Ca Avignone, cantina dei Colli Euganei

Ca Avignone, cantina dei Colli Euganei

Cominciano agli ultimi di giugno, nelle splendide
mattinate; cominciano ad accordare in lirica
monotonia le voci argute e squillanti.
Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi;
poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove,
pazze di sole; poi tutto un gran coro che aumenta
d’intonazione e di intensità col calore e col luglio, e
canta, canta, canta, sui capi, d’attorno, ai piedi
dei mietitori.
Finisce la mietitura, ma non il coro.

G. Carducci

Cà Avignone, Cantina dei Colli Euganei

Un freddo fine settimana di un Dicembre del 2020 mi ritrovo alla stazione di Monselice, una pittoresca cittadina vicino Padova, nel Veneto. Mi allontano dai binari per cercare l’uscita dove mi attende Nicola Ercolino, che insieme alla moglie Antonella Sala , è responsabile della cantina ‘Ca Avignone’, presso cui trascorro  tutto il weekend. ‘Ca Avignone’, fiorisce otto anni fa grazie al prezioso sodalizio con Roberto Cipresso, enologo di fama internazionale a Montalcino, con cui ho iniziato l’avventura del mio wine reporting alla scoperta delle più pregiate ed interessanti aziende vinicole con cui collabora. Un viaggio anche questo che mi porta in un posto straordinario e mai visto prima, che mi dimostra ancora una volta, che un vino racconta un territorio e molto di più.

È quasi l’imbrunire. Tutto intorno è deserto per le disposizioni contro il  Covid 19, un virus che senza nessun preavviso ha sconvolto le nostre vite e  il pianeta intero con  tutte le terribili  conseguenze per la salute, l’economia, la socialità e la lista sarebbe interminabile. Il sangue però scorre ancora nelle vene e il mio auspicio è quello che tutti possano avere la possibilità e la forza di reagire, di considerare i propri comportamenti e modificarli in modo più efficace rispetto alle difficoltà innescate da questo morbo. Bisognerebbe assumere un atteggiamento positivo volto alla soluzione di un problema, piuttosto che all’autodistruzione nel dolore, che se momentaneo è umano e in qualche modo addirittura consolante, ma alla lunga risulta essere inutile e frustrante. Questa mia spedizione è diversa dalle altre, è catartica, introspettiva, è un tentativo per non spegnere del tutto il fuoco che hai dentro. E per alimentare questa fiammella che scalda, mi godo tutto, ogni istante, pure il silenzio rumoroso, manifesto di come tutto ciò che prima era normale adesso è un miraggio. Parafrasando  Goethe, vale davvero la pena “vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo”!

Ca Avignone, cantina dei Colli Euganei
‘Ca Avignone’, cantina dei Colli Euganei

Un po’ smarrita tra lo scroscio della pioggia e gli ultimi sbuffi dei treni che si arrestano al capolinea, mi guardo intorno, e la vista di una rocca mi lascia attonita con quel fascio di luci rosse che la avvolge  quasi a proteggerla. Una targhetta di fianco a una fontana mi informa che  in cima lassù si erge il ‘Castello Cini’, un complesso di  quattro nuclei principali (l’XI – XVI secolo) con annessa la massiccia torre fatta da Ezzelino III da Romano su ordine dell’imperatore Federico II di Svevia. L’ Italia! Non inizi neppure il cammino che già ti stupisce e ti lascia senza parole. Intanto mi avvicino al parcheggio, dove incontro Nicola  che mi viene a prendere in auto e mi accoglie con un sorriso smagliante che colora un po’ il grigiore di quel venerdì uggioso. Rotto il ghiaccio dei primi convenevoli, Nicola  mi mette subito a mio agio e mi accenna un po’ di sé e della sua famiglia durante il tragitto verso ‘Petrarca Holiday House’, il mio alloggio esclusivo di fronte i colli bolognesi. Nicola e Antonella sono una coppia d’imprenditori che amano  la natura, e dopo anni di lavoro e di giri per il mondo, hanno deciso di dedicarsi quasi del tutto alla loro attività di winemaker nella loro tenuta, ‘Ca Avignone’, incastonata come una gemma  nel ‘Parco dei Colli Euganei’, una delle prime aree verdi istituite nel Veneto nel 1989 .

I Colli Euganei

Vini minerali e di una eleganza sopraffina quelli che regalano i Colli Euganei, un paradiso di 52 vulcani , la cui origine geologica risale a 135 milioni di anni fa, quando il pianeta era spartito in due grossi blocchi divisi da un oceano ,che per tensioni crostali fecero innalzare la catena alpina. I Colli Euganei si generarono più avanti a causa di eruzioni vulcaniche sottomarine non del tutto esplose in superficie per il ristagno del magma. Si tratta  di  ‘laccoliti’ , come sono conosciuti in gergo tecnico , cioè una sorta di accumulo di detriti a forma di  fungo , che una volta emersi , si diversificarono in altitudine  (dai 53 ai 400 metri ) , di cui la massima è  quella del  Monte Venda (600 mt) . Un arcipelago di rilievi sospinti su dalla lava e rimasti tali   fino a quando il mare gradualmente si ritirò  innanzi alla Pianura Padana , che si  fece  spazio in seguito a processi  alluvionali.

Ci inerpichiamo su una stradina piccola e stretta che ci conduce a destinazione. Siamo ad Arquà Petrarca, una deliziosa e incantevole borgata medievale di poche anime, che con i suoi addobbi natalizi sembra quasi essere un presepe vivente, spoglio però di tutta la gente che normalmente sotto le feste affolla le sue contrade, riempiendola di allegria e spensieratezza. La salita ci porta fino al mio alberghetto attraverso un sentiero illuminato da dei lampioni. Il cancello fa quasi fatica ad aprirsi. I suoi intagli in ferro battuto picchiettano contro gli aghi dei pini fronzuti, che per il loro peso crollano su dei cespugli di rosmarino e capperi che adornano lateralmente quel raffinato casolare e preannunciano la mediterraneità di questa oasi sperduta nel deserto. Nicola  chiude la vettura e mi dà una mano a sistemare i bagagli davanti l’uscio, quando improvvisamente mi fermo a contemplare la bellezza del paesaggio. Dei piccoli faretti sparsi tra gli alberi di castagno e una coperta di stelle schiariscono il fondo valle, dove in mezzo a una nebbiolina fitta si scorgono i contorni di uno skyline ondeggiante, che dal mare Adriatico alle mie spalle gira in modo circolare attraversando tutti i piccoli villaggi dell’entroterra veneto per poi sparire nell’orizzonte infinito.  A distrarmi da quell’incanto lo scodinzolio di Lana, un pastore bianco maremmano che mi si struscia addosso, una guardia perfetta per i ladri, che con un fare goffo e docile mi invita a entrare in casa. Nicola  mi fa accomodare e mi sento in alta quota quando intravedo un bel piatto fumante di pasta e fagioli con delle porzioni abbondanti di: soppressata, pane in crosta, olive nere, parmigiano, evo in purezza, e un singolare taglio bordolese di produzione propria. Dopo essersi accertato che fosse tutto di mio gradimento e che non mi mancasse nulla, Nicola   mi augura una buona serata. Si scusa di non potersi intrattenere a lungo  e di una cena parca ,  casalinga , arrangiata  alla buona da Antonella  per le chiusure di Conte. Riduttivo esternargli che la sua classe e il gesto della sua dolce metà mi spiazzano, vorrei ringraziare, ma non serve molto, perché sarebbe un continuo, e capisco che la gentilezza e la generosità fa parte del loro modo di essere. Mi limito a salutare, in qualche modo farò per mostrare loro la mia riconoscenza.

Degustazione '3 Tinto', il taglio bordolese Italiano, a Petrarca Holiday House, Arquà Petrarca
‘3 Tinto’, il taglio bordolese Italiano,  ‘Petrarca Holiday House’ 

Con calma assaporo quel pasto luculliano finendo praticamente tutto. Nella pace più assoluta, ascoltando un po’ di musica jazz, mi accosto al camino stanca ma felice. Lo scoppiettio del fuoco mi coccola mentre leggo delle guide che mi anticipano i segreti di quei luoghi ameni. Le pagine di quei libri  sono ormai impolverate a furia di non essere più sfogliate dai turisti dopo lo scorso segno di una crisi economica imperante ovunque, che ha affondato tutti i settori senza esclusione di colpi. Sono attimi in cui rifletti su quanto sta succedendo di così inaspettato, crudele e quasi a i limiti dell’assurdo, e nell’animo avverto tutta la fragilità e la vulnerabilità dell’essere umano. Poi però mi riprendo rapita dalle immagini di qui volumi sul  Veneto  , sul   suo immenso patrimonio, artistico, culturale, paesaggistico ed enogastronomico.  Mi pervade un senso di libertà.  Quella è per me come un’ora d’aria dalla prigione, respirata in totale sicurezza per raccontare un’esperienza indelebile nella memoria, per condividere una storia di chi con molta tenacia e determinazione nonostante tutto, va avanti. Un inno alla collaborazione, alla solidarietà, alla fratellanza. Una promessa al reinventare in meglio noi stessi e la nostra presenza su questo pianeta, che è saturo e che, se non corriamo ai ripari, giustamente si ribellerà eliminando la nostra specie che di tutto il Creato è la più distruttiva. Un messaggio di speranza per chi sta soffrendo più di altri, per non arrendersi.  Un augurio affinché questa maledetta pandemia possa essere presto debellata, perché ce la stiamo mettendo tutta! Ed è l’energia di cui necessito, di cui necessitiamo, quella che mi piace trasmettere, perché come affermavano gli antichi greci πάντα ῥεῖ’’,  “tutto passa”. Spalanco la finestra per contemplare ancora un po’ quella meraviglia, che già a notte fonda è un teatro plen air. Due leprotti che giocano sotto gli ulivi, il susseguirsi di alture dai contorni non ben definiti e di vallate che accolgono minuscoli paesini con i loro tetti spioventi e qualche campanile che fa capolino da una luna gigante, la cui luce bianca si riflette fin dove riesco a vedere, sbiadendo man mano fino a sparire all’arrivo  dell’alba di domani.

Risveglio ad Arquà Petrarca

I galli cantano e mi svegliano. Scendo giù dalle scale della soffitta che ha accolto il mio sonno. Rimango ancora un po’ sotto il piumone infreddolita. Mentre il calore delle stufe si propaga nelle stanze, mi preparo un caffè nero bollente e dopo una doccia tonificante , il programma è quello di recarmi in centro ad Arquà Petrarca, che , posta tra il Monte Piccolo e il  Monte Ventolone, è  in assoluto la perla  dei Colli Euganei. L’incombere di una forte tempesta di vento mi fa cambiare idea, così esco fuori in veranda a inebriarmi dell’odore della terra bagnata prima che Nicola   venga a prelevarmi.

La fame vince sulle intemperie! A metà mattinata lo stomaco brontola e per farlo tacere, mi decido di cercare un bar nelle vicinanze per divorare un cornetto e scaldarmi con un cappuccino d’asporto! Per mia fortuna Matteo Zanato , il proprietario del residence, mi raggiunge per assicurarsi che tutto sia apposto e per scortarmi giù ad Arquà  a rifocillarmi . Matteo  è dispiaciuto di non avermi lasciato nulla di pronto da mangiare, e gli rammento che in quelle condizioni di restrizioni si è fatto più di un miracolo a organizzare il mio fine settimana per l’intervista. Matteo non può darmi torto, e più sollevato mi fa cenno di montare sulla sua jeep per mettere qualcosa sotto i denti. Mentre discendiamo giù per quelle viuzze ciottolate e venate dalle radici di tronchi titanici, Matteo mi dice sommariamente qualcosa su di lui, definendosi un self made man. Dopo aver  rinunciato  al ruolo di d-jay per una nota band musicale per portare avanti la baracca tra consorte e due bambini, Matteo eredita un podere dal padre e lo adibisce a b&b , offrendo agli stranieri lì in vacanza un servizio alquanto insolito quanto ricercato, quello della pesca dell’ introvabile pesce persico. Le stagioni primaverili sono una fucina di tedeschi che calano giù per divertirsi con lui nei laghi a bordo delle sue barche, che purtroppo al presente sono ormeggiate nel prato della sua dépendance per colpa della peste cinese!  Anche per Matteo è lontano il ricordo del suono di quel motore, che azionava con ottimi risultati la sua impresa concepita poco a poco con così tanto sforzo e devozione.  Matteo non molla, perché primo non ne ha voglia, secondo non può neppure permetterselo, per cui escogiterà un piano B! Intanto ci avviamo e dopo pochi minuti giungiamo ad Arquà Petrarca . Ci intrufoliamo in un bistrot per far colazione, siamo gli unici clienti, e al riparo dal freddo consumiamo in piedi delle paste al miele e un buon tè alla vaniglia.

Francesco Petrarca
Francesco Petrarca

Tra una chiacchiera e l’altra la mia attenzione casca su un imponente mausoleo che scorgo da un lucernaio, e  Matteo   soddisfa la mia curiosità, riferendomi che  quella è la chiesetta  di  ‘Santa Maria Assunta’, il cui sagrato, sito accanto al massiccio ‘Palazzo Contarini’ e ‘Casa Strozzi’ (esempi emblematici dell’architettura delle antiche famiglie patrizie veneziane), da secoli custodisce gelosamente le spoglie di Francesco Petrarca, il sommo poeta italiano. I suoi resti , alcuni  dei quali misteriosamente trafugati, giacciono all’interno di una tomba in pregiato marmo rosso di Verona , costruita dal genero Francescuolo da Borsano, il quale si ispirò ai sarcofagi romani e ai sepolcri più classici su modello di ‘Antenore’ a Padova. Usciamo per scrutare più da vicino quel monumento sacro, e con mesta reverenza tolgo alcune foglie ringrinzite da un’iscrizione commemorativa, che recita le ultime volontà del dotto Toscano: “Questa pietra ricopre le fredde ossa di Francesco Petrarca, accogli o Vergine Madre, l’Anima sua e tu, figlio della Vergine, perdona. Possa essa stanca della terra, riposare nella rocca celeste”. Matteo mi spiega che Petrarca per sfuggire all’epidemia che colpì Milano (coincidenza strana che mi fa quasi paura!) si trasferì prima a Padova,  e poi su invito dell’amico Francesco il Vecchio da Carrara ad Arquà, dove acquistò una villa del Duecento, adibita  ora a  museo , in cui si stabilì definitivamente insieme alla figlia e la nipote. Come narra una legenda, Petrarca esalò gli ultimi respiri (1374) nella quiete del suo giardino, mentre stava ultimando i suoi scritti. Petrarca  ha ribattezzato Arquà e  l’ha resa famosa,  un tempio per pellegrini da ogni dove, un turismo per lo più letterario  fatto di  scrittori  di fama internazionale, da Shelley, Foscolo, Guinizelli, Ruzante e D’Annunzio fino a Zanzotto e molti altri. Le lancette dell’orologio si fermano quando stai bene, non mi sono accorta che è già mezzogiorno, sono in ritardo perché devo andare in cantina da Nicola ! Per fortuna   Matteo  si presta gentilmente ad accompagnarmi.

Il Mediterraneo nella pianura Padana, Colli Euganei
Il Mediterraneo nella pianura Padana, Colli Euganei

Il passo a ‘Ca Avignone’ è davvero breve. Un sole leone inaugura il nostro ingresso nel possedimento di Nicola  e Antonella  , immerso in filari di vigne dal  verde sgargiante, dove ci danno un caloroso benvenuto, stringendoci così affettuosamente la mano da farci male! Dopo avere scambiato un paio di opinioni con  Nicola su dei fatti riguardanti dei vicini in comune legati a multe e vigili, a Matteo squilla il telefono.  Ci comunica rammaricato che si deve allontanare per degli impegni e il suo improrogabile torneo a golf. Antonella è una spumeggiante morettina dai lineamenti aggraziati, e il suo modo di fare è tipico di una donna determinata e realizzata. Percepisco questi tratti della sua personalità, sarà l’istinto femminile, ancora prima di approfondire la sua conoscenza, e ne ho conferma non appena perlustriamo la sua villetta. Mi colpisce la raffinatezza e la semplicità dello stile country chic degli esterni quasi in contrasto con quello ultramoderno degli arredamenti.  Un gioco equilibrato di opposti, ingentilito dai quadri e dai mobili shabby di Antonella , artista a tutto tondo quando sveste i panni di commercialista e mamma premurosa. Il bianco predomina, come il colore degli infissi delle due ampie vetrate all’inglese che abbelliscono una terrazza con pavimento in cotto, oltre la quale spunta un salone enorme ammobiliato con pochi pezzi importanti e minimali.  A sinistra del soggiorno c’è una scala che porta alle camere da letto, un caminetto, e una cucina total black con un’isola centrale, dotata di tanti di quei comfort e accessori da fare invidia a Cracco! Antonella , da brava chef, vuole essere da sola a preparare il banchetto. Chi osa contraddirla! Nicola  ne approfitta per mostrarmi il suo studio dove mi decanta come si è immolato a Dioniso.

 

I Vini dei Colli Euganei

Nelle mensole fanno bella mostra vari oggetti estrosi, orientaleggianti, tutti disposti in maniera ordinata. Penso siano dei souvenir, gli ultimi cimeli di un trascorso da globe trotter, e non mi sbaglio. Quella vita da affarista cosmopolita è stata appesa a un chiodo, a    Nicola   non  importa più, o meglio gli è servita fino a quando gli interessava.  In questo c’è la risultante del suo background   educativo, illustratomi con molta poca attenzione ai dettagli, perché Nicola   non è uno da riflettori, ma da dietro le quinte, va alla sostanza! Nicola  studia a Venezia e dopo una laurea in agronomia e un master in management, si dedica prima al commercio e  manifattura di gioielli  (importando dalla Cina la tecnica di vuotatura dell’oro sconosciuta in Italia), e dopo anni di spola tra l’ Asia e il Bel Paese,  passa a immettere nel mercato grosse realtà industriali locali. Annoiato e deluso dagli individui e dalle istituzioni che bramano solamente soldi senza altro fine, Nicola  fa della sua passione che è il vino  il suo business  principale , ed è così che nasce ‘Ca Avignone’, che da sette anni  delizia i palati dei più esigenti  wine lover / expert nazionali ed esteri. Difficile stare chiusi fra le mura domestiche quando una giornata frizzante quasi primaverile ti sprona a farti baciare dai raggi solari, e allora ci spostiamo nel davanzale e proseguiamo la nostra conversazione stando comodi su un divanetto all’aperto.

Snodandosi per circa quattro ettari e collocata a un’altezza di circa 1, 86 metri  ‘Cà Avignone’   è una cantina intitolata dalla via omonima in cui è ubicata al civico 13, zona rinomata per le sue terme frequentate dai papi. Le terme euganee sono attestate qui sin dalla preistoria, si sono progredite attraverso i Romani e i Veneziani  fino  a ciò che sono attualmente, un complesso di 13 stabilimenti, 220 piscine , con  una capacità ricettiva di 13.000 posti. Il bacino idrominerario dei Colli Euganei include i comuni di: Abano Terme, Arquà Petrarca, Baone, Battaglia Terme, Due Carrare, Galzignano Terme, Monselice, Montegrotto Terme, Teolo e Torreglia, per un’estensione complessiva di circa 23 Km2, costituendo una delle più stupefacenti risorse termali a livello europeo e una meta turistica di alto livello senza eguali in Italia. In base a delle ricerche degli anni Settanta, si è scoperto che la fonte di calore di queste acque termali non è vulcanico come qualcuno potrebbe immaginare, ma meteorico (precipitazioni). Queste acque provengono dai bacini dei Monti Lessini nelle Prealpi, e discendendo nelle Piccole Dolomiti (Monte Pasubio) si riscaldano automaticamente  , arrivando a toccare delle fratture di rocce calcaree a una profondità di circa 3.000 metri.  Appena sfiorano un basamento solido e impermeabile, queste acque si arrestano e si arricchiscono di sali minerali e altre sostanze disciolte nel loro lungo percorso a cascata.  Poi per pressione idraulica risalgono verso il mantello un po’ saline e leggermente radioattive ad una temperatura media di 75°C.

Gli Ercolini, vini di ‘Ca Avignone’, Colli Euganei

Sto prendendo appunti , Nicola  conversa animosamente, Antonella  si avvicina e si siede accanto a noi nelle poltrone in vimini e mi omaggia del  suo diario di bordo ‘Storia di un insolito viaggio sui Colli Euganei’, un  baedeker che narra i luoghi dell’ infanzia , l’  esodo  dalla città alla campagna, un resoconto su un passaggio significativo quello da un’esistenza frenetica a una più autentica e intima nei Colli Euganei . La coppia si apparta per imbastire la tavola, e nell’attesa divoro un capitolo sulla viticoltura dei Colli Euganei, che Antonella documenta con riferimenti al suo sopralluogo al ‘Museo del Vino dei Colli Euganei’ allestito a Vò nella sede del ‘Consorzio di Tutela dei Vini Euganei’ fondato nel 1972 . Scavi fatti a Este di reperti archeologici in terracotta, ciotole e coppe legati al consumo del vino, testimoniano come Bacco abbia trionfato da queste parti a partire  dal VII – VI secolo a.C fino all ’impero Romano , cadendo nell’oblio fino a  quando resuscitò grazie ai  monaci nell’anno Mille. Fu poi nel Cinquecento che entra in scena il re delle uve degli  Euganei , l’asiatico e dolcissimo Moscato Giallo , introdotto come ingegnosa alternativa alle spezie per le pietanze dei nobili dalle signore dei potenti governatori Veneziani quali gli   Emo Capodilista, i Selvatico, i Contarini e i Mocenigo ,  che circondarono i colli di sontuose residenze e li sanarono con sistemi di bonifica. Successivamente il Moscato Giallo fu selezionato come biotipo  dai viticoltori e da allora  coltivato fino a ottenere l’ambito riconoscimento della DOC nel 1994  e  quella di ‘Colli Euganei Fior d’Arancio DOCG’ o ‘Fior d’Arancio Colli Euganei D OCG’ nel 2011, baldante denominazione che riporta  ai profumi di zagara e di agrumi tipici della vite in  questione, che esplode in tutto il suo sapore  nella versione spumante, passito e secco. La denominazione include il comprensorio padovano di Arquà PetrarcaGalzignano TermeTorreglia ed in parte quello dei comuni di Abano TermeMontegrotto TermeBattaglia TermeDue CarrareMonseliceBaoneEsteCinto EuganeoLozzo AtestinoVo’RovolonCervarese Santa CroceTeoloSelvazzano Dentro .

Il terroir dei Colli  Euganei  (22 mila ettari) è di essenza vulcanica. Diversi orientamenti e altitudini (dai 50 a un massimo di 400 metri) qui favoriscono dei microclimi variegati e un clima quasi mediterraneo: inverni miti, estati calde, asciutte e buone escursioni termiche fra il giorno e la notte. La piovosità media annuale oscilla tra i 700 e i 900 mm con due punte massime, in primavera e autunno. L’umidità relativa è variabile tra la pianura e la collina, dove i valori sono notevolmente inferiori e si registra una temperatura superiore nelle giornate limpide e nelle prime ore del mattino  per il fenomeno dell’inversione termica. Per queste peculiarità i  Colli  Euganei sono ideali per la coltivazione della vite, situata prevalentemente in pendii e declivi che consentono il deflusso delle acque evitando i ristagni. L’alto pregio dei vini euganei è prevalentemente dettato dai suoli di queste montagne, che sono derivati dalla disgregazione delle rocce vulcaniche. Essi  hanno un buon scheletro, e sono ricchi di vulcaniti (rioliti trachiti, basalti,), rocce sedimentarie (biancone, scaglia rossa e marna), alluvioni (conoidi di deiezione, fondovalle alluvionale). Da questa varietà di microelementi ne consegue  l’eccezionale varietà dei vitigni :

Non si finisce mai di imparare.  Ma qual è l’X-factor dei vini di  ‘Cà Avignone’  ? Il terroir unico dei Colli  Euganei  e la mano sapiente dell’uomo!

'Ca Avignone' , Carboon Foot Print , vini green
‘Ca Avignone’ , Carboon Foot Print , vini green

Le etichette Cà Avignone, Carboon Foot Print

Nicola   da bravo sommelier , e con quella umiltà che appartiene solo ai grandi, desidera che esprima il mio giudizio da collega sui suoi nettari , che sono prodotti seguendo i principi più rigorosi sia della tradizione vitivinicola euganea che della innovazione tecnologica, un giusto compromesso tra passato e futuro per questa cantina di nicchia, che oggi vanta  un numero  di  circa 12 000 bottiglie annue.

Sì perché Nicola   e Antonella sono profondamente legati all’immenso patrimonio enologico regionale, e il loro obiettivo è quello di esaltarlo facendo dei vini esclusivi. Nicola   e Antonella desiderano sperimentare e hanno continuamente  meditato su quale fosse  per i loro vini quel qualcosa che facesse la differenza!  Eureka! La matassa si dipanò  quando i coniugi ‘divini’ riportarono  la faccenda a Sabrina, la locandiera de ‘Il Guerriero’, un ristorantino di Arquà, che li mise  in contatto con Roberto Cipresso! Love at first sight! Dopo una serie di ritrovi e colloqui vari, Nicola   e Antonella si affidarono all’esperienza pluriennale e di successo di Roberto da cui scaturirono strategie importantissime. Su tutte primeggia in assoluto quella del ‘vincere senza combattere’, ossia generare nuova domanda,  piuttosto che rimanere bloccato in una spietata lotta concorrenziale senza via di uscita ! Questa tattica di guerra acquisita dalla lettura di ‘Oceano Blu’, la bibbia di Cipresso, nella fattispecie un rivoluzionario manuale sul management di R. Castaldo , insieme all’abilità del sapere delegare agli altri  appresa da Antonella, è tutto quello che Nicola  mi confessa essere alla base della sua nuova visione di fare del vino un grande affare. Questa crescita , a cui aggiungo lo spirito critico e le doti dirigenziali di Nicola sviluppate nel corso della sua brillante carriera (perché personalmente non si attribuirebbe neppure una virtù!), hanno elevato lo standard che contraddistingue i vini della cantina ‘Cà Avignone’, per il  cui lancio sono state fatte alcune scelte cardinali che posso essere così sintetizzate:

  • Il recupero di terreni più adatti alle loro viti;
  • La perizia enologica di Andrea Boaretti, numero uno nella viticultura euganea;
  • Rispetto per l’ecosistema e piena sostenibilità della catena produttiva con vini ‘Carbon Footprint’, cioè fatti riducendo al minimo l’emissione  di CO2. Gli espedienti più esemplari per raggiungere questo traguardo pioneristico sono: l’adozione di vetri sottili e leggeri, tappi in canna da zucchero (che permettono di mantenere l’ossidazione stabile almeno per dieci anni), e Cor-ten per i pali,  un tipo di ferro  più affidabile dello zinco perché emette una patina di ruggine, che presenta un’ottima resistenza alla corrosione atmosferica. Certificata dalla società senese ‘Indaco 2’ ( specializzata nell’ individuare azioni migliorative di mitigazione e compensazione degli impatti ambientali), questa è tutta una metodologia imprenditoriale  che  non è certo dettata da piani di marketing , quanto piuttosto dall’esigenza morale di fornire beni ricorrendo a  fonti pulite e rinnovabili, apportando un contributo per risolvere problemi di considerevole attualità che riguardano l’intera società globale: dal riscaldamento del pianeta ai mutamenti climatici, dall’estinzione graduale della biosfera sino a rischi di assottigliamento della biodiversità.

‘Cà Avignone’ è dunque una cantina dal profilo green, con una politica ecologica che, includendo l’assenza di fitosanitari, diserbanti chimici, e di irrigazione per le loro viti (salvo situazioni realmente problematiche in cui è quasi impossibile non ricorre al rame e allo zolfo e al drenaggio dei terreni), può classificare i suoi vini come biologici, biodinamici e naturali.

Casa Ercolino, vini di ‘Ca Avignone’, ‘3 Tinto’ e ‘Cicale di Arquà’, Colli Euganei

Un certo languorino distoglie me e  Nicola  dai dotti argomenti enoici, traditore è il convivio e la piacevole compagnia. La fine della dissertazione quasi accademica è segnata dallo svolazzare di una tovaglia candida di lino che si srotola lentamente sotto i nostri occhi, su cui Antonella poggia un vaso smaltato di fiori freschi, una brocca d’acqua naturale, un servizio di porcellana e delle posate di argento. Una mise en place curata nei particolari che per gli Ercolini è la regola e non l’eccezione, quindi non una cortesia per gli ospiti, ma una pratica quotidiana, un rituale per manifestare gratitudine al Creatore. Inalo a polmoni pieni quel soffritto d’aglio che esala dalle orecchiette e cime di rapa, che di nordico hanno ben poco, un dubbio che Antonella percepisce subito e sfata sbottando ironicamente: ‘benvenuta giù a Nord! Nicola è di padre napoletano e io di madre calabrese!’ In quella frase è racchiuso il segreto di questa coppia straordinaria, temperamento latino e rigore teutonico in un bicchiere!  Eccovi i protagonisti indiscussi della mia prima degustazione sui Colli Euganei:

  • ‘Cicale di Arquà’: così apostrofato da Antonella per un voluto rimando al frinire delle cicale , un coro mediterraneo che in estate allieta i ritmi lenti dei Colli Euganei, un rifugio dell’anima che assaporo in un calice di questo prosecco ‘col fondo’,  Glera e Moscato al  5 % , che fa macerazione sulle bucce per 15 giorni. Per la sua spiccata struttura ‘Cicale di Arquà’ è paragonabile ai ‘sur lie’ della Francia o agli ‘Orange Wine’ dell’Est. Ancora giovane e torbido è un bianco complesso con bollicine fini, sentori erbacei e di pera,  sapido e morbido al primo sorso con una gradevole persistenza aromatica;
  • ‘3 Tinto 2019 ’: tre rossi come evoca l’etichetta. Un bordolese tutto italiano di Merlot , Cabernet e Carmenere, non filtrato e senza lieviti aggiunti, che pur essendo ancora del 2019, è maledettamente sofisticato al naso per i profumi di frutti di bosco e spezie, è al palato spicca per una contrapposizione calibrata tra morbidezze e tannini.  ‘3 Tinto’ è un rosso pronto, che darà il meglio di sé riposando al fresco e al buio.  Questo vino non può essere annoverato tra le DOC per un 5 %  Carmenere  acquistato di poco oltre i confini, una regolamentazione che se da un lato tutela i vini, dall’altro a volte è troppo ferrea e addio  nuove frontiere. Nicola  allude ai suoi sogni nel cassetto per cui è disposto a superare ogni ostacolo: fare un  Merlot  in purezza e un metodo classico, ma non aggiunge altro! Top secret!
Colli Euganei, mille motivi per esserci
Colli Euganei, mille motivi per esserci

Le nuvole sopraggiungono con l’imbrunire. Finite tutte quelle bontà, sparecchiamo, e andiamo a riposarci un po’. Quando sono nel mio cottage, sdraiata accanto al comignolo il vademecum di Antonella mi alletta allorché elenca tutta una serie di prelibatezze cucinate per dei suoi commensali, tramandate da generazione in generazione e fiore all’occhiello della cuisinè veneta. Lo ‘schissotto’ per esempio apprendo essere il ‘…tipico pane basso e stuzzicante preparato sui colli Euganei , usando farina, strutto-nei tempi andati le nonne mettevano il grasso d’oca-, un po’ di sale e un po’ di zuccherò’. E ancora un primo vegetale con  ‘i bisi di Baone’ , che è ‘…un risotto prelibato preparato con i piselli coltivati nel paese euganeo di Baone…’. Un secondo succulento a base di ‘…galinella alla canavera…’ che ‘…richiede assolutamente la gallina padovana…inconfondibile, è una gallinella molto bella, dalle piume lucide e da un caratteristico ciuffo di penne molto lunghe poste sulla testa …’, condita con ‘pissacan’ , che ‘…è del Tarassaco, un’ erba primaverile che ha al suo centro quei bei fiori gialli….chiamata così perché i cani se ne nutrono quando hanno bisogno di depurarsi’. Dulcis in fundo la crostata di mele, e mi sciolgo in ‘brodo di giuggiole’ , che è nientemeno il liquore di accompagnamento del dessert ‘…di Arquà, molto originale ricavato dai frutti del giuggiolo, che sa di mandorle e frutta secca’. Improvvisamente uno stato di totale e sana pigrizia prende il sopravvento, e mi accascio su dei cuscini morbidi, su cui poggio il viso e sprofondo in un dolce sonno ristoratore. Passa qualche ora e mi ritrovo insieme da Nicola   e Antonella  per desinare e gustare una grigliata di carne , e del gustosissimo radicchio avvolto da della pancetta croccante , il  tutto abbinato ai vini di ‘Cà Avignone’ e a un ‘Friularo’ del 1998  , un rosso simile al  ‘Raboso del Piave’, appartenente alla DOCG Bagnoli (comune di Due Carrare): colore granato, aroma di frutta rossa matura, caldo, con un tannino compatto ma non invasivo, pieno e persistente. Mi ricorda l’Amarone,  Nicola   infatti sottolinea che questo vino un po’ rustico se non troppo maturo, si vendemmia in Novembre dopo l’estate di San Martino, quando sui tralci si posa la prima brina, cosa che gli conferisce l’epiteto di ‘frigoearo’ , cioè ‘freddo’ dal latino  ‘frigus’ .  I fumi dell’alcol ancora non ci abbattono e sono abbastanza sobria per ammirare quel simposio circondata da un lusso smart, confortevole, tra il classico e l’urbano che non passa mai di moda e si fa notare! Trattata come una principessa, la mezzanotte scocca pure per me e mi ritiro nella mia corte con il cuore pieno di gioia che trabocca fino al mio ritorno in patria.

Bortolomiol Winery, Prosecco in Valdobbiadene

Bortolomiol Winery, Prosecco in Valdobbiadene

“One’s destination is never a place, but a new way of seeing things.”
― Henry Miller

A weekend in Valdobbiadene, Veneto 

It was my birthday and what a better present than having a weekend away and going to a wine tasting! While I was in Lucca shopping , I was thinking how best to celebrate my birthday, when Roberto Cipresso, my wine mentor and friend, called me for a get together. Roberto is an international winemaker, who at the age of twenty three moved from Bassano del Grappa to Montalcino, where he now lives with his family running his own winery ‘Winecircus’. When he realized that I was looking for something special to do for my birthday, he suggested visiting the ‘Bortolomiol winery’ in Valdobbiadene.  The ‘Bortolomiol winery’ is one of the most prestigious wine  companies he  deals with, and one of the most representative of the ‘Prosecco area’ in Veneto.  On the first weekend of October, I took the train from Pisa to Venice and then headed to Valdobbiadene, a quaint medieval village, its precious hills of Prosecco set in Veneto. Veneto is a captivating Italian region, full of attractions, and renowned for its wine. All around are dotted small terraced vineyards planted on the steep slopes and almost exclusively dedicated to Prosecco, the most famous of Italy’s sparkling wines. The Prosecco area is marvellous to visit at any time of year, though ideally between April and June, not only the weather mild, though also because there are many Prosecco-related events such as ‘Vino in Villa’ and ‘Primavera del Prosecco’ with fairs, markets, shows and exhibitions. It is now time for me to share with you my unforgettable wine experience , which  revealed yet another hidden Italian treasure!

It was Friday and I arrived in Valdobbiadene in the late afternoon. After I entered my accommodation in ‘Piazza Marconi’, I unpacked, had a shower and then an aperitivo with some friends in a small though elegant cafè. The weather was just right for a stroll in the historic centre of Valdobbiadene. Valdobbiadene may not be as popular as other cities in Italy though is a minuscule, charming tourist destination that is worth a visit. You will be surprised by some of the unique things you can do and the places you can explore.  Valdobbiadene  has been inhabited for over forty thousand years and the first written documents there date back to 1116, when it was conquered by king Enrich V, and in the following centuries by Treviso, the Ezzelini family,  Venice and  Napoleon before finally being annexed by Italy in 1861.  Valdobbiadene is surrounded by important churches, castles and colourful Renaissance buildings aligned to the main square, on which stands a bell tower and the massive ‘Santa Maria Assunta Cathedral’.  On Saturday morning after a huge breakfast and a strong coffee, I went walking along the narrow rural streets of Valdobbiadene for a couple hours,  immersing myself in nature and the green vineyards, whilst admiring the allure of autumn in the falling of leaves from the chestnut trees. The sun was shining and I felt relaxed, simply wondering in contemplation prior to my first sip of Prosecco at the ‘Bortolomiol winery’. Follow me on this Prosecco adventure in Veneto!

Veneto and  its Prosecco 

Veneto is famous all over the world for its Prosecco, unique in its style and taste. Located in the North-Eastern part of Italy, Veneto is a small region, full of landscape of steep hills, which in turn create incredible flavours in its wines.  The delightfully bubbly Prosecco we know and love today, whose name actually derives from the Slovenian word ‘prozek’ ,which means ‘path through the woods’, it  also pertains to the historical village of Prosecco, a suburb of Trieste, close to Duino, where Glera grapes originated and had been cultivated since Roman times.

Romans used the Glera grapes to make a tasty drink called ‘Pucino’, which apparently was the life elixir of Livia, the second wife of the Roman Emperor Augustus, as stated by Pliny the Elder in his ‘Natural History’ written in the first century BC. Since then up until the 18th century the cultivation of the delicious Glera grapes has spread around Northern Italy. The first written mention of Prosecco comes in 1754 in the book Il Roccolo Ditirambo’ by Aureliano Acanti, who wrote: “And now I would like to wet my mouth with that Prosecco with its apple bouquet”. In the 1800’s the academic Francesco Maria Malvolti referred to the quality of local winemaking in stating “thanks to varieties like Marzemini, Bianchetti, Prosecchi, Moscatelli, Malvasie, Glossari” . Malvolti also established the association between Prosecco and its region Conegliano Valdobbiadene.  Prosecco took its next major step forward when in 1868 Count Marco Giulio Balbi Valier cultivated a special grape variety he named ‘Prosecco Balbi’ and published a booklet regarding his important research. Moreover, in 1876 ‘Conegliano’s School of Winemaking’ was founded, becoming a milestone for both the entire winemaking industry and education regarding wine. The Romans may have enjoyed Prosecco, but it wasn’t until the 19th century when Antonio Carpenè subjected the still white wine to a second fermentation that Prosecco acquired its now lasting association with bubbles. Prosecco was going to be something major in the 20th century.  Until the years after World War II, almost all Prosecco was consumed locally, when  it then grew beyond the borders of Veneto and Friuli-Venezia-Giulia, resulting in the production of inferior imitations to the point where wine producers formed a ‘Consortium’ that would go on to create D.O.C.  Up until 2008, vintage Prosecco was protected in Italy as D.O.C.   (‘Controlled Designation of Origin’),  though in 2009 was upgraded to D.O.C.G.(‘Controlled Designation of Origin Guaranteed’).  The Prosecco D.O.C. covers four provinces in Friuli-Venezia-Giulia (Gorizia, Pordenone, Udine, and Trieste) and five in Veneto (Padua, Venice, Treviso, Vicenza, and Belluno). Two D.O.C.G’s.  fall within the D.O.C.: ‘Prosecco Conegliano Valdobbiadene Superiore D.O.C.G.’ and ‘Asolo Prosecco Superiore D.O.C.G.’. For the first, the wines are harvested on the hills between the two eponymous towns, while the latter is produced from its namesake town and is known for its exclusive Extra-Brut vintage (up to 6 grams of residual sugar per liter). The hills where the wine is cultivated are so steep that the vineyards can only be worked by hand, which only adds to the value of the wine. It should come as no surprise that  it is also a lovely place to visit.



In recent years, Prosecco has become very popular, especially in the UK. According to current figures, Britons spent more money in supermarkets over the holidays on Prosecco than on Champagne. It is a big affair for an appellation that didn’t even formally exist until 2009 as the shortage of Prosecco  in 2017 upset wine lovers across the globe!  Prosecco is getting more and more popular, probably because it is a luxury product like Champagne but has a much affordable price! Both Champagne and Prosecco are sparkling wines, though the similarities end there. Let’s go deeper into these differences as regards their terroir, composition, output, flavour, and tasting notes, Prosecco versus Champagne!

  • First thing, Champagne is a sparkling wine produced in the region of Champagne in  France, which is about 80 miles (130 km) Northeast of Paris. Only ‘Champagne’ can be called  ‘Champagne’! Prosecco is produced in the regions of Veneto and Friuli-Venezia-Giuliaclose to Treviso which is about 15 miles (24 km) North of Venice;
  • Champagne can be made as a blend or from a single varietal wine predominantly from Chardonnay, Pinot Noir and Pinot Meunier ; Prosecco is made primarily from Glera grapes;
  • The still wine of Prosecco and ‘Champagne’ are subjected to a second fermentation accomplished by adding a mixture of sugar and yeast, creating the CO2 which makes them sparkling, but is processed in a different way.  Champagne is made using a high-priced method known as the méthode champenoise’ or ‘traditional method’, which happens in the bottle, releasing complexity, texture and flavours like brioche and toast, especially as it ages. Prosecco undergoes the cheap and fast ‘tank method’ , meaning that the second fermentation happens in a single large tank. The tank method’ was invented in 1895 by an Italian, Federico Martinotti, a winemaker in Asti. In 1910, Eugène Charmat, a Frenchman, made some improvements to the process and patented it under his name. In Italy the process is sometimes known as theMartinotti method’, after its original inventor. There are other names for this process: ‘Charmat-Martinotti’, ‘Italian method’, ‘autoclave’ in Italian or ‘cuve close’ in French .This new winemaking technique allowed  sparkling wine production to be performed  in volume at a lower price and in a shorter period of time than any previous method . The method traps carbon dioxide to give the wine its bubbles and its distinct freshness. Due to the reduced contact between the yeast and the base wine produced by this method , Prosecco results in a fruit flavour profile more resembling that of the Glera grapes, which is associated with pear, apple, honeysuckle and floral notes;
  • Champagne encompasses a patchwork of soils endowed with unique characteristics such as the presence of chalk and limestone. Prosecco grapes are harvested on steep, mostly chalk and limestone hills west of Venice  and north of Valpolicella, with traces of clay, marl and marine sandstone.  These hills are situated  between the Dolomite mountains and the Adriatic Sea, a perfect position with a mild climate and plenty of annual rainfall;
  • A good-quality bottle of Champagne can cost between € 50  and € 300- whilst vintage bottles are  sold  for thousands of euros, whereas a bottle of Prosecco can cost as little as $12. The difference in price is partially due to the production method used to make each wine,  Champagne requires a more hands-on and money-intensive process and thus is more expensive!

Prosecco tends to be a little sweeter than  Champagne and, unlike  Champagne, should be consumed young as it doesn’t benefit from bottle aging. Prosecco was generally rather sweet up until the 1960s, after which it was processed better, leading to the high-quality dry wine produced today. Prosecco is now made in four different levels of sweetness: brut nature, brut, dry, extra dry, or demi-sec which is the sweetest.  Today there are 8159 wine estates, 269 sparkling wine producers and around 200 million bottles produced. The Prosecco area includes 15 communes distributed between Conegliano and Valdobbiadene in the province of Treviso and has extended into about 18 000 hectares of good quality agricultural land. Vineyards perch on the southern part of the region at a height between  50 and 500 meters above sea level. The most prestigious zone for the Prosecco production is Cartizze.

Bortolomiol winery, Valdobbiadene

 

Bortolomiol Winery

The  family-run Prosecco winery ‘Bartolomiol’ lies inbetween the hills of Conegliano and Valdobbiadene, the territory of the ‘Prosecco Superiore D.O.C.G.’, where it has been based since 1949. Here are the most prized vineyards for the production of this great sparkling wine, because the steep slopes make it difficult to mechanize the work traditional methods that are more than 200 years old are still used by growers in these hills today.

Conegliano and Valdobbiadene have been designated a ‘UNESCO World Heritage Site’ and are  at opposite ends of the region of Veneto, the first to the east the second to the west. With their different and varying microclimates, complex geologic history, and dedicated winemakers, both came to produce world-class sparkling wine. Conegliano is the site of Italy’s first winemaking school which opened in 1876,  the lands around lands around it carved by glaciers, which smoothed the rocky edges into rolling hills and left deep mineral deposits in the soil. The soil here is a mix of clay, stones, and sand, which yields grapes with more sugar and consequently wine with a persistent and intense fruity and floral aroma even with spicy notes. Valdobbiadene‘s hills in the west are by contrast rugged and steep. The soil here comes partly from ancient sea beds, a mix of marlstone, sandstone, and clay. Wines made from grapes grown in this area tend to be more floral while fruit elements can vary from citrus to sweeter white fruits. The two capitals are also the place where the first Italian wine route was introduced in 1966, now known as the ‘Prosecco and Conegliano Valdobbiadene Hills Wine Route’. It is a circular itinerary spanning approximately 90 km, which offers visitors the opportunity to explore traces of the local rural, civil and religious history , such as awesome vineyards, medieval hamlets, churches and castles.  Cartizze is an even more exclusive sub-designation of the ‘Prosecco Conegliano Valdobbiadene Superiore D.O.C.G.’, one  of the finest versions of Prosecco. The steep hill is known as the ‘Grand Cru’ covering about 107 hectares of the region. For producers in Prosecco, Cartizze is the most honoured area in the region and has witnessed unprecedented popularity all around the world. This south-facing hilly chain is always exposed to the sun, yet constantly catches a breeze from the north-east as well as cold air from the Alps at night which enhances the flavour of the grapes. The marlstone-sandstone soil here is old, but not as deep as that around Conegliano. The highest-quality and most sought-after wines come from this part of the D.O.C.G. region, partly because of the unique growing conditions created by the terrain. The tricky landscape is one of the reasons for the high quality of the grapes, as the steep slopes mean excellent drainage that keeps the vines healthy. The grapes that grow in Cartizze produce wines that are predominantly floral rather than fruity, and usually are made Dry (which is the sweet end of the Prosecco scale).

Saturday, 11 o’clock, Valdobbiadene woke up after a cold windy night with people crowded all around the streets and inside the shops. I went into a tourist office to ask for  information as to how to get to the ‘Bortolomiol winery’.  As it was ten minutes on foot from the historic centre, I decided to go there earlier than my booking at 14:30 ! I rang the bell at the gate, and not a soul was in sight ! After a while and to my relief, a tall, smart man came and welcomed me. It was Diego, who is responsible for the guest relation service. I tried to change the scheduled time of my tour, but he said he could not satisfy my request because it was against company policy.  I was so sorry ! Suddenly, he made a sign for me to go inside the winery and to wait for him there. I opened the brass handled door and fell in love with the big and smart tasting room full of visitors and great Prosecco labels. I sat on a comfortable red sofa and whilst I was reading a magazine, a polite and pretty hostess offered me a glass of a fresh dry white wine. After having greeted his last clients, Diego came close enough to me so that he was certain that no one else could hear  him while he attended to my needs !  Firstly, he was kind enough to invite me to lunch at the winery ,  charming my palate with hand-made bread , parmesan and ham paired of course with Prosecco! After lunch , Diego showed me a map of ‘Filandeta park’, which is home to the ‘Bortolomiol winery’, and he suggested that I go and enjoy myself before my official tasting in the afternoon! I thanked him for his kindness and headed toward ‘Filandeta park’ next to the bell tower of Valdobbiadene. This huge wood was once a silkworm factory, which was bought  and restored by the Bortolomiols as part of their business. The Bortolomiols have contributed significantly not only to the culture and economy of Valdobbiadene, but have also created a corner of paradise inside the municipality, a green space placed  at the disposal of all citizens and any pilgrim who wants to be involved in the real food and wine heritage of Northern Italy. The ‘Bortolomiol winery’ is located exactly in the centre of  Valdobbiadene surrounded by its vineyards inside the stunning ‘Filandeta park’, which is also an open-air wine & arts area. In fact, whilst I was there it hosted an incredible artwork collection by Giovanni Casellato and  Susken Rosenthal. There was a connection between their modern and abstract statues, illustrating the concept of freedom. Reading the plaques adorning these statues, all these sculptures are made of different materials and are a symbol of life and nature,  as well as an entreaty for us to be better human beings, elevating ourselves from earth to heaven in order to find our true path.  I appreciated a lot of what was around me, everything seemed to fall right into place. As the sky was turning grey and the air was getting progressively colder, I went back to the winery. I learnt  a lot about the history of the Bortolomiol family by scanning the  inner descriptive panels and black and white photos that hung on the walls of that magnificent building.  It goes like this! Giuliano Bortolomiol founded the winery in 1949. His father passed on to him a strong passion for  wine and the values of countryside. Giuliano was very young when he decided to attend the prestigious ‘Conegliano Wine School’. Soon after the Second World War, he decided that he wanted to realize an oenological rebirth in his homeland. Thanks to an improvement in production and quality of Prosecco, he has created  his own brand of a new prestigious Italian sparkling wine which would be become known throughout the world. Having obtained the ‘D.O.C.G. designation’,  his dream has come true and ‘Prosecco Superiore’, has become a wine beloved at international level. However, the winery owes its growth to his four daughters, Maria Elena, Elvira, Luisa, and Giuliana, who today together with their mother Ottavia run business with professionalism. In their father’s memory  the four sisters  made the ‘Cuvée Del Fondatore’,  which is one of their best Proseccos  . It is a ‘Valdobbiadene D.O.C.G. Prosecco Superiore Brut’ made from a  single-vineyard cultivated in San Pietro di Barbozza. However, what has set the Bortolomiol family apart is simply their love and their intense dedication to what they have done and still do . Their principles have remained unaltered since its founding, producing high quality products and supporting the promotion of their territory. The Bortolomiols also supports humanitarian projects in Africa such as those representing women rights and the fight against AIDS. Two centuries of tradition lie at the heart of the Bortolomiol family’s understanding and vocation for wine-making in Valdobbiadene, interpreting the varieties used to make their wine in the best possible way, planting the steep hills with hand-tended vineyards and developing a wine making process to enhance the aromatic characteristics , elegance, freshness and vitality which has made their brand stand out.  The Glera grape variety has found an ideal environment in these hills. It is in fact in this area that the variety has always performed at its best and it is from here that universally recognized quality has developed, the cutting edge of which is ‘Superiore di Cartize’.

Giuliano Bortolomiol
Giuliano Bortolomiol, ‘Filandeta Park’, Valdobbiadene

Top Bortolomiol Prosecco Tasting

There’s nothing better and more unconventional than enjoying a glass of classy Prosecco  in front of a fireplace in the lush open spaces at ‘Bortolomiol winery’ on a rainy autumn afternoon. Visiting the ‘Bortolomiol winery’ means that you give yourself the best opportunity of having a fantastic holiday discovering Veneto and tasting some of the finest Prosecco  varieties on offer.

Tasting Prosecco in that elegant room in the ‘Bortolomiol winery’ was really like being in a fairy tale. At two o’ clock a sommelier entertained us showing us a video regarding the history of the denomination, the land and how the whole family exploited their talent for winemaking from their beginnings to current days. Later the young wine expert informed us of some interesting detailed facts regarding Prosecco:

  • proper Prosecco must be made with at least 85% Glera grape and now  must be grown in UNESCO designated areas. Other grapes commonly added to Glera  include native varieties, such as Verdiso, Bianchetta Trevigiana, Perera, Glera Lunga and international grapes, such as Chardonnay, Pinot Bianco and Pinot Grigio;
  • The very best Prosecco has the O.C.G. signifier;
  • While iconic Prosecco  are sparkling, both the O.C. and D.O.C.G. versions can be made in sparkling, semi-sparkling and even still versions;
  • Unlike Champagne and other red and white wines, Proseccois a young wine that doesn’t like to be aged. By the way, recently a new version of  Prosecco  known locally as ‘col fondo’ has been launched onto the market. It is a Prosecco  refermented in the bottle, whose yeasts accumulate at the bottom (‘il fondo’ in Italian) producing a layer of sediment, that gives the wine a fragrant bread crust aroma;
  • Prosecco should be served cold in a tulip glass, as this design allows a little more space for easy swirling of the wine, and focuses the aromatic notes towards the nose;
  • Prosecco is one of the most versatile wines around. It is ideal for drinking at breakfast along with scrambled  eggs, a sweet tipple     in the afternoon to be served with  pastries and as a salty aperitivo or with a variety of dinners.

After my tasting of Prosecco  at the ‘Bortolomiol winery’, I realized that there is so much more to Prosecco  than just reasonably priced bubbles! It is not only the favourite aperitivo for Italians up and down the peninsula, though nowadays is also the most sold sparkling wine in the U.S., because it is refreshing, flavourful, light-bodied, and  (usually) dry. It is my pleasure to list below the best labels I discovered during my wine tasting at the ‘Bortolomiol Winery’:

  • ‘Bandarossa Valdobbiadene DOCG Prosecco Superiore Extra Dry Millesimato’: ‘Banda Rossa’ is the Italian for ‘red band’. Since 1986 Giuliano Bortolomiol has put this mark on bottles containing the best Extra Dry of the year to be consumed with close friends, and today this band indicates wines of a high standard. It is delicate sparkling wine, with a nose and fragrance of mature yellow apple with scents of sweet citrus and flower hints. Its perlage is fine. On the palate it is slightly sweet and creamy balanced by a nice acidity. It is perfect as an aperitivo and for serving with any pleasant and savoury dish such as mozzarella with marinated anchovies, marinated fish and stuffed artichoke;
  • ‘Superiore di Cartize’: The Cartizze hill is a genuine Grand Cru. It is a fragrant sparkling wine with a gentle and persistent perlage. It has a nose with an aroma of exotic fruit, hazelnuts and sweet acacia flowers. On the palate sugars are balanced, having a freshness, notable density and creaminess. This is a wine for special occasions which can be enjoyed on its own or as the perfect accompaniment to fine desserts;
  • ‘Extra brut Riserva del Governatore’: it is a kind of Charmat made from Pinot Noir and Chardonnay It is a very refined and dry sparkling wine. It is quite aromatic, crispy, of medium body with a long last. It goes perfectly with rich fried meat and fish dishes;
  • ‘Filanda Rosé’: Giuliano made his first rosé in the 1970’s, and his four daughters together with their mother made this rosè great, dedicating this wine to the noble women who worked in the Valdobbiadene silk mills, improving the whole area from anybody’s point of view. This wine is made from Pinot Noir of the Oltrepò Pavese – north west Italy. It is light pink in Its bouquet is fruity, complex, and floral. It has a nose that is spicy. In the mouth it is fragrant with a good body. It pairs well with exotic and tasty food;
  • ‘Canto Fermo Valdobbiadene Prosecco D.O.C.G. Tranquillo’: it is a non-sparkling Prosecco, basically a white wine made out of Glera grapes, traditional and very specific to the region. This ‘Prosecco D.O.C. Tranquillo’ offers a different kind of pleasure, more reflective and genuine. In contrast to the sparkling and semi-sparkling versions, ‘Prosecco Tranquillo’ has no carbon dioxide or residual sugars. It is fragrant, fruity fine and very tasty. Pairing foods: all kinds of fish, above all the more delicate dishes.
Bortolomi Prosecco,Valdobbiadene, 100 % Italian Top Quality and Charme
Bortolomiol Prosecco,Valdobbiadene, 100 % Italian Top Quality and Charme

There’s a whole lot you don’t know about Prosecco, from its fascinating history to the rare varieties and the best ways to drink it.  For example, Prosecco is a key ingredient in some worldwide known cocktails, from those which are prepared with ‘Negroni’, ‘Aperol’ or ‘Campari’ to the more easy going ‘Spritz’, ‘Ugo’ and specifically the ‘Bellini’, which was created in 1948 at ‘Harry’s Bar’ in Venice. Prosecco goes incredibly well with many Italian dishes and menus, and of course you’ll find Prosecco  in lot of venetian farmhouses, shops, and restaurants. Before going back to Pisa, I had a dinner in an intimate bistrò in Valdobbiadene , where I had a  Prosecco with an appetizer of  succulent ‘crostini’ seasoned with sorpressa (a traditional cured meat with spices and garlic added to it), and the highly acclaimed ‘risotto con radicchio di Treviso’ (rise stuffed with a lettuce leaf with a unique bitter taste, that can be used and cooked in countless ways). Are you hungry? If your answer is yes, hurry up, and start planning your upcoming trip. Veneto is still a relatively unknown area, which attracts many visitors keen to admire its beauty and who also want to find out more about this fantastic  Italian wine region. Make sure you get there first for an authentic experience like the one I had! 

Enjoy it! 

Stefania

 

 

 

 

Napoli, InCentro B&B. Via Toledo 156

Napoli, InCentro B&B. Via Toledo 156

  “Ho visto un angelo nel marmo e l’ho scolpito fino a liberarlo” 

Michelangelo

Ci sono cose che attendi a lungo, tanto a lungo che poi non riesci a decidere se è il momento giusto per farle, come il mio viaggio a Napoli  presso l’ ‘InCentro B&B’ in via Toledo, 156.  Il fascino di  Napoli è indiscusso ed è racchiuso nella celeberrima frase “vedi Napoli e poi muori” dello scrittore Goethe,  e se lo scrive il globe trotter tedesco  devo per forza appurarlo! Napoli è una perla nel  Tirreno che per la sua preziosità ha fatto gola a tutti i  suoi coloni: dai Greci ai Romani, dai Bizantini agli Svevi-Normanni, dagli Angioini agli Aragonesi, dall’impero francese  dei Borbone a  Bonaparte, da Garibaldi fino al Regno d’Italia. Napoli è proprio questo: voglia di andarci da sempre, ma sempre ho aspettato un’occasione speciale, e dopo un periodo così intenso e meditativo come quello del Covid, prendo coscienza del fatto  che la vita è adesso  , e che attendere certe volte è solo un rimandare qualcosa, che in realtà hai già dentro di te e che è pronta a venire fuori all’improvviso! Così un giorno semplicemente ho fatto la valigia e sono partita! Il merito di questa prontezza spetta all’avvenente e spumeggiante Roberta di Porzio, che risponde  subito di sì alla mia mail per una richiesta di soggiorno nel suo ‘InCentro B&B’ in via Toledo 156  in  cambio di un post emozionale.

Probabilmente Roberta  riconosce in me la sua stessa sana follia ed il desiderio di collaborare tra chi si occupa di turismo, che è stato il settore più danneggiato nel 2020 per la pandemia. Roberta è di un certo spessore e mi viene incontro perché possiede quella giusta dose di sensibilità, che le fa capire che la mia proposta è dettata esclusivamente dal desiderio di scoprire la Campania, una delle regioni più incantevoli d’Italia. Il mio intento è infatti quello  di  condividere via etere la mia esperienza presso il suo  ‘InCentro B&B’ in via Toledo 156 con quanti ancora pensano di trovare all’estero dei paradisi già svelati o nascosti come quelli che solo Napoli è in grado di offrire.

Metropolitana Toledo, Napoli

Via Toledo 156. Sei giorni a Napoli

Una domenica di Luglio arrivo  alla ‘Stazione Garibaldi’ di  Napoli dopo quasi quattro ore di treno da Pisa, durante i quali mi sento felice di rotolare verso Sud, come faccio d’altronde sempre più spesso in questi ultimi due  anni. Non so, sarà un richiamo quasi inconscio alle mie origini isolane, un tentativo forse di volere ritrovare la Sicilia in tutti quei posti che le somigliano.  Non potevo non finire che a Napoli, che mi entra dentro le vene ancora prima di vederla, forse perché in fondo così uguale alla mia Palermo, in cui  mi sono formata professionalmente e da cui mi sono allontanata solo per il capriccio del mio essere errante, che per ora la Toscana riesce a sedare!

Sono quasi le quattro del pomeriggio e manca l’aria dentro il vagone. Afferro i miei bagagli e appena metto piede nella Metropolitana, mi accorgo che sarà difficile seguire la mia tabella di marcia, perché c’è molto più di quello che immaginavo! Prendo la Linea 1, che con mio grande stupore si svela essere un museo all’aperto distribuito in nove fermate progettate con un raffinato gusto estetico per la mobilità pubblica e il godimento dell’arte contemporanea. Si tratta delle stazioni sotterranee più suggestive d’Europa e poco dopo meno di dieci minuti scendo a quella di Toledo, che è la più suggestiva ,  celebrata dal Daily Telegraph  e dalla CNN! Oscar Tusquets Blanca è l’artefice di questa impresa faraonica, la cui attrattiva principale è dovuta soprattutto alle pareti del livello più interrato rivestite dai mosaici azzurri in pietra e pasta vitrea fatti dall’africano William Kentridge e raffiguranti la tragedia di  Ercolano e Pompei e la processione di San Gennaro. Napoli sta giocando bene le sue carte in termini di accoglienza turistica ed è una vera sfida, che purtroppo ancora non è di certo vinta a causa delle difficoltà economiche, della mancanza e del malfunzionamento delle infrastrutture, e di una mentalità un po’ baronale tipica del Meridione. Eccomi  fuori dalla metro e Roberta  mi apre  le porte di Napoli accogliendomi nel suo esclusivo ‘InCentroB&B’ in via Toledo 156′ , che è il punto di partenza da cui iniziare per perdersi nel cuore della capitale partenopea, proprio come facevano i grandi viaggiatori all’epoca del Grand Tour, che si spingevano nel nostro Bel Paese da Roma in giù  per completare  il loro bagaglio culturale, arricchendolo con la vista dei tesori di quell’arte classica, che  Winckelmann celebra come eterna per la sua  “nobile semplicità e quieta grandezza” . 

Voluta dal viceré Pedro Álvarez de Toledo nel 1536 ed eseguita dagli architetti Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa e snodandosi per ben 1,2 km da Piazza Dante fino a  Piazza Trieste e Trento, via Toledo  ha una posizione strategica perché dà qui è possibile visitare tutta  Napoli.  Via Toledo è il motore pulsante di questa metropoli, centro dello shopping e del tran tran cittadino con i suoi bar e locali aperti fino a tarda notte, ed emblema della ricca enogastronomia regionale. Come resistere ai babbà , alle sfogliatelle calde calde o al profumo del  pane cafone appena sfornato e della rosticceria che fa leale concorrenza a quella siciliana! Via Toledo è l’essenza stessa di Napoli nel suo prepotente contrasto tra miseria e nobiltà. Via Toledo è la vitalità dei suoi vicoli poveri gremiti di  scugnizzi , che scorrazzano in motorino senza protezione e dei murales che colorano il grigiore dei bassi sgarrupati. Via Toledo è la nobiltà dei palazzi di  ‘Carafa di Maddaloni’ (N.46), ‘Berio’ (N. 256) e di ‘Doria d’Angri’ (piazza VII Settembre) e delle  chiese di ‘S. Nicola alla Carità’ e dello ‘Spirito Santo’, è la frivolezza della cattedrale in vetro e ferro della  ‘Galleria Umberto I’ , è  la fama  del ‘Teatro Augusteo’ e del ‘Teatro San Carlo’ , è la folla dei colletti bianchi , che si affrettano addentando un calzone al volo prima di cominciare a lavorare! Sono in mezzo a un melting plot , che solo un Caravaggio avrebbe saputo dipingere immortalandolo magari in una tela da porre nella ‘Galleria Zevallos’ , che a pochi passi dal mio ‘InCentroB&B’ , si erge imponente con la sua mostra dedicata alle delicate pennellate sulle  meraviglie di Napoli della ‘Scuola dei Pittori di Posillipo’ di  Anton Sminck van Pitloo’

Incenro B&B, via Toledo 156
‘Incentro B&B’, via Toledo 156, Napoli

Quando vuoi qualcosa desiderala ardentemente e diventerà realtà ed è successo proprio a me! Suono al civico 156 di via Toledo e comincia la mia avventura. Con un sorriso smagliante Roberta mi fa accomodare all’interno del suo ‘InCentroB&B’  e senza troppi convenevoli , come fossi una di famiglia, nella piccola hall mi presenta il suo socio l’architetto Salvatore di Vaia, suo caro amico d’infanzia e collega d’università. Insieme realizzano ‘InCentroB&B’  , una  struttura moderna e sobria, che più che un  business è la materializzazione del loro amore  per Napoli,  che trasmettono a tutti i loro ospiti  con impagabili consigli e  calorosa disponibilità. Non è un mestiere, è pura passione per la loro terra, di cui vi assicuro se ne afferra l’anima una volta affidati alle loro mani! Roberta mi indica come girare Napoli in sei giorni. Tra una chiacchiera e l’altra, viene fuori che da generazioni Roberta  insieme ai suoi cari si occupa di ‘ Umberto’ in via degli Alabardieri 30  , uno dei ristoranti più noti e antichi di Napoli , che da più di un secolo delizia i palati dei buongustai e dei Wine Lovers and Experts più esigenti, loro due compresi, che con mio grande stupore, mi palesano essere sommelier!  Sarà di nuovo lo zampino di Bacco,  è pura coincidenza o altro? Comunque, è evidente che qualcuno lassù muove le fila in modo tale da farti proseguire per una certa direzione e quale ne sia la ragione non potrò mai saperlo, la sola cosa di cui mi rendo conto è che debbo alzarmi dalla sedia e interrompere la piacevole conversazione. C’è sintonia tra tutti e tre e anche troppa, perché mi dimentico della mia prenotazione alla ‘Cappella di San Severo’ ! Non voglio mandare tutto a monte, e anche se si è fatto troppo tardi saluto Roberta , la ringrazio spiegandole che debbo fare una corsa per  provare ad accedere al mausoleo. Per fortuna  Salvatore da buon Napoletano, pur avendo mille impegni, mi scorta in scooter fino a laggiù, e per questo gliene sarò eternamente grata.

Il Cristo Velato e Posillipo, il riposo degli affanni

Allacciato il casco ci si muove in un traffico pauroso, che non mi scalfisce minimamente visto il mio trascorso palermitano! Salvatore mi lascia nei pressi di piazza San Domenico, e mi avverte di non versare troppe lacrime per il  ‘Cristo Velato’,  uno dei maggiori capolavori della scultura mondiale e meta di migliaia di visitatori ogni anno.

Nella prima metà del ’700 Raimondo di Sangro Principe di San Severo, noto scienziato e alchimista, è profondamente coinvolto nella ristrutturazione della ‘Cappella di San Severo’, che è  patrimonio dei suo avi . Raimondo ha un’idea ben precisa per il suo tempietto per cui ingaggia il meglio della maestria allora disponibile, e parimenti dà il suo contributo ingegnandosi a produrre le pitture per gli affreschi interni. Inizialmente il Principe di San Severo commissiona il Gesù morente al veneto Antonio Corradini, esperto della tecnica delle trasparenze. Questi però muore prima di terminarla e Giuseppe Sanmartino ,  costruttore di presepi e di pastori, è incaricato di continuare la sua opera.  Nel 1753 Giuseppe Sanmartino crea il  ‘Cristo Velato’ da unico blocco  di marmo di Carrara per  dare corpo  alla visione geniale del suo titolato e poliedrico committente. Sanmartino ignora la bozza in terracotta del  Corradini (oggi custodita al ‘Museo di San Martino’ di Napoli), ed impone il suo tocco personale dando alla luce un tesoro inestimabile ed una delle migliori rappresentazioni del Barocco Napoletano. Il  ‘Cristo Velato’ è una testimonianza di come l’arte possa avvicinare l’uomo a Dio, qualora concepisca una creatura marmorea così realistica da volerla toccare, perché si resta davvero increduli davanti a simile splendore. Non mi accorgo quasi che accanto a me ci sono altri spettatori, che in un silenzio quasi imbarazzante e mistico ammirano questo Cristo nei suoi attimi dopo la crocefissione. Il Cristo redentore è adagiato su di un letto funebre, ed è coperto solo da un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere il corpo, e dal quale si intravedono i segni del martirio e della sofferenza, divenendo simbolo del destino e del riscatto dell’intera umanità. La cura dei dettagli mi incanta: il capo chine con gli occhi socchiusi, quasi a serena accettazione di un momentaneo dolore prima della sua risurrezione, il costato lacerato dal supplizio, e gli strumenti della tortura giacenti accanto al sudario tra cui la corona di spine, la tenaglia ed alcuni chiodi. Il drappo impalpabile che avvolge la salma è talmente vero che una leggenda lo attribuisce ad un’invenzione chimica del Principe di San Severo piuttosto che all’abilità del  Sanmartino. Questo ancora è un mistero, che ha destato l’attenzione dei più grandi studiosi ed estimatori, tra cui lo stesso Antonio Canova, che si è dichiarato disposto a dare dieci anni della propria esistenza per acquistare questa incomparabile magnificenza e attribuirsene la paternità!. Non posso altro che augurarvi di avere la mia stessa buona sorte, cioè di commuovervi di fronte a un miracolo della mente umana qual è il  ‘Cristo Velato’.

'Macchine Anatomiche' di Giuseppe Salerno, Cappella San Severo
‘Macchine per Studi Anatomici’ alla  ‘Cappella di San Severo’, Napoli

I custodi ci buttano fuori perché devono chiudere. Mi soffermo nella cavea sottostante inquietata alla visione di due scheletri, che un cartellino esplicativo definisce delle “Macchine per Studi  Anatomici” attribuiti al medico siciliano Giuseppe Salerno , che vengono comprati dal Principe di San Severo  per analizzare la funzionalità dell’apparato circolatorio. Anche in questo caso la verosimiglianza estrema del sistema arterovenoso fin nei vasi sanguigni più sottili ripropone l’enigma ormai sfatato che quelle ossature fossero quelle di due servi fatti ammazzare apposta  dal  Principe di San Severo per fare da cavia. Dei ricercatori sostengono che non si ha a che fare con dei morti imbalsamati, ma che l’uso di materiali speciali come cera d’api ed alcuni coloranti hanno potuto consentire la perfetta riproduzione di viscere ed arterie umane!

Suite ‘Posillipo’ riposo degli affanni, Napoli

Qualche foto di rito prima di andare via e raggiungo il mio ‘InCentroB&B’ . Varcato il portone d’ingresso il mio istinto, che non si sbaglia mai (o quasi!), mi sussurra che la mia stanza sarebbe stata quella più particolare! In omaggio ad uno dei quartieri più suggestivi di Napoli infatti  le chiavi sono quelle della camera ‘Posilippo’, che mi “riposa dagli affanni” , come il significato del suo nome greco sottolinea  a fronte di tanto trotterellare! Il design è lineare ma ricercato come i controsoffitti a forma di vela che sovrastano un letto pieno di cuscini e coperte profumate, che ti invitano a sprofondarci solo a guardarlo! Per riprendermi dalla sonnolenza mi faccio una doccia fredda nell’ampio bagno dotato di tutti i comfort, saponi e teli di pregio inclusi. Mi servo una tazza di tè nero e mi siedo ad ammirare in tutta calma quell’ambiente così raccolto ed intimo. L’azzurro è la tonalità predominante di questo nido, ed il Vesuvio ed il mare sono i suoi temi inevitabili, i quali sono rievocati negli scatti particolari di Roberta appesi alle pareti, che arredano sapientemente questi spazi benedetti insieme ad alcuni oggetti minimali. Tra questi ultimi spicca una figuretta di altezza media, che rappresenta il classico corno napoletano di un rosso lacca sgargiante. Con la sua maschera di Pulcinella forse è posto appositamente in una teca di fronte l’uscio per togliere il malocchio ai girovaghi, che come me lì sono di passaggio! Speriamo funzioni! Intanto cala la sera ed i rumori delle movida napoletana penetrano dalla finestra a vetrate insonorizzate, che spalanco per fare ricambiare l’aria. Esco per incontrarmi con Marco Baldassarre la  guida locale, che scelgo sulla rete per  via delle ottime recensioni fatte ai suoi tour per Napoli.

Spaccanapoli

 21:30. Incontro Marco  in via Toledo e mi dà il benvenuto nella sua Napoli. Marco  ha un viso simpatico e velocemente rompe il ghiaccio offrendosi subito di farmi provare la vera pizza napoletana.  Durante il tragitto mi racconta un po’ di Napoli e di sé.

Nato e cresciuto nella capitale,  da principio Marco interrompe la facoltà di Lingue per dedicarsi a capofitto alla scrittura e alla gestione di appartamenti e B&B nel 2005 , quando , come lui precisa, a Napoli ce ne sono ancora davvero pochi e di classe e  con il comune può  organizzare eventi che  attirano solo  turisti di un certo livello. Successivamente la globalizzazione scatena un proliferare di strutture, che continuano a moltiplicarsi come i pani perdendo in qualità, e avendo come unico obiettivo una concorrenza spietata tra loro. Tutto ciò causa una mercificazione dell’offerta turistica, che ha poi il suo tracollo nei mesi del recente lockdown , durante i quali Marco  completa i suoi libri a sfondo biografico e riflette, vista la crisi economica generale,  su cosa fare da grande! Una domanda per la quale , come molti del resto , non ha ancora  una risposta! Chissà forse in fondo non la cerca neppure, o non l’avrà mai, o forse verrà fuori inaspettatamente in uno dei suoi giri in bici oltre confine, fatti sì per piacere ma soprattutto necessari per  placare  la sua irrequietezza che non gli dà pace. Marco  ha l’indole del vagabondo un po’ aristocratico nei modi e un po’ di sinistra nella sua ideologia, che lo spinge in terre lontane ed esotiche che a parer mio gli hanno tolto di dosso non solo l’inconfondibile cadenza dei Napoletani ma anche quella divertente irruenza e gestualità che è loro per natura! 

Spaccanapoli
‘Spaccanapoli’

Marco mi conduce in centro e mi fa accomodare fuori all’aperto da ‘Lombardi’  , una locanda  che dal 1922 è un’istituzione a Napoli. Non c’è un alito di vento per cui ordiniamo due birre ghiacciate, che compensano un’arsura infuocata quasi insopportabile! Mi delizio della mia prima margherita napoletana rigorosamente basica con ciliegino, basilico e fior di latte, che il proprietario mi consiglia al posto della bufala per evitare di annacquare quell’ impasto morbido , che addento con voracità per la sua croccantezza e la leggera affumicatura data dalla lenta cottura a forno legna. Ma questo è l’unico segreto che sono in grado di strappare al cuoco in merito alla proverbiale bontà di quel composto tricolore napoletano! Marco ha una notizia buona e una cattiva. La prima è che finalmente la sua agenda è piena di altri clienti, la seconda che può  garantirmi la sua presenza solo a cena per parlarmi di Napoli e rivelarmela in  tutta la sua pompa e varietà , dandomene un assaggio  perlustrando la famosa ‘Spaccanapoli’! ‘Spaccanapoli’  è il decumano inferiore dell’antico impianto urbanistico greco romano, ed è il nome fittizio di un rettilineo che appunto spacca Napoli in due attraversando il centro storico da est verso ovest. Un chilometro affollatissimo e stretto di ciottoli e mattoni ,che ufficialmente si sviluppa dal rione di ‘Pignasecca’ fino al quartiere di ‘Forcella’  , inglobando,  oltre che le  emblematiche ‘ via Toledo’  ‘via Benedetto Croce’   e ‘via San Biagio dei Librai’,  anche botteghe artigianali, vecchie librerie, e altre eccellenze dell’arte partenopea, che Marco  mi annovera e illustra in breve.  

'Piazza del Gesù Nuovo', Napoli

‘Piazza del Gesù Nuovo’: è un eccentrico punto di aggregazione di studenti, musicisti e viandanti. Uno slargo raffinato e irregolare di Napoli su cui si possono contemplare con devozione due prodotti del grande Barocco Napoletano. Il primo è  la ‘Guglia dell’Immacolata’  , voluta dai Gesuiti in sostituzione di una precedente scultura equestre dedicata a Filippo V di Borbone , distrutta nel 1707 quando le truppe austriache occupano Napoli decretando di fatto la fine del governo spagnolo . Il secondo è l’omonima chiesa del ‘Gesù Nuovo’ eretta nel 1584 e caratterizzata da una mirabile facciata in bugnato di piperno a punta di piramide appartenente alla preesistente  residenza nobiliare di Sanseverino , vecchia proprietà dei principi di Salerno poi passata ai Gesuiti , che insistevano in questa area.

‘Basilica di Santa Chiara’: distrutta in parte da un violento bombardamento del 1943, la si è potuta restaurare e preservare con molta pazienza . Costruita nel 1328 da Gagliardo Primario in solenne stile gotico,  essa nasce come cappella di corte, fulcro dei cortei religiosi e civili del periodo angioino a Napoli assolvendo anche  alla funzione di  convento per i frati  Francescani e a quella di monastero per l’ordine di clausura delle Clarisse . Nel suo grembo  ci sono le tombe di insigni regnanti  tra cui re Roberto, il cui maestoso sepolcro è frutto dei fiorentini Giovanni e Pacio Bertini, responsabili anche dell’altare maggiore e del pulpito. 

'Basilica San Domenico Maggiore', Napoli

‘Chiesa e Convento di piazza di San Domenico Maggiore’:  gli edifici religiosi tra il 1283 e il 1324 sono il quartier generale dei Domenicani , che qui declamano l’attività di  Tommaso d’Aquino e che fanno innalzare l’odierno obelisco centrale della piazza, come segno di riconoscenza per la conclusione della terribile pestilenza del 1656, durante la quale scompare ben due terzi di Napoli . Attorno all’ ‘Obelisco di San Domenico’ si stagliano nella loro sontuosità delle mirabili dimore storiche quali ‘Casacalenda’ ( dove vi è la sede della famosa pasticceria ‘Scaturchio’), ‘Petrucci’‘Corigliano’, solo per citarne alcune. Anche se un po’ rovinata da bancarelle e insegne pubblicitarie,  questa spettacolare agorà , da quando pedonalizzata, è il salotto di Napoli, come all’epoca di quegli illustri potenti che ci fanno tutti i tipi di  manifestazioni  da quelle più gioiose a quelle più tristi. Decisamente stanchi il nostro circuito si conclude con due ‘Becks’ al ‘Cafè Arabo’ di  ‘piazza Bellini’.  Marco mi accompagna all’  ‘InCentroB&B’ in via Toledo 156′  , dove Morfeo non esita ad avvolgermi tra le sue braccia smorzando l’attesa impaziente dell’indomani!

I Quartieri Spagnoli 

Lunedì mattina. I raggi del primo sole penetrano nella mia suite. Mi sembra di essere quasi in un film, tutto un po’ surreale, forse perché non credo neppure io al privilegio di essere a Napoli. Mi do una rinfrescata, indosso un vestito leggero e scarpe comode. Faccio tutto con tranquillità, perché correre a Napoli non serve! Scendo giù in ascensore, c’è da  fare carburante e per fare colazione e bere il caffè più buono di Napoli, mi consigliano il bistrò ‘Augustus’ in via Toledo, e credo possa fidarmi dato che questo esercizio  serve tazzulella e cafè dal 1927!

Ordino il mio oro nero,  un croissant al burro di cui sono golosissima, una spremuta di arancia,  e comoda nella mia poltroncina osservo Napoli che si sta svegliando. Le boutique delle grandi firme alzano le saracinesche accanto ai negozietti di cianfrusaglie, la gente finemente vestita, che è in movimento e mordicchia un panzerotto al volo, si alterna  ai venditori ambulanti di calzini, che stanno lì pronti a mietere la loro prossima vittima; gli universitari ed i pendolari  si incamminano verso la vicina metro, nel cui sottopassaggio dormono clochard di tutte le razze, e le banche fasciste e rigorose nei decori sfornano dipendenti e clienti che vanno e vengono. Non c’è un ordine, ma quel caos ha un suo equilibrio, e Napoli è unica proprio per questo, è un mix di ricchezza e degrado spalmati per quasi un milione di abitanti, tra cui un terzo sono quelli della sua stessa provincia e metà quelli dell’intera Campania! Senza contare poi gli immigrati , che secondo gli ultimi dati statistici si sono abbastanza integrati, costituendo nel contempo una forza non indifferente per un’economia che, basata prevalentemente sul traffico crocieristico, sull’ agricoltura, sulla moda e sul tessile ed alimentare (sia su scala industriale che artigianale), fa fatica a soddisfare i bisogni di tutti. I motivi sono gli stessi che affliggono tutto il nostro pianeta ma in percentuale maggiore, e risiedono in una cattiva amministrazione politica della Res Pubblica (insita nel DNA di noi Italiani!) tanto capace quanto avida di interessi personali, nella scarsezza di risorse, nella inefficienza delle istituzioni in generale, nella palude della burocrazia che blocca ogni tentativo di iniziativa privata che si batte per mandare avanti la baracca. Non c’è da meravigliarsi se il lavoro nero impera sovrano e se il Napoletano è un mago nell’arte dell’arrangiarsi! Ciò mi è chiaro appena dalla superba  via Toledo mi sposto nel labirinto quadrato dei ‘Quartieri Spagnoli’, che al presente non è più l’area più malfamata di Napoli, ma un esempio  di uno sforzo di riqualificazione finanziaria, sociale, ed urbanistica perché pullula di attrattive per i forestieri , impieghi inventanti e graffiti di valore. Girovagando nel dedalo dei  ‘Quartieri Spagnoli’ si ha come l’impressione di essere dentro un calderone che ribolle di tutti i tipi della specie umana nelle  loro abitudini quotidiane e nel loro  magistrale affaccendarsi per fare un po’ di soldi e sbarcare il lunario. I mercanti di frutta e verdura che gridano a voce alta i prezzi della loro merce fresca sono sparpagliati dappertutto, così come ogni sorta di ristorantini il cui menù è proposto dai camerieri che, con la camicia bianca sudata ed un sorriso quasi finto strizzando l’occhio e con il loro fare scanzonato, si avvicinano ai passanti nella speranza di fargli consumare un pasto! Ovunque si alza lo sguardo è uno spettacolo ed un tripudio di colori, volti ed odori. Il rosso dei gerani che adornano i balconi si mescola al bianco dei panni stesi, che sventolano all’aperto ad asciugarsi e sanno di pulito. Gli striscioni inneggianti all’amore, a San Gennaro il patrono, e a Maradona l’idolo, riempiono a festa ogni angolo dei ‘Quartieri Spagnoli’ . Le edicole votive di Gesù e Madonne ghirlandate e di foto di defunti in bianco e nero, che con le loro candele fanno luce sui cortili, sono parte integrante di cappelle e parrocchie austere. Questi altarini, alcuni di cattivo gusto altri invece di valore, sono piene di fiori freschi e curati assiduamente con la pulizia dei vetri e  con il ricambio costante  degli stoppini a ogni loro spegnersi. Questo tipo di idolatria non documenta solo la religiosità napoletana, che ha bisogno di umanizzare il ‘divino’ ed avere accanto una entità tangibile che lo protegga, ma salva Napoli dal buio nel 1700 grazie ad una furbata del padre domenicano Rocco . Conosciuto per il suo carisma  e per avere fatto costruire sotto Carlo III di Borbone il  Real Albergo dei Poveri (17511829) per dare ricovero ai diseredati, Padre Rocco si industria a soccorrere la Municipalità, che fallisce quando sperimenta di illuminare Napoli con dei lampioni costantemente distrutti da malintenzionati.  Facendo leva sulla devozione cristiana dei Napoletani, Padre Rocco esorta al proliferare di queste teche votive che con le loro fiaccole  irraggiano Napoli , scongiurando così in parte  il pericolo di vandalismi e atti impropri!

'Bassi' dei 'Quartieri Spagnoli', Napoli
‘Bassi’ dei ‘Quartieri Spagnoli’, Napoli

Una signora diffidente e curiosa si affaccia dai vasci e mi scruta come fossi un nemico. Richiude la tendina di pizzo bucherellata attraverso cui la si scorge mentre gira la passata di pummarola, che con quel soffritto di aglio  mi fa brontolare lo stomaco! Napoli è la sintesi degli opposti, ogni arteria principale nasconde un tessuto popolare, ed è la gloria della musica, del cinema, del teatro, della letteratura d’autore, che ti rammentano i dipinti  sui muri di  Pino Daniele, Totò, Sofia Loren , Edoardo de Filippo e  Giovanni de Crescenzo . Queste comete fanno brillare la stessa Napoli tutte le volte che si ascolta una loro canzone, o con nostalgia si apprezza una vecchia pellicola, o ci si intrattiene ad una prima teatrale, o si legge un libro. La loro aura e bravura eterna contribuisce anche a tutelare e rafforzare l’immagine di   Napoli spesso mortificata da quegli stereotipi pilotati dai media e da una ignoranza di fondo che si può placare solo vivendoci! Napoli è vita, è paradiso ma è anche inferno, perché i problemi ci sono: la criminalità organizzata, il clientelismo, l’emergenza rifiuti e lassismo. Non merita però di essere ridotta ad una semplice lista di  opinioni rigidamente precostituite, perché tutto ciò c’è in qualsiasi altra metropoli, e chissà se poi in misura maggiore o minore! Napoli è insolente e bizzosa come una dea, è soave come il suo clima, non ha fretta, ed è fatta di cose che sono sempre uguali ma anche contrarie!  Che cosa è allora ars creandi o artificio del ripiego, ozio o negozio? Tutto un po’ di tutto! I Napoletani sono stati sempre dominati nel corpo e nello spirito ed hanno mantenuto integra la loro capacità di fare miracoli dal nulla. I Napoletani hanno sempre assorbito dalle dominazioni straniere tratti differenti che hanno formato il loro complesso carattere. Tuttavia, più di tutti predomina il sangue degli spagnoli per le cui truppe regie si concepirono questi ‘Quartieri Spagnoli’ per acquartierarli. Con la loro posizione strategica di fronte al ‘Palazzo del Vicerè’ e del porto , il loro schema urbanistico a scacchiera infatti giustifica la loro genesi di accampamento temporaneo, un ammasso di  stradine strette in cui si elevano caseggiati a più piani di quei dormitori militari angusti che attualmente sono adibiti ad abitazioni di famiglie spesso numerose! Non stupisce se si pensa che questo tipo di habitat particolarmente chiuso è stato un giusto terreno per la nascita della  camorra  . In principio i camorristi sono probabilmente dei loschi individui che con forza e violenza esercitano un controllo su quel territorio quando il governo di allora non basta, una sorta di rimedio poco legale ma efficace per quel tipo di malavita che si insinua nei ‘Quartieri Spagnoli’ quando i soldati smettono di esserlo e si danno ai piaceri estremi della vita quali prostitute, azzardo e soprusi gratuiti ai cittadini. La parola  camorra deriverebbe dallo spagnolo “rissa” o starebbe a indicare una stoffa o un giubbotto che questi ‘poliziotti fai date’ indossano durante le loro ispezioni illegali! Non è cambiato molto rispetto alla situazione odierna di  Napoli , che in scala più ingrandita rispecchia, con particolarità proprie e con le dovute eccezione dei casi, le dinamiche politiche del nostro stivale che cammina spesso grazie allo sperone della corruzione che, chiamata in diversi modi, è indispensabile per sanare i grossi buchi dei governi precedenti.

Murales dei 'Quartieri Spagnoli', Napoli

Tuttavia  al presente i  ‘Quartieri Spagnoli’ (che si estendono a loro volta nelle tre  zone di  ‘San Ferdinando’‘Avvocata’ ‘Montecalvario’) stanno appunto vivendo un periodo di rinascita non solo per effetto della omogeneizzazione globale (che se da un lato la snatura, dall’altro la risana),  ma soprattutto per l’ingegnosità di locali che di necessità fanno virtù guadagnandosi la notorietà di grandi imprenditori come  ‘Angelo & Tina’ in vico Lungo Gelso.  Angelo e  Tina Scogliamiglio sono stati geniali nell’avere fatto della loro bottega di primizie una sorta di proloco per promuovere Napoli , perché oltre a riempire le tavole di ortaggi di prima scelta, ogni martedì gratuitamente fanno lezioni di cucina partenopea a chiunque. Sono un modello educativo da seguire perché innescano scambi culturali e guidano bambini e ragazzini sbandati. Marito e moglie sono disarmanti per la loro genuinità e intraprendenza e richiamano sempre più l’attenzione mediatica che riconosce in loro il merito di avere impiantato nel loro alimentari un workshop di tradizione culinaria, tolleranza e integrazione che ha ed avrà sempre più un grosso impatto nella valorizzazione dei ‘Quartieri Spagnoli’, dove capite bene la raccomandazione di stare attenti agli scippi ed ai ‘malacarne’ è da prendere con le pinze! Non che non possa succedere qualcosa di spiacevole,  ma con un po’ di più accortezza , non so del tipo fare a meno di sfoggiare un rolex nelle ore meno centrali della giornata e meno pregiudizi, vi assicuro che i  ‘Quartieri Spagnoli’ sono una tappa fondamentale per comprendere Napoli! I ‘Quartieri Spagnoli’ non finiscono mai di stupirti, e per gli appassionati di street art , c’è un incredibile percorso intitolato ‘Quore Spinato’ di almeno 223 opere dei Napoletani ‘Cyope & Kaf’ , che rallegra il grigiore di saracinesche o panche sgarrupate, denunciando al contempo tutte le ingiustizie sociali , il capitalismo o semplicemente lasciando sfogo alla loro fantasia attraverso personaggi surreali, onirici, a volte inquietanti. Piazza dei Gerolomini è assaltata dai curiosi per conservare nella memoria del loro smart phone la  “Madonna con la Pistola”  unico quadro urbano di sicura appartenenza al super quotato inglese  Bansky , che sostituisce l’aureola della Vergine con un revolver come segno del legame profondo tra la criminalità e la fede a  Napoli. La “Madonna con la Pistola” suscita anche  un enorme impatto perché è  accostata accanto ad un’altra Maria disegnata con un’espressione rassegnata forse perché ha  accanto una simile vicina! Solamente alcuni privanti hanno fiutato il potenziale da galleria della  “Madonna con la Pistola” e l’ hanno rivestita con del plexiglass dato che il resto dei politici è assente ! In  Via Emanuele de Deo spuntano altre due gigantesche tele urbane: il “Maradona” di Mario Filardi  (restaurato poi da Salvatore Iodice nel 2016)  del 1990 quando il ‘Pibe d’Oro’ vince il suo secondo scudetto, e la  “Pudicizia” dell’argentino  Francisco Bossoletti , che  riprende invece  la più sensuale delle sagome femminili del santuario barocco di via Francesco de Sanctis! Mi addentro alla fine dei  ‘Quartieri Spagnoli’ a  ‘Forcella’ e non si può non notare la  colossale gigantografia policromata di 15 metri di “San Gennarro”  di  Jorit Agoch , che è  spesso protagonista nelle scene della serie “Gomorra”. Forse la faccia del santo è quella di un amico operaio di Jorit  a conferma di come esso si ispiri a ciò che lo circonda per dare un tocco di maggior umanità ai suoi imponenti  disegni, che come tutti quelli sparsi per Napoli non hanno la presunzione di risolvere  tragedie ma di potere essere una base per trasformare luoghi tristemente rinomati per la delinquenza in percorsi turistici alternativi .

Dopo la lunga camminata per i ‘Quartieri Spagnoli’  rientro nel centro storico ed un po’ di frescura mi invoglia ad assaggiare qualcosa di stuzzicante perché svengo dalla fame  e mi fiondo sul ‘cuoppo di pesce fritto’, un cono di delizie di mare che a soli sei euro tacerà chiunque abbia qualcosa contro il take away! Faccio di uno sgabello il mio divano e ne approfitto per distendere le gambe, e bevuta una cola ghiacciata mi rialzo per fare una passeggiata a ‘Piazza del Plebiscito’.  Patrimonio dell’UNESCO dal 1995,   ‘Piazza del Plebiscito’ è il ventre ellissoidale di Napoli ed è immensa e terribilmente suggestiva se si considera che è epicentro di avvenimenti clamorosi e considerevoli come appunto  il plebiscito che la etichetta quello del 21 Ottobre 1960 per l’annessione del regno delle Due Sicilie all’Italia. Per secoli la piazza è usata per cerimonie e non ha smesso di essere palcoscenico di manifestazioni, installazioni d’arte e concerti. Due statue equestri del Canova e del suo allievo Antonio Calì precisamente quella di Carlo III di Borbone e di Ferdinando I sorvegliano ‘Piazza del Plebiscito’ . I suoi lati sono delimitati da  quattro stabili: ‘Palazzo Salerno’‘Palazzo della Prefettura’, ‘Chiesa di San Francesco di Paola’ ed il più importante che è il  ‘Palazzo Reale’. ‘Palazzo Reale’ è uno sfizio del vicerè  Fernando Ruiz de Castro conte di Lemos per dare ospitalità  Filippo III nel 1600, cosa  che secondo le fonti non va a buon fine! Il ‘Palazzo Reale’ è rimaneggiato più volte con l’aggiunta di particolari nuovi come quello di diciannove arcate, che prima l’ingegnere napoletano Luigi Vanvitelli decide di ‘tappare’ perché causano instabilità , e che poi invece Umberto I nel 1880 fa riempire  con i busti dei capostipiti fondatori delle dinastie ascese al trono di Napoli: Ruggiero II, Federico II di Svevia, Carlo I D’angio, Alfonso V D’Aragona, Carlo V D’Asburgo  Carlo III, Gioacchino Murat, e Vittorio Emanuele II.

'Santa Chiara Cafè', Napoli
‘Santa Chiara Cafè’, Napoli

Le stelle luccicano sopra Napoli e mi concedo una bevuta con degli amici di Marco  che mi fanno festa al ‘Santa Chiara Cafè’ a Largo Banchi Nuovi 2. Alcuni di loro mi confessano il loro legame con la Sicilia che quasi tutti scandagliano sin da piccoli in villeggiatura. Tutto intorno ha un qualcosa di familiare. Sorseggiando una Falanghina gelata ci trastulliamo in una Napoli gaudente, che nera nella pietra delle case che la circondano, ad un tratto mi ricorda Catania. E come a Catania nei pressi dei suoi scorci più trafficati tutto scorre lentamente. Gli anelli di fumo delle sigarette si deformano insinuandosi tra i tavoli presi d’assalto dai nottambuli i cui bicchieri tra le dita riflettono i contorni dei ficus leggiadri di questa oasi esotica. La discussione al tavolo verte da pasta e patate e pastiere alla differenza tra Nord e Sud e ne conveniamo unanimemente che la diversità è virtù! Luca Bianco , il Napoletano più esuberante della brigata, insiste nel montare tutti in macchina su verso la ‘Chiesa di Sant’Antonio’ dove ci fermiamo per rimanere a bocca aperta davanti lo scenario di ‘Posillipo’ accarezzata da un vento dolce e scaldata dalle lanterne delle barche della marina. Il tempo vola a Napoli perché è un oceano traboccante di sorprese e per navigarlo devi solo veleggiare oltre la riva!

Il Vesuvio e il mare creano dipendenza. Dal Maschio Angioino al  lungomare Caracciolo.  

Martedì di buon’ ora mi spingo fino alla parte più verace di Napoli il rione di Pignasecca. Non mi ci raccapezzo su google map e domando ad un pedone, che intuendo il mio disorientamento e che sono in vacanza a Napoli, mi ci porta direttamente ed esordisce con : “Giancarlo Granata piacere!” ! Come non cedere alla cortesia dei Napoletani! A pelle questo svevo dagli occhi azzurri e puliti mi ispira fiducia, e accetto volentieri la sua proposta di farmi da cicerone per Napoli, visto che ha da bighellonare fino a quando non gli aggiustano il suo veicolo consegnato ad una carrozzeria limitrofa.

Giancarlo  è di Napoli ma da piccolo si trasferisce con i suoi genitori ad Acerra . Giancarlo  non ha un legame forte con Napoli, che critica da ogni punto di vista salvandone il solo aspetto positivo degli introvabili paesaggi e della natura rigogliosa.  Nonostante i continui sacrifici e sforzi personali, il sistema non gli ha permesso di avere un’occupazione, e quindi Giancarlo come molti altri è  spesso emigrato per farsi un futuro. Il tono dei suoi discorsi su Napoli è serio , ed al riguardo Giancarlo rispetta l’opinione altrui ma ha ben chiara la sua , cioè di passare alla Polonia! Dalle nostre dissertazioni filosofiche ci distrae l’allegria dei pescivendoli del mercato di Pignasecca, che fieri nel loro dialetto urlano la freschezza dei loro gamberoni, dei loro tonni e delle loro cozze. Il mercato di Pignasecca è ubicato da largo Carità a Ventaglieri ed i marciapiedi sono scomparsi per dare largo ai banconi in cui oltre ai prodotti ittici di risaputa qualità ci si rifornisce di tutto: latte, formaggi, salumi, spezie , scarpe, cravatte, vestiti, stufe, condizionatori, trucchi, penne,  bevande assortite! Una leggenda narra che agli albori questo souk napoletano è situato fuori le mura di Napoli . Sarebbe un pezzo della tenuta della famiglia Pignatelli di Monteleone coperto da boschi che è documentato prima con l’appellativo di ‘Biancomangiare’ (per via di un dolce tipico  di questi parti)  e dopo di ‘pignasecca’ , cioè ‘pino secco’  , che è quell’ultimo albero rimasto quando si cementa tutto per fare  via Toledo nel 1536! Anche l’arbusto rinsecchito sarebbe stato raso al suolo dai residenti perché focolare di alcune gazze ladre che li derubano di tutto e che vengono pure scomunicate da dei vescovi perché rinvengono nella refurtiva nascosta indizi di atti illeciti con le loro perpetue! Dopo una pausa con Giancarlo  in un muretto ardente di un panificio dove compriamo una frittatina  con dentro l’impossibile,  ci dirigiamo verso il lungomare di Napoli lungo 3 km  che costeggia il mare estendendosi da ‘Santa Lucia’‘via Nazario Sauro’  fino a ‘Mergellina’‘via Caracciolo’. Questo è il mio luogo prediletto perché ha un  panorama strappalacrime sul Vesuvio , Capri ed il promontorio di Posilippo.  Questa è un’ incantevole  promenade che sta accesa dall’alba al tramonto ed è sempre sovraffollata per i suoi campionati di vela, i suoi Capodanni, le sue trattorie e pizzerie stellate ( ‘La Bersagliera’ , ‘Zi Teresa’,  ‘Sorbillo lievito Madre al Mare’ ‘Vesi Pizzagourmet’), i suoi alberghi lussuosi (‘Grand Hotel Santa Lucia’, ‘Hotel Miramare’, ‘Royal Continental Hotel’ e il ‘Grand Hotel Vesuvio’) ed i resti di un passato glorioso che ne fanno un must irrinunciabile, come il ‘Castel dell’Ovo’. Giancarlo  mi incita a prendere fiato ed avanzare verso degli scaloni per arrampicarci in cima al   ‘Castel dell’Ovo’ i cui interni sono piuttosto scarni a parte un gallo in bronzo (dell’avellinese Antonello Leone) che è collocato in una fenditura con una visuale mozzafiato sul ‘Golfo di Napoli’ ad auspicio per lo sviluppo del Mezzogiorno. Ci fiondiamo sulla terrazza in cerca vanamente di un po’ d’ombra e invidio un gabbiano appollaiato sui merli delle torrette perché è in prima classe davanti un orizzonte in cui cielo e mare si fondono in un blu devastante per la sua la sua brillantezza. Quel pennuto sfacciato è cosciente della mia gelosia e a dispetto mi snobba girandosi sulle sue alette! Il  ‘Castel dell’Ovo è  una costruzione prestigiosa e secondo il mito è così soprannominato perché Virgilio cela nelle sue segrete  un uovo per mantenere in piedi l’intera fortezza. La sua rottura avrebbe provocato non solo il crollo del castello, ma anche una serie di rovinose catastrofi a Napoli. Gli studiosi invece attestano che qui ( in corrispondenza di ‘Borgo Marinari’‘Santa Lucia’ e di un tratto di ‘Via Chiatamone’ e ‘Via Partenope’ ) sarebbe da individuare l’isolotto di Megaride, che sarebbe l’embrione dell’urbe. Qui i greci delle colonie di  Ischia e Cuma del IX secolo ci fanno un emporio commerciale che viene dapprima battezzato ‘Partenope,’ in reverenza all’anfibo divino , e poi Napoli ovvero ‘Neapolis’ , cioè ‘città Nuova’ quando la si vuole distinguere dalla ‘Paleoplis’ , ovvero ‘città vecchia’ , quando essa si espande verso Monte Echia (Pizzofalcone).  C’è una lista di episodi eclatanti che riguardano il ‘Castel dell’Ovo’, per esempio sarebbe stata la sede  della ‘Oppidum Lucullianum’ , che è la strabiliante villa del patrizio romano Lucio Licinio Lucullo , e ci sarebbe morto l’ultimo imperatore romano Romolo Augusto. Nel corso del Medioevo la decadenza regna sovrana fino alla riqualifica dei Borbone;  le colmate al mare della prima metà dell’800 successivamente ampliano la superficie abitabile, che si riempie di fastose residenze di personaggi illustri. Giancarlo riceve una telefonata per ritirare la vettura in officina e deve sbrigarsi per cui si instrada e mi sollecita a rincasare per non incappare in brutti incontri che sono soliti nelle aree portuali. La compagnia di Giancarlo è  piacevole  e le sue dritte su Napoli  eccellenti!

da 'Nennella', Napoli
da ‘Nennella’, Napoli

Il mio itinerario prevede all’imbrunire Marco che vuole farmi sperimentare la cuisine rustica di Napoli e mi trascina ai  ‘Quartieri Spagnoli’ in Lungo Teatro Nuovo . La trattoria in questione è ‘Nennella’, vezzeggiativo volgare per ‘piccola’,  come riporta la scritta di una targhetta in argento di una vespa rossa che le fa da insegna, accanto la quale ci sono dei seggiolini sui quali ci adagiamo perché c’è una fila tremenda! Marco  ha quasi finito il suo solito pacchetto  di Marlboro light e lamenta che la prenotazione da ‘Nennella’  non è sintomo di  puntualità, però mi assicura che tanta affluenza garantisce soddisfazione alle  papille gustative e anche un  live show del meglio e del peggio dell’esuberanza napoletana! Il nostro turno è arrivato e ci sistemano proprio nella sala esterna vicino la cassa. L’arredamento è molto spartano e con l’usuale tovagliato di carta a scacchi bianco e rosso, ma si va per la sostanza e quanta ce n’è nell’elenco delle infinite squisitezze casalinghe proposte nelle tovagliette di carta sotto le nostre posate! Con una spesa minima di quindici euro si può  davvero godere di una pietanza spaziale e tra le mille varianti optiamo di smezzare delle melanzane a funghetto, una parmigiana con bufala ed una cesta di crostoni tostati che inzuppiamo perennemente nell’olio piccante per tutta la durata del nostro convivio. Tuttavia, e quasi con dispiacere a metà banchetto non c’è nulla che lasci presagire a tarantelle o a folklore ruspante! Marco intuisce il mio rammarico e mi fa cenno di voltarmi le spalle: una torta con delle candeline e si scatena il finimondo! Musica anni 80 a tutto volume, commensali che ballano sui tavoli, mamme, nonne, zie e cugini dei festeggiati che si aggregano al mucchio e palpeggiano gli avvenenti garçon che non si tirano certo indietro, arricchendo le danze con un linguaggio molto colorito e barzellette ardite. Un cabaret da non farsi scappare! Il troppo però è troppo, non si può davvero conversare. Saldiamo il conto e ci avviamo alla ricerca di un po’ di tranquillità. Ci  accovacciamo sui gradini di una fontana. Mi occorrono i suggerimenti di Marco  perché  è la volta di Capri e di Sorrento e non ci sto nella pelle!

La magia di Capri  ,  dei vini Sorrentino e del  Vomero.

Mercoledi si salpa dal ‘Molo Beverello’ di Napoli e in circa cinquanta minuti   l’aliscafo approda a ‘Marina Grande’, il porticciolo turistico di  Capri.  Capri è l’isola di  Giulio Cesare e di  Tiberio , è il rifugio delle menti più eccelse di ogni era, è dove Brigitte Bardot dà scandalo gironzolando scalza in via Camerelle, è l’atelier dei sandali gioiello di ‘Canfora’ che fa impazzire Jackie Kennedy , è Gabriele Massa ! Gabriele  è un sommelier giramondo, il mio baedaker personale per sfogliare Capri accuratamente. Gabriele  mi vizia per mezza giornata: dalla veduta indimenticabile dei ‘Faraglioni’ del ‘belvedere della Migliera’ al pranzo luculliano presso ‘Le Palette’ di Alfredo Celio, dalla degustazione  dell’ ‘Irpinia Coda di Volpe’ dell’azienda vinicola ‘Gerardo Perillo’  al come fare rientro a Napoli una volta scordato il biglietto chissà dove! Interrogarsi sul perché ciò mi sia capitato è vano! Quando un ciclone vi sorprende in maniera inaspettata ciò che si può fare è solo farsi trascinare!

In che senso? Cliccate sui miei post su Capri , e sul giovedì dedicato alla ‘Cantina Sorrentino’ a Boscotrecase nel Parco del Vesuvio e le loro etichette del migliore ‘DOC Lacryma Christi’ . Non aggiungo altro tranne che poi ce l’ho fatta a rientrare a Napoli!

Roberta di Porzio & Salvatore di Vaia. Grazie per questo sogno diventato realtà

Venerdi. Il rintocco di una campana mi fa alzare e malvolentieri perché devo dire addio a Napoli ma me ne sono innamorata per cui non può che essere un arrivederci. Come faccio a distaccarmi dal mio ‘InCentro B&B’? Intanto do il buongiorno al portiere a cui mi sono pure affezionata e desidero unicamente assecondare i miei umori e farmi coinvolgere nuovamente dall’atmosfera gioiosa di ‘Spaccanapoli’ ! Ci  ricapito volontariamente per respirare la Napoli più autentica, che è concentrata nell’odorino che emana il mio succulento panino alla genovese divorato in un batter da ‘Decumano 31’ , stupendomi della mia voracità vista la calura ! Gli chef di questa graziosa ed essenziale tavola calda preparano questo  panino alla genovese con molta parsimonia e la ricompensa è uno degli street food più strepitosi di Napoli: una pagnotta ripiena di ragù bianco di manzo stufato con cipolle rosse di tropea e carote, che ricalca una ricetta di quei Genovesi che marinai o osti nel 1600 improvvisano il loro rancio riciclato con ciò che hanno di disponibile,  cioè carne e verdure stufate . Una goduria estrema! Intanto non voglio essere in ritardo e mi affretto verso la funivia a ‘Pignasecca’ per il mio appuntamento con Roberta . Saliamo su al ‘Vomero’ , il versante collinare di Napoli , che è una sorta di villaggetto mondano che dalle sue radici agricole è finito per essere un eden per cittadini benestanti pieno di palazzine in stile liberty e parchi (anche se qui la speculazione edilizia degli anni cinquanta non ha risparmiato niente e nessuno!). Il ‘Vomero’ è la sosta obbligatoria per chi vuole contemplare altre superbe vestigia di Napoli quali la ‘Certosa di San Martino’ e il ‘Castel Sant’Elmo’ la cui perlustrazione rimando al prossimo mio ritorno ! La mondanità estrema del  ‘Vomero’ si articola su ‘via Scarlatti’, ‘via Luca Giordano’,  e ‘piazza Vanvitelli’ dove Salvatore  onora me e Roberta  della sua presenza presso il suo elegante studio di Architettura, ultimo nostro ritrovo a cui si brinda con rum e sigari con la promessa di rivederci prima possibile perché niente è per caso!

Enjoy it! 

Stefania

 
 
Vini Sorrentino del Vesuvio

Vini Sorrentino del Vesuvio

“Io amo la luna, assai più del sole. Amo la notte, le strade vuote, morte, la campagna buia, con le ombre, i fruscii, le rane che fanno cra cra, l’eleganza tetra della notte. È bella la notte: bella quanto il giorno è volgare. Io amo tutto ciò che è scuro, tranquillo, senza rumore. La risata fa rumore. Come il giorno.”
Totò

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Via Toledo 156, la porta per Napoli

Un racconto ha un inizio, una continuazione ed una fine, ma non quello del mio viaggio a Napoli, perché, come in uno breve di Čechov, non puoi scrivere in maniera regolare in quanto di regolare non ti capita nulla in questa città, che ti incanta e ammalia proprio come il canto della sirena Partenope , che la partorisce trasformandosi in scoglio per il dolore inflittole dal fallito tentativo di sedurre  l’insensibile Ulisse.  

La porta per Napoli me la aprono la bella e affascinante Roberta di Porzio, e  l’eclettico Salvatore di Vaia proprietari dell’ “In Centro Bed & Breakfast” sito in  via Toledo 156 Proprio da via Toledo, arteria principale di Napoli che ti porta ovunque e meta preferita degli viaggatori del Grand Tour (a cui sono sentimentalmente legata , scherzo del destino non so!), comincia la mia avventura. Avventura che però vi svelo a ritroso, partendo dal cuore del mio itinerario campano presso la “Cantina Sorrentino” nel Vesuvio (1281 mt) e il ristorante “Le Palette” a Capri sotto la guida dell’indimenticabile maître  stellato Gabriele Massa. Tutti questi sono dei personaggi singolari,  difficili da descrivere tout court per l’alto spessore del loro essere, del loro vissuto e dell’attaccamento incondizionato alle loro radici, e perciò riserverò a ognuno di loro un articolo per potere anche io rendermi conto in prima persona dell’esperienza unica di questi cinque giorni travolgenti a Napoli !

“InCentro B&B “, Via Toledo, 156, Napoli

2 Luglio 2020, Napoli. Mi sveglio  di buon ora nel mio “In Centro Bed & Breakfast” di  via Toledo 156  tra le lenzuola candide della mia stanza regale ‘Posillipo, letteralmente il mio “riposo dagli affanni” in linea con  il significato del termine greco “Pausilypon” da cui deriva,  che oltretutto firma anche uno dei quartieri più suggestivi di Napoli.  Questa suite infatti , che è un negativo dell’ingegno di  Roberta  realizzato  in positivo dalla maestria di  Salvatore , è il mio approdo dove gettare l’ancora per rilassarmi, tra gli arredi che la trasformano in una piccola barca che rimane ferma nel blu polvere delle sue pareti e sotto il soffitto sintesi di una vela illuminata in notturna . Abbandono il mio “In Centro Bed & Breakfast” , e mi avvio tra la folla per il mio primo caffè nero bollente a Napoli all’ “Augustus”,  uno dei suoi bar più storici; non mi faccio ovviamente mancare nulla sfogliatella alla ricotta compresa, emblema della ricca tradizione dolciaria partenopea. La voglia di vagare è più forte del caldo africano della mattinata e facendomi coraggio mi dirigo verso la vicina  “Metropolitana Toledo”, che già di per sé è un capolavoro,  con le sue maioliche azzurre fuoriuscite dalla testa dell’artista catalano Oscar Tusquets . Il design al servizio della funzionalità e viceversa per creare un museo all’aperto “al costo di una corsa in metro”, parafrasando il critico Achille Bonito Oliva: questo è il trend di un progetto di riqualificazione urbana della Napoli contemporanea, cioè quello di riportare l’arte nella vita quotidiana della gente, all’interno dell’ urbe per conferire un’identità ai “non luoghi” utilizzando spazi comuni dove si supera il concetto di decorazione. Giunta alla Stazione Garibaldi prendo la Circumvesuviana per vedere Sorrento e poi direzione  “Cantina Sorrentino”!

 

Storia della famiglia Sorrentino

Dopo un’ora in un regionale veloce e senza aria condizionata (il lato oscuro di  Napoli !)  sono a Sorrento . Percorro le viuzze del centro piene di negozietti di limoncelli e souvenir fino a Piazza Tasso adornata dalla statua del patrono Sant’Antonio Abbate , e  mi rifugio immediatamente all’ombra di un chioschetto per  rianimarmi dall’afa con una spremuta d’arancia ghiacciata.  Piazza Tasso è il  salotto di Sorrento che omaggia l’illustre e omonimo poeta Torquato Tasso,  che ha i suoi natali in questo paesino incastonato tra agrumi e acque azzurre cristalline. Subito dopo Corso Italia,  mi appare in tutto il suo  splendore Marina Grande, e appena affondo i piedi nella sabbia dorata socchiudo gli occhi ed  immagino Sorrento  come in cartolina frequentata da star del calibro di Sofia LorenVittorio De Sica Dino Risi.

Purtroppo visito Sorrento  di fretta perché raggiungo  Torre Annunziata  , dove mi aspetta sorridente e solare  Giuseppe Sorrentino   titolare della  “Cantina Sorrentino”  , che mi invita per un’intervista.  La fortuna premia gli audaci specie se entri nelle grazie del cosmopolita  Gabriele Massa che mi fornisce il prezioso contatto! Entriamo in macchina e pochi minuti dopo di tragitto, da lontano si scorge un agglomerato di case, che man mano che ci avviciniamo prendono forma: ci fermiamo a Boscotrecase il gioiello di Giuseppe  che dal 1337 , quando è poco più di un folto bosco detto  “Sylva Mala” con tre monasteri religiosi e una riserva di caccia angioina, successivamente  prospera in un delizioso borgo nel cuore del Parco del Vesuvio  a circa 250 metri sopra il livello del mare.  

Sorrentino Cantina Vesuvio

Sorrentino Cantina Vesuvio

Mentre guida  Giuseppe  mi parla dell’amore per la sua famiglia e della loro azienda la “Cantina Sorrentino”, che da tre generazioni produce vini di altissima qualità, olio, confetture, e il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio D.O.P., un fiore all’ occhiello dell’agricoltura campana, orgoglio puro per la sua squisitezza tanto da essere perfino rappresentato nella scena del tradizionale presepe napoletano. Giuseppe  mi fa scendere dalla sua vettura che di bianco ormai non ha più nulla per via del polverone grigio che la copre per intero appena parcheggia davanti l’ingresso della cantina.  La tenuta consiste di 35 ettari di proprietà prospiciente  il Vesuvio che fa da sfondo al mio pranzo luculliano all’interno dell’elegantissima e minimale sala degustazione, un terrazzo in legno tutto a vetrate che si staglia sulla penisola Sorrentina, Capri,  Pompei e l’isolotto di Rovigliano, una fortezza costruita dagli aragonesi per difendere quei confini. Dalla cucina a vista gestita da mamma Angela Cascone, esce il menù del giorno rigorosamente a chilometri zero: una bruschetta rossa adagiata su un contorno di melanzane e zucchine grigliate, olive verdi, formaggi e salumi locali , degli spaghetti  sciuè sciuè , cioè in dialetto preparati veloci  con sugo di pummarola fresca , basilico e parmigiano, che ti mettono in pace con il mondo, e per finire una cocotte di parmigiana da urlo! Quelle pietanze sconvolgono i miei sensi e mi riportano per un attimo alla mia Sicilia, con cui Napoli condivide, oltre che la prelibatezza e la semplicità degli ingredienti di una gloriosa e acclamata gastronomia, una storia antica quanto l’uomo. Giuseppe è di una ospitalità disarmante, la sua professionalità e nobiltà d’animo è lampante, la respiri nell’aria in ogni gesto, in ogni parola spesa per conversare della sua vita, dei suoi affetti, del suo lavoro e dei suoi sogni che si intersecano l’uno con l’altro senza problemi chiudendo il cerchio della sua esistenza che è assolutamente felice. E come non esserlo in quel paradiso terrestre che,  come mi spiega Giuseppe davanti alla prima  bollicina di benvenuto, è  quel lembo di Eden rubato da Lucifero angelo del male e collocato poi nel Golfo di Napoli dopo la sua cacciata dal regno dei cieli. Quest’ultima è una perdita inaudita che addolora Cristo a tal punto che ivi piangendo irriga le viscere di questa terra mutando le sue lacrime soavi in vino, la “DOC Lacryma Christi”, punta di diamante della “Cantina Sorrentino” , che dal 1983 raggruppa tutte quelle viti secolari e indigene dei 15 comuni adiacenti al sinuoso vulcano che hanno una storia  che si perde nella notte dei tempi. Distratta di volta in volta dal suono assordante delle cicale e dalla suggestività di quei paesaggi infiniti che si confondono tra il Tirreno e la volta celeste,  rimango immobile ad ascoltare Giuseppe , che mi confida i segreti di un podere che da rustico e prevalentemente sfruttato per l’economia domestica nel 1800 è diventato oggi la “Cantina Sorrentino”, un’impresa agricola di importanza rilevante per la crescita e lo sviluppo di tutta la filiera produttiva, commerciale e turistica,  curata in ogni particolare, dove nulla è lasciato al caso.

Nonna Benigna

Il traino per la realizzazione di un business autentico per la  “Cantina Sorrentino” è nonna Benigna , che, classe 1953 e cresciuta a pane e vino, eredita dei possedimenti e , dopo qualche tentennamento nel cambiare rotta perché stanca della vita agreste, nel 1965 , quando prevale l’autentica sua vena di contadina esperta e savia, finisce  per organizzare tutti i suoi averi e quelli del marito per custodire e tramandare a prole e nipoti  i suoi tesori, dai vitigni autoctoni a tante varietà di frutta e ortaggi.  Da allora l’attività passa nelle mani del figlio Paolo Sorrentino che alterna giacca e cravatta in banca a guantoni da imprenditore agricolo.  Nel 1988 Paolo  intesta tutti i beni alla moglie Angela portando avanti un impero, che poi a partire dal 2001, è gelosamente e attivamente gestito dalle sue creature:  il più grande Giuseppe , senior manager e addetto alle pubbliche relazioni , e le figlie Benigna , l’enologa,  e Maria Paola , la responsabile marketing e comunicazione. A loro fianco si aggiungono nuove figure di esperti enoici da Bonaiuto Santolo e Marco Stefanini a Carmine Valentino, l’ultimo rimasto fino al 2010. C’è una forte identità in questa cantina, i  “Sorrentino” sono degli appassionati di vino e sono consapevoli della responsabilità che ricoprono, e la loro energia e competenza è devoluta al mantenimento degli elevati standard qualitativi del  vino vesuviano che, come tutto l’oro rosso e bianco delle cinte vulcaniche, oggi è di nicchia, ricercato in tutto il mondo e sicuramente molto di moda. Ci sono delle ragioni valide a tutto questo e ciò è da ricercarsi nella natura dei terreni e nelle caratteristiche pedoclimatiche dei vitigni aziendali, che si estendono in filari di un verde rigoglioso tutto attorno alla “muntagna” , come i napoletani si rivolgono affettuosamente e riverentemente al Vesuvio. Andiamo a capire il perché dell’eccezionalità di questo terroir !  


 

Il Vesuvio e il nettare divino

I vulcani esercitano un fascino misterioso. Sono montagne vive, mutevoli, in grado di fare affiorare in superficie l’anima calda del pianeta, e il loro ambiente circostante è di una suggestione ancestrale, che ci riporta agli albori del primo motore. I vini del Vesuvio  sono introvabili altrove, perché è un luogo magico e senza pari, pur tristemente celebre per la terribile eruzione del 79 d.C. che rade al suolo Ercolano e Pompei, oggi tra i siti archeologici più famosi e visitati del globo.

Tuttavia, il Vesuvio non è solo simbolo e testimonianza del passato, ma anche di come la vite dimora da millenni e fa da padrona nel Golfo di Napoli e nel suo entroterra sin dai primi insediamenti greci del XVIII secolo a.C. tra Ischia e Cuma. All’epoca degli antichi Romani, la Campania è rinomata per il ben noto “Falerno”, e anche quando la viticoltura si diffonde nelle nuove colonie dell’Impero, in particolare in Spagna e nel sud della Francia, i vini vesuviani si distinguono e sono richiesti per il loro valore indiscusso. Gli scavi presso la “Villa Augustea di Somma Vesuviana” (II secolo d. C.) stanno portando alla luce una dimora di campagna considerata il più clamoroso esempio di vinificazione dell’antichità, che ci conferma come la cultura e il commercio del vino è da sempre centrale in questi spazi vegliati da madre Vesuvio. Si tratta di un patrimonio enorme , una distesa di terreni lavorabili fino ad un massimo di altitudine che va dai 280 ai 780 metri, oltre i quali si trovano solo scenari lunari, una fonte di ricchezza custodita e regolamentata dal  “Consorzio Tutela dei Vini del Vesuvio” risalente al 2015. Quest’ultimo persegue l’obiettivo di migliorare la viticultura portandola al massimo delle sue potenzialità, rivisitando il sapere secolare per le colture di questi posti in chiave moderna grazie all’utilizzo della tecnologia per tutto ciò che serve a garantirne il pregio, il monitoraggio e favorire la sperimentazione, cosa che sta alla base della filosofia aziendale della cantina “Cantina Sorrentino” , che ne è membro attivo! Ma cos’è che rende i “Vini Sorrentino” così speciali come quelli che degusto davanti al panorama mozzafiato del Golfo di Napoli insieme a Giuseppe cantastorie e nume del Vesuvio ? La risposta è nei suoli vulcanici (tra i più vasti dell’Europa continentale con riferimento ai crateri esplosivi ancora attivi) da cui questi vini sono generati, la cui fertilità è conseguenza delle varie eruzioni nel versante sud -occidentale dove stanno i vigneti aziendali, che lo arricchiscono di minerali, pietre pomici, lapilli e potassio. Se a ciò si aggiunge un clima mite in inverno e caldo d’estate, e una posizione geografica che risente dell’influsso marino e di un’importante ventosità moderata dall’azione riparatrice delle catene montuose, si può intuire l’incomparabile tipicità di queste viti tra le poche a essere a piede franco grazie all’azione della sabbia, che le nutre e le ha difese dagli effetti nefasti della fillossera di fine Ottocento. Inoltre, alta porosità del sottosuolo e costante stress idrico costituiscono un’arma efficace contro gli attacchi di patogeni, favorendo così spontaneamente la conduzione biologica dei vigneti della “Cantina Sorrentino”, da cui sortiscono prodotti sani che vengono trasformati in modo naturale senza sconvolgere chimicamente le loro potenzialità. Ed è in questi strati di basalto che prosperano le secolari varietà autoctone vesuviane, quali CaprettoneFalanghinaCatalanescaPiedirosso e Aglianico , che formano il  “ Lacryma Christi DOC” , che secondo il recente disciplinare del 1983 può essere bianco, rosso e rosato. La “Cantina Sorrentino” rappresenta egregiamente il  “ Lacryma Christi DOC” con le sue tre linee aziendali “Bollicine”, “Classica” e “Prodivi”, trattando i vitigni vesuviani secondo le esigenze che richiedono quali: uso di appropriati sistemi di allevamento (da quello usuale della pergola a quello più recente della spalliera), accurata selezione delle uve, terrazzamenti , orientamento studiato dei filari , rese equilibrate , ed infine un lavoro impeccabile in cantina.

Lacryma Christi DOC Vini del Vesuvio

Incontrare Giuseppe è una buona stella, perché ho modo di assaggiare questi ricercati vini vesuviani attraverso alcune delle migliori  etichette della “Cantina Sorrentino” , create apposta per il piacere del palato e della mente:

  • “Dorè Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Spumante DOC”: è in assoluto il primo maestoso tentativo di Metodo Charmat da  “DOC Lacryma Christi” a partire da Caprettone per il  90% e Falanghina per il rimanente 10%, come Giuseppe vuole sottolineare  chiamandolo apposta “Dorè”, ossia duplice ossequio  alla musica e alla grandezza reale di  Carlo D’Angio. Questo spumante fa affinamento per otto mesi in tini di acciaio con delle bollicine tanto fini da sembrare quasi evanescenti, ha un bel colore giallo paglierino chiaro, e sprigiona degli aromi fini e floreali, alla bocca ha un gusto etereo e fruttato, ed è perfetto da abbinare con antipasti e golosità di mare,  e  secondi di carne bianca;
  • “Benita 31 Caprettone DOC Bio 2019”: in onore della nonna Benigna, è un vino biologico di Caprettone in purezza. L’etimologia di Caprettone potrebbe fare riferimento alla forma del grappolo, che ricorda la barbetta della capra, oppure ai pastori suoi probabili originari coltivatori. A lungo  scambiato per il più affermato “Coda di Volpe”, il vitigno Caprettone viene alla ribalta nel 2014 con l’inserimento della varietà nel “Registro Nazionale delle Varietà di Vite (Mipaaf)”, catturando l’attenzione di tanti sommelier ed estimatori, che stanno contribuendo efficacemente al posizionamento del vino sulle principali piazze internazionali. “Benita 31 Caprettone DOC 2019”  è un bianco piacevole, deciso al naso con delle note minerali di grafite, mediterraneo nei sentori di finocchietto e timo e piacevolmente agrumato nei toni del bergamotto. Il sorso rimanda ad un’energia piena e succosa e con il suo finale lungo di note balsamiche di menta è l’ideale per calmare l’arsura estiva,  magari davanti a delle invitanti linguine allo scoglio;
  • “Vigna Lapilli Lacryma Christi del Vesuvio Bianco DOC Superiore 2018”: nasce da uve selezionate di Caprettone 80% e Falanghina 20% del vigneto “Vigna Lapillo” pieno appunto di lava e lapilli che si riflettono nella mineralità e grazia di questo bianco dal colore giallo paglierino, dal profumo intenso, che è corposo al gusto con sentori fruttati di mandorla, pesca bianca e pera. Se siete travolti dalla bontà di crostacei e molluschi, è il suo!
  • “Lacryma Cristi del Vesuvio Rosato DOC Bio 2018”: da  Piedirosso 100%  è il rosé per ogni tipo di banchetto, che dona piacere tanto alle papille gustative quanto alla vista.
    Un rosato dal colore cerasuolo che colpisce per la sua mineralità , il suo essere amabilmente fruttato, e  che  si presta a essere d’accompagnamento per arrosti di carne bianca, risotti, pesci tipici del napoletano, o per la classica zuppa di polipi servita con salsa di Pomodorini del Piennolo del Vesuvio D.O.P.;
  • “7 Moggi Vesuvio Piedirosso Bio 2018”: intitolato al “moggio” unità di misura agraria vesuviana corrispondente ad un terzo di un ettaro, questo rosso dal profondo color rubino è fuoriuscito dalle mani di papà Paolo che compra altra terra ove semina Piedirosso di cui questo rosso è fatto al 100% ; si presenta fruttato al naso e morbido al palato
    e la sua dolcezza  simile a quella del Pinot Nero gli consente di sposarsi con cibi molto diversi tra loro, come lasagnette di pesce azzurro e pomodorini, ma anche pizza e formaggi assortiti;
  • Lacryma Christi Rosso Vesuvio Bio 2016”:  proviene dai 500 m2 dati in gestione agli apicoltori , e da questo punto di alta salubrità dell’aria,  viene fuori  un rosso di  Piedirosso 80% e Aglianico 20%  , contraddistinto  da un forte  colore rubino e dalle sue inconfondibili  note di more; in bocca è molto asciutto e  leggero,  ma l’affinamento di 12 mesi in botte grande Allier di rovere sloveno ed altri 14 in bottiglia gli rilascia una punta di  piccantezza e liquirizia, giusto carni, paste e agnello.
Napoli nel cuore
Napoli nel cuore

Inebriata dai “Vini Sorrentino” mi incammino con  Giuseppe  all’interno del Parco del Vesuvio, la cui bellezza smorza di poco i fumi dell’alcol, perché  mi perdo tra le magnifiche vigne aziendali che abbracciano dei casolari  ristrutturati a Guest Houses  per la gioia dei Wine Lovers . I “Sorrentino” sanno trasmettere il Vesuvio con i loro vini, e offrono anche una superba  Bed & Wine Experience” a tutti quei viaggiatori che vogliono concedersi una fuga per connettersi con il proprio Io, lontano dal rumore, dal caos cittadino, da ogni pensiero, al fine di ritrovare quel senso di libertà che è facile recuperare in questo pianeta incandescente e selvaggio aggentilito dalla mano sapiente di chi ci abita e lo venera da millenni. I “Sorrentino” ti viziano dandoti la possibilità di essere coccolati dai loro servizi di gamma  “Vesuvio Inn” : da quelli più pratici quali transfer da e per l’aeroporto, porto , stazione e parcheggio gratuito, a quelli più sofisticati quali quelli di Horse Tours”, “Cooking Classes” e colazione a bordo piscina . I “Sorrentino” mettono a disposizione anche una depandance collegata alla cantina (in cui aprirà il loro prossimo ristorante ) che ospita delle camere deluxe che vi faranno innamorare di Napoli e che non vi toglierete più di dosso. Proprio come è successo a me! L’unica cosa che rimpiango é l’essere andata via così presto, ma il rimedio è tornarci !

PS: Per finire, deliziatevi con un’anteprima dei prodotti Sorrentino, cliccando questo link in basso per omaggiarvi di un coupon  sconto nell’ordine on line e farvi arrivare a casa tutto lo splendore di Napoli! 

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Enjoy it!

Stefania

 

 

 

 

 

Villa Santo Stefano, Lucca

Villa Santo Stefano, Lucca

“Chi non ama le donne, il vino e il canto è solo un matto non un santo”.
A. Schopenhauer

Villa Santo Stefano, Lucca

L’ esplosiva e poliedrica Claudia Marinelli , responsabile della società di comunicazione e marketing ‘Darwin & Food’,  mi invita alla ‘Festa del Loto, un evento indimenticabile per conoscere le migliori etichette di ‘Villa Santo Stefano’, una cantina quasi surreale per beltà, che sta nascosta , ma ancora per poco,  tra le magnifiche e dolci colline lucchesi a Pieve di Santo Stefano. 

Mattina del 6 Luglio, 2020. Un sole cocente e un po’ di smarrimento in macchina per delle stradine strette e irte non mi fermano per raggiungere ‘Villa Santo Stefano’, e non finirò mai di ringraziare Claudia per l’opportunità di scoprire un tesoro inestimabile per persone, paesaggi e vini di grande eleganza con un’ ottimo rapporto qualità prezzo che esprimono al meglio  la bellezza, la cultura, l’arte e la tradizione enogastronomica della Toscana. Arrivata a destinazione lo staff di ‘Villa Santo Stefano’ ci accoglie con un sorriso enorme e ci fa accomodare all’ interno della sala degustazione, dove, persi e ammaliati dalla raffinatezza degli interni e dell’apparecchiatura, stiamo fermi e immobili ad ascoltare la storia della tenuta attraverso le parole dell’ ingegnere tedesco Wolfgang Reitzle, che ne è proprietario e fondatore  insieme alla moglie, la giornalista e presentatrice alemanna Nina Ruge.

Wolfgang Reitzle
Wolfgang Reitzle

Wolfgang Reitzle , un sogno diventato realtà

Wolfgang Reitzle è un signore alto , distinto , di una classe innata, che dà il benvenuto a me ed altri giornalisti e blogger nel suo regno, felice  di parlare  di come nel tempo è riuscito a trasformare la sua passione per il vino in un lavoro, che adesso  si è  materializzato in  ‘Villa Santo Stefano’, un’ azienda agricola a metà tra  sogno e realtà.

Wolfgang Reitzle, ex dirigente della BMW e poi CEO della Ford, ci spiega che tutto è nato quasi per caso. Sin da piccolo Wolfgang Reitzle si reca frequentemente  in Toscana  per le vacanze  con la sua famiglia e da allora il desiderio di viverci è forte, a tal punto che poi , nel corso della sua vita e  carriera lavorativa , decide di trovarsi un angolo di paradiso nella regione più amata d’Italia. Wolfgang Reitzle  vuole creare così un posto dove coltivare la vite e produrre nettari divini  fatti di vitigni locali come Sangiovese, Ciliegiolo, Colorino, Canaiolo e Vermentino, insieme ad altri alloctoni quali Merlot, Petit Verdot, Cabernet Sauvignon ed Alicante. L’ occasione è il 2001 quando Wolfgang Reitzle acquista  la “Villa Bertolli”, situata in Lucchesia, assieme ad alcuni oliveti e ad un vigneto di circa un ettaro. A seguito della cessione, da parte della famiglia Bertolli, dell’omonimo marchio a Unilever, i signori Reitzle e Ruge ribattezzano la villa in onore della pittoresca ‘Pieve del IX secolo’ che si trova nelle immediate vicinanze. Così nasce ‘Villa Santo Stefano’.

Wolfgang Reitzle ci confessa che non è facile mettere in piedi un’impresa agricola di tale portata e da straniero in Italia, perché ci sono molti problemi burocratici e logistici da risolvere, non ultimo l’interrogativo se fare tutto ciò è da pazzi o da pionieri! Da grande uomo di affari qual è Wolfgang Reitzle riesce nel suo intento e dal 2005 a oggi l’avventura continua con successo  grazie anche al supporto dei suoi affetti e dei suoi fidati collaboratori nelle figure del manager direzionale Alessandro Garzi, dell’enologo Alessio Farnesi , dell’agronomo Antonio Spurio, e  della responsabile marketing Petra Pforr. Al momento l’azienda rileva, nei suoi 11 ettari di terreno, circa 30.000 bottiglie tra vino rosso e bianco (esportati per il 20% in Versilia e il restante tra Svizzera e Germania), nonché 2500 litri di olio extravergine di oliva. La filosofia che guida la ‘Società Agricola Villa Santo Stefano’ è la ricerca della perfezione nel fare vino ed olio sfruttando al massimo tutte le potenzialità di questo fazzoletto di terra benedetto da Dio.

I vini di 'Villa Santo Stefano'Le migliori etichette di ‘Villa Santo Stefano’ per ‘Darwin & Food’

 

I Vini di Villa Santo Stefano

I vini di ‘Villa Santo Stefano’ sono particolari, biologici, strutturati i rossi e leggiadri i bianchi, ed assaggiare un calice di vino lucchese è un’esperienza speciale che ancora una volta conferma la ricchezza e la varietà enoica della Toscana senza passare per forza attraverso nomi blasonati!

Una delle caratteristiche più distintive dei vini di  ‘Villa Santo Stefano’ è la sapiente mescolanza di vitigni autoctoni con varietà di origine francese, oltre un terroir da manuale fatto di peculiarità pedoclimatiche esclusive. Queste ultime sono i terreni misti e prevalentemente argillosi, una temperatura mite tutto l’anno e una combinazione di vicinanza al mare e montagna che conferisce a questi vini il loro sapore distinto, come ho modo di provare nella degustazione dei seguenti vini:

  • ‘Gioia 2018 e 2019’ : IGT Toscano, è un vino bianco 100 % Vermentino, che cresce spontaneo dalla Lucchesia alla Liguria e che proviene da un vitigno adiacente l’azienda esposto a Sud vicino alle spiagge della Versilia distanti circa 20 km , un microclima straordinario che si riflette nell’aroma fragrante del vino stesso. La selezione e la raccolta delle uve , è eseguita scrupolosamente a mano, e dopo la diraspatura e pigiatura, le uve subiscono una leggera macerazione di qualche ora prima di essere vinificate in bianco. La fermentazione dura dai 15 ai 20 giorni e si avvale delle tecnologie più innovative, il processo avviene infatti in vasche di acciaio a temperatura controllata tra i 15° e i 16°. Questo vino bianco, nelle due diverse annate, possiede un bouquet armonico e fruttato, una buona acidità e un tocco di mineralità che si avverte nel finale;
  • ‘Luna 2019’ : 50% Merlot e 50% Sangiovese è un rosé sobrio, che va bene su tutte le portate di mare e di carni bianche ed è perfetto anche per un aperitivo; ha un colore rosa provenzale, al naso è pulito con profumi che ricordano la pesca bianca e la buccia di mela rossa;
  • ‘Volo 2019’ : IGT Toscano 40% Petit Verdot, 40% Cabernet Sauvignon e 20% Alicante, è un vino che si presenta con un colore rosso intenso e con sfumature violacee frutto della sua giovane età. Al naso è floreale, con note di prugne, more e ciliegie, con un finale delicato di cipria. Al palato si esprime frizzante, con un buon tannino ed un’ acidità equilibrata  che lo fanno diventare di gradevole beva;
  • ‘Sereno 2016, 2017 e 2018’ : è una ‘DOC Colline Lucchesi’ fatto da  80% di Sangiovese e 20% tra Ciliegiolo e da altri vitigni del posto. Si tratta di un vino dal colore rosso rubino con riflessi porpora, al naso  note di violetta, frutti rossi e spezie. Al palato è morbido con un finale gradevole di frutta;
  • ‘Loto 2015, 2017 e 2018’ : è il vino più pregiato di ‘Villa Santo Stefano’ fatto di  50% Cabernet Sauvignon,  40% Merlot e 10% Petit Verdot . Per ogni vite vengono selezionati non più di quattro grappoli, per garantire il massimo della resa da ogni pianta. Nel 2015 è stato installato un impianto computerizzato ad alta tecnologia utilizzato per garantire un processo di fermentazione e vinificazione ottimale. Di norma, il processo di fermentazione dura 12 giorni. L’affinamento dura, a seconda della tipologia di uva e dell’annata, dai 12 ai 18 mesi ed avviene in pregiate barrique francesi, in una barriccaia a temperatura (15°C) e umidità (83%) controllate. Il tipo di legno utilizzato per le barrique viene selezionato a seconda della tipologia di uva. Al termine dell’affinamento viene composta la cuvée e viene quindi imbottigliato il vino, che dovrà attendere almeno altri 6 mesi prima di essere distribuito. Questo è un vino di spessore, di corpo, che si presenta con un colore che può arrivare al rosso rubino intenso ed ha sentori di frutti di bosco, tabacco e vaniglia.
Claudia Marinelli , Darwin & Food

Tra una chiacchiera e l’altra il tempo vola ed è ora di pranzare nello splendido giardino di ‘Villa Santo Stefano’, dove ci sono tavoli superbamente imbanditi, sparsi tra fontane zampillanti di acqua e alberi abbracciati da boccioli di rosa.

Il nostro pergolato ci protegge un po’ dalla calura estiva che finisce di darci fastidio non appena lo chef Riccardo Santini del Vignaccio ci annuncia il menù della festa: una panzanella di pomodoro e cipolle all’aceto balsamico, una torta lunigiana  d’Erbi di bietole spinaci e rapini, uno sformato di fagiolini e formaggio di Scoppolato di Pedona, faraona, zuppa di porro e patate e a finire un sorbetto al melone per pulire la bocca.

Barriccaia di ‘Villa Santo Stefano’

‘Villa Santo Stefano’ è un borgo incantato che ti strega non appena varchi il cancello all’entrata, dove perdersi e rilassarsi tra lusso e  vini pregiati che danno il meglio riposando a lungo, pronti così per essere stappati e consumati a celebrare un momento speciale, che è sempre quello che vivi e non quello che aspetti!

Enjoy it 

Stefania