spazio in seguito a processi  alluvionali.

Ci inerpichiamo su una stradina piccola e stretta che ci conduce a destinazione. Siamo ad Arquà Petrarca, una deliziosa e incantevole borgata medievale di poche anime, che con i suoi addobbi natalizi sembra quasi essere un presepe vivente, spoglio però di tutta la gente che normalmente sotto le feste affolla le sue contrade, riempiendola di allegria e spensieratezza. La salita ci porta fino al mio alberghetto attraverso un sentiero illuminato da dei lampioni. Il cancello fa quasi fatica ad aprirsi. I suoi intagli in ferro battuto picchiettano contro gli aghi dei pini fronzuti, che per il loro peso crollano su dei cespugli di rosmarino e capperi che adornano lateralmente quel raffinato casolare e preannunciano la mediterraneità di questa oasi sperduta nel deserto. Nicola  chiude la vettura e mi dà una mano a sistemare i bagagli davanti l’uscio, quando improvvisamente mi fermo a contemplare la bellezza del paesaggio. Dei piccoli faretti sparsi tra gli alberi di castagno e una coperta di stelle schiariscono il fondo valle, dove in mezzo a una nebbiolina fitta si scorgono i contorni di uno skyline ondeggiante, che dal mare Adriatico alle mie spalle gira in modo circolare attraversando tutti i piccoli villaggi dell’entroterra veneto per poi sparire nell’orizzonte infinito.  A distrarmi da quell’incanto lo scodinzolio di Lana, un pastore bianco maremmano che mi si struscia addosso, una guardia perfetta per i ladri, che con un fare goffo e docile mi invita a entrare in casa. Nicola  mi fa accomodare e mi sento in alta quota quando intravedo un bel piatto fumante di pasta e fagioli con delle porzioni abbondanti di: soppressata, pane in crosta, olive nere, parmigiano, evo in purezza, e un singolare taglio bordolese di produzione propria. Dopo essersi accertato che fosse tutto di mio gradimento e che non mi mancasse nulla, Nicola   mi augura una buona serata. Si scusa di non potersi intrattenere a lungo  e di una cena parca ,  casalinga , arrangiata  alla buona da Antonella  per le chiusure di Conte. Riduttivo esternargli che la sua classe e il gesto della sua dolce metà mi spiazzano, vorrei ringraziare, ma non serve molto, perché sarebbe un continuo, e capisco che la gentilezza e la generosità fa parte del loro modo di essere. Mi limito a salutare, in qualche modo farò per mostrare loro la mia riconoscenza.

Degustazione '3 Tinto', il taglio bordolese Italiano, a Petrarca Holiday House, Arquà Petrarca
‘3 Tinto’, il taglio bordolese Italiano,  ‘Petrarca Holiday House’ 

Con calma assaporo quel pasto luculliano finendo praticamente tutto. Nella pace più assoluta, ascoltando un po’ di musica jazz, mi accosto al camino stanca ma felice. Lo scoppiettio del fuoco mi coccola mentre leggo delle guide che mi anticipano i segreti di quei luoghi ameni. Le pagine di quei libri  sono ormai impolverate a furia di non essere più sfogliate dai turisti dopo lo scorso segno di una crisi economica imperante ovunque, che ha affondato tutti i settori senza esclusione di colpi. Sono attimi in cui rifletti su quanto sta succedendo di così inaspettato, crudele e quasi a i limiti dell’assurdo, e nell’animo avverto tutta la fragilità e la vulnerabilità dell’essere umano. Poi però mi riprendo rapita dalle immagini di qui volumi sul  Veneto  , sul   suo immenso patrimonio, artistico, culturale, paesaggistico ed enogastronomico.  Mi pervade un senso di libertà.  Quella è per me come un’ora d’aria dalla prigione, respirata in totale sicurezza per raccontare un’esperienza indelebile nella memoria, per condividere una storia di chi con molta tenacia e determinazione nonostante tutto, va avanti. Un inno alla collaborazione, alla solidarietà, alla fratellanza. Una promessa al reinventare in meglio noi stessi e la nostra presenza su questo pianeta, che è saturo e che, se non corriamo ai ripari, giustamente si ribellerà eliminando la nostra specie che di tutto il Creato è la più distruttiva. Un messaggio di speranza per chi sta soffrendo più di altri, per non arrendersi.  Un augurio affinché questa maledetta pandemia possa essere presto debellata, perché ce la stiamo mettendo tutta! Ed è l’energia di cui necessito, di cui necessitiamo, quella che mi piace trasmettere, perché come affermavano gli antichi greci πάντα ῥεῖ’’,  “tutto passa”. Spalanco la finestra per contemplare ancora un po’ quella meraviglia, che già a notte fonda è un teatro plen air. Due leprotti che giocano sotto gli ulivi, il susseguirsi di alture dai contorni non ben definiti e di vallate che accolgono minuscoli paesini con i loro tetti spioventi e qualche campanile che fa capolino da una luna gigante, la cui luce bianca si riflette fin dove riesco a vedere, sbiadendo man mano fino a sparire all’arrivo  dell’alba di domani.

Risveglio ad Arquà Petrarca

I galli cantano e mi svegliano. Scendo giù dalle scale della soffitta che ha accolto il mio sonno. Rimango ancora un po’ sotto il piumone infreddolita. Mentre il calore delle stufe si propaga nelle stanze, mi preparo un caffè nero bollente e dopo una doccia tonificante , il programma è quello di recarmi in centro ad Arquà Petrarca, che , posta tra il Monte Piccolo e il  Monte Ventolone, è  in assoluto la perla  dei Colli Euganei. L’incombere di una forte tempesta di vento mi fa cambiare idea, così esco fuori in veranda a inebriarmi dell’odore della terra bagnata prima che Nicola   venga a prelevarmi.

La fame vince sulle intemperie! A metà mattinata lo stomaco brontola e per farlo tacere, mi decido di cercare un bar nelle vicinanze per divorare un cornetto e scaldarmi con un cappuccino d’asporto! Per mia fortuna Matteo Zanato , il proprietario del residence, mi raggiunge per assicurarsi che tutto sia apposto e per scortarmi giù ad Arquà  a rifocillarmi . Matteo  è dispiaciuto di non avermi lasciato nulla di pronto da mangiare, e gli rammento che in quelle condizioni di restrizioni si è fatto più di un miracolo a organizzare il mio fine settimana per l’intervista. Matteo non può darmi torto, e più sollevato mi fa cenno di montare sulla sua jeep per mettere qualcosa sotto i denti. Mentre discendiamo giù per quelle viuzze ciottolate e venate dalle radici di tronchi titanici, Matteo mi dice sommariamente qualcosa su di lui, definendosi un self made man. Dopo aver  rinunciato  al ruolo di d-jay per una nota band musicale per portare avanti la baracca tra consorte e due bambini, Matteo eredita un podere dal padre e lo adibisce a b&b , offrendo agli stranieri lì in vacanza un servizio alquanto insolito quanto ricercato, quello della pesca dell’ introvabile pesce persico. Le stagioni primaverili sono una fucina di tedeschi che calano giù per divertirsi con lui nei laghi a bordo delle sue barche, che purtroppo al presente sono ormeggiate nel prato della sua dépendance per colpa della peste cinese!  Anche per Matteo è lontano il ricordo del suono di quel motore, che azionava con ottimi risultati la sua impresa concepita poco a poco con così tanto sforzo e devozione.  Matteo non molla, perché primo non ne ha voglia, secondo non può neppure permetterselo, per cui escogiterà un piano B! Intanto ci avviamo e dopo pochi minuti giungiamo ad Arquà Petrarca . Ci intrufoliamo in un bistrot per far colazione, siamo gli unici clienti, e al riparo dal freddo consumiamo in piedi delle paste al miele e un buon tè alla vaniglia.

Francesco Petrarca
Francesco Petrarca

Tra una chiacchiera e l’altra la mia attenzione casca su un imponente mausoleo che scorgo da un lucernaio, e  Matteo   soddisfa la mia curiosità, riferendomi che  quella è la chiesetta  di  ‘Santa Maria Assunta’, il cui sagrato, sito accanto al massiccio ‘Palazzo Contarini’ e ‘Casa Strozzi’ (esempi emblematici dell’architettura delle antiche famiglie patrizie veneziane), da secoli custodisce gelosamente le spoglie di Francesco Petrarca, il sommo poeta italiano. I suoi resti , alcuni  dei quali misteriosamente trafugati, giacciono all’interno di una tomba in pregiato marmo rosso di Verona , costruita dal genero Francescuolo da Borsano, il quale si ispirò ai sarcofagi romani e ai sepolcri più classici su modello di ‘Antenore’ a Padova. Usciamo per scrutare più da vicino quel monumento sacro, e con mesta reverenza tolgo alcune foglie ringrinzite da un’iscrizione commemorativa, che recita le ultime volontà del dotto Toscano: “Questa pietra ricopre le fredde ossa di Francesco Petrarca, accogli o Vergine Madre, l’Anima sua e tu, figlio della Vergine, perdona. Possa essa stanca della terra, riposare nella rocca celeste”. Matteo mi spiega che Petrarca per sfuggire all’epidemia che colpì Milano (coincidenza strana che mi fa quasi paura!) si trasferì prima a Padova,  e poi su invito dell’amico Francesco il Vecchio da Carrara ad Arquà, dove acquistò una villa del Duecento, adibita  ora a  museo , in cui si stabilì definitivamente insieme alla figlia e la nipote. Come narra una legenda, Petrarca esalò gli ultimi respiri (1374) nella quiete del suo giardino, mentre stava ultimando i suoi scritti. Petrarca  ha ribattezzato Arquà e  l’ha resa famosa,  un tempio per pellegrini da ogni dove, un turismo per lo più letterario  fatto di  scrittori  di fama internazionale, da Shelley, Foscolo, Guinizelli, Ruzante e D’Annunzio fino a Zanzotto e molti altri. Le lancette dell’orologio si fermano quando stai bene, non mi sono accorta che è già mezzogiorno, sono in ritardo perché devo andare in cantina da Nicola ! Per fortuna   Matteo  si presta gentilmente ad accompagnarmi.

Il Mediterraneo nella pianura Padana, Colli Euganei
Il Mediterraneo nella pianura Padana, Colli Euganei

Il passo a ‘Ca Avignone’ è davvero breve. Un sole leone inaugura il nostro ingresso nel possedimento di Nicola  e Antonella  , immerso in filari di vigne dal  verde sgargiante, dove ci danno un caloroso benvenuto, stringendoci così affettuosamente la mano da farci male! Dopo avere scambiato un paio di opinioni con  Nicola su dei fatti riguardanti dei vicini in comune legati a multe e vigili, a Matteo squilla il telefono.  Ci comunica rammaricato che si deve allontanare per degli impegni e il suo improrogabile torneo a golf. Antonella è una spumeggiante morettina dai lineamenti aggraziati, e il suo modo di fare è tipico di una donna determinata e realizzata. Percepisco questi tratti della sua personalità, sarà l’istinto femminile, ancora prima di approfondire la sua conoscenza, e ne ho conferma non appena perlustriamo la sua villetta. Mi colpisce la raffinatezza e la semplicità dello stile country chic degli esterni quasi in contrasto con quello ultramoderno degli arredamenti.  Un gioco equilibrato di opposti, ingentilito dai quadri e dai mobili shabby di Antonella , artista a tutto tondo quando sveste i panni di commercialista e mamma premurosa. Il bianco predomina, come il colore degli infissi delle due ampie vetrate all’inglese che abbelliscono una terrazza con pavimento in cotto, oltre la quale spunta un salone enorme ammobiliato con pochi pezzi importanti e minimali.  A sinistra del soggiorno c’è una scala che porta alle camere da letto, un caminetto, e una cucina total black con un’isola centrale, dotata di tanti di quei comfort e accessori da fare invidia a Cracco! Antonella , da brava chef, vuole essere da sola a preparare il banchetto. Chi osa contraddirla! Nicola  ne approfitta per mostrarmi il suo studio dove mi decanta come si è immolato a Dioniso.

 

I Vini dei Colli Euganei

Nelle mensole fanno bella mostra vari oggetti estrosi, orientaleggianti, tutti disposti in maniera ordinata. Penso siano dei souvenir, gli ultimi cimeli di un trascorso da globe trotter, e non mi sbaglio. Quella vita da affarista cosmopolita è stata appesa a un chiodo, a    Nicola   non  importa più, o meglio gli è servita fino a quando gli interessava.  In questo c’è la risultante del suo background   educativo, illustratomi con molta poca attenzione ai dettagli, perché Nicola   non è uno da riflettori, ma da dietro le quinte, va alla sostanza! Nicola  studia a Venezia e dopo una laurea in agronomia e un master in management, si dedica prima al commercio e  manifattura di gioielli  (importando dalla Cina la tecnica di vuotatura dell’oro sconosciuta in Italia), e dopo anni di spola tra l’ Asia e il Bel Paese,  passa a immettere nel mercato grosse realtà industriali locali. Annoiato e deluso dagli individui e dalle istituzioni che bramano solamente soldi senza altro fine, Nicola  fa della sua passione che è il vino  il suo business  principale , ed è così che nasce ‘Ca Avignone’, che da sette anni  delizia i palati dei più esigenti  wine lover / expert nazionali ed esteri. Difficile stare chiusi fra le mura domestiche quando una giornata frizzante quasi primaverile ti sprona a farti baciare dai raggi solari, e allora ci spostiamo nel davanzale e proseguiamo la nostra conversazione stando comodi su un divanetto all’aperto.

Snodandosi per circa quattro ettari e collocata a un’altezza di circa 1, 86 metri  ‘Cà Avignone’   è una cantina intitolata dalla via omonima in cui è ubicata al civico 13, zona rinomata per le sue terme frequentate dai papi. Le terme euganee sono attestate qui sin dalla preistoria, si sono progredite attraverso i Romani e i Veneziani  fino  a ciò che sono attualmente, un complesso di 13 stabilimenti, 220 piscine , con  una capacità ricettiva di 13.000 posti. Il bacino idrominerario dei Colli Euganei include i comuni di: Abano Terme, Arquà Petrarca, Baone, Battaglia Terme, Due Carrare, Galzignano Terme, Monselice, Montegrotto Terme, Teolo e Torreglia, per un’estensione complessiva di circa 23 Km2, costituendo una delle più stupefacenti risorse termali a livello europeo e una meta turistica di alto livello senza eguali in Italia. In base a delle ricerche degli anni Settanta, si è scoperto che la fonte di calore di queste acque termali non è vulcanico come qualcuno potrebbe immaginare, ma meteorico (precipitazioni). Queste acque provengono dai bacini dei Monti Lessini nelle Prealpi, e discendendo nelle Piccole Dolomiti (Monte Pasubio) si riscaldano automaticamente  , arrivando a toccare delle fratture di rocce calcaree a una profondità di circa 3.000 metri.  Appena sfiorano un basamento solido e impermeabile, queste acque si arrestano e si arricchiscono di sali minerali e altre sostanze disciolte nel loro lungo percorso a cascata.  Poi per pressione idraulica risalgono verso il mantello un po’ saline e leggermente radioattive ad una temperatura media di 75°C.

Gli Ercolini, vini di ‘Ca Avignone’, Colli Euganei

Sto prendendo appunti , Nicola  conversa animosamente, Antonella  si avvicina e si siede accanto a noi nelle poltrone in vimini e mi omaggia del  suo diario di bordo ‘Storia di un insolito viaggio sui Colli Euganei’, un  baedeker che narra i luoghi dell’ infanzia , l’  esodo  dalla città alla campagna, un resoconto su un passaggio significativo quello da un’esistenza frenetica a una più autentica e intima nei Colli Euganei . La coppia si apparta per imbastire la tavola, e nell’attesa divoro un capitolo sulla viticoltura dei Colli Euganei, che Antonella documenta con riferimenti al suo sopralluogo al ‘Museo del Vino dei Colli Euganei’ allestito a Vò nella sede del ‘Consorzio di Tutela dei Vini Euganei’ fondato nel 1972 . Scavi fatti a Este di reperti archeologici in terracotta, ciotole e coppe legati al consumo del vino, testimoniano come Bacco abbia trionfato da queste parti a partire  dal VII – VI secolo a.C fino all ’impero Romano , cadendo nell’oblio fino a  quando resuscitò grazie ai  monaci nell’anno Mille. Fu poi nel Cinquecento che entra in scena il re delle uve degli  Euganei , l’asiatico e dolcissimo Moscato Giallo , introdotto come ingegnosa alternativa alle spezie per le pietanze dei nobili dalle signore dei potenti governatori Veneziani quali gli   Emo Capodilista, i Selvatico, i Contarini e i Mocenigo ,  che circondarono i colli di sontuose residenze e li sanarono con sistemi di bonifica. Successivamente il Moscato Giallo fu selezionato come biotipo  dai viticoltori e da allora  coltivato fino a ottenere l’ambito riconoscimento della DOC nel 1994  e  quella di ‘Colli Euganei Fior d’Arancio DOCG’ o ‘Fior d’Arancio Colli Euganei D OCG’ nel 2011, baldante denominazione che riporta  ai profumi di zagara e di agrumi tipici della vite in  questione, che esplode in tutto il suo sapore  nella versione spumante, passito e secco. La denominazione include il comprensorio padovano di Arquà PetrarcaGalzignano TermeTorreglia ed in parte quello dei comuni di Abano TermeMontegrotto TermeBattaglia TermeDue CarrareMonseliceBaoneEsteCinto EuganeoLozzo AtestinoVo’RovolonCervarese Santa CroceTeoloSelvazzano Dentro .

Il terroir dei Colli  Euganei  (22 mila ettari) è di essenza vulcanica. Diversi orientamenti e altitudini (dai 50 a un massimo di 400 metri) qui favoriscono dei microclimi variegati e un clima quasi mediterraneo: inverni miti, estati calde, asciutte e buone escursioni termiche fra il giorno e la notte. La piovosità media annuale oscilla tra i 700 e i 900 mm con due punte massime, in primavera e autunno. L’umidità relativa è variabile tra la pianura e la collina, dove i valori sono notevolmente inferiori e si registra una temperatura superiore nelle giornate limpide e nelle prime ore del mattino  per il fenomeno dell’inversione termica. Per queste peculiarità i  Colli  Euganei sono ideali per la coltivazione della vite, situata prevalentemente in pendii e declivi che consentono il deflusso delle acque evitando i ristagni. L’alto pregio dei vini euganei è prevalentemente dettato dai suoli di queste montagne, che sono derivati dalla disgregazione delle rocce vulcaniche. Essi  hanno un buon scheletro, e sono ricchi di vulcaniti (rioliti trachiti, basalti,), rocce sedimentarie (biancone, scaglia rossa e marna), alluvioni (conoidi di deiezione, fondovalle alluvionale). Da questa varietà di microelementi ne consegue  l’eccezionale varietà dei vitigni :

Non si finisce mai di imparare.  Ma qual è l’X-factor dei vini di  ‘Cà Avignone’  ? Il terroir unico dei Colli  Euganei  e la mano sapiente dell’uomo!

'Ca Avignone' , Carboon Foot Print , vini green
‘Ca Avignone’ , Carboon Foot Print , vini green

Le etichette Cà Avignone, Carboon Foot Print

Nicola   da bravo sommelier , e con quella umiltà che appartiene solo ai grandi, desidera che esprima il mio giudizio da collega sui suoi nettari , che sono prodotti seguendo i principi più rigorosi sia della tradizione vitivinicola euganea che della innovazione tecnologica, un giusto compromesso tra passato e futuro per questa cantina di nicchia, che oggi vanta  un numero  di  circa 12 000 bottiglie annue.

Sì perché Nicola   e Antonella sono profondamente legati all’immenso patrimonio enologico regionale, e il loro obiettivo è quello di esaltarlo facendo dei vini esclusivi. Nicola   e Antonella desiderano sperimentare e hanno continuamente  meditato su quale fosse  per i loro vini quel qualcosa che facesse la differenza!  Eureka! La matassa si dipanò  quando i coniugi ‘divini’ riportarono  la faccenda a Sabrina, la locandiera de ‘Il Guerriero’, un ristorantino di Arquà, che li mise  in contatto con Roberto Cipresso! Love at first sight! Dopo una serie di ritrovi e colloqui vari, Nicola   e Antonella si affidarono all’esperienza pluriennale e di successo di Roberto da cui scaturirono strategie importantissime. Su tutte primeggia in assoluto quella del ‘vincere senza combattere’, ossia generare nuova domanda,  piuttosto che rimanere bloccato in una spietata lotta concorrenziale senza via di uscita ! Questa tattica di guerra acquisita dalla lettura di ‘Oceano Blu’, la bibbia di Cipresso, nella fattispecie un rivoluzionario manuale sul management di R. Castaldo , insieme all’abilità del sapere delegare agli altri  appresa da Antonella, è tutto quello che Nicola  mi confessa essere alla base della sua nuova visione di fare del vino un grande affare. Questa crescita , a cui aggiungo lo spirito critico e le doti dirigenziali di Nicola sviluppate nel corso della sua brillante carriera (perché personalmente non si attribuirebbe neppure una virtù!), hanno elevato lo standard che contraddistingue i vini della cantina ‘Cà Avignone’, per il  cui lancio sono state fatte alcune scelte cardinali che posso essere così sintetizzate:

  • Il recupero di terreni più adatti alle loro viti;
  • La perizia enologica di Andrea Boaretti, numero uno nella viticultura euganea;
  • Rispetto per l’ecosistema e piena sostenibilità della catena produttiva con vini ‘Carbon Footprint’, cioè fatti riducendo al minimo l’emissione  di CO2. Gli espedienti più esemplari per raggiungere questo traguardo pioneristico sono: l’adozione di vetri sottili e leggeri, tappi in canna da zucchero (che permettono di mantenere l’ossidazione stabile almeno per dieci anni), e Cor-ten per i pali,  un tipo di ferro  più affidabile dello zinco perché emette una patina di ruggine, che presenta un’ottima resistenza alla corrosione atmosferica. Certificata dalla società senese ‘Indaco 2’ ( specializzata nell’ individuare azioni migliorative di mitigazione e compensazione degli impatti ambientali), questa è tutta una metodologia imprenditoriale  che  non è certo dettata da piani di marketing , quanto piuttosto dall’esigenza morale di fornire beni ricorrendo a  fonti pulite e rinnovabili, apportando un contributo per risolvere problemi di considerevole attualità che riguardano l’intera società globale: dal riscaldamento del pianeta ai mutamenti climatici, dall’estinzione graduale della biosfera sino a rischi di assottigliamento della biodiversità.

‘Cà Avignone’ è dunque una cantina dal profilo green, con una politica ecologica che, includendo l’assenza di fitosanitari, diserbanti chimici, e di irrigazione per le loro viti (salvo situazioni realmente problematiche in cui è quasi impossibile non ricorre al rame e allo zolfo e al drenaggio dei terreni), può classificare i suoi vini come biologici, biodinamici e naturali.

Casa Ercolino, vini di ‘Ca Avignone’, ‘3 Tinto’ e ‘Cicale di Arquà’, Colli Euganei

Un certo languorino distoglie me e  Nicola  dai dotti argomenti enoici, traditore è il convivio e la piacevole compagnia. La fine della dissertazione quasi accademica è segnata dallo svolazzare di una tovaglia candida di lino che si srotola lentamente sotto i nostri occhi, su cui Antonella poggia un vaso smaltato di fiori freschi, una brocca d’acqua naturale, un servizio di porcellana e delle posate di argento. Una mise en place curata nei particolari che per gli Ercolini è la regola e non l’eccezione, quindi non una cortesia per gli ospiti, ma una pratica quotidiana, un rituale per manifestare gratitudine al Creatore. Inalo a polmoni pieni quel soffritto d’aglio che esala dalle orecchiette e cime di rapa, che di nordico hanno ben poco, un dubbio che Antonella percepisce subito e sfata sbottando ironicamente: ‘benvenuta giù a Nord! Nicola è di padre napoletano e io di madre calabrese!’ In quella frase è racchiuso il segreto di questa coppia straordinaria, temperamento latino e rigore teutonico in un bicchiere!  Eccovi i protagonisti indiscussi della mia prima degustazione sui Colli Euganei:

  • ‘Cicale di Arquà’: così apostrofato da Antonella per un voluto rimando al frinire delle cicale , un coro mediterraneo che in estate allieta i ritmi lenti dei Colli Euganei, un rifugio dell’anima che assaporo in un calice di questo prosecco ‘col fondo’,  Glera e Moscato al  5 % , che fa macerazione sulle bucce per 15 giorni. Per la sua spiccata struttura ‘Cicale di Arquà’ è paragonabile ai ‘sur lie’ della Francia o agli ‘Orange Wine’ dell’Est. Ancora giovane e torbido è un bianco complesso con bollicine fini, sentori erbacei e di pera,  sapido e morbido al primo sorso con una gradevole persistenza aromatica;
  • ‘3 Tinto 2019 ’: tre rossi come evoca l’etichetta. Un bordolese tutto italiano di Merlot , Cabernet e Carmenere, non filtrato e senza lieviti aggiunti, che pur essendo ancora del 2019, è maledettamente sofisticato al naso per i profumi di frutti di bosco e spezie, è al palato spicca per una contrapposizione calibrata tra morbidezze e tannini.  ‘3 Tinto’ è un rosso pronto, che darà il meglio di sé riposando al fresco e al buio.  Questo vino non può essere annoverato tra le DOC per un 5 %  Carmenere  acquistato di poco oltre i confini, una regolamentazione che se da un lato tutela i vini, dall’altro a volte è troppo ferrea e addio  nuove frontiere. Nicola  allude ai suoi sogni nel cassetto per cui è disposto a superare ogni ostacolo: fare un  Merlot  in purezza e un metodo classico, ma non aggiunge altro! Top secret!
Colli Euganei, mille motivi per esserci
Colli Euganei, mille motivi per esserci

Le nuvole sopraggiungono con l’imbrunire. Finite tutte quelle bontà, sparecchiamo, e andiamo a riposarci un po’. Quando sono nel mio cottage, sdraiata accanto al comignolo il vademecum di Antonella mi alletta allorché elenca tutta una serie di prelibatezze cucinate per dei suoi commensali, tramandate da generazione in generazione e fiore all’occhiello della cuisinè veneta. Lo ‘schissotto’ per esempio apprendo essere il ‘…tipico pane basso e stuzzicante preparato sui colli Euganei , usando farina, strutto-nei tempi andati le nonne mettevano il grasso d’oca-, un po’ di sale e un po’ di zuccherò’. E ancora un primo vegetale con  ‘i bisi di Baone’ , che è ‘…un risotto prelibato preparato con i piselli coltivati nel paese euganeo di Baone…’. Un secondo succulento a base di ‘…galinella alla canavera…’ che ‘…richiede assolutamente la gallina padovana…inconfondibile, è una gallinella molto bella, dalle piume lucide e da un caratteristico ciuffo di penne molto lunghe poste sulla testa …’, condita con ‘pissacan’ , che ‘…è del Tarassaco, un’ erba primaverile che ha al suo centro quei bei fiori gialli….chiamata così perché i cani se ne nutrono quando hanno bisogno di depurarsi’. Dulcis in fundo la crostata di mele, e mi sciolgo in ‘brodo di giuggiole’ , che è nientemeno il liquore di accompagnamento del dessert ‘…di Arquà, molto originale ricavato dai frutti del giuggiolo, che sa di mandorle e frutta secca’. Improvvisamente uno stato di totale e sana pigrizia prende il sopravvento, e mi accascio su dei cuscini morbidi, su cui poggio il viso e sprofondo in un dolce sonno ristoratore. Passa qualche ora e mi ritrovo insieme da Nicola   e Antonella  per desinare e gustare una grigliata di carne , e del gustosissimo radicchio avvolto da della pancetta croccante , il  tutto abbinato ai vini di ‘Cà Avignone’ e a un ‘Friularo’ del 1998  , un rosso simile al  ‘Raboso del Piave’, appartenente alla DOCG Bagnoli (comune di Due Carrare): colore granato, aroma di frutta rossa matura, caldo, con un tannino compatto ma non invasivo, pieno e persistente. Mi ricorda l’Amarone,  Nicola   infatti sottolinea che questo vino un po’ rustico se non troppo maturo, si vendemmia in Novembre dopo l’estate di San Martino, quando sui tralci si posa la prima brina, cosa che gli conferisce l’epiteto di ‘frigoearo’ , cioè ‘freddo’ dal latino  ‘frigus’ .  I fumi dell’alcol ancora non ci abbattono e sono abbastanza sobria per ammirare quel simposio circondata da un lusso smart, confortevole, tra il classico e l’urbano che non passa mai di moda e si fa notare! Trattata come una principessa, la mezzanotte scocca pure per me e mi ritiro nella mia corte con il cuore pieno di gioia che trabocca fino al mio ritorno in patria.

Bortolomiol Winery, Prosecco in Valdobbiadene

Bortolomiol Winery, Prosecco in Valdobbiadene

“One’s destination is never a place, but a new way of seeing things.”
― Henry Miller

A weekend in Valdobbiadene, Veneto 

It was my birthday and what a better present than having a weekend away and going to a wine tasting! While I was in Lucca shopping , I was thinking how best to celebrate my birthday, when Roberto Cipresso, my wine mentor and friend, called me for a get together. Roberto is an international winemaker, who at the age of twenty three moved from Bassano del Grappa to Montalcino, where he now lives with his family running his own winery ‘Winecircus’. When he realized that I was looking for something special to do for my birthday, he suggested visiting the ‘Bortolomiol winery’ in Valdobbiadene.  The ‘Bortolomiol winery’ is one of the most prestigious wine  companies he  deals with, and one of the most representative of the ‘Prosecco area’ in Veneto.  On the first weekend of October, I took the train from Pisa to Venice and then headed to Valdobbiadene, a quaint medieval village, its precious hills of Prosecco set in Veneto. Veneto is a captivating Italian region, full of attractions, and renowned for its wine. All around are dotted small terraced vineyards planted on the steep slopes and almost exclusively dedicated to Prosecco, the most famous of Italy’s sparkling wines. The Prosecco area is marvellous to visit at any time of year, though ideally between April and June, not only the weather mild, though also because there are many Prosecco-related events such as ‘Vino in Villa’ and ‘Primavera del Prosecco’ with fairs, markets, shows and exhibitions. It is now time for me to share with you my unforgettable wine experience , which  revealed yet another hidden Italian treasure!

It was Friday and I arrived in Valdobbiadene in the late afternoon. After I entered my accommodation in ‘Piazza Marconi’, I unpacked, had a shower and then an aperitivo with some friends in a small though elegant cafè. The weather was just right for a stroll in the historic centre of Valdobbiadene. Valdobbiadene may not be as popular as other cities in Italy though is a minuscule, charming tourist destination that is worth a visit. You will be surprised by some of the unique things you can do and the places you can explore.  Valdobbiadene  has been inhabited for over forty thousand years and the first written documents there date back to 1116, when it was conquered by king Enrich V, and in the following centuries by Treviso, the Ezzelini family,  Venice and  Napoleon before finally being annexed by Italy in 1861.  Valdobbiadene is surrounded by important churches, castles and colourful Renaissance buildings aligned to the main square, on which stands a bell tower and the massive ‘Santa Maria Assunta Cathedral’.  On Saturday morning after a huge breakfast and a strong coffee, I went walking along the narrow rural streets of Valdobbiadene for a couple hours,  immersing myself in nature and the green vineyards, whilst admiring the allure of autumn in the falling of leaves from the chestnut trees. The sun was shining and I felt relaxed, simply wondering in contemplation prior to my first sip of Prosecco at the ‘Bortolomiol winery’. Follow me on this Prosecco adventure in Veneto!

Veneto and  its Prosecco 

Veneto is famous all over the world for its Prosecco, unique in its style and taste. Located in the North-Eastern part of Italy, Veneto is a small region, full of landscape of steep hills, which in turn create incredible flavours in its wines.  The delightfully bubbly Prosecco we know and love today, whose name actually derives from the Slovenian word ‘prozek’ ,which means ‘path through the woods’, it  also pertains to the historical village of Prosecco, a suburb of Trieste, close to Duino, where Glera grapes originated and had been cultivated since Roman times.

Romans used the Glera grapes to make a tasty drink called ‘Pucino’, which apparently was the life elixir of Livia, the second wife of the Roman Emperor Augustus, as stated by Pliny the Elder in his ‘Natural History’ written in the first century BC. Since then up until the 18th century the cultivation of the delicious Glera grapes has spread around Northern Italy. The first written mention of Prosecco comes in 1754 in the book Il Roccolo Ditirambo’ by Aureliano Acanti, who wrote: “And now I would like to wet my mouth with that Prosecco with its apple bouquet”. In the 1800’s the academic Francesco Maria Malvolti referred to the quality of local winemaking in stating “thanks to varieties like Marzemini, Bianchetti, Prosecchi, Moscatelli, Malvasie, Glossari” . Malvolti also established the association between Prosecco and its region Conegliano Valdobbiadene.  Prosecco took its next major step forward when in 1868 Count Marco Giulio Balbi Valier cultivated a special grape variety he named ‘Prosecco Balbi’ and published a booklet regarding his important research. Moreover, in 1876 ‘Conegliano’s School of Winemaking’ was founded, becoming a milestone for both the entire winemaking industry and education regarding wine. The Romans may have enjoyed Prosecco, but it wasn’t until the 19th century when Antonio Carpenè subjected the still white wine to a second fermentation that Prosecco acquired its now lasting association with bubbles. Prosecco was going to be something major in the 20th century.  Until the years after World War II, almost all Prosecco was consumed locally, when  it then grew beyond the borders of Veneto and Friuli-Venezia-Giulia, resulting in the production of inferior imitations to the point where wine producers formed a ‘Consortium’ that would go on to create D.O.C.  Up until 2008, vintage Prosecco was protected in Italy as D.O.C.   (‘Controlled Designation of Origin’),  though in 2009 was upgraded to D.O.C.G.(‘Controlled Designation of Origin Guaranteed’).  The Prosecco D.O.C. covers four provinces in Friuli-Venezia-Giulia (Gorizia, Pordenone, Udine, and Trieste) and five in Veneto (Padua, Venice, Treviso, Vicenza, and Belluno). Two D.O.C.G’s.  fall within the D.O.C.: ‘Prosecco Conegliano Valdobbiadene Superiore D.O.C.G.’ and ‘Asolo Prosecco Superiore D.O.C.G.’. For the first, the wines are harvested on the hills between the two eponymous towns, while the latter is produced from its namesake town and is known for its exclusive Extra-Brut vintage (up to 6 grams of residual sugar per liter). The hills where the wine is cultivated are so steep that the vineyards can only be worked by hand, which only adds to the value of the wine. It should come as no surprise that  it is also a lovely place to visit.



In recent years, Prosecco has become very popular, especially in the UK. According to current figures, Britons spent more money in supermarkets over the holidays on Prosecco than on Champagne. It is a big affair for an appellation that didn’t even formally exist until 2009 as the shortage of Prosecco  in 2017 upset wine lovers across the globe!  Prosecco is getting more and more popular, probably because it is a luxury product like Champagne but has a much affordable price! Both Champagne and Prosecco are sparkling wines, though the similarities end there. Let’s go deeper into these differences as regards their terroir, composition, output, flavour, and tasting notes, Prosecco versus Champagne!

  • First thing, Champagne is a sparkling wine produced in the region of Champagne in  France, which is about 80 miles (130 km) Northeast of Paris. Only ‘Champagne’ can be called  ‘Champagne’! Prosecco is produced in the regions of Veneto and Friuli-Venezia-Giuliaclose to Treviso which is about 15 miles (24 km) North of Venice;
  • Champagne can be made as a blend or from a single varietal wine predominantly from Chardonnay, Pinot Noir and Pinot Meunier ; Prosecco is made primarily from Glera grapes;
  • The still wine of Prosecco and ‘Champagne’ are subjected to a second fermentation accomplished by adding a mixture of sugar and yeast, creating the CO2 which makes them sparkling, but is processed in a different way.  Champagne is made using a high-priced method known as the méthode champenoise’ or ‘traditional method’, which happens in the bottle, releasing complexity, texture and flavours like brioche and toast, especially as it ages. Prosecco undergoes the cheap and fast ‘tank method’ , meaning that the second fermentation happens in a single large tank. The tank method’ was invented in 1895 by an Italian, Federico Martinotti, a winemaker in Asti. In 1910, Eugène Charmat, a Frenchman, made some improvements to the process and patented it under his name. In Italy the process is sometimes known as theMartinotti method’, after its original inventor. There are other names for this process: ‘Charmat-Martinotti’, ‘Italian method’, ‘autoclave’ in Italian or ‘cuve close’ in French .This new winemaking technique allowed  sparkling wine production to be performed  in volume at a lower price and in a shorter period of time than any previous method . The method traps carbon dioxide to give the wine its bubbles and its distinct freshness. Due to the reduced contact between the yeast and the base wine produced by this method , Prosecco results in a fruit flavour profile more resembling that of the Glera grapes, which is associated with pear, apple, honeysuckle and floral notes;
  • Champagne encompasses a patchwork of soils endowed with unique characteristics such as the presence of chalk and limestone. Prosecco grapes are harvested on steep, mostly chalk and limestone hills west of Venice  and north of Valpolicella, with traces of clay, marl and marine sandstone.  These hills are situated  between the Dolomite mountains and the Adriatic Sea, a perfect position with a mild climate and plenty of annual rainfall;
  • A good-quality bottle of Champagne can cost between € 50  and € 300- whilst vintage bottles are  sold  for thousands of euros, whereas a bottle of Prosecco can cost as little as $12. The difference in price is partially due to the production method used to make each wine,  Champagne requires a more hands-on and money-intensive process and thus is more expensive!

Prosecco tends to be a little sweeter than  Champagne and, unlike  Champagne, should be consumed young as it doesn’t benefit from bottle aging. Prosecco was generally rather sweet up until the 1960s, after which it was processed better, leading to the high-quality dry wine produced today. Prosecco is now made in four different levels of sweetness: brut nature, brut, dry, extra dry, or demi-sec which is the sweetest.  Today there are 8159 wine estates, 269 sparkling wine producers and around 200 million bottles produced. The Prosecco area includes 15 communes distributed between Conegliano and Valdobbiadene in the province of Treviso and has extended into about 18 000 hectares of good quality agricultural land. Vineyards perch on the southern part of the region at a height between  50 and 500 meters above sea level. The most prestigious zone for the Prosecco production is Cartizze.

Bortolomiol winery, Valdobbiadene

 

Bortolomiol Winery

The  family-run Prosecco winery ‘Bartolomiol’ lies inbetween the hills of Conegliano and Valdobbiadene, the territory of the ‘Prosecco Superiore D.O.C.G.’, where it has been based since 1949. Here are the most prized vineyards for the production of this great sparkling wine, because the steep slopes make it difficult to mechanize the work traditional methods that are more than 200 years old are still used by growers in these hills today.

Conegliano and Valdobbiadene have been designated a ‘UNESCO World Heritage Site’ and are  at opposite ends of the region of Veneto, the first to the east the second to the west. With their different and varying microclimates, complex geologic history, and dedicated winemakers, both came to produce world-class sparkling wine. Conegliano is the site of Italy’s first winemaking school which opened in 1876,  the lands around lands around it carved by glaciers, which smoothed the rocky edges into rolling hills and left deep mineral deposits in the soil. The soil here is a mix of clay, stones, and sand, which yields grapes with more sugar and consequently wine with a persistent and intense fruity and floral aroma even with spicy notes. Valdobbiadene‘s hills in the west are by contrast rugged and steep. The soil here comes partly from ancient sea beds, a mix of marlstone, sandstone, and clay. Wines made from grapes grown in this area tend to be more floral while fruit elements can vary from citrus to sweeter white fruits. The two capitals are also the place where the first Italian wine route was introduced in 1966, now known as the ‘Prosecco and Conegliano Valdobbiadene Hills Wine Route’. It is a circular itinerary spanning approximately 90 km, which offers visitors the opportunity to explore traces of the local rural, civil and religious history , such as awesome vineyards, medieval hamlets, churches and castles.  Cartizze is an even more exclusive sub-designation of the ‘Prosecco Conegliano Valdobbiadene Superiore D.O.C.G.’, one  of the finest versions of Prosecco. The steep hill is known as the ‘Grand Cru’ covering about 107 hectares of the region. For producers in Prosecco, Cartizze is the most honoured area in the region and has witnessed unprecedented popularity all around the world. This south-facing hilly chain is always exposed to the sun, yet constantly catches a breeze from the north-east as well as cold air from the Alps at night which enhances the flavour of the grapes. The marlstone-sandstone soil here is old, but not as deep as that around Conegliano. The highest-quality and most sought-after wines come from this part of the D.O.C.G. region, partly because of the unique growing conditions created by the terrain. The tricky landscape is one of the reasons for the high quality of the grapes, as the steep slopes mean excellent drainage that keeps the vines healthy. The grapes that grow in Cartizze produce wines that are predominantly floral rather than fruity, and usually are made Dry (which is the sweet end of the Prosecco scale).

Saturday, 11 o’clock, Valdobbiadene woke up after a cold windy night with people crowded all around the streets and inside the shops. I went into a tourist office to ask for  information as to how to get to the ‘Bortolomiol winery’.  As it was ten minutes on foot from the historic centre, I decided to go there earlier than my booking at 14:30 ! I rang the bell at the gate, and not a soul was in sight ! After a while and to my relief, a tall, smart man came and welcomed me. It was Diego, who is responsible for the guest relation service. I tried to change the scheduled time of my tour, but he said he could not satisfy my request because it was against company policy.  I was so sorry ! Suddenly, he made a sign for me to go inside the winery and to wait for him there. I opened the brass handled door and fell in love with the big and smart tasting room full of visitors and great Prosecco labels. I sat on a comfortable red sofa and whilst I was reading a magazine, a polite and pretty hostess offered me a glass of a fresh dry white wine. After having greeted his last clients, Diego came close enough to me so that he was certain that no one else could hear  him while he attended to my needs !  Firstly, he was kind enough to invite me to lunch at the winery ,  charming my palate with hand-made bread , parmesan and ham paired of course with Prosecco! After lunch , Diego showed me a map of ‘Filandeta park’, which is home to the ‘Bortolomiol winery’, and he suggested that I go and enjoy myself before my official tasting in the afternoon! I thanked him for his kindness and headed toward ‘Filandeta park’ next to the bell tower of Valdobbiadene. This huge wood was once a silkworm factory, which was bought  and restored by the Bortolomiols as part of their business. The Bortolomiols have contributed significantly not only to the culture and economy of Valdobbiadene, but have also created a corner of paradise inside the municipality, a green space placed  at the disposal of all citizens and any pilgrim who wants to be involved in the real food and wine heritage of Northern Italy. The ‘Bortolomiol winery’ is located exactly in the centre of  Valdobbiadene surrounded by its vineyards inside the stunning ‘Filandeta park’, which is also an open-air wine & arts area. In fact, whilst I was there it hosted an incredible artwork collection by Giovanni Casellato and  Susken Rosenthal. There was a connection between their modern and abstract statues, illustrating the concept of freedom. Reading the plaques adorning these statues, all these sculptures are made of different materials and are a symbol of life and nature,  as well as an entreaty for us to be better human beings, elevating ourselves from earth to heaven in order to find our true path.  I appreciated a lot of what was around me, everything seemed to fall right into place. As the sky was turning grey and the air was getting progressively colder, I went back to the winery. I learnt  a lot about the history of the Bortolomiol family by scanning the  inner descriptive panels and black and white photos that hung on the walls of that magnificent building.  It goes like this! Giuliano Bortolomiol founded the winery in 1949. His father passed on to him a strong passion for  wine and the values of countryside. Giuliano was very young when he decided to attend the prestigious ‘Conegliano Wine School’. Soon after the Second World War, he decided that he wanted to realize an oenological rebirth in his homeland. Thanks to an improvement in production and quality of Prosecco, he has created  his own brand of a new prestigious Italian sparkling wine which would be become known throughout the world. Having obtained the ‘D.O.C.G. designation’,  his dream has come true and ‘Prosecco Superiore’, has become a wine beloved at international level. However, the winery owes its growth to his four daughters, Maria Elena, Elvira, Luisa, and Giuliana, who today together with their mother Ottavia run business with professionalism. In their father’s memory  the four sisters  made the ‘Cuvée Del Fondatore’,  which is one of their best Proseccos  . It is a ‘Valdobbiadene D.O.C.G. Prosecco Superiore Brut’ made from a  single-vineyard cultivated in San Pietro di Barbozza. However, what has set the Bortolomiol family apart is simply their love and their intense dedication to what they have done and still do . Their principles have remained unaltered since its founding, producing high quality products and supporting the promotion of their territory. The Bortolomiols also supports humanitarian projects in Africa such as those representing women rights and the fight against AIDS. Two centuries of tradition lie at the heart of the Bortolomiol family’s understanding and vocation for wine-making in Valdobbiadene, interpreting the varieties used to make their wine in the best possible way, planting the steep hills with hand-tended vineyards and developing a wine making process to enhance the aromatic characteristics , elegance, freshness and vitality which has made their brand stand out.  The Glera grape variety has found an ideal environment in these hills. It is in fact in this area that the variety has always performed at its best and it is from here that universally recognized quality has developed, the cutting edge of which is ‘Superiore di Cartize’.

Giuliano Bortolomiol
Giuliano Bortolomiol, ‘Filandeta Park’, Valdobbiadene

Top Bortolomiol Prosecco Tasting

There’s nothing better and more unconventional than enjoying a glass of classy Prosecco  in front of a fireplace in the lush open spaces at ‘Bortolomiol winery’ on a rainy autumn afternoon. Visiting the ‘Bortolomiol winery’ means that you give yourself the best opportunity of having a fantastic holiday discovering Veneto and tasting some of the finest Prosecco  varieties on offer.

Tasting Prosecco in that elegant room in the ‘Bortolomiol winery’ was really like being in a fairy tale. At two o’ clock a sommelier entertained us showing us a video regarding the history of the denomination, the land and how the whole family exploited their talent for winemaking from their beginnings to current days. Later the young wine expert informed us of some interesting detailed facts regarding Prosecco:

  • proper Prosecco must be made with at least 85% Glera grape and now  must be grown in UNESCO designated areas. Other grapes commonly added to Glera  include native varieties, such as Verdiso, Bianchetta Trevigiana, Perera, Glera Lunga and international grapes, such as Chardonnay, Pinot Bianco and Pinot Grigio;
  • The very best Prosecco has the O.C.G. signifier;
  • While iconic Prosecco  are sparkling, both the O.C. and D.O.C.G. versions can be made in sparkling, semi-sparkling and even still versions;
  • Unlike Champagne and other red and white wines, Proseccois a young wine that doesn’t like to be aged. By the way, recently a new version of  Prosecco  known locally as ‘col fondo’ has been launched onto the market. It is a Prosecco  refermented in the bottle, whose yeasts accumulate at the bottom (‘il fondo’ in Italian) producing a layer of sediment, that gives the wine a fragrant bread crust aroma;
  • Prosecco should be served cold in a tulip glass, as this design allows a little more space for easy swirling of the wine, and focuses the aromatic notes towards the nose;
  • Prosecco is one of the most versatile wines around. It is ideal for drinking at breakfast along with scrambled  eggs, a sweet tipple     in the afternoon to be served with  pastries and as a salty aperitivo or with a variety of dinners.

After my tasting of Prosecco  at the ‘Bortolomiol winery’, I realized that there is so much more to Prosecco  than just reasonably priced bubbles! It is not only the favourite aperitivo for Italians up and down the peninsula, though nowadays is also the most sold sparkling wine in the U.S., because it is refreshing, flavourful, light-bodied, and  (usually) dry. It is my pleasure to list below the best labels I discovered during my wine tasting at the ‘Bortolomiol Winery’:

  • ‘Bandarossa Valdobbiadene DOCG Prosecco Superiore Extra Dry Millesimato’: ‘Banda Rossa’ is the Italian for ‘red band’. Since 1986 Giuliano Bortolomiol has put this mark on bottles containing the best Extra Dry of the year to be consumed with close friends, and today this band indicates wines of a high standard. It is delicate sparkling wine, with a nose and fragrance of mature yellow apple with scents of sweet citrus and flower hints. Its perlage is fine. On the palate it is slightly sweet and creamy balanced by a nice acidity. It is perfect as an aperitivo and for serving with any pleasant and savoury dish such as mozzarella with marinated anchovies, marinated fish and stuffed artichoke;
  • ‘Superiore di Cartize’: The Cartizze hill is a genuine Grand Cru. It is a fragrant sparkling wine with a gentle and persistent perlage. It has a nose with an aroma of exotic fruit, hazelnuts and sweet acacia flowers. On the palate sugars are balanced, having a freshness, notable density and creaminess. This is a wine for special occasions which can be enjoyed on its own or as the perfect accompaniment to fine desserts;
  • ‘Extra brut Riserva del Governatore’: it is a kind of Charmat made from Pinot Noir and Chardonnay It is a very refined and dry sparkling wine. It is quite aromatic, crispy, of medium body with a long last. It goes perfectly with rich fried meat and fish dishes;
  • ‘Filanda Rosé’: Giuliano made his first rosé in the 1970’s, and his four daughters together with their mother made this rosè great, dedicating this wine to the noble women who worked in the Valdobbiadene silk mills, improving the whole area from anybody’s point of view. This wine is made from Pinot Noir of the Oltrepò Pavese – north west Italy. It is light pink in Its bouquet is fruity, complex, and floral. It has a nose that is spicy. In the mouth it is fragrant with a good body. It pairs well with exotic and tasty food;
  • ‘Canto Fermo Valdobbiadene Prosecco D.O.C.G. Tranquillo’: it is a non-sparkling Prosecco, basically a white wine made out of Glera grapes, traditional and very specific to the region. This ‘Prosecco D.O.C. Tranquillo’ offers a different kind of pleasure, more reflective and genuine. In contrast to the sparkling and semi-sparkling versions, ‘Prosecco Tranquillo’ has no carbon dioxide or residual sugars. It is fragrant, fruity fine and very tasty. Pairing foods: all kinds of fish, above all the more delicate dishes.
Bortolomi Prosecco,Valdobbiadene, 100 % Italian Top Quality and Charme
Bortolomiol Prosecco,Valdobbiadene, 100 % Italian Top Quality and Charme

There’s a whole lot you don’t know about Prosecco, from its fascinating history to the rare varieties and the best ways to drink it.  For example, Prosecco is a key ingredient in some worldwide known cocktails, from those which are prepared with ‘Negroni’, ‘Aperol’ or ‘Campari’ to the more easy going ‘Spritz’, ‘Ugo’ and specifically the ‘Bellini’, which was created in 1948 at ‘Harry’s Bar’ in Venice. Prosecco goes incredibly well with many Italian dishes and menus, and of course you’ll find Prosecco  in lot of venetian farmhouses, shops, and restaurants. Before going back to Pisa, I had a dinner in an intimate bistrò in Valdobbiadene , where I had a  Prosecco with an appetizer of  succulent ‘crostini’ seasoned with sorpressa (a traditional cured meat with spices and garlic added to it), and the highly acclaimed ‘risotto con radicchio di Treviso’ (rise stuffed with a lettuce leaf with a unique bitter taste, that can be used and cooked in countless ways). Are you hungry? If your answer is yes, hurry up, and start planning your upcoming trip. Veneto is still a relatively unknown area, which attracts many visitors keen to admire its beauty and who also want to find out more about this fantastic  Italian wine region. Make sure you get there first for an authentic experience like the one I had! 

Enjoy it! 

Stefania

 

 

 

 

Capri. Napoli parte seconda

Capri. Napoli parte seconda

“…Sbarcai d’inverno.
Il suo abito di zaffiro
l’isola conservava ai suoi piedi,
e nuda sorgeva nel suo vapore
di cattedrale marina.
Era di pietra la sua bellezza. In ogni
frammento della sua pelle rinverdiva
la primavera pura
che nascondeva nelle fenditure il suo tesoro…”

P. Neruda

Ogni cosa a Napoli è un’esperienza!  C’è sempre qualcosa da raccontare anche dietro na tazzulella di cafè del “Vero bar del Professore” , inventato nel 1996 da Raffaele Ferrieri per proporre qualcosa di nuovo. E il  Ferrieri  ci riesce al punto che il suo ristretto alla nocciola diventa la stella del Made in Italy alla fiera agroalimentare di Osaka .

Sorseggiando l’oro nero di Napoli , ammiro  “Piazza del Plebiscito” in tutta la sua maestosità. Si tratta in origine di uno spazio irregolare dedicato ai festeggiamenti dei sovrani tra tornei, matrimoni, caroselli e gare di armigeri, che  poi tra il 1600 e il 1700 , grazie ai Borbone , si trasforma nel salotto della città partenopea con i suoi  imponenti edifici , quali la “Basilica di San Francesco di Paola”, il “Palazzo Reale”, il “Palazzo della Prefettura” e il “Palazzo Salerno”, un capolavoro tutto italiano protetto al centro dalle due statue equestri di “Ferdinando I” e  “Carlo di Borbone”. Divoro un babbà al gelato di cioccolato, e  carica di energia mi incammino verso il “Molo Beverello di Napoli”  per prendere un aliscafo , direzione paradiso,  Capri

Capri, Marina Grande. Gabriele Massa local tour guide
Capri, Marina Grande. Gabriele Massa local tour guide

Capri è un sogno che si materializza davanti i miei occhi in una mattina caldissima di Luglio. Un’isola dai mille colori, quelli del Sud, che la natura riesce bene a mescolare fino a creare un panorama mozzafiato come quello del ristorante “Le Palette” ad Anacapri, da cui inizia il mio viaggio alla scoperta di uno dei luoghi più visitati e suggestivi al mondo. Gabriele Massa, mio amico e collega sommelier pluristellato e responsabile food & beverage nell’hotellerie di fama nazionale e internazionale, mi aspetta a “Marina Grande” , unico porticciolo dell’isolotto, affollato di turisti , barche,  e yatch di lusso. Gabriele  è il mio Caronte che mi traghetta verso il suo empireo, che ama tanto quanto la bella moglie Raffaella . Gabriele è il classico napoletano pieno di fascino che ti sembra di conoscere da una vita. Casco allacciato  e montiamo su un piccolo scooter bianco , e mi sento per un attimo come in uno degli scatti di Nicolini, quasi un amarcord dei ruggenti anni sessanta. Girando tra le viuzze strette di Capri ombreggiate da bouganville e dipinte dal verde accecante della macchia mediterranea,  ascolto  Gabriele  , la storia di Capri on the road!

 

Storia di Capri

La storia di Capri è legata a quella del Mar Mediterraneo e delle antiche popolazioni che lo hanno attraversato, e che qui si sono stanziate tra Capo Miseno e Punta Campanella ,  teatro di grandi eventi e scambi culturali.  

Abitata sin dalla preistoria come risulta dal ritrovamento di cinte muraria megalitiche, Capri viene successivamente colonizzata prima dai Greci e poi dai Romani come dimostrano i preziosissimi resti classici e l’origine del suo nome dal greco antico “Kapros” (cinghiale) o dal latino “Capraeae” (capre). Da secoli la magia di questo posto rapisce chiunque ci metta piede , primo fra tutti Augusto, che nel 29 a.C. la scioglie dalle dipendenze di Napoli e inizia il suo dominio privato. Il suo successore, l’Imperatore Tiberio, la sceglie invece come sede per le sue manovre politiche sull’impero Romano e fa costruire ben 12 ville, tra cui “Villa Jovis” e “Villa Damecuta” . Durante il Medioevo i Saraceni assaltano Capri , costringendo gli abitanti a spostarsi dal primo agglomerato urbano nei pressi della “Chiesa di San Costanzo” a “Marina Grande” a quello seguente sorto accanto la “Chiesa della Madonna delle Grazie” , vicino l’ attuale “Via Le Botteghe”.  Nel 1371 il Conte Giacomo Arcucci amministra Capri come segretario della regina Giovanna I d’Angiò, e fa edificare la magnifica “Certosa di San Giacomo”, che si annovera tra i monumenti più interessanti da visitare in questo diamante del nostro stivale. Nel XIX secolo Capri è tra i tanti possedimenti contesi tra Inglesi e Francesi nel loro eterno conflitto di supremazia politica in Europa, che finisce con la vittoria dei cugini d’Oltralpe nel 1808 guidati da Gioacchino Murat,  e ivi  restano fino al crollo dell’Impero Napoleonico e il ritorno dei Borbone nel 1815 con Ferdinando IV di NapoliCapri risorge nella seconda metà del XIX secolo , quando diventa una tappa fondamentale del Grand Tour grazie ad una natura immacolata e alla semplicità dei suoi abitanti , che fanno innamorare tutti quei viaggiatori romantici che la costellano di dimore sfavillanti, un  buen retiro per i loro lunghi periodi di voluto esilio artistico e intellettuale. Nel 1826 due stranieri, August Kopisch e Ernst Fries, accompagnati dal pescatore locale Angelo Ferraro, scovano la “Grotta Azzurra”, in realtà già conosciuta da Augusto e Tiberio che la celebrano come loro ninfeo preferito. Questo avvenimento è riportato in un volumetto che al momento della sua pubblicazione è un successo editoriale clamoroso per la descrizione romanzata della bellezza e del mistero di  Capri, cosa che contribuisce alla notorietà di questa piccola oasi che tra il XIX ed il XX secolo passa da un’economia agricola e marinara ad una di tipo turistica di un certo spessore , allorché si arricchisce di una serie di servizi e di infrastrutture moderne ed esclusive che le valgono un decreto governativo che la  dichiara  stazione di cura e villeggiatura per la mitezza del suo clima. Ed è così che la fama di  Capri  di un Eden in cui potere scappare per trovare pace e serenità comincia ad accrescere, annoverando tra i suoi esuli i personaggi più disparati da imprenditori (Friedrich Alfred KruppEdwin Cerio) , medici (Axel Munthe) , premi Nobel (Thomas Mann ), e leader russi  Massimo Gorki e Vladimir Lenin a scrittori del calibro di Pablo NerudaCompton MackenzieJacques d’Adelsward-FersenNorman DouglasFilippo Tommaso Marinetti, Curzio MalaparteGraham GreeneRaffaele La Capria ecc. Negli gli anni cinquanta, quelli del boom economico in Italia,  Capri è la destinazione privilegiata dei regnanti (Re Farouk d’Egitto, lo Scià di Persia con la moglie Soraya) e degli attori più noti (Liz TaylorTotò, Rita Hayworth , ecc) di tutto il globo. Ieri come oggi Capri  affascina con il suo canto, e come una sirena adagiata sul Golfo di Napoli ti distrae dalla tua rotta fino a farti perdere nelle sue dolci acque cristalline.

“Le Palette”, il rifugio degli artisti . Anacapri.  

Quella di Gabriele  non è una favola narrata su due ruote mentre ci inerpichiamo su dei tornanti di roccia calcarea. Le sue parole descrivono un luogo che esiste davvero e che conosco attraverso un caprese DOC e le sue passioni , vino e cibo !

Come presentarvi Gabriele e dire quello che fa? Non so se sarò in grado, perché è come provare a fotografare un uragano! Classe 1969, Gabriele ha  una lunga carriera nel settore dell’enogastronomia ristorativa di lusso da quella caprese (è chef de rang all’hotel “Punta Tragara” ) a quella oltre confine in Svizzera, dove impara il rigore e la precisione del suo lavoro , cosa che, unita all’estro della sua personalità, lo fanno andare lontano viaggiando dall’Austria, e Liguria, fino a New York. Gabriele approfondisce e perfeziona gli studi all’AIS e Fisar da relatore, e impara Inglese, Tedesco e Spagnolo. È anche brand ambassador delle migliori aziende vitivinicole da lui stesso selezionate, tra cui “Sorrentino” a Boscotrecase, e “Gerardo Perillo” ad Avellino, di cui consegna una bottiglia al “Boccone” di Gianluca Ponticorvo che ci fa assaggiare una pizza strepitosa! Il nostro tour prosegue a piedi verso sud ovest ad Anacapri , un delizioso comune alle pendici del Monte Solaro . Ci ritroviamo all’interno del Parco Filosofico, un percorso tra aforismi e massime del pensiero filosofico occidentale e orientale , gestito da una fondazione dell’economista svedese Gunnar Adler Karlsson che abita a pochi passi da qui. Giunti al Belvedere Migliera, lontano dal caos e dalla folla di turisti , circondati da vigneti, giardini curati, pergolati di limoni, e querce secolari cinte dall’edera , improvvisamente mi metto a piangere davanti la vista drammatica dei tre faraglioni capresi . Saetta, Stella,  e Scopolo sono come dei giganti che spuntano dal mare in tutto il loro splendore,  sorvegliati dai gabbiani reali che librano nell’aria insieme a qualche falco pellegrino tra agavi, fichi d’india e ginestre,  posandosi ogni tanto più a Nord in cima sul Faro di punta Carena . Guardare  giù per quegli strapiombi infiniti lo spettacolo della di madre natura che si manifesta in tutto il suo splendore,  ti fa pensare che da qualche parte c’è qualcosa di più grande che manovra le fila della nostra esistenza. Ci lasciamo alle spalle  un orizzonte smisurato dove mare e cielo si confondono in un blu cobalto che ritroviamo nelle maioliche dell’ingresso del “Ristorante da Gelsomina” , in cui ci dirigiamo per  depositare dei liquori. Il proprietario Pasquale D’Ambrosio  ci fa accomodare e ci intrattiene per qualche ora con un antipasto di pomodori secchie su pane casereccio ed un cocktail di benvenuto il “Cosmopolitano” , un mix esplosivo di vodka, cointreaux, e succo di mirto dell’orto antistante questa struttura pensata per i palati più fini e per chi vuole allontanarsi dalla mondanità isolana. Gabriele è un vecchio amico di Pasquale  e dei suoi genitori Gelsomina e Raffaele , che raffigurati in una foto in bianco e nero , sembrano quasi salutarci ed essere felici di sentire il figlio parlarci  del passato del loro originario chiosco di panini e bibite risalente agli anni ’50 , che oggi si è trasformato in una meta obbligatoria per chi vuole recarsi nell’anima più selvaggia  di questo atollo e trovare un po’ di pace, come era solito fare Moravia, o lo scrittore svedese Axel Munthe , che cita Filomena, la mamma di Gelsomina, nel suo libro “Storia di San Michele”. Ciò che conquista sempre più clienti è la loro cucina , che da morbide caciotte, gustose salsicce, ottime conserve e melanzane sottolio , si aggentilisce poi sotto le mani sapienti del loro chef Perillo che prepara ottimi primi, secondi e dessert,  quali:  tortelloni al ragù di pesce, spaghetti alla “chiummenzana”  (una prelibatezza marinara che a quanto pare deriverebbe dal dialetto “chiorma” cioè “ciurma”,  quella cioè dei marinai che prima di riprendere a navigare ne fanno una scorpacciata enorme!) in salsa rossa saltata con aglio, olio e peperoncino, gnocchi di patate allo scoglio con  barbabietole peperoncino ed origano, “sciurilli” (fiori) di zucca in pastella ripieni di ricotta, patate e  totani (pescati a 1000 metri di profondità di  Punta Campanella)  e torta caprese cioccolato .

“Ristorante Le Palette”, il rifugio degli artisti. Anacapri

Si fa ora di pranzo e potete immaginare il mio desiderio di gustare quelle delizie , desiderio che  Gabriele realizza invitandomi in uno dei locali più esclusivi di questo fazzoletto di terra benedetto da Dio, il “Ristorante Le Palette”, fondato nel 1960 dal violinista Paolo Falco e oggi diretto dal giovane imprenditore Alfredo Celio e lo chef Giacomo Olivieri .  Alfredo Celio recupera me e Gabriele con una golf cart,  e dopo qualche convenevole di presentazione,  li ringraziamo per averci fatto risparmiare tanta strada in salita sotto un sole leone, un cadeaux che riservano a pochi! Ci muoviamo attraverso un viottolo irto pieno di ibiscus rossi selvaggi che adornano le facciate bianche di case eleganti, che con le loro persiane azzurre , timidamente spuntano qui e lì tra ville e alberghi sfarzosi, che riempiono come una cornucopia questo pugno di pietre emerso dalle acque milioni di anni fa! Il “J.K. Palace” ed  il “Caesar Augustus” sono per esempio  tra i boutique hotel più faraonici  della zona , senza dimenticare ovviamente il “Punta Tragara“ e il “Quisisana”,  fiore all’occhiello dell’ospitalità di alto livello di Capri  !

Il direttore Alfredo Celio e lo chef Giacomo Olivieri, anima de
Il direttore Alfredo Celio e lo chef Giacomo Olivieri, anima de “Le Palette”

Lo staff del  “Ristorante Le Palette”, ci accoglie nella sua raffinata terrazza panoramica prospiciente la “Baia di Marina Piccola”  con un “Capri DOC 2018” ,  blend di Biancolella, Falanghina e Greco dell’azienda avellinese  “Gerardo Perillo” di Castelfranci. Un bianco limpido dal giallo paglierino, aromatico con i suoi sentori di cedro, mela e fiori bianchi, che ci avvolge con il suo sorso leggero, sapido, minerale, e fresco. Alfredo mi svela che non è facile ripartire dopo l’emergenza Covid  che mette in seria difficoltà Capri  e la sua economia locale . Con quell’umiltà che appartiene solo ai grandi,   Alfredo  mi confessa che l’unica soluzione per lui possibile è portare avanti questo locale storico, che sa i segreti di quell’intellighenzia teutonica che da anni si riunisce qui per discutere di arte e riposare nella sottostante “Pensione Reginella”, oggi diventata un piccolo museo di quella folla di sognatori che ha dormito nei suoi letti,  dai pittori Walter Depas , e Hans Paule  al filosofo Willy Kluck  “l’eremita della Migliera” , alla scultrice  di busti in terracotta Annie Cottreau . Finalmente anche io ho l’opportunità di assaggiare a pranzo una cuisine caprese che rispetta la tradizione e modernizza le ricette della nonna con originalità senza stravolgerle nella loro genuinità , che è la base di piatti di successo appetitosi e indimenticabili come quelli che la raggiante Daniela ci serve abbinati ad altre superbe etichette firmate “Gerardo Perillo” : tartare di tonno marinato in crema di pomodorini secchi e marmellata di arancia, linguine Gragnano condite con una spuma di friarelli e cozze di Capo Miseno (tra le più pregiate d’Italia) e spolverati da un mix piccante di erbe rosse, spigola in crosta di pane,  e un tiramisù con vaniglia. Quel tripudio di odori e sapori che risvegliano tutti i sensi, quel tramonto incombente che sta per spennellare di arancione le scogliere di marna bianca visibile a un metro di distanza, e la  piacevole compagnia di questi tre brillanti napoletani fanno rallentare le lancette dell’orologio . In quel momento l’unica cosa che vorrei è non andare più via! Alla fine però devo svegliarmi! Ci congediamo e ringrazio Alfredo  e la sua calorosa e professionale accoglienza, di quella che puoi avere solo in Campania!

Piazza Umberto, Capri
Piazza Umberto, Capri

Gabriele mi accompagna alla nave ed eccomi di fronte all’effetto Capri , sbaglio infatti l’orario di partenza per Napoli di ben due ore che però recupero approfittando della gentilezza del mio maestro che mi può intrattenere solo per un amaro al “Quisisana Bar” , introducendomi il responsabile Paolo Ruggiero. La tempesta è passata, Gabriele si ritira nelle sue stanze e mi augura di tornare presto, promessa che manterrò a breve, consapevole del fatto che per stargli dietro a Capri necessiterò di un altro paio di scarpe, e di almeno un cambio! Il mio tempo è scaduto, e prima di salutare Capri, mi incontro con il giornalista Luciano Garofano, che per qualche minuto mi concede il piacere della sua presenza per concordare un mio prossimo viaggio in questa perla del  Tirreno per scrivere sul  suo libro “Un’altra Capri” . Chissà magari mi ricapiterà di prendere appunti in questo stesso tavolino del “Bar Tiberio” nella paparazzatissima “Piazza Umberto”, emblema della dolce vita caprese che fa girare la testa a tutto il pianeta come era in grado di fare solo Brigitte Bardot, quando qui adagiava i suoi sandali  dopo aver fatto shopping scalza a via delle Camerelle!

Faraglioni di Capri
Faraglioni di Capri

Enjoy it!  

Stefania

 

Vini Sorrentino del Vesuvio

Vini Sorrentino del Vesuvio

“Io amo la luna, assai più del sole. Amo la notte, le strade vuote, morte, la campagna buia, con le ombre, i fruscii, le rane che fanno cra cra, l’eleganza tetra della notte. È bella la notte: bella quanto il giorno è volgare. Io amo tutto ciò che è scuro, tranquillo, senza rumore. La risata fa rumore. Come il giorno.”
Totò

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Via Toledo 156, la porta per Napoli

Un racconto ha un inizio, una continuazione ed una fine, ma non quello del mio viaggio a Napoli, perché, come in uno breve di Čechov, non puoi scrivere in maniera regolare in quanto di regolare non ti capita nulla in questa città, che ti incanta e ammalia proprio come il canto della sirena Partenope , che la partorisce trasformandosi in scoglio per il dolore inflittole dal fallito tentativo di sedurre  l’insensibile Ulisse.  

La porta per Napoli me la aprono la bella e affascinante Roberta di Porzio, e  l’eclettico Salvatore di Vaia proprietari dell’ “In Centro Bed & Breakfast” sito in  via Toledo 156 Proprio da via Toledo, arteria principale di Napoli che ti porta ovunque e meta preferita degli viaggatori del Grand Tour (a cui sono sentimentalmente legata , scherzo del destino non so!), comincia la mia avventura. Avventura che però vi svelo a ritroso, partendo dal cuore del mio itinerario campano presso la “Cantina Sorrentino” nel Vesuvio (1281 mt) e il ristorante “Le Palette” a Capri sotto la guida dell’indimenticabile maître  stellato Gabriele Massa. Tutti questi sono dei personaggi singolari,  difficili da descrivere tout court per l’alto spessore del loro essere, del loro vissuto e dell’attaccamento incondizionato alle loro radici, e perciò riserverò a ognuno di loro un articolo per potere anche io rendermi conto in prima persona dell’esperienza unica di questi cinque giorni travolgenti a Napoli !

“InCentro B&B “, Via Toledo, 156, Napoli

2 Luglio 2020, Napoli. Mi sveglio  di buon ora nel mio “In Centro Bed & Breakfast” di  via Toledo 156  tra le lenzuola candide della mia stanza regale ‘Posillipo, letteralmente il mio “riposo dagli affanni” in linea con  il significato del termine greco “Pausilypon” da cui deriva,  che oltretutto firma anche uno dei quartieri più suggestivi di Napoli.  Questa suite infatti , che è un negativo dell’ingegno di  Roberta  realizzato  in positivo dalla maestria di  Salvatore , è il mio approdo dove gettare l’ancora per rilassarmi, tra gli arredi che la trasformano in una piccola barca che rimane ferma nel blu polvere delle sue pareti e sotto il soffitto sintesi di una vela illuminata in notturna . Abbandono il mio “In Centro Bed & Breakfast” , e mi avvio tra la folla per il mio primo caffè nero bollente a Napoli all’ “Augustus”,  uno dei suoi bar più storici; non mi faccio ovviamente mancare nulla sfogliatella alla ricotta compresa, emblema della ricca tradizione dolciaria partenopea. La voglia di vagare è più forte del caldo africano della mattinata e facendomi coraggio mi dirigo verso la vicina  “Metropolitana Toledo”, che già di per sé è un capolavoro,  con le sue maioliche azzurre fuoriuscite dalla testa dell’artista catalano Oscar Tusquets . Il design al servizio della funzionalità e viceversa per creare un museo all’aperto “al costo di una corsa in metro”, parafrasando il critico Achille Bonito Oliva: questo è il trend di un progetto di riqualificazione urbana della Napoli contemporanea, cioè quello di riportare l’arte nella vita quotidiana della gente, all’interno dell’ urbe per conferire un’identità ai “non luoghi” utilizzando spazi comuni dove si supera il concetto di decorazione. Giunta alla Stazione Garibaldi prendo la Circumvesuviana per vedere Sorrento e poi direzione  “Cantina Sorrentino”!

 

Storia della famiglia Sorrentino

Dopo un’ora in un regionale veloce e senza aria condizionata (il lato oscuro di  Napoli !)  sono a Sorrento . Percorro le viuzze del centro piene di negozietti di limoncelli e souvenir fino a Piazza Tasso adornata dalla statua del patrono Sant’Antonio Abbate , e  mi rifugio immediatamente all’ombra di un chioschetto per  rianimarmi dall’afa con una spremuta d’arancia ghiacciata.  Piazza Tasso è il  salotto di Sorrento che omaggia l’illustre e omonimo poeta Torquato Tasso,  che ha i suoi natali in questo paesino incastonato tra agrumi e acque azzurre cristalline. Subito dopo Corso Italia,  mi appare in tutto il suo  splendore Marina Grande, e appena affondo i piedi nella sabbia dorata socchiudo gli occhi ed  immagino Sorrento  come in cartolina frequentata da star del calibro di Sofia LorenVittorio De Sica Dino Risi.

Purtroppo visito Sorrento  di fretta perché raggiungo  Torre Annunziata  , dove mi aspetta sorridente e solare  Giuseppe Sorrentino   titolare della  “Cantina Sorrentino”  , che mi invita per un’intervista.  La fortuna premia gli audaci specie se entri nelle grazie del cosmopolita  Gabriele Massa che mi fornisce il prezioso contatto! Entriamo in macchina e pochi minuti dopo di tragitto, da lontano si scorge un agglomerato di case, che man mano che ci avviciniamo prendono forma: ci fermiamo a Boscotrecase il gioiello di Giuseppe  che dal 1337 , quando è poco più di un folto bosco detto  “Sylva Mala” con tre monasteri religiosi e una riserva di caccia angioina, successivamente  prospera in un delizioso borgo nel cuore del Parco del Vesuvio  a circa 250 metri sopra il livello del mare.  

Sorrentino Cantina Vesuvio

Sorrentino Cantina Vesuvio

Mentre guida  Giuseppe  mi parla dell’amore per la sua famiglia e della loro azienda la “Cantina Sorrentino”, che da tre generazioni produce vini di altissima qualità, olio, confetture, e il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio D.O.P., un fiore all’ occhiello dell’agricoltura campana, orgoglio puro per la sua squisitezza tanto da essere perfino rappresentato nella scena del tradizionale presepe napoletano. Giuseppe  mi fa scendere dalla sua vettura che di bianco ormai non ha più nulla per via del polverone grigio che la copre per intero appena parcheggia davanti l’ingresso della cantina.  La tenuta consiste di 35 ettari di proprietà prospiciente  il Vesuvio che fa da sfondo al mio pranzo luculliano all’interno dell’elegantissima e minimale sala degustazione, un terrazzo in legno tutto a vetrate che si staglia sulla penisola Sorrentina, Capri,  Pompei e l’isolotto di Rovigliano, una fortezza costruita dagli aragonesi per difendere quei confini. Dalla cucina a vista gestita da mamma Angela Cascone, esce il menù del giorno rigorosamente a chilometri zero: una bruschetta rossa adagiata su un contorno di melanzane e zucchine grigliate, olive verdi, formaggi e salumi locali , degli spaghetti  sciuè sciuè , cioè in dialetto preparati veloci  con sugo di pummarola fresca , basilico e parmigiano, che ti mettono in pace con il mondo, e per finire una cocotte di parmigiana da urlo! Quelle pietanze sconvolgono i miei sensi e mi riportano per un attimo alla mia Sicilia, con cui Napoli condivide, oltre che la prelibatezza e la semplicità degli ingredienti di una gloriosa e acclamata gastronomia, una storia antica quanto l’uomo. Giuseppe è di una ospitalità disarmante, la sua professionalità e nobiltà d’animo è lampante, la respiri nell’aria in ogni gesto, in ogni parola spesa per conversare della sua vita, dei suoi affetti, del suo lavoro e dei suoi sogni che si intersecano l’uno con l’altro senza problemi chiudendo il cerchio della sua esistenza che è assolutamente felice. E come non esserlo in quel paradiso terrestre che,  come mi spiega Giuseppe davanti alla prima  bollicina di benvenuto, è  quel lembo di Eden rubato da Lucifero angelo del male e collocato poi nel Golfo di Napoli dopo la sua cacciata dal regno dei cieli. Quest’ultima è una perdita inaudita che addolora Cristo a tal punto che ivi piangendo irriga le viscere di questa terra mutando le sue lacrime soavi in vino, la “DOC Lacryma Christi”, punta di diamante della “Cantina Sorrentino” , che dal 1983 raggruppa tutte quelle viti secolari e indigene dei 15 comuni adiacenti al sinuoso vulcano che hanno una storia  che si perde nella notte dei tempi. Distratta di volta in volta dal suono assordante delle cicale e dalla suggestività di quei paesaggi infiniti che si confondono tra il Tirreno e la volta celeste,  rimango immobile ad ascoltare Giuseppe , che mi confida i segreti di un podere che da rustico e prevalentemente sfruttato per l’economia domestica nel 1800 è diventato oggi la “Cantina Sorrentino”, un’impresa agricola di importanza rilevante per la crescita e lo sviluppo di tutta la filiera produttiva, commerciale e turistica,  curata in ogni particolare, dove nulla è lasciato al caso.

Nonna Benigna

Il traino per la realizzazione di un business autentico per la  “Cantina Sorrentino” è nonna Benigna , che, classe 1953 e cresciuta a pane e vino, eredita dei possedimenti e , dopo qualche tentennamento nel cambiare rotta perché stanca della vita agreste, nel 1965 , quando prevale l’autentica sua vena di contadina esperta e savia, finisce  per organizzare tutti i suoi averi e quelli del marito per custodire e tramandare a prole e nipoti  i suoi tesori, dai vitigni autoctoni a tante varietà di frutta e ortaggi.  Da allora l’attività passa nelle mani del figlio Paolo Sorrentino che alterna giacca e cravatta in banca a guantoni da imprenditore agricolo.  Nel 1988 Paolo  intesta tutti i beni alla moglie Angela portando avanti un impero, che poi a partire dal 2001, è gelosamente e attivamente gestito dalle sue creature:  il più grande Giuseppe , senior manager e addetto alle pubbliche relazioni , e le figlie Benigna , l’enologa,  e Maria Paola , la responsabile marketing e comunicazione. A loro fianco si aggiungono nuove figure di esperti enoici da Bonaiuto Santolo e Marco Stefanini a Carmine Valentino, l’ultimo rimasto fino al 2010. C’è una forte identità in questa cantina, i  “Sorrentino” sono degli appassionati di vino e sono consapevoli della responsabilità che ricoprono, e la loro energia e competenza è devoluta al mantenimento degli elevati standard qualitativi del  vino vesuviano che, come tutto l’oro rosso e bianco delle cinte vulcaniche, oggi è di nicchia, ricercato in tutto il mondo e sicuramente molto di moda. Ci sono delle ragioni valide a tutto questo e ciò è da ricercarsi nella natura dei terreni e nelle caratteristiche pedoclimatiche dei vitigni aziendali, che si estendono in filari di un verde rigoglioso tutto attorno alla “muntagna” , come i napoletani si rivolgono affettuosamente e riverentemente al Vesuvio. Andiamo a capire il perché dell’eccezionalità di questo terroir !  


 

Il Vesuvio e il nettare divino

I vulcani esercitano un fascino misterioso. Sono montagne vive, mutevoli, in grado di fare affiorare in superficie l’anima calda del pianeta, e il loro ambiente circostante è di una suggestione ancestrale, che ci riporta agli albori del primo motore. I vini del Vesuvio  sono introvabili altrove, perché è un luogo magico e senza pari, pur tristemente celebre per la terribile eruzione del 79 d.C. che rade al suolo Ercolano e Pompei, oggi tra i siti archeologici più famosi e visitati del globo.

Tuttavia, il Vesuvio non è solo simbolo e testimonianza del passato, ma anche di come la vite dimora da millenni e fa da padrona nel Golfo di Napoli e nel suo entroterra sin dai primi insediamenti greci del XVIII secolo a.C. tra Ischia e Cuma. All’epoca degli antichi Romani, la Campania è rinomata per il ben noto “Falerno”, e anche quando la viticoltura si diffonde nelle nuove colonie dell’Impero, in particolare in Spagna e nel sud della Francia, i vini vesuviani si distinguono e sono richiesti per il loro valore indiscusso. Gli scavi presso la “Villa Augustea di Somma Vesuviana” (II secolo d. C.) stanno portando alla luce una dimora di campagna considerata il più clamoroso esempio di vinificazione dell’antichità, che ci conferma come la cultura e il commercio del vino è da sempre centrale in questi spazi vegliati da madre Vesuvio. Si tratta di un patrimonio enorme , una distesa di terreni lavorabili fino ad un massimo di altitudine che va dai 280 ai 780 metri, oltre i quali si trovano solo scenari lunari, una fonte di ricchezza custodita e regolamentata dal  “Consorzio Tutela dei Vini del Vesuvio” risalente al 2015. Quest’ultimo persegue l’obiettivo di migliorare la viticultura portandola al massimo delle sue potenzialità, rivisitando il sapere secolare per le colture di questi posti in chiave moderna grazie all’utilizzo della tecnologia per tutto ciò che serve a garantirne il pregio, il monitoraggio e favorire la sperimentazione, cosa che sta alla base della filosofia aziendale della cantina “Cantina Sorrentino” , che ne è membro attivo! Ma cos’è che rende i “Vini Sorrentino” così speciali come quelli che degusto davanti al panorama mozzafiato del Golfo di Napoli insieme a Giuseppe cantastorie e nume del Vesuvio ? La risposta è nei suoli vulcanici (tra i più vasti dell’Europa continentale con riferimento ai crateri esplosivi ancora attivi) da cui questi vini sono generati, la cui fertilità è conseguenza delle varie eruzioni nel versante sud -occidentale dove stanno i vigneti aziendali, che lo arricchiscono di minerali, pietre pomici, lapilli e potassio. Se a ciò si aggiunge un clima mite in inverno e caldo d’estate, e una posizione geografica che risente dell’influsso marino e di un’importante ventosità moderata dall’azione riparatrice delle catene montuose, si può intuire l’incomparabile tipicità di queste viti tra le poche a essere a piede franco grazie all’azione della sabbia, che le nutre e le ha difese dagli effetti nefasti della fillossera di fine Ottocento. Inoltre, alta porosità del sottosuolo e costante stress idrico costituiscono un’arma efficace contro gli attacchi di patogeni, favorendo così spontaneamente la conduzione biologica dei vigneti della “Cantina Sorrentino”, da cui sortiscono prodotti sani che vengono trasformati in modo naturale senza sconvolgere chimicamente le loro potenzialità. Ed è in questi strati di basalto che prosperano le secolari varietà autoctone vesuviane, quali CaprettoneFalanghinaCatalanescaPiedirosso e Aglianico , che formano il  “ Lacryma Christi DOC” , che secondo il recente disciplinare del 1983 può essere bianco, rosso e rosato. La “Cantina Sorrentino” rappresenta egregiamente il  “ Lacryma Christi DOC” con le sue tre linee aziendali “Bollicine”, “Classica” e “Prodivi”, trattando i vitigni vesuviani secondo le esigenze che richiedono quali: uso di appropriati sistemi di allevamento (da quello usuale della pergola a quello più recente della spalliera), accurata selezione delle uve, terrazzamenti , orientamento studiato dei filari , rese equilibrate , ed infine un lavoro impeccabile in cantina.

Lacryma Christi DOC Vini del Vesuvio

Incontrare Giuseppe è una buona stella, perché ho modo di assaggiare questi ricercati vini vesuviani attraverso alcune delle migliori  etichette della “Cantina Sorrentino” , create apposta per il piacere del palato e della mente:

  • “Dorè Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Spumante DOC”: è in assoluto il primo maestoso tentativo di Metodo Charmat da  “DOC Lacryma Christi” a partire da Caprettone per il  90% e Falanghina per il rimanente 10%, come Giuseppe vuole sottolineare  chiamandolo apposta “Dorè”, ossia duplice ossequio  alla musica e alla grandezza reale di  Carlo D’Angio. Questo spumante fa affinamento per otto mesi in tini di acciaio con delle bollicine tanto fini da sembrare quasi evanescenti, ha un bel colore giallo paglierino chiaro, e sprigiona degli aromi fini e floreali, alla bocca ha un gusto etereo e fruttato, ed è perfetto da abbinare con antipasti e golosità di mare,  e  secondi di carne bianca;
  • “Benita 31 Caprettone DOC Bio 2019”: in onore della nonna Benigna, è un vino biologico di Caprettone in purezza. L’etimologia di Caprettone potrebbe fare riferimento alla forma del grappolo, che ricorda la barbetta della capra, oppure ai pastori suoi probabili originari coltivatori. A lungo  scambiato per il più affermato “Coda di Volpe”, il vitigno Caprettone viene alla ribalta nel 2014 con l’inserimento della varietà nel “Registro Nazionale delle Varietà di Vite (Mipaaf)”, catturando l’attenzione di tanti sommelier ed estimatori, che stanno contribuendo efficacemente al posizionamento del vino sulle principali piazze internazionali. “Benita 31 Caprettone DOC 2019”  è un bianco piacevole, deciso al naso con delle note minerali di grafite, mediterraneo nei sentori di finocchietto e timo e piacevolmente agrumato nei toni del bergamotto. Il sorso rimanda ad un’energia piena e succosa e con il suo finale lungo di note balsamiche di menta è l’ideale per calmare l’arsura estiva,  magari davanti a delle invitanti linguine allo scoglio;
  • “Vigna Lapilli Lacryma Christi del Vesuvio Bianco DOC Superiore 2018”: nasce da uve selezionate di Caprettone 80% e Falanghina 20% del vigneto “Vigna Lapillo” pieno appunto di lava e lapilli che si riflettono nella mineralità e grazia di questo bianco dal colore giallo paglierino, dal profumo intenso, che è corposo al gusto con sentori fruttati di mandorla, pesca bianca e pera. Se siete travolti dalla bontà di crostacei e molluschi, è il suo!
  • “Lacryma Cristi del Vesuvio Rosato DOC Bio 2018”: da  Piedirosso 100%  è il rosé per ogni tipo di banchetto, che dona piacere tanto alle papille gustative quanto alla vista.
    Un rosato dal colore cerasuolo che colpisce per la sua mineralità , il suo essere amabilmente fruttato, e  che  si presta a essere d’accompagnamento per arrosti di carne bianca, risotti, pesci tipici del napoletano, o per la classica zuppa di polipi servita con salsa di Pomodorini del Piennolo del Vesuvio D.O.P.;
  • “7 Moggi Vesuvio Piedirosso Bio 2018”: intitolato al “moggio” unità di misura agraria vesuviana corrispondente ad un terzo di un ettaro, questo rosso dal profondo color rubino è fuoriuscito dalle mani di papà Paolo che compra altra terra ove semina Piedirosso di cui questo rosso è fatto al 100% ; si presenta fruttato al naso e morbido al palato
    e la sua dolcezza  simile a quella del Pinot Nero gli consente di sposarsi con cibi molto diversi tra loro, come lasagnette di pesce azzurro e pomodorini, ma anche pizza e formaggi assortiti;
  • Lacryma Christi Rosso Vesuvio Bio 2016”:  proviene dai 500 m2 dati in gestione agli apicoltori , e da questo punto di alta salubrità dell’aria,  viene fuori  un rosso di  Piedirosso 80% e Aglianico 20%  , contraddistinto  da un forte  colore rubino e dalle sue inconfondibili  note di more; in bocca è molto asciutto e  leggero,  ma l’affinamento di 12 mesi in botte grande Allier di rovere sloveno ed altri 14 in bottiglia gli rilascia una punta di  piccantezza e liquirizia, giusto carni, paste e agnello.
Napoli nel cuore
Napoli nel cuore

Inebriata dai “Vini Sorrentino” mi incammino con  Giuseppe  all’interno del Parco del Vesuvio, la cui bellezza smorza di poco i fumi dell’alcol, perché  mi perdo tra le magnifiche vigne aziendali che abbracciano dei casolari  ristrutturati a Guest Houses  per la gioia dei Wine Lovers . I “Sorrentino” sanno trasmettere il Vesuvio con i loro vini, e offrono anche una superba  Bed & Wine Experience” a tutti quei viaggiatori che vogliono concedersi una fuga per connettersi con il proprio Io, lontano dal rumore, dal caos cittadino, da ogni pensiero, al fine di ritrovare quel senso di libertà che è facile recuperare in questo pianeta incandescente e selvaggio aggentilito dalla mano sapiente di chi ci abita e lo venera da millenni. I “Sorrentino” ti viziano dandoti la possibilità di essere coccolati dai loro servizi di gamma  “Vesuvio Inn” : da quelli più pratici quali transfer da e per l’aeroporto, porto , stazione e parcheggio gratuito, a quelli più sofisticati quali quelli di Horse Tours”, “Cooking Classes” e colazione a bordo piscina . I “Sorrentino” mettono a disposizione anche una depandance collegata alla cantina (in cui aprirà il loro prossimo ristorante ) che ospita delle camere deluxe che vi faranno innamorare di Napoli e che non vi toglierete più di dosso. Proprio come è successo a me! L’unica cosa che rimpiango é l’essere andata via così presto, ma il rimedio è tornarci !

PS: Per finire, deliziatevi con un’anteprima dei prodotti Sorrentino, cliccando questo link in basso per omaggiarvi di un coupon  sconto nell’ordine on line e farvi arrivare a casa tutto lo splendore di Napoli! 

https://www.winetourvesuvio.com/coupon/weloveitaly.eu

Enjoy it!

Stefania

 

 

 

 

 

Villa Santo Stefano, Lucca

Villa Santo Stefano, Lucca

“Chi non ama le donne, il vino e il canto è solo un matto non un santo”.
A. Schopenhauer

Villa Santo Stefano, Lucca

L’ esplosiva e poliedrica Claudia Marinelli , responsabile della società di comunicazione e marketing ‘Darwin & Food’,  mi invita alla ‘Festa del Loto, un evento indimenticabile per conoscere le migliori etichette di ‘Villa Santo Stefano’, una cantina quasi surreale per beltà, che sta nascosta , ma ancora per poco,  tra le magnifiche e dolci colline lucchesi a Pieve di Santo Stefano. 

Mattina del 6 Luglio, 2020. Un sole cocente e un po’ di smarrimento in macchina per delle stradine strette e irte non mi fermano per raggiungere ‘Villa Santo Stefano’, e non finirò mai di ringraziare Claudia per l’opportunità di scoprire un tesoro inestimabile per persone, paesaggi e vini di grande eleganza con un’ ottimo rapporto qualità prezzo che esprimono al meglio  la bellezza, la cultura, l’arte e la tradizione enogastronomica della Toscana. Arrivata a destinazione lo staff di ‘Villa Santo Stefano’ ci accoglie con un sorriso enorme e ci fa accomodare all’ interno della sala degustazione, dove, persi e ammaliati dalla raffinatezza degli interni e dell’apparecchiatura, stiamo fermi e immobili ad ascoltare la storia della tenuta attraverso le parole dell’ ingegnere tedesco Wolfgang Reitzle, che ne è proprietario e fondatore  insieme alla moglie, la giornalista e presentatrice alemanna Nina Ruge.

Wolfgang Reitzle
Wolfgang Reitzle

Wolfgang Reitzle , un sogno diventato realtà

Wolfgang Reitzle è un signore alto , distinto , di una classe innata, che dà il benvenuto a me ed altri giornalisti e blogger nel suo regno, felice  di parlare  di come nel tempo è riuscito a trasformare la sua passione per il vino in un lavoro, che adesso  si è  materializzato in  ‘Villa Santo Stefano’, un’ azienda agricola a metà tra  sogno e realtà.

Wolfgang Reitzle, ex dirigente della BMW e poi CEO della Ford, ci spiega che tutto è nato quasi per caso. Sin da piccolo Wolfgang Reitzle si reca frequentemente  in Toscana  per le vacanze  con la sua famiglia e da allora il desiderio di viverci è forte, a tal punto che poi , nel corso della sua vita e  carriera lavorativa , decide di trovarsi un angolo di paradiso nella regione più amata d’Italia. Wolfgang Reitzle  vuole creare così un posto dove coltivare la vite e produrre nettari divini  fatti di vitigni locali come Sangiovese, Ciliegiolo, Colorino, Canaiolo e Vermentino, insieme ad altri alloctoni quali Merlot, Petit Verdot, Cabernet Sauvignon ed Alicante. L’ occasione è il 2001 quando Wolfgang Reitzle acquista  la “Villa Bertolli”, situata in Lucchesia, assieme ad alcuni oliveti e ad un vigneto di circa un ettaro. A seguito della cessione, da parte della famiglia Bertolli, dell’omonimo marchio a Unilever, i signori Reitzle e Ruge ribattezzano la villa in onore della pittoresca ‘Pieve del IX secolo’ che si trova nelle immediate vicinanze. Così nasce ‘Villa Santo Stefano’.

Wolfgang Reitzle ci confessa che non è facile mettere in piedi un’impresa agricola di tale portata e da straniero in Italia, perché ci sono molti problemi burocratici e logistici da risolvere, non ultimo l’interrogativo se fare tutto ciò è da pazzi o da pionieri! Da grande uomo di affari qual è Wolfgang Reitzle riesce nel suo intento e dal 2005 a oggi l’avventura continua con successo  grazie anche al supporto dei suoi affetti e dei suoi fidati collaboratori nelle figure del manager direzionale Alessandro Garzi, dell’enologo Alessio Farnesi , dell’agronomo Antonio Spurio, e  della responsabile marketing Petra Pforr. Al momento l’azienda rileva, nei suoi 11 ettari di terreno, circa 30.000 bottiglie tra vino rosso e bianco (esportati per il 20% in Versilia e il restante tra Svizzera e Germania), nonché 2500 litri di olio extravergine di oliva. La filosofia che guida la ‘Società Agricola Villa Santo Stefano’ è la ricerca della perfezione nel fare vino ed olio sfruttando al massimo tutte le potenzialità di questo fazzoletto di terra benedetto da Dio.

I vini di 'Villa Santo Stefano'Le migliori etichette di ‘Villa Santo Stefano’ per ‘Darwin & Food’

 

I Vini di Villa Santo Stefano

I vini di ‘Villa Santo Stefano’ sono particolari, biologici, strutturati i rossi e leggiadri i bianchi, ed assaggiare un calice di vino lucchese è un’esperienza speciale che ancora una volta conferma la ricchezza e la varietà enoica della Toscana senza passare per forza attraverso nomi blasonati!

Una delle caratteristiche più distintive dei vini di  ‘Villa Santo Stefano’ è la sapiente mescolanza di vitigni autoctoni con varietà di origine francese, oltre un terroir da manuale fatto di peculiarità pedoclimatiche esclusive. Queste ultime sono i terreni misti e prevalentemente argillosi, una temperatura mite tutto l’anno e una combinazione di vicinanza al mare e montagna che conferisce a questi vini il loro sapore distinto, come ho modo di provare nella degustazione dei seguenti vini:

  • ‘Gioia 2018 e 2019’ : IGT Toscano, è un vino bianco 100 % Vermentino, che cresce spontaneo dalla Lucchesia alla Liguria e che proviene da un vitigno adiacente l’azienda esposto a Sud vicino alle spiagge della Versilia distanti circa 20 km , un microclima straordinario che si riflette nell’aroma fragrante del vino stesso. La selezione e la raccolta delle uve , è eseguita scrupolosamente a mano, e dopo la diraspatura e pigiatura, le uve subiscono una leggera macerazione di qualche ora prima di essere vinificate in bianco. La fermentazione dura dai 15 ai 20 giorni e si avvale delle tecnologie più innovative, il processo avviene infatti in vasche di acciaio a temperatura controllata tra i 15° e i 16°. Questo vino bianco, nelle due diverse annate, possiede un bouquet armonico e fruttato, una buona acidità e un tocco di mineralità che si avverte nel finale;
  • ‘Luna 2019’ : 50% Merlot e 50% Sangiovese è un rosé sobrio, che va bene su tutte le portate di mare e di carni bianche ed è perfetto anche per un aperitivo; ha un colore rosa provenzale, al naso è pulito con profumi che ricordano la pesca bianca e la buccia di mela rossa;
  • ‘Volo 2019’ : IGT Toscano 40% Petit Verdot, 40% Cabernet Sauvignon e 20% Alicante, è un vino che si presenta con un colore rosso intenso e con sfumature violacee frutto della sua giovane età. Al naso è floreale, con note di prugne, more e ciliegie, con un finale delicato di cipria. Al palato si esprime frizzante, con un buon tannino ed un’ acidità equilibrata  che lo fanno diventare di gradevole beva;
  • ‘Sereno 2016, 2017 e 2018’ : è una ‘DOC Colline Lucchesi’ fatto da  80% di Sangiovese e 20% tra Ciliegiolo e da altri vitigni del posto. Si tratta di un vino dal colore rosso rubino con riflessi porpora, al naso  note di violetta, frutti rossi e spezie. Al palato è morbido con un finale gradevole di frutta;
  • ‘Loto 2015, 2017 e 2018’ : è il vino più pregiato di ‘Villa Santo Stefano’ fatto di  50% Cabernet Sauvignon,  40% Merlot e 10% Petit Verdot . Per ogni vite vengono selezionati non più di quattro grappoli, per garantire il massimo della resa da ogni pianta. Nel 2015 è stato installato un impianto computerizzato ad alta tecnologia utilizzato per garantire un processo di fermentazione e vinificazione ottimale. Di norma, il processo di fermentazione dura 12 giorni. L’affinamento dura, a seconda della tipologia di uva e dell’annata, dai 12 ai 18 mesi ed avviene in pregiate barrique francesi, in una barriccaia a temperatura (15°C) e umidità (83%) controllate. Il tipo di legno utilizzato per le barrique viene selezionato a seconda della tipologia di uva. Al termine dell’affinamento viene composta la cuvée e viene quindi imbottigliato il vino, che dovrà attendere almeno altri 6 mesi prima di essere distribuito. Questo è un vino di spessore, di corpo, che si presenta con un colore che può arrivare al rosso rubino intenso ed ha sentori di frutti di bosco, tabacco e vaniglia.
Claudia Marinelli , Darwin & Food

Tra una chiacchiera e l’altra il tempo vola ed è ora di pranzare nello splendido giardino di ‘Villa Santo Stefano’, dove ci sono tavoli superbamente imbanditi, sparsi tra fontane zampillanti di acqua e alberi abbracciati da boccioli di rosa.

Il nostro pergolato ci protegge un po’ dalla calura estiva che finisce di darci fastidio non appena lo chef Riccardo Santini del Vignaccio ci annuncia il menù della festa: una panzanella di pomodoro e cipolle all’aceto balsamico, una torta lunigiana  d’Erbi di bietole spinaci e rapini, uno sformato di fagiolini e formaggio di Scoppolato di Pedona, faraona, zuppa di porro e patate e a finire un sorbetto al melone per pulire la bocca.

Barriccaia di ‘Villa Santo Stefano’

‘Villa Santo Stefano’ è un borgo incantato che ti strega non appena varchi il cancello all’entrata, dove perdersi e rilassarsi tra lusso e  vini pregiati che danno il meglio riposando a lungo, pronti così per essere stappati e consumati a celebrare un momento speciale, che è sempre quello che vivi e non quello che aspetti!

Enjoy it 

Stefania