Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: si può fare!

A dire il vero, girare per il Vinitaly 2026 in meno di 24 ore non è stata una banale corsa contro il tempo, ma il raggiungimento di uno dei traguardi più importanti del mio percorso nel mondo del vino. Il motivo è semplice: per la prima volta ho varcato i cancelli della manifestazione con un pass stampa. Quel tesserino è stato tanto inaspettato quanto gratificante: è il culmine di un’ascesa costante costruita negli anni. Vi spiego meglio!

La mia avventura enoica è cominciata nel 2015 con la formazione da sommelier , seguita dai    primi passi timidi e curiosi  al Vinitaly  2018 , quando  partecipai da semplice visitatrice. Un tragitto  che ha poi conosciuto una svolta  nel 2022 quando sono entrata a far parte dello staff di accoglienza di Roberto Cipresso,  tra le menti più autorevoli dell’enologia italiana. Questo cammino misurato e senza scorciatoie, ha infine coronato i miei sforzi con il riconoscimento ufficiale  di  wine blogger accreditata. Una conquista impagabile che mi ha permesso di raccontare il vino da una prospettiva privilegiata.

E quale occasione migliore della  58ª edizione (12 – 15 aprile),  capace di registrare numeri da record?

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: cosa fa tendenza 

Senza dubbio, destreggiarsi tra i padiglioni veronesi è stata un’opportunità straordinaria per cogliere le nuove direzioni del mercato vitivinicolo.  Tra masterclass, incontri ed eventi, non sono mancati ospiti d’eccezione: giornalisti, professionisti del settore e chef stellati, tra cui Carlo Cracco .

Grande attenzione è stata inoltre prestata ai temi della sostenibilità e ai linguaggi moderni del bere odierno  tradotti nelle seguenti novità:

  • “NoLo (No and Low Alcohol)”: i vini a basso o nullo contenuto alcolico continuano la loro ascesa, soprattutto tra i consumatori più giovani;
  • La mixology di Xcellent Spirits: una vetrina dedicata ai distillati artigianali e ai bitter d’autore, a conferma del dialogo sempre più stretto tra il vino e i liquori italiani e i cocktail d’avanguardia;
  • Il focus sull’enoturismo: uno spazio permanente per trasformare la visita in cantina in un’efficace leva di sviluppo territoriale. Non si vende più solo la bottiglia. Si offre l’esperienza, l’ospitalità del vigneron che si lega al suo paese d’origine, diventandone interprete e ambasciatore;
  • L’Intelligenza Artificiale di Bacco AI: tecnologia digitale al servizio dei produttori per ottimizzare l’export. Grazie agli algoritmi avanzati hanno, lo strumento ha favorito match commerciali immediati,  coinvolgendo oltre 1.000 top buyer internazionali e snellendo le lungaggini della burocrazia;
  • OperaWine:l’anteprima di Wine Spectator  , inconfondibile celebrazione  dell’eccellenza dell’enologia italiana con una presentazione dei migliori vini per un  tasting  indimenticabile;
    • Il Salotto dei Vini Rari: focus del fuorisalone Vinitaly and the City con esposizioni di vini dedicati a 32 vitigni autoctoni storici e poco diffusi.

 Il “caro” Verona

Tuttavia, per chi vive di terra e di calici, il Vinitaly  resta un rito collettivo che pretende il suo tributo. Si macinano chilometri a piedi, si suda e bisogna scegliere drasticamente  tra centinaia di stand. D’altra parte, questo blitz è stato una strategia inevitabile.

Diciamolo chiaramente!  Il sistema ricettivo veronese nel periodo del Vinitaly  penalizza chi il vino lo fa, lo promuove e ne fa cultura.  Perché assicurarsi una stanza in città per una sola notte è quasi un lusso insostenibile. I prezzi sono fuori controllo.

Una distorsione che non passa inosservata nemmeno agli addetti ai lavori, sempre più critici verso  una situazione che anno dopo anno continua a peggiorare.  Mi auguro che questa problematica, insieme a tante altre, venga affrontata con fermezza da Veronafiere (ente organizzatore dal 1978)  . Un intervento strategico imprescindibile per proiettare il Vinitaly  all’altezza della grandezza del comparto vitivinicolo italiano.

Una sana follia!

Così ho archiviato subito l’idea del pernottamento e anche quella di fiondarmi a Verona in auto  da Pisa. Non avevo voglia di aprire un mutuo o di sfidare l’etilometro sulla via del ritorno! Restava il treno, unica soluzione sensata. Una maratona calcolata al millimetro: dentro i cancelli all’apertura, fuori all’ultimo minuto e subito sul binario del ritorno, a casa prima di mezzanotte.”

Faticoso? Sì. Impossibile? Assolutamente no. La distanza non è stata eccessiva e, prenotando in anticipo, si spendono complessivamente poco più di cento euro. Alla fine, ne è valsa decisamente la pena per un rapido giro nel variopinto circo del vino. Il risultato? Taccuini pieni di appunti e scarpe impolverate.

Non esiste vento favorevole per chi non sa dove andare!

Una trasferta condensata in poche ore imponeva una rotta precisa, era inevitabile . Per non lasciarsi travolgere dal caos del Vinitaly , che per la sua vastità, può facilmente disorientare anche i frequentatori più esperti della kermesse.

La mia bussola puntava dritta verso una passione recente ma viscerale: le bollicine. Un interesse maturato dopo un corso sullo Champagne organizzato dall’ AIS di Lucca. Lezioni interessantissime  tenute da Roberto Bellini, scrittore e ambasciatore  dell’oro francese in Italia.

L’obiettivo?  Un confronto reale tra stili, territori e interpretazioni diverse della spumantistica:

  • Da un lato la tradizione e la precisione delle maison francesi;
  • Dall’ altro la personalità sfaccettata del Metodo Classico italiano, capace di cambiare volto passando dalle montagne ai vulcani.

Nelle prossime righe di questo articolo descriverò le mie impressioni e altre sorprese. Una su tutte: le nuove declinazioni del Moscato in versione spumante. Sperimentazioni capaci di demolire il vecchio pregiudizio che lo confinava soltanto ai ricordi dell’Asti dolce. Ma non è tutto. Troverete anche:

  • I “vini del cuore”: una selezione di etichette – dall’Africa al Nord e Sud d’Italia – che mi hanno stregato per la loro unicità;
  • Consigli pratici: piccoli trucchi del mestiere per non affogare nel mare divino del Vinitaly!

 Ecco in basso la mia mappa del gusto. Questa è la prova che persino una toccata e fuga al  Vinitaly 2026 può regalare un diario ricco di scoperte, emozioni e spunti di riflessione.

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: itinerario del vino

Da quelle serate lucchesi la domanda è rimasta lì, sospesa. È riaffiorata più volte, puntuale, davanti a ogni calice di Metodo Classico Italiano.  Allora, dopo anni di studio, di ispirazione e di crescita, l’Italia è ancora un allievo dello Champagne o ha finalmente rivendicato la propria singolarità?

Al Vinitaly 2026, in meno di 24 ore, quel dubbio ha smesso di essere teoria. La soluzione non era scritta nei manuali, ma pulsava nei sorsi di vino e nei racconti dei vignaioli.

Così, la ricerca è diventata una traversata rapida e appassionante. Un filo di perle che ha agganciato la Francia alla Sicilia, attraversando l’intera penisola. Quello che era partito come un confronto diretto, passo dopo passo, ha cambiato pelle. Nessuna gara, nessun podio: solo due modi straordinariamente diversi di leggere la stessa, nobile origine.

Buona lettura!

Tappa 1: Francia, Pascal Walczak

Se non vai in Champagne, è la Champagne che viene da te: al Vinitaly 2026 ne ho respirato l’essenza più verace. La mia avventura è iniziata con gli Champagne di  Pascal Walczak. Lo avevo contattato nelle settimane precedenti. Volevo conoscere una piccola azienda familiare, lontana dai riflettori delle blasonate Maison.

Il mio goal era dialogare dal vivo con lui per sapere qualcosa in più del suo regno nell’epicentro della Champagne meridionale .  Non smetterò mai di ringraziarlo per la sua disponibilità e accoglienza.

Vignaiolo  per vocazione!

La Maison di Pascal Walczak ha sede  a Les Riceys, storico comune della Côte des Bar.  Fondata nel 1973 , oggi è gestita dai figli Sébastien e Aurélien. La famiglia interpreta con orgoglio lo status di Récoltant-Manipulant (RM) . Come? Coltivando i vigneti con pratiche sostenibili e rispettose dell’ambiente senza ricorrere a trattamenti chimici invasivi.

Pratica una viticoltura sostenibile, priva di trattamenti chimici invasivi. La cantina storica, dotata di pressa di proprietà per tutelare il mosto fiore, accoglie persino i viaggiatori in camper, segno di una filosofia essenziale e senza filtri.

La tenuta si estende su 10 ettari interamente a Les Riceys: 8 ettari di Pinot Nero e 2 di Chardonnay. Il segreto della loro finezza si nasconde sotto i suoi filari: marne e calcari del kimmeridgiano, lo stesso suolo preistorico ricco di fossili che caratterizza Chablis. Sono questi fattori pedoclimatici a conferire ai vini una profonda mineralità salina e una vibrante sfumatura fumé.

L’eccezionalità dell’AOC Rosé des Riceys

Les Riceys è l’unico comune della Champagne a vantare ben tre denominazioni d’origine: Champagne, Coteaux Champenois e Rosé des Riceys. La vera perla rara è l‘ AOC Rosé des Riceys, istituita nel 1947;

Gli Champagne di Pascal Walczak al Vinitaly 2026
Poche bottiglie per pochi estimatori

La produzione complessiva della Maison Walczak  è davvero limitata: appena 18.000 bottiglie all’anno, vinificate interamente a Les Riceys . La maggior parte dei lotti rimane sul mercato francese.  Una quota selezionata tocca invece mercati altamente specializzati: Italia, Belgio, Lussemburgo, Germania e Giappone.

Sono questi i paesi in cui le cuvée trovano estimatori tra collezionisti, appassionati ed enoteche di riferimento. Il valore di questa realtà è suggellato dal prestigioso Prix d’Excellence al Concours Général Agricole di Parigi e dalla Grande Médaille d’Or al Concours Mondial de Bruxelles .

Nella Champagne, Pascal Walzack si distingue per la discrezione con cui tesse la propria identità territoriale. Un patrimonio fatto di numeri contenuti, e vini che trasmettono l’anima più genuina di Les Riceys.

Vinitaly-2026-Maison-Vevey-Albert--wine-travel-blog-weloveitalyeu

Tappa 2: Italia, Maison Vevey Albert, il Prié Blanc ai piedi del Monte Bianco

Lasciandoci alle spalle i maestosi paesaggi alpini della Valle d’Aosta . Arriviamo tra Morgex e La Salle, nel bel mezzo della Valdigne. Non sono mai stata in questo piccolo angolo all’estremo nord-ovest d’Italia. Prima o poi, vorrei rimediare, intanto  ci ha pensato il vino a farmi viaggiare. Mi ha fatto immaginare il carattere di un posto speciale dove la montagna non fa soltanto da sfondo, ma accompagna ogni aspetto della vita quotidiana.

In questo scenario opera la  Maison Vevey Albert, simbolo della viticoltura locale. Alle sue spalle si staglia il Monte Bianco, una presenza costante che definisce il paesaggio. Qui il rapporto tra uomo e vette non è mai stato facile.  Pendenze, clima rigido, e una breve stagione vegetativa impongono ritmi precisi. Accudire la vite significa adattarsi continuamente a un ambiente che detta le proprie regole.

Da generazioni i viticoltori della Valdigne custodiscono questo tenue equilibrio. Un lavoro fatto di pazienza, osservazione e rispetto per una natura generosa ma severa.

La visione di Albert Vevey

L’azienda nasce nel 1968 grazie all’intuizione di Albert Vevey, figura fondamentale per l’enologia valdostana. In un’epoca in cui la viticoltura di montagna rischiava l’abbandono, Albert  intuì il valore di un patrimonio agricolo immenso. Si dedicò così a preservare il   Prié Blanc,  vitigno re di questi anfratti sperduti e difficili da vivere.

Possiamo definirlo il pioniere assoluto della Valdigne nonché  Presidente dell’Association des Viticulteurs de Morgex.  Albert lottò per garantire questa biodiversità e dare un futuro alla viticoltura di montagna. Nel 1986 avviò la commercializzazione con la propria etichetta, valorizzando   uno dei vini più identitari della Valle d’Aosta. Dal 1990 l’eredità è passata ai figli Mario e Mirko, che guidano l’azienda nel segno della continuità.

Viticoltura eroica

La storia della famiglia Vevey si intreccia inevitabilmente con quella del   Blanc de Morgex et de La Salle, una delle denominazioni più originali dell’intero arco alpino. Questa si è delineata come sottozona della più ampia DOC Valle d’Aosta (1971). Si tratta di un’area straordinaria all’interno del patrimonio enoico valdostano.  La roccia gigante ripara le vigne dalle correnti settentrionali più fredde e consente di essere di essere circondata da un microclima alpino irripetibile. Il disciplinare qui è molto rigoroso: è consentita esclusivamente la coltivazione del Prié Blanc in purezza.

Altitudine uguale a qualità? In questo contesto sì. Questa scelta rende la denominazione una rarità  nel panorama vitivinicolo italiano. Questo perché è interamente votata a un solo vitigno a bacca bianca, che cresce a un’altitudine compresa tra i 1.000 e i 1.200 metri sul livello del mare.  Siamo in uno dei comprensori viticoli più alti d’Europa, dove la vite è chiamata a confrontarsi ogni anno con condizioni climatiche particolarmente severe.

Il sistema di allevamento utilizzato per il Prié Blanc  è quello della pergola bassa. Le viti vengono mantenute vicine al terreno, così da beneficiare del calore che il suolo accumula di giorno e rilascia nelle ore più fredde. Questa tecnica protegge dai venti e favorisce una maturazione regolare delle uve.

Terroir del Prié Blanc

Il territorio si contraddistingue per suoli di origine morenica,  ricchi di sabbie e scheletro, modellati  dai ghiacciai che nei secoli hanno plasmato la valle. Questa composizione geologica conferisce ai vini una marcata sapidità, una vibrante freschezza e una raffinata impronta minerale.

La gestione delle vigne viene praticata nel pieno rispetto dell’ambiente e delle tradizioni locali.  Ogni operazione è resa più complessa dalle forti pendenze e dall’altitudine. Il filo conduttore aziendale ha come protagonista esclusivo il Prié Blanc. Questa è una varietà capace di generare vini fini e longevi, lontani dall’idea di un semplice bianco alpino da pasto.

Con una tiratura limitata di appena 7.000 bottiglie all’anno, la cantina nobilita il Prié Blanc con uno stile essenziale e rigoroso. I loro sono vini che uniscono freschezza alpina,  profondità minerale e una sorprendente capacità evolutiva:

Cantina Marcalberto: l’arte del Metodo Classico nella Langa astigiana

Al Vinitaly 2026 avevo più che un sogno un’ossessione intervistare una cantina piemontese integralista. Per capirci, di quelle che fanno solo Metodo Classico e non scendono a patti con nient’altro. Mi sono messa a caccia, ho seguito le dritte giuste e alla fine mi sono imbattuta nella  Cantina Marcalberto.

La loro non è una storia, è una mezza saga familiare che ti cattura subito per la coerenza – roba che sembrava scritta nel destino fin dalla prima bottiglia.  Speravo di poter stringere loro la mano e scambiare due parole personalmente. E invece è stato proprio così. Ma la sorpresa più bella è stata il dopo. Zero formalismi, zero schede tecniche recitate a memoria: solo un dialogo carico di informazioni e aneddoti avvincenti sul loro trascorso.

Santo Stefano Belbo: non solo Cesare Pavese!

La  Cantina Marcalberto germoglia negli anni Novanta a Santo Stefano Belbo grazie a  Piero Cane, veterano dello spumante italiano. Il nome? Un omaggio ai due figli: Marco e Alberto. Al presente i fratelli dirigono l’azienda e la seguono in ogni fase.

Si è avviata nel 1993, ma è dal 1996 che l’attività ingrana la marcia giusta, imponendosi tra i marchi più stimati della spumantistica piemontese. La proprietà si snoda tra i comuni di Santo Stefano Belbo, Calosso e Cossano Belbo. La natura collinare di questo comprensorio favorisce una spumantistica di primo piano.

I vigneti, coltivati unicamente a Pinot Nero e Chardonnay, si srotolano su circa 15 ettari e sono collocati tra i 300 e i 550 metri di altitudine. Qui le forti escursioni termiche sono la vera magia: salvaguardano un’acidità elettrica che si fonde in un bilanciamento magistrale.

a un equilibrio perfetto per un Metodo Classico da urlo.

Una cantina storica tra tufo, pietra e lunghi affinamenti

Tufo, pietra e attese infinite: benvenuti nel ventre della Cantina Marcalberto. Il suo spirito si afferra appieno solo scendendo nei sotterranei di un edificio di fine Ottocento.  Una vera cattedrale di sassi ricavata in gallerie sotterranee, dove ci sono migliaia di bottiglie che sonnecchiano nel buio. Fanno affinamenti chilometrici sui lieviti. Dormono fino a che è necessario tirare fuori una complessità e una profondità aromatica senza paragoni.

Fuori comanda la terra: i terreni marnoso-calcarei iniettano nelle loro coppe raffinatezza, tensione pazzesca e una firma territoriale incancellabile. In cantina, poi, il legno si usa con il bilancino: di tutte le taglie, dalle barrique alle botti più capienti – per la fermentazione e per fare riposare i vini base. Non ci si fa il profumo, come oltreoceano, speziando il mosto con bastoncini di rovere! Esso serve a dare armonia senza mai coprire il DNA del vitigno. Un’ impronta enologica che è il vero marchio di fabbrica della Cantina Marcalberto.

Le etichette che raccontano la firma Marcalberto

Il catalogo aziendale propone un menù di vini che contempla il Metodo Classico attraverso diverse sfumature stilistiche, sempre all’insegna della precisione e vocazione territoriale:

Con un volume produttivo che supera le 100.000 bottiglie annue, la Cantina Marcalberto si incentrata sulla valorizzazione di Pinot Nero e Chardonnay, affermandosi come  una delle imprese vitivinicole più emergenti dell’Alta Langa e del panorama italiano del Metodo Classico.

 

Cantina Mongioia: la golden age del Moscato Bianco

Si dice che l’imprevisto spesso gioca brutti scherzi, ma nel mio caso, ti apre gli occhi! Finita la mia discussione con Marco Cane, enologo della Cantina Marcalberto gli avevo accennato quale sarebbe stato il taglio del mio articolo. Aveva capito che ero in cerca di novità.

Per cui mi presentò Riccardo Bianco agronomo e titolare della Cantina Mongioia: era l’uomo che stava rivoluzionando il Moscato Bianco. Un vitigno autoctono della sua  cittadina natale di Santo Stefano Belbo. Esattamente qui nella culla della DOC Canelli, Riccardo e la sua famiglia nel 1998 avviarono la loro cantina. La loro missione era chiara e ambiziosa: dimostrare che il Moscato Bianco non significa solo spumante dolce! E ci sono riusciti.

Dopo tanta fatica e dedizione il Moscato Bianco ha cambiato pelle e si è rivelato un vitigno versatile e in grado di resistere alle lancette dell’orologio. I vigneti sono trattati attraverso pratiche agronomiche attente e rese contenute, elaborate anche mediante accurati diradamenti in vigna. Da questa continua sperimentazione sono venuti fuori vini incredibilmente rari che sfidano i luoghi comuni associati al Moscato Bianco.

È il caso di Meramente: un Metodo Classico Extra Brut che si posa 60 mesi sui lieviti. Le sue bollicine sono estremamente tese. Ancora più originale è Moscatà: un brevetto dell’azienda che prevede la fermentazione e l’affinamento del Moscato Bianco in anfora per circa un anno. Questo processo attenua la percezione della dolcezza e mette in risalto note di frutta tropicale, spezie e sfumature di macchia mediterranea, dotandolo di considerevole versatilità negli abbinamenti gastronomici.

Al vertice della produzione si colloca invece Astralis : l’annata 2019 raggiunge 5 gradi alcolici, possiede una forte intensità aromatica e un potenziale di evoluzione stimato fino a trent’anni. Si configura come un’ ambiziosa concezione del Moscato Bianco che non teme il paragone  con alcuni dei più famosi  vini dolci da invecchiamento in ambito internazionale.

Vinitaly 2026 Leoni a Frescobaldi wine travel blog weloveitalyeu

Toscana:  Frescobaldi :   una garanzia in fatto di vino

Al Vinitaly 2026 non poteva mancare il gruppo Frescobaldi, ambasciatore del vino toscano in Italia e oltre confine.  Essere al loro rinfresco è stato per me un privilegio enorme che non dimenticherò mai. Tra i progetti che più mi hanno colpito c’è Leonia: uno spumante Metodo Classico battezzato in onore a Leonia degli Albizi Frescobaldi.

Questi era una nobildonna illuminata: alla fine dell’Ottocento fiutò il potenziale di queste colline introducendo varietà internazionali come Chardonnay e Pinot Nero. Qui le forti escursioni termiche sono l’ingrediente segreto: preservano un’acidità vibrante. Oltretutto il prolungato affinamento dona al Leonia Pomino Brut note di agrumi e pan brioche. Leonia dimostra che la Toscana sa fare bollicine invidiabili, non solo rossi strutturati.

Vinitaly 2026 Cantine Olivella Martusciello Campania wine travel blog weloveitalyeu

Campania in bolla: cantine Olivella e Martuscilello

Ogni mio ritorno a Napoli è un piccolo rito di riconciliazione con sapori che ormai considero familiari. Tra questi c’è il Kata della Cantina Olivella,  un bianco secco e fermo, quasi balsamico, derivato al 100% da Catalanesca. Lo rammento servito una a cena in un localino di via dei Tribunali in abbinamento a una frittura di pesce.

Mi è rimasto impresso per la sua leggerezza e retrogusto prolungato al punto da documentarmi su quest’uva tipica del Monte Somma, che cinge il Vesuvio a nord est. Alcuni studiosi sostengono che sia  stata trapiantata dalla Spagna  in questi luoghi per volere di Alfonso I d’Aragona . Il monarca confidava nella fertilità dei suoli vulcanici, gli stessi che poi  salvarono queste zone dalla Fillossera!

Le famiglie Cozzolino e Giordano

Via via mi sono cimentate in altre varianti di questo grappolo vesuviano.  Però solo quello della Cantina Olivella è stato il solo a trasmettermi un’emozione tale volerla conoscere meglio.  E il Vinitaly 2026 mi ha accontentata! Era come se mi aspettasse all’edificio B della Campania , che ha inaugurato una nuova stagione spumantistica.

Questo grazie a winemaker coraggiosi e decisi che hanno scommesso sulla lavorazione di vitigni locali. Tra questi appunto figura la  Cantina Olivella che ha il suo quartier generale è a Sant’Anastasia, all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio.

Le famiglie Cozzolino e Giordano sono dei veterani della vitivinicoltura vesuviana e tramandano di generazione in generazione l’ardore per questo mestiere. Qui, nel rispetto per l’ambiente, hanno investito sulle varietà autoctone come la Catalanesca. Un’uva che insieme a Caprettone e Piedirosso contribuisce alla nascita della star della cantina : Hebon Metodo Classico Extra Brut 2021. Un Metodo Classico che   esplode  bocca con brio e gentilezza.

Campi Flegrei: Salvatore Martusciello

Una sera , su una terrazza con vista sulle cupole delle chiese del centro storico di Napoli Roberta di Porzio e Salvo di Vaia hanno stappato una bottiglia di Aprinio. Un brindisi al mio soggiorno nel loro InCentro B&B  via Toledo 156, nel boulevard  della capitale partenopea, che ho scoperto attraverso la loro ospitalità. Da quella volta ho sempre voluto riprovare quelle bolle pungenti al punto giusto e che sapevano di gelsomino. Il Vinitaly 2026 mi ha accontentato, permettendomi di incontrare una cantina di nicchia: quella di  Salvatore Martusciello.

A Pozzuoli insieme alla moglie Gilda l’enologo campano crea sia rossi da Piedirosso e bianchi da Falanghina, pietre migliari della viticoltura indigena. Tuttavia, il pezzo forte della sua collezione enoica è uno spumante di sottile impeto aromatico:  il Trentapioli , spumante da uve di  Asprinio d’Aversa DOC . Il suo nome richiama la tradizionale scala di circa 30 pioli utilizzata dai vignaioli per arrampicarsi sulle alberate durante la vendemmia. Un omaggio a questa antica tecnica , simbolo dell’Agro Aversano.

Cantina Olivella e Salvatore Martusciello incarnano due versioni  distinte ma complementari della viticoltura campana. Insieme testimoniano il costante processo di  affermazione del comparto del Metodo Classico d’autore.  Entrambe le cantine dimostrano come il Sud Italia possa  oggi competere ai più alti livelli, grazie a un’attività vitivinicola che coniuga territorialità, innovazione e accuratezza enologica.

Vinitaly in meno di 24 ore Cantina Fina Sicilia wine travel blog

Sicilia:   Metodo Classico, la Cantina Fina stupisce ancora

Inutile sottolineare l’importanza della Sicilia, la mia amata isola natale, come un pilastro imprescindibile dell’enologia italiana. Dal 2005, la costa occidentale della Trinacria , quella sospesa tra Marsala e lo Stagnone, sta facendo rumore con le stravaganti alchimie della Cantina Fina.

In vacanza a Lipari mi aveva sedotto inaspettatamente il loro Kikè , incredibile combinazione di Traminer e Sauvignon Blanc. Questi sono due vitigni internazionali che in Sicilia  si arricchiscono di un carisma tutto particolare  illuminati come sono dal sole  mediterraneo.

da un sole generoso.  Bruno Fina , discepolo dell’illustre Giacome Tachis (padre del Rinascimento del vino italiano), persevera da più di venti anni a riqualificare i vitigni autoctoni siciliani –Grillo, Zibibbo, Catarratto, Nero d’Avola e Perricone-senza mai dimenticarsi di osare.

Oggi l’azienda è affiancata dai figli Federica e Sergio: un cambio generazionale che assicura la continuità di un sogno di famiglia: fare vino come nessuno mai lo aveva fatto in patria. La strada è quella corretta! I vigneti aziendali si sviluppano nella provincia di Trapani, in un territorio baciato  dalle brezze marine provenienti dal Mediterraneo. I suoli, prevalentemente calcarei e argillosi, contribuiscono a conferire ai vini equilibrio, sapidità e intensità aromatica.  Mentre il clima caldo e ventilato permette di preservare acidità e integrità delle uve anche nelle annate più soleggiate.

Metodo Classico Extra Brut Terre Siciliane

Accanto ai vini fermi, la Cantina Fina si è distinta per il suo Metodo Classico Extra Brut Terre Siciliane , fatto con 70% di Chardonnay e 30% di Pinot Nero. Grazie all’influenza del mare e alle escursioni termiche delle zone collinari, il vino bilancia maturità aromatica, tensione gustativa e una sorprendente leggiadria. Perline di CO2 che stimolano i sensi, si colgono tutte le nuance aromatiche del lime, dell’ananas, e di burro.

Forte di una consolidata affermazione sui principali mercati internazionali e di un ampio consenso riscosso presso la critica enologica italiana e internazionale, la Cantina Fina si conferma come una delle principali risorse regionali nell’universo delle più apprezzate bollicine italiane.

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