Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

“Nessuna poesia scritta da bevitori d’acqua può piacere o vivere a lungo. Da quando Bacco ha arruolato i poeti tra Satiri e Fauni, le dolci Muse sanno di vino fin dal mattino”

Orazio

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: si può fare!

A dire il vero, girare per il Vinitaly 2026 in meno di 24 ore non è stata una banale corsa contro il tempo, ma il raggiungimento di uno dei traguardi più importanti del mio percorso nel mondo del vino. Il motivo è semplice: per la prima volta ho varcato i cancelli della manifestazione con un pass stampa. Quel tesserino è stato tanto inaspettato quanto gratificante: è il culmine di un’ascesa costante costruita negli anni. Vi spiego meglio!

La mia avventura enoica è cominciata nel 2015 con la formazione da sommelier , seguita dai  primi passi timidi e curiosi  al Vinitaly  2018 , quando  partecipai da semplice visitatrice. Un tragitto  che ha poi conosciuto una svolta  nel Vinitaly 2022 quando sono entrata a far parte dello staff di accoglienza di Roberto Cipresso,  tra le menti più autorevoli dell’enologia italiana. Questo cammino misurato e senza scorciatoie, ha  coronato i miei sforzi con il riconoscimento ufficiale  di  wine blogger accreditata. Una conquista impagabile che mi ha permesso di raccontare il vino da una prospettiva privilegiata.

E quale occasione migliore della  58ª edizione (12 – 15 aprile),  capace di registrare numeri da record?

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: cosa fa tendenza 

Senza dubbio, destreggiarsi tra i padiglioni veronesi è stata un’opportunità straordinaria per cogliere le nuove direzioni del mercato vitivinicolo.  Tra masterclass, incontri ed eventi, non sono mancati ospiti d’eccezione: giornalisti, professionisti del settore e chef stellati, tra cui Carlo Cracco .

Grande attenzione è stata inoltre prestata ai temi della sostenibilità e ai linguaggi moderni del bere odierno  tradotti nelle seguenti novità:

  • “NoLo (No and Low Alcohol)”: i vini a basso o nullo contenuto alcolico continuano la loro ascesa, soprattutto tra i consumatori più giovani;
  • La mixology di Xcellent Spirits: una vetrina dedicata ai distillati artigianali e ai bitter d’autore, a conferma del dialogo sempre più stretto tra il vino e i liquori italiani e i cocktail d’avanguardia;
  • Il focus sull’enoturismo: uno spazio permanente per trasformare la visita in cantina in un’efficace leva di sviluppo territoriale. Non si vende più solo la bottiglia. Si offre l’esperienza, l’ospitalità del vigneron che si lega al suo paese d’origine, diventandone interprete e ambasciatore;
  • L’Intelligenza Artificiale di Bacco AI: tecnologia digitale al servizio dei produttori per ottimizzare l’export. Grazie agli algoritmi avanzati hanno, lo strumento ha favorito match commerciali immediati,  coinvolgendo oltre 1.000 top buyer internazionali e snellendo le lungaggini della burocrazia;
  • OperaWine:l’anteprima di Wine Spectator , inconfondibile celebrazione  dell’eccellenza dell’enologia italiana con una presentazione dei migliori vini per un  tasting  indimenticabile;
  •  Il Salotto dei Vini Rari: focus del fuorisalone Vinitaly and the City con esposizioni di vini dedicati a 32 vitigni autoctoni storici e poco diffusi.

 Il “caro” Verona

Tuttavia, per chi vive di terra e di calici, il Vinitaly  resta un rito collettivo che pretende il suo tributo. Si macinano chilometri a piedi, si suda e bisogna scegliere drasticamente  tra centinaia di stand. D’altra parte, questo blitz è stato una strategia inevitabile.

Diciamolo chiaramente!  Il sistema ricettivo veronese nel periodo del Vinitaly  penalizza chi il vino lo fa, lo promuove e ne fa cultura.  Perché assicurarsi una stanza in città per una sola notte è quasi un lusso insostenibile. I prezzi sono fuori controllo.

Una distorsione che non passa inosservata nemmeno agli addetti ai lavori, sempre più critici verso  una situazione che anno dopo anno continua a peggiorare.  Mi auguro che questa problematica, insieme a tante altre, venga affrontata con fermezza da Veronafiere (ente organizzatore dal 1978)  . Un intervento strategico imprescindibile per proiettare il Vinitaly  all’altezza della grandezza del comparto vitivinicolo italiano.

Una sana follia!

Così ho archiviato subito l’idea del pernottamento e anche quella di fiondarmi a Verona in auto  da Pisa. Non avevo voglia di aprire un mutuo o di sfidare l’etilometro sulla via del ritorno! Restava il treno, unica soluzione sensata. Una maratona calcolata al millimetro: dentro i cancelli all’apertura, fuori all’ultimo minuto e subito sul binario del ritorno, a casa prima di mezzanotte.

Faticoso? Sì. Impossibile? Assolutamente no. La distanza dalla Toscana  non è stata eccessiva e, prenotando in anticipo, si spendono complessivamente poco più di cento euro. Alla fine, ne è valsa decisamente la pena per un rapido giro nel variopinto circo del vino. Il risultato? Taccuini pieni di appunti e scarpe impolverate.

Non esiste vento favorevole per chi non sa dove andare!

Una trasferta condensata in poche ore imponeva una rotta precisa, era inevitabile . Per non lasciarsi travolgere dal caos del Vinitaly , che per la sua vastità, può facilmente disorientare anche i frequentatori più esperti della kermesse.

La mia bussola puntava dritta verso una passione recente ma viscerale: le bollicine. Un interesse maturato dopo un corso sullo Champagne organizzato dall’ AIS di Lucca. Lezioni interessantissime  tenute da Roberto Bellini, scrittore e ambasciatore  dell’oro francese in Italia.

L’obiettivo?  Un confronto reale tra stili, territori e interpretazioni diverse della spumantistica:

  • Da un lato la tradizione e la precisione delle maison francesi;
  • Dall’ altro la personalità sfaccettata del Metodo Classico italiano, capace di cambiare volto passando dalle montagne ai vulcani.

Nelle prossime righe di questo articolo descriverò le mie impressioni e altre sorprese. Una su tutte: le nuove declinazioni del Moscato in versione spumante. Sperimentazioni capaci di demolire il vecchio pregiudizio che lo confinava soltanto ai ricordi dell’Asti dolce. Ma non è tutto. Troverete anche:

  • I “vini del cuore”: una selezione di etichette – dall’Africa al Nord e Sud d’Italia – che mi hanno stregato per la loro unicità;
  • Consigli pratici: piccoli trucchi del mestiere per non affogare nel mare divino del Vinitaly!

Ecco in basso la mia mappa del gusto. Questa è la prova che persino una toccata e fuga al  Vinitaly 2026 può regalare un diario ricco di scoperte, emozioni e spunti di riflessione.

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: itinerario del vino

Da quelle serate lucchesi la domanda è rimasta lì, sospesa. È riaffiorata più volte, puntuale, davanti a ogni calice di Metodo Classico Italiano.  Allora, dopo anni di studio, di ispirazione e di crescita, l’Italia è ancora un allievo dello Champagne o ha finalmente rivendicato la propria singolarità? Al Vinitaly 2026 in meno di 24 ore, quel dubbio ha smesso di essere teoria. La soluzione non era scritta nei manuali, ma pulsava nei sorsi di vino e nei racconti dei vignaioli.

Così, la ricerca è diventata una traversata rapida e appassionante. Un filo di perle che ha agganciato la Francia alla Sicilia, attraversando l’intera penisola. Quello che era partito come un confronto diretto, passo dopo passo, ha cambiato pelle. Nessuna gara, nessun podio: solo due modi straordinariamente diversi di leggere la stessa, nobile origine.

Buona lettura!

Tappa 1: Francia, Pascal Walczak

Se non vai in Champagne, è la Champagne che viene da te: al Vinitaly 2026 ne ho respirato l’essenza più verace. La mia avventura è iniziata con gli Champagne di  Pascal Walczak. Lo avevo contattato nelle settimane precedenti. Volevo conoscere una piccola azienda familiare, lontana dai riflettori delle blasonate Maison. Il mio goal era dialogare dal vivo con lui per sapere qualcosa in più del suo regno nell’epicentro della Champagne meridionale .  Non smetterò mai di ringraziarlo per la sua disponibilità e accoglienza.

Vignaiolo  per vocazione!

La Maison Pascal Walczak ha sede  a Les Riceys, storico comune della Côte des Bar.  Fondata nel 1973 , oggi è gestita dai figli Sébastien e Aurélien. La famiglia interpreta con orgoglio lo status di Récoltant-Manipulant (RM) . Come? Coltivando i vigneti con pratiche sostenibili e rispettose dell’ambiente senza ricorrere a trattamenti chimici invasivi.

Pratica una viticoltura sostenibile, priva di trattamenti chimici invasivi. La cantina storica, dotata di pressa di proprietà per tutelare il mosto fiore, accoglie persino i viaggiatori in camper, segno di una filosofia essenziale e senza filtri. La tenuta si estende su 10 ettari interamente a Les Riceys: 8 ettari di Pinot Nero e 2 di Chardonnay. Il segreto della loro finezza si nasconde sotto i suoi filari: marne e calcari del kimmeridgiano, lo stesso suolo preistorico ricco di fossili che caratterizza Chablis. Sono questi fattori pedoclimatici a conferire ai vini una profonda mineralità salina e una vibrante sfumatura fumé.

L’eccezionalità dell’AOC Rosé des Riceys

Les Riceys è l’unico comune della Champagne a vantare ben tre denominazioni d’origine: Champagne, Coteaux Champenois e Rosé des Riceys. La vera perla rara è l‘ AOC Rosé des Riceys, istituita nel 1947;

Gli Champagne di Pascal Walczak al Vinitaly 2026
Poche bottiglie per pochi estimatori

La produzione complessiva della Maison Walczak  è davvero limitata: appena 18.000 bottiglie all’anno, vinificate interamente a Les Riceys . La maggior parte dei lotti rimane sul mercato francese.  Una quota selezionata tocca invece mercati altamente specializzati: Italia, Belgio, Lussemburgo, Germania e Giappone.

Sono questi i paesi in cui le cuvée trovano estimatori tra collezionisti, appassionati ed enoteche di riferimento. Il valore di questa realtà è suggellato dal prestigioso Prix d’Excellence al Concours Général Agricole di Parigi e dalla Grande Médaille d’Or al Concours Mondial de Bruxelles . Nella Champagne, Pascal Walzack si distingue per la discrezione con cui tesse la propria identità territoriale. Un patrimonio fatto di numeri contenuti, e vini che trasmettono l’anima più genuina di Les Riceys.

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Tappa 2: Italia, Maison Vevey Albert, il Prié Blanc ai piedi del Monte Bianco

Lasciandoci alle spalle i maestosi paesaggi alpini della Valle d’Aosta . Arriviamo tra Morgex e La Salle, nel bel mezzo della Valdigne. Non sono mai stata in questo piccolo angolo all’estremo nord-ovest d’Italia. Prima o poi, vorrei rimediare, intanto  ci ha pensato il vino a farmi viaggiare. Mi ha fatto immaginare il carattere di un posto speciale dove la montagna non fa soltanto da sfondo, ma accompagna ogni aspetto della vita quotidiana.

In questo scenario opera la  Maison Vevey Albert, simbolo della viticoltura locale. Alle sue spalle si staglia il Monte Bianco, una presenza costante che definisce il paesaggio. Qui il rapporto tra uomo e vette non è mai stato facile.  Pendenze, clima rigido, e una breve stagione vegetativa impongono ritmi precisi. Accudire la vite significa adattarsi continuamente a un ambiente che detta le proprie regole. Da generazioni i viticoltori della Valdigne custodiscono questo tenue equilibrio. Un lavoro fatto di pazienza, osservazione e rispetto per una natura generosa ma severa.

La visione di Albert Vevey

L’azienda nasce nel 1968 grazie all’intuizione di Albert Vevey, figura fondamentale per l’enologia valdostana. In un’epoca in cui la viticoltura di montagna rischiava l’abbandono, Albert  intuì il valore di un patrimonio agricolo immenso. Si dedicò così a preservare il   Prié Blanc,  vitigno re di questi anfratti sperduti e difficili da vivere.

Possiamo definirlo il pioniere assoluto della Valdigne nonché  Presidente dell’Association des Viticulteurs de Morgex.  Albert lottò per garantire questa biodiversità e dare un futuro alla viticoltura di montagna. Nel 1986 avviò la commercializzazione con la propria etichetta, valorizzando   uno dei vini più identitari della Valle d’Aosta. Dal 1990 l’eredità è passata ai figli Mario e Mirko, che guidano l’azienda nel segno della continuità.

Viticoltura eroica

La storia della famiglia Vevey si intreccia inevitabilmente con quella del   Blanc de Morgex et de La Salle, una delle denominazioni più originali dell’intero arco alpino. Questa si è delineata come sottozona della più ampia DOC Valle d’Aosta (1971). Si tratta di un’area straordinaria all’interno del patrimonio enoico valdostano.  La roccia gigante ripara le vigne dalle correnti settentrionali più fredde e consente di essere di essere circondata da un microclima alpino irripetibile. Il disciplinare qui è molto rigoroso: è consentita esclusivamente la coltivazione del Prié Blanc in purezza.

Altitudine uguale a qualità? In questo contesto sì. Questa scelta rende la denominazione una rarità  nel panorama vitivinicolo italiano. Questo perché è interamente votata a un solo vitigno a bacca bianca, che cresce a un’altitudine compresa tra i 1.000 e i 1.200 metri sul livello del mare.  Siamo in uno dei comprensori viticoli più alti d’Europa, dove la vite è chiamata a confrontarsi ogni anno con condizioni climatiche particolarmente severe.

Il sistema di allevamento utilizzato per il Prié Blanc  è quello della pergola bassa. Le viti vengono mantenute vicine al terreno, così da beneficiare del calore che il suolo accumula di giorno e rilascia nelle ore più fredde. Questa tecnica protegge dai venti e favorisce una maturazione regolare delle uve.

Terroir del Prié Blanc

Il territorio si contraddistingue per suoli di origine morenica,  ricchi di sabbie e scheletro, modellati  dai ghiacciai che nei secoli hanno plasmato la valle. Questa composizione geologica conferisce ai vini una marcata sapidità, una vibrante freschezza e una raffinata impronta minerale.

La gestione delle vigne viene praticata nel pieno rispetto dell’ambiente e delle tradizioni locali.  Ogni operazione è resa più complessa dalle forti pendenze e dall’altitudine. Il filo conduttore aziendale ha come protagonista esclusivo il Prié Blanc. Questa è una varietà capace di generare vini fini e longevi, lontani dall’idea di un semplice bianco alpino da pasto.

Con una tiratura limitata di appena 7.000 bottiglie all’anno, la cantina nobilita il Prié Blanc con uno stile essenziale e rigoroso. I loro sono vini che uniscono freschezza alpina,  profondità minerale e una sorprendente capacità evolutiva:

Tappa 3 : Cantina Marcalberto,  l’arte del Metodo Classico nella Langa astigiana

Al Vinitaly 2026 avevo più che un sogno un’ossessione intervistare una cantina piemontese integralista. Per capirci, di quelle che fanno solo Metodo Classico e non scendono a patti con nient’altro. Mi sono messa a caccia, ho seguito le dritte giuste e alla fine mi sono imbattuta nella  Cantina Marcalberto.

La loro non è una storia, è una mezza saga familiare che ti cattura subito per la coerenza – roba che sembrava scritta nel destino fin dalla prima bottiglia.  Speravo di poter stringere loro la mano e scambiare due parole personalmente. E invece è stato proprio così. Ma la sorpresa più bella è stata il dopo. Zero formalismi, zero schede tecniche recitate a memoria: solo un dialogo carico di informazioni e aneddoti avvincenti sul loro trascorso.

Santo Stefano Belbo: non solo Cesare Pavese!

La  Cantina Marcalberto germoglia negli anni Novanta a Santo Stefano Belbo grazie a  Piero Cane, veterano dello spumante italiano. Il nome? Un omaggio ai due figli: Marco e Alberto. Al presente i fratelli dirigono l’azienda e la seguono in ogni fase.

Si è avviata nel 1993, ma è dal 1996 che l’attività ingrana la marcia giusta, imponendosi tra i marchi più stimati della spumantistica piemontese. La proprietà si snoda tra i comuni di Santo Stefano Belbo, Calosso e Cossano Belbo. La natura collinare di questo comprensorio favorisce una spumantistica di primo piano.

I vigneti, coltivati unicamente a Pinot Nero e Chardonnay, si srotolano su circa 15 ettari e sono collocati tra i 300 e i 550 metri di altitudine. Qui le forti escursioni termiche sono la vera magia: salvaguardano un’acidità elettrica che si fonde in un bilanciamento magistrale.

Una cantina storica tra tufo, pietra e lunghi affinamenti

Tufo, pietra e attese infinite: benvenuti nel ventre della Cantina Marcalberto. Il suo spirito si afferra appieno solo scendendo nei sotterranei di un edificio di fine Ottocento.  Una vera cattedrale di sassi ricavata in gallerie sotterranee, dove ci sono migliaia di bottiglie che sonnecchiano nel buio. Fanno affinamenti chilometrici sui lieviti. Dormono fino a che è necessario tirare fuori una complessità e una profondità aromatica senza paragoni.

Fuori comanda la terra: i terreni marnoso-calcarei iniettano nelle loro coppe raffinatezza, tensione pazzesca e una firma territoriale incancellabile. In cantina, poi, il legno si usa con il bilancino: di tutte le taglie, dalle barrique alle botti più capienti – per la fermentazione e per fare riposare i vini base. Non ci si fa il profumo, come oltreoceano, speziando il mosto con bastoncini di rovere! Esso serve a dare armonia senza mai coprire il DNA del vitigno. Un’ impronta enologica che è il vero marchio di fabbrica della Cantina Marcalberto.

Le etichette che raccontano la firma Marcalberto

Il catalogo aziendale propone un menù di vini che contempla il Metodo Classico attraverso diverse sfumature stilistiche, sempre all’insegna della precisione e vocazione territoriale:

Con un volume produttivo che supera le 100.000 bottiglie annue, la Cantina Marcalberto si incentrata sulla valorizzazione di Pinot Nero e Chardonnay, affermandosi come  una delle imprese vitivinicole più emergenti dell’Alta Langa e del panorama italiano del Metodo Classico.

Tappa 4: Cantina Mongioia,  la golden age del Moscato Bianco

Si dice che l’imprevisto spesso gioca brutti scherzi, ma nel mio caso, ti apre gli occhi! Finita la mia discussione con Marco Cane, enologo della Cantina Marcalberto gli avevo accennato quale sarebbe stato il taglio del mio articolo. Aveva capito che ero in cerca di novità.

Per cui mi presentò Riccardo Bianco agronomo e titolare della Cantina Mongioia: era l’uomo che stava rivoluzionando il Moscato Bianco. Un vitigno autoctono della sua  cittadina natale di Santo Stefano Belbo. Esattamente qui nella culla della DOC Canelli, Riccardo e la sua famiglia nel 1998 avviarono la loro cantina. La loro missione era chiara e ambiziosa: dimostrare che il Moscato Bianco non significa solo spumante dolce! E ci sono riusciti.

Dopo tanta fatica e dedizione il Moscato Bianco ha cambiato pelle e si è rivelato un vitigno versatile e in grado di resistere alle lancette dell’orologio. I vigneti sono trattati attraverso pratiche agronomiche attente e rese contenute, elaborate anche mediante accurati diradamenti in vigna. Da questa continua sperimentazione sono venuti fuori vini incredibilmente rari che sfidano i luoghi comuni associati al Moscato Bianco.

Moscatà e Astralis

È il caso di Meramente: un Metodo Classico Extra Brut che si posa 60 mesi sui lieviti. Le sue bollicine sono estremamente tese. Ancora più originale è Moscatà: un brevetto dell’azienda che prevede la fermentazione e l’affinamento del Moscato Bianco in anfora per circa un anno. Questo processo attenua la percezione della dolcezza e mette in risalto note di frutta tropicale, spezie e sfumature di macchia mediterranea, dotandolo di considerevole versatilità negli abbinamenti gastronomici.

Al vertice della produzione si colloca invece Astralis : l’annata 2019 raggiunge 5 gradi alcolici, possiede una forte intensità aromatica e un potenziale di evoluzione stimato fino a trent’anni. Si configura come un’ ambiziosa concezione del Moscato Bianco che non teme il paragone  con alcuni dei più famosi  vini dolci da invecchiamento in ambito internazionale.

Vinitaly 2026 Leoni a Frescobaldi wine travel blog weloveitalyeu

Tappa 5: Toscana,  Frescobaldi , una garanzia in fatto di vino

Al Vinitaly 2026 non poteva mancare il gruppo Frescobaldi, ambasciatore del vino toscano in Italia e oltre confine.  Essere al loro rinfresco è stato per me un privilegio enorme che non dimenticherò mai. Tra i progetti che più mi hanno colpito c’è Leonia: uno spumante Metodo Classico battezzato in onore a Leonia degli Albizi Frescobaldi.

Questi era una nobildonna illuminata: alla fine dell’Ottocento fiutò il potenziale di queste colline introducendo varietà internazionali come Chardonnay e Pinot Nero. Qui le forti escursioni termiche sono l’ingrediente segreto: preservano un’acidità vibrante. Oltretutto il prolungato affinamento dona al Leonia Pomino Brut note di agrumi e pan brioche. Leonia dimostra che la Toscana sa fare bollicine invidiabili, non solo rossi strutturati.

Vinitaly 2026 Cantine Olivella Martusciello Campania wine travel blog weloveitalyeu

Tappa 6 : Campania in bolla,  cantine Olivella e Martuscilello

Ogni mio ritorno a Napoli è un piccolo rito di riconciliazione con sapori che ormai considero familiari. Tra questi c’è il Kata della Cantina Olivella,  un bianco secco e fermo, quasi balsamico, derivato al 100% da Catalanesca. Lo rammento servito una a cena in un localino di via dei Tribunali in abbinamento a una frittura di pesce.

Mi è rimasto impresso per la sua leggerezza e retrogusto prolungato al punto da documentarmi su quest’uva tipica del Monte Somma, che cinge il Vesuvio a nord est. Alcuni studiosi sostengono che sia  stata trapiantata dalla Spagna  in questi luoghi per volere di Alfonso I d’Aragona . Il monarca confidava nella fertilità dei suoli vulcanici, gli stessi che poi  salvarono queste zone dalla Fillossera!

Le famiglie Cozzolino e Giordano

Via via mi sono cimentate in altre varianti di questo grappolo vesuviano.  Però solo quello della Cantina Olivella è stato il solo a trasmettermi un’emozione tale volerla conoscere meglio.  E il Vinitaly 2026 mi ha accontentata! Era come se mi aspettasse all’edificio B della Campania , che ha inaugurato una nuova stagione spumantistica.

Questo grazie a winemaker coraggiosi e decisi che hanno scommesso sulla lavorazione di vitigni locali. Tra questi appunto figura la  Cantina Olivella che ha il suo quartier generale è a Sant’Anastasia, all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio.

Le famiglie Cozzolino e Giordano sono dei veterani della vitivinicoltura vesuviana e tramandano di generazione in generazione l’ardore per questo mestiere. Qui, nel rispetto per l’ambiente, hanno investito sulle varietà autoctone come la Catalanesca. Un’uva che insieme a Caprettone e Piedirosso contribuisce alla nascita della star della cantina : Hebon Metodo Classico Extra Brut 2021. Un Metodo Classico che   esplode  bocca con brio e gentilezza.

Campi Flegrei: Salvatore Martusciello

Una sera , su una terrazza con vista sulle cupole delle chiese del centro storico di Napoli Roberta di Porzio e Salvo di Vaia hanno stappato una bottiglia di Aprinio. Un brindisi al mio soggiorno nel loro InCentro B&B  via Toledo 156, nel boulevard  della capitale partenopea, che ho scoperto attraverso la loro ospitalità. Da quella volta ho sempre voluto riprovare quelle bolle pungenti al punto giusto e che sapevano di gelsomino. Il Vinitaly 2026 mi ha accontentato, permettendomi di incontrare una cantina di nicchia: quella di  Salvatore Martusciello.

A Pozzuoli insieme alla moglie Gilda l’enologo campano crea sia rossi da Piedirosso e bianchi da Falanghina, pietre migliari della viticoltura indigena. Tuttavia, il pezzo forte della sua collezione enoica è uno spumante di sottile impeto aromatico:  il Trentapioli , spumante da uve di  Asprinio d’Aversa DOC . Il suo nome richiama la tradizionale scala di circa 30 pioli utilizzata dai vignaioli per arrampicarsi sulle alberate durante la vendemmia. Un omaggio a questa antica tecnica , simbolo dell’Agro Aversano.

Cantina Olivella e Salvatore Martusciello incarnano due versioni  distinte ma complementari della viticoltura campana. Insieme testimoniano il costante processo di  affermazione del comparto del Metodo Classico d’autore.  Entrambe le cantine dimostrano come il Sud Italia possa  oggi competere ai più alti livelli, grazie a un’attività vitivinicola che coniuga territorialità, innovazione e accuratezza enologica.

Vinitaly in meno di 24 ore Cantina Fina Sicilia wine travel blog

Tappa 7 : Sicilia, la Cantina Fina stupisce ancora

Inutile sottolineare l’importanza della Sicilia, la mia amata isola natale, come un pilastro imprescindibile dell’enologia italiana. Dal 2005, la costa occidentale della Trinacria , quella sospesa tra Marsala e lo Stagnone, sta facendo rumore con le stravaganti alchimie della Cantina Fina.

In vacanza a Lipari mi aveva sedotto inaspettatamente il loro Kikè , incredibile combinazione di Traminer e Sauvignon Blanc. Questi sono due vitigni internazionali che in Sicilia  si arricchiscono di un carisma tutto particolare  illuminati come sono dal sole  mediterraneo.

da un sole generoso.  Bruno Fina , discepolo dell’illustre Giacome Tachis (padre del Rinascimento del vino italiano), persevera da più di venti anni a riqualificare i vitigni autoctoni siciliani –Grillo, Zibibbo, Catarratto, Nero d’Avola e Perricone-senza mai dimenticarsi di osare.

Oggi l’azienda è affiancata dai figli Federica e Sergio: un cambio generazionale che assicura la continuità di un sogno di famiglia: fare vino come nessuno mai lo aveva fatto in patria. La strada è quella corretta! I vigneti aziendali si sviluppano nella provincia di Trapani, in un territorio baciato  dalle brezze marine provenienti dal Mediterraneo. I suoli, prevalentemente calcarei e argillosi, contribuiscono a conferire ai vini equilibrio, sapidità e intensità aromatica.  Mentre il clima caldo e ventilato permette di preservare acidità e integrità delle uve anche nelle annate più soleggiate.

Metodo Classico Extra Brut Terre Siciliane

Accanto ai vini fermi, la Cantina Fina si è distinta per il suo Metodo Classico Extra Brut Terre Siciliane , fatto con 70% di Chardonnay e 30% di Pinot Nero. Grazie all’influenza del mare e alle escursioni termiche delle zone collinari, il vino bilancia maturità aromatica, tensione gustativa e una sorprendente leggiadria. Perline di CO2 che stimolano i sensi, si colgono tutte le nuance aromatiche del lime, dell’ananas, e di burro.

Forte di una consolidata affermazione sui principali mercati internazionali e di un ampio consenso riscosso presso la critica enologica italiana e internazionale, la Cantina Fina si conferma come una delle principali risorse regionali nell’universo delle più apprezzate bollicine italiane.

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Vini fuori programma al  Vinitaly 2026

Tra Champagne e appuntamenti in agenda alcune deviazioni improvvise di questo Vinitaly i meno di 24 ore hanno finito per essere la parte più interessante di questo mio fulmineo pellegrinaggio enoico. Tappe inattese che mi hanno aperto nuovi orizzonti sensoriali. Mi hanno direttamente condotto alle trame gustative esotiche del Pinotage e dello Chenin Blanc . Un rosso e un bianco del Sudafrica magistralmente rappresentati dalla cantina Cape Dreams.

A pranzo mentre divoravo un succulento crostone con fegatini di pollo ho testato varie tipologie di Chianti Classico brillantemente descritte dalla giornalista Adua Villa . Dopo la partecipazione al suo seminario ho avuto più chiaro il quadro della Toscana da bere.

In memoria di Andrea Franchetti

Rotolando verso il meridione la Sicilia mi ha nuovamente sbalordito dai vini sinuosi della Cantina Hauner a Salina (isole Eolie) fino alla forza vulcanica dei nettari della Cantina Passopisciaro  sull’Etna. Quest’ultimo è stato un progetto venuto fuori dal genio  di Andrea Franchetti, un precursore di una nuova lettura dei territori vitivinicoli italiani.

Artefice della   Tenuta di Trinoro (Siena) , Franchetti mise piede sull’Etna nei primi anni Duemila recuperando vecchi vigneti sul versante nord del vulcano. Con lui si è palesata la golden age dei vini della muntagna che è stata divisa in contrade, ognuna con caratteristiche proprie di suolo, altitudine ed esposizione. Andrea Franchetti  ha anticipato una nuova maniera di lavorare il Nerello Mascalese e il vino vulcanico italiano.

Sono state parentesi impreviste ma decisive, che hanno dimostrato che anche fuori da una scaletta il vino riesce ad aprire galassie tutte da scandagliare. Un assaggio inatteso può aprire una porta verso nuove direzioni del gustoVinitaly in meno di 24 ore conclusioni wine travel blog

Conclusioni. Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

Alla fine del Vinitaly 2026 inutile allora porsi il quesito: meglio Champagne o Metodo Classico Italiano? Abbandoniamo ogni tipo di rigidità, quella che spesso si fa accademica e allontana appassionati e intenditori di vino. Non è un derby!  Lo Champagne rimane un riferimento solido, costruito su coerenza, marketing spietato e secoli di storia. Il Metodo Classico Italiano invece ha imboccato una strada diversa, più frammentata, anarchica, e proprio per questo più ricca.

Durante il Vinitaly 2026  emerge chiaramente che non si tratta di stabilire un vincitore da podio. L’ intento è riconoscere due entità nate da una stessa origine, ma sviluppatesi in direzioni differenti. Forse è proprio questo il senso del viaggio: non rivendicare una verità assoluta.

Consigli per il tuo prossimo Vinitaly

Se decidete di farvi tentare dal Vinitaly  il prossimo anno, ecco 5 suggerimenti fondamentali per sopravvivere alla bolgia veronese:

  1. Prenotate i biglietti e l’alloggio con largo anticipo tramite i canali online ufficiali;
  2. Scaricate l’app Vinitaly :  consente di consultare tutti gli espositori suddivisi per Paese, regione e tipologia di vino, oltre a includere una piantina dettagliata delle aree tematiche;
  3. Portate con voi molti biglietti da visita: il Vinitaly è un’ottima occasione per fare networking e creare nuovi contatti professionali.
  4. Indossa scarpe comode e indossate abiti casual: non state andando a un matrimonio, si cammina parecchio per cui prediligete la praticità senza rinunciare a essere chic;
  5. Cibo portato da casa: ci sono diversi punti di ristoro all’interno dell’evento, ma un panino e una bottiglia d’acqua vi salveranno da lunghe e costi aggiuntivi.

Alla fine, il Vinitaly   non è un freddo hub d’affari per burocrati o una sfilata di etichette da esibire sui social. È, prima di tutto, un ritrovo viscerale dell’Italia sincera e contadina: uno spazio fatto del sudore di chi lavora la terra, di volti stravolti dalla fatica dietro ai banchi e di discussioni accese, senza peli sulla lingua, che solo un flute condiviso sa scatenare.

Lasciamo a chi lo vuol fare la presunzione dei punteggi centesimali e le sentenze preconfezionate. Il vero valore del Vinitaly sta nel lusso del dubbio, in quel sano istinto che ci fa rifiutare le tendenze moderne per ritornare ai vecchi saperi. I dogmi definitivi non servono: contano gli interrogativi che ci portiamo a casa, da stappare a tavola davanti a una cucina di territorio. Il vino che amiamo non si fa ingabbiare dai laboratori né serve a dividere le geografie. Deve unire, profumare di sudore contadino e, molto tranquillamente, farsi bere fino in fondo.

Il VII arrondissement di Parigi

Il VII arrondissement di Parigi

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“Trois allumettes une à une allumées dans la nuit
La première pour voir ton visage tout entier
La seconde pour voir tes yeux
La dernière pour voir ta bouche
Et l’obscurité tout entière pour me rappeler tout cela
En te serrant dans mes bras”

J. Prévert

Il  VII arrondissement di Parigi : da dove partire alla scoperta di una delle città più belle del mondo

Senza dubbio il VII arrondissement di Parigi è stato un ottimo punto di partenza per scoprire  la  capitale della Francia  . Questo è il settimo distretto della Ville Lumière in cui ho alloggiato (booking.com) . Ho impiegato meno di 30 minuti  per raggiungere il mio hotel con la metropolitana dall’  Aeroporto di Parigi Orly (ORY). Non è stata un’ opzione affatto  economica,  ma  di sicuro strategica: la posizione è centrale e  perfetta  per muoversi ovunque, sia a piedi che con i mezzi.

L’atmosfera nel VII arrondissement di Parigi è elegante, a tratti quasi surreale, vivace di giorno e sorprendentemente esuberante la sera. Che dire! Durante i quattro giorni di  Pasqua, dai misteri del Louvre fino ai tesori  di Montmartre, Parigi mi ha letteralmente stregato. Camminare tra i suoi viali infiniti e i cortili più nascosti è stato come assistere a uno spettacolo in prima fila.  Ogni angolo riservava una magia inattesa e un dettaglio da incorniciare.

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Bacco colpisce ancora!

Tuttavia, la mia passione per la Francia era nata ancora prima di partire: galeotto fu un calice di Pouilly-FuméSauvignon blanc in purezza della Loira. Un bianco minerale e morbido,  che mi aveva conquistata durante gli studi da sommelier all’AIS di Lucca. Quel sorso racchiudeva una promessa: calpestare, un giorno, la sua terra d’origine. E alla fine, è stato proprio quel desiderio a portarmi fin lì (se volete saperne di più del  vino francese cliccate qui).

Come spesso accade , il caso ha giocato la sua parte! Ho avuto la fortuna di essere ospitata da Debby, una mia carissima amica e  allora maître in un ristorante del VII arrondissement di Parigi. Mi ha guidato alla conoscenza di una città inimitabile,  fatta di sfumature impercettibili agli occhi distratti. E per questo le sarò sempre grata.

Cosa aggiungere?  Parigi, non si spiega, si vive . Ti avvolge, rallenta il tempo ed entra sotto pelle senza chiedere permesso. Ci arrivi da turista e riparti con qualcosa in più, a cui non sai dare un’etichetta. Nei consigli di viaggio in basso proverò a descrivervela, consapevole che la sua anima  più vera sfugge alle parole: Parigi va respirata fino in fondo.

Buona lettura!

Parigi: dov’è, mappa urbana e origini

Ecco cosa è Parigi : un sogno  ad occhi aperti da cui non ci si vorrebbe più svegliare. La città degli innamorati, della moda! Chiamatela come volete, c’è sempre un buon motivo per tornare! Si trova nel bel mezzo della Francia settentrionale, ed è divisa dalla Senna in due anime:

Sapevate che Parigi Copre circa 105 km² e conta oltre 2,1 milioni ( 12 milioni nell’area metropolitana ) rendendola il centro più popoloso e vivace del Paese. La sua posizione centrale e la presenza della Senna hanno da sempre favorito il commercio, gli scambi culturali e lo sviluppo urbano. Per questa ragione nel corso dei secoli  Parigi si è consolidata come un nodo chiave  non solo della Francia, ma dell’intera Europa.

Gli arrondissement di Parigi

La particolarità di Parigi è che è suddivisa in 20 arrondissement, ovvero quartieri che a partire dalla Senna si aprono fino a formare una spirale (come una chiocciola) :

  • 1-9:  sono quelli prettamente storici e turistici;
  • 10-20: sono più residenziali e popolari. Questa struttura permette di orientarsi facilmente e di esplorare la città passo dopo passo.

La storia di Parigi e le trasformazioni di Haussmann

Fondata dai Parisii sull’ Île de la Cité, Parigi,  crebbe sotto l’Impero Romano, diventando un emporio  commerciale e politico di rilievo. Nel Medioevo, tra guerre e carestie, fu il riferimento del regno di Francia. Università e cattedrali ne segnarono l’identità, tra cultura e spiritualità.

Nei secoli XVII e XVIII, Parigi,  diventò un laboratorio di idee. Filosofi, scienziati e artisti discutevano  su riforme, diritti, promuovendo un fermento culturale che conquistò  tutta l’Europa. Poi, nel 1789, la Rivoluzione francese consacrò la città come simbolo di libertà, uguaglianza e fraternità.

In seguito nel  XIX secolo, il Barone Haussmann ridisegnò Parigi. Boulevard larghi, piazze scenografiche, parchi pubblici e un moderno sistema fognario trasformarono i sobborghi congestionati. Diventò più luminosa, ariosa e vivibile, ci si poteva passeggiare,  o gustare un caffè. Parigi emerse come modello di urbanistica moderna e icona di raffinatezza e charme europeo.

Oggi visitare Parigi, significa percepire l’eredità di quei secoli e comprendere come la città abbia saputo intrecciare passato, civiltà e modernità, affermandosi non solo come metropoli della Francia, ma come uno dei poli più influenti  del globo .

Parigi: tu me fais tourner la tête!

Senz’altro un finesettimana Parigi non basta  per girarla tutta ,  ma è  sufficiente per afferrarne il suo spirito aristocratico e  vagabondo. Il mio itinerario si è sviluppato così, quasi senza volerlo, seguendo una geografia emotiva prima ancora che urbana: ogni arrondissement come una variazione sul tema, ogni via come un invito a deviare.

Ho cominciato dall’epicentro monumentale : il  Museo del Louvre e la Senna. Entrambi sono l’essenza di Parigi.  Il primo custodisce la sua memoria artistica e culturale, mentre la seconda è una vena vitale d’acqua che attraversa la città ,  riflettendone luci, storia e movimento. Inoltre è l’asse principale che conduce verso gli Champs-Élysées : il viale degli amanti  e dello shopping più sfrenato. Qui  Parigi è riconoscibile al massimo, si fa  quasi teatrale. Poco dopo, come una promessa mantenuta, appare la Torre Eiffel, che al tramonto sembra alleggerirsi, ed  essere quasi evanescente.

E non è finita!

Poi, cambiando rotta, Parigi si fa più intima. Sull’ Île de la Cité , suo nucleo originario, la Cattedrale di Notre-Dame  resta un pilastro indiscusso.  Anche nel suo stato ferito e in trasformazione. Attorno, le viuzze si stringono, i particolare contano di più: portoni, insegne, librerie. È qui che  Parigi smette di impressionare e inizia a raccontare.

Nel frattempo, emergono quei luoghi sospesi che sono i caffè storici di Parigi.  Questi non semplici soste, ma piccoli rituali. Sedersi, osservare e non ascoltare più il rumore delle lancette dell’orologio. In questi spazi si percepisce un’altra Parigi:  più calma, più riflessiva, fatta di conversazioni e silenzi condivisi.

Parigi: una tela di emozioni

La riva sinistra della Senna cambia subito il flusso di Parigi. Al Musée d’Orsay i grandi maestri dell’arte sembrano dialogare con gli spettatori tra le sale. Le sponde del torrentone parigino sono puntellate da battelli  che  aspettano i viaggiatori a bordo per cullarli  sotto un cielo trapunto di stelle.

Poi c’è Montmartre che dall’alto domina Parigi ,  modellata com’è da stradine tortuose che in salita e in discesa la dipingono con pennellate di colore irregolari. Le sue piazzette , le sue mansarde e i suoi portoni consumati conservano ancora l’eco delle follie di  Lautrec , Degas,  Manet ,  Picasso e  Dalì. Qui non è più la Parigi smorfiosa e distante quella delle grandi prospettive, ma quella irregolare e segreta.

Il mio weekend  nel VII arrondissement di Parigi non è stato un elenco di tappe, ma un percorso che è andato dal grandioso al nascosto, dal familiare al personale. Parigi è sembrata immutabile — eppure si è  rinnovata continuamente, scorcio dopo scorcio.

Parigi in 3 giorni wine travel blog weloveitalyeu

I primi tre giorni a Parigi

Dunque la prima giornata sono entrata  al  Louvre di buon’ora (10:00) .   Ho avuto  quella sensazione di infilarmi  in qualcosa d’ irreale : come  i suoi saloni immensi . Senza fretta  mi sono fermata dove mi ammaliava  davvero qualcosa:  la calma delle statue greche, la forza silenziosa della Nike di Samotracia. Oppure  lo sguardo della Monna Lisa che sembrava cambiare mentre ti sposti. Al contrario l’Egitto ti porta lontano oltre confine.  

La sera,  Parigi ha mostrato un volto diverso. Gli Champs-Élysées scorrevano senza interruzioni, con un andamento regolare e armonioso. Le persone procedevano o con calma tra vetrine, edifici e altri passanti. All’estremità, l’Arco di Trionfo si distingueva come elemento costante e facilmente riconoscibile. Un omaggio alla vittoria nella battaglia di Austerlitz  di Napoleone (XIX sec.) ubicato al centro di Place Charles de Gaulle.  Non è  stata solo una camminata: mi ha permesso di cogliere la città da vicino.

Un caffè a Parigi è diverso!

A Parigi ci si accorge  subito che i suoi caffè storici non sono semplici fermate occasionali: sono l’identità stessa della  città. Al Café de Flore, tra tavolini ravvicinati e illuminazione soffusa, sembrava che gli anni si fossero accumulati uno sull’altro. Ogni momento era  quello giusto per  i clienti  per bere bollicine , scrivere o semplicemente parlare. Non c’era nulla di artificiale, solo la continuità naturale di un’abitudine parigina.

Il Musée d’Orsay, è situato sul bordo sinistro  della Senna e ha sede in una struttura particolare. Questa era un’ ex stazione ferroviaria realizzata per l’Esposizione universale. Già dall’esterno impressionava per la sua forma armoniosa, mentre all’interno manteneva  il carattere dell’architettura originaria. Attualmente è uno dei musei più rilevanti di Parigi, dedicato soprattutto all’arte del XIX secolo.

Museo louvre parigi wine travel blog weloveitalyeu

Museo del Louvre

Il Museo del Louvre (info orari e prezzi) risale  al XII secolo, quando re Filippo II lo fece erigere  come fortezza difensiva . Nei secoli successivi  ebbe la funzione di  residenza reale . Dopo la Rivoluzione Francese (1793)  venne aperto al pubblico come museo nazionale. La sua storia riflette quindi il passaggio da simbolo del potere monarchico a luogo di cultura accessibile a tutti.

Sicuramente il Louvre è uno dei musei più importanti del globo.  Annualmente attira milioni di visitatori ed è diviso in tre ali tematiche e geografiche:

Il Louvre in meno di 24 ore

Ispezionare  il Louvre meno di 24 ore è possibile, ma serve organizzazione. Vi consiglio di farlo  la mattina presto , e restare fino alla chiusura ( intorno alle  18.00 circa).   Anzitutto,  ricordate che ci sono tre ingressi:

  1. Piramide di vetro : ideata dall’architetto leoh Ming Pei nel 1989. È il migliore perché , anche se super affollato, collega tutti gli accessi del museo;
  2. Carrousel du Louvre: vicino al magnifico Giardino delle Tuileries, che da solo merita un salto ( fu fatto da Caterina de’ Medicicome giardino del Palazzo delle Tuileries nel 1564);
  3. Passaggi laterali in Rue de Rivoli: sono entrate secondarie, spesso riservate o con accesso limitato.
Alcuni consigli indispensabili
La mia selezione d’arte al Louvre !

Inizia pure  dall’ Ala Denon con la Monna Lisa (1503–1506) di Leonardo da Vinci: famosa per il sorriso enigmatico e la tecnica dello sfumato. Raffigura probabilmente Lisa Gherardini, moglie di un commerciante fiorentino.  È un masterpiece  del Rinascimento per realismo e innovazione nel linguaggio artistico.

Prosegui con le sculture greche e italiane: come la Nike di Samotracia (circa 190 a.C.):  esprime movimento e potenza. Dopo passa   alla Venere di Milo (130–100 a.C.) : rappresenta la bellezza ideale. Non perdere neppure Amore e Psiche di Canova (1787–1793): si ammira il bacio  tra i due amanti ( dal mito di Apuleio) ,  simbolo della delicatezza artistica del Neoclassicismo.

Nell’Ala Sully (sale del Nilo) : trovi le Antichità egizie (3000 a.C.–IV secolo d.C.).  Come sarcofagi, statue e papiri. Da vedere soprattutto è la Grande Sfinge di Tanis (circa 2600 a.C.), simbolo del potere faraonico. Nell’Ala Richelieu : sono esposte le collezioni del Vicino Oriente antico (3000 a.C.–VI secolo a.C.). Vi rimarrà  impresso il Codice di Hammurabi (circa 1754 a.C.), una delle prime leggi scritte della storia.              

                  Champs Elysees éarigi wine travel blog weloveitalyeu                                                      

Champs-Élysées 

Che classe gli Champs-Élysées !  Da questo mitico boulevard , posto tra Place de la Concorde e l’Arco di Trionfo , non aspettarti solo fascino da cartolina. Nasce  nel Seicento da un gesto visionario di André Le Nôtre, l’artefice  dei giardini della Reggia di Versailles. L’idea fu  quella di prolungare l’asse dei Giardini delle Tuileries verso l’orizzonte, convertendo un terreno paludoso in una prospettiva monumentale. Non solo urbanistica: era teatro puro, pensato per impressionare.

Il suo  nome deriva dai Campi Elisi,  ovvero  il paradiso della mitologia greca, dove dimoravano le anime virtuose. Adesso è un insieme di contrasti: palcoscenico delle grandi parate e  lusso sfrenato dei negozi. Celebrazioni nazionali e flussi incessanti di turisti e  parigini che lo attraversano senza rallentare. È una promenade intensa, persino imprevedibile. Ma è proprio qui il segreto: pulsa senza tregua, come un battito animale.

A baciare dall’alto gli Champs-Élysées  c’è la Torre Eiffel (1989)   che  con  la sua struttura slanciata in ferro fu fatta dall’ingegnere G. Eiffell nel 1989 per celebrare il centenario della Rivoluzione francese. Quando l’ingegneria incontra l’arte! Per venerare lo skyline di Parigi ci sono altri belvedere meno trafficati e cari  della torre : come la terrazza della  Galleria Lafayette e altri ancora. 

Notre dame wine travel blog weloveitalyeu

Notre-Dame

Sull’ Île de la Cité  (info oraricircondata dalla Senna che la avvolge come un abbraccio lento, la  Cattedrale di Notre-Dame si fa notare subito,  senza bisogno di presentazioni. Protagonista di eventi chiave della storia francese ( matrimoni reali,  prima convocazione degli Stati Generali, la Liberazione del 1944)  la cattedrale è più di un monumento: è  una trama fitta di significati e allegorie. La sua costruzione prese avvio nel 1163 per volontà del vescovo Maurice de Sully .  Proseguì per quasi due secoli, grazie al lavoro di diversi maestri dell’architettura gotica . Tra questi: Jean de Chelles e Pierre de Montreuil.

La facciata è un intreccio ordinato di pietra calcarea sapientemente lavorata , mentre le due torri laterali definiscono l’assetto verticale e la simmetria del duomo. Il grande rosone centrale ,  tipico dello stile  gotico francese, costituisce il  suo fulcro decorativo . Le sculture sviluppano invece un programma iconografico articolato. In esso gli episodi biblici sono predisposti come una narrazione continua destinata alla lettura visiva.

Tanti aneddoti contribuiscono alla suggestione della cattedrale francese . Tra questi: le sculture dei 28 re di Giudea sul prospetto anteriore furono decapitate perché scambiate per immagini dei re di Francia durante  la Rivoluzione Francese. Dopo l’incendio del 2019, la cattedrale è stata a lungo chiusa, ma oggi è nuovamente visitabile. Superato il varco  è una meraviglia : vetrate istoriate, archi rampanti che sembrano sospendere la costruzione e le garguglie che osservano la città dall’alto. Nonostante le sue ferite non smette di brillare rimanendo un tempio di assoluta preghiera e pace.

Parigi in un sorso: i caffè storici che hanno fatto l’Europa

Esiste un modo per leggere la storia di Parigi  senza sfogliare un libro. Sedetevi , come ho fatto io, a un  tavolino rotondo dei  suoi caffè leggendari . Ho ordinato un café au lait  , e ho sperimentato la  città mentre scorreva davanti a me con tutta la sua energia. Non è una semplice pausa: è un’esperienza dei sensi.  La stessa che si doveva provare nell’Ottocento a Saint-Germain-des-Prés,  il seducente sobborgo parigino . Qui  la cultura germogliava  spontanea, come fiori selvatici tra fumo e conversazioni.

Nel  secondo dopoguerra i caffè storici parigini sono stati il vero epicentro della cultura europea: tra un drink e l’altro hanno preso forma  la filosofia e l’arte moderna. Alcuni sono rimasti intatti,  altri si sono evoluti in contesti più turistici senza rinunciare al loro carattere esclusivo. Se aguzzi la vista, ti sembrerà di stare sul set di un film in bianco e nero.

Il duello a  Saint-Germain!

All’angolo con Boulevard Saint-Germain, il Café de Flore (1887) e Les Deux Magots (1885) si  sfidano da sempre come  due aristocratici  rivali. Al Flore, tra arazzi  e mobili d’ epoca,  sembra di intravedere Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir mentre abbozzano i principi   dell’Esistenzialismo, tra una sigaretta e un taccuino. Poco più in là, Les Deux Magots conserva la stessa classe che sedusse Ernest Hemingway e Pablo Picasso.

Non molto distante,  La Brasserie Lipp (1880) incarna la coscienza politica della Rive Gauche. Con la sua facciata in mogano e le sue  piastrelle decorate, resta uno dei rari salotti  dove ministri, giornalisti e intellettuali continuano a confrontarsi . Poco lontano svetta  Le Procope (1686) : più che un ristorante , una vera istituzione. Tra queste mura il filosofo   Voltaire beveva caffè e poneva le basi dell’Illuminismo e della democrazia moderna.

Montparnasse e gli anni ruggenti

Spostandosi verso sud, l’aria  si fa più elettrica. Se Saint-Germain è riflessione, Montparnasse– pezzo forte del  XIV arrondissement è vitalità estrema. Qui si adagia La Coupole (1927) , una storica  brasserie che ne è l ‘immagine riflessa. Si  caratterizza  per la finezza  dell’ Art Déco dei suoi arredi, che  rievocano le notti canterine di  Josephine Baker . star (e spia) dell’ Età del jazz.

Poco distante, Le Select (1923)  dona più intimità e si fa  rifugio degli espatriati americani, tra cui F. Scott Fitzgerald, che a Parigi cercavano libertà, ispirazione e anarchia senza le restrizioni del proibizionismo.

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Museo d’Orsay

Indubbiamente il Museo d’ Orsay  (1898, V. Laloux) vale da solo  un biglietto aereo per Parigi (info orari e prezzi). C’è qualcosa di magnetico nel suo affacciarsi sulla Senna , e incanta per la sua imponenza. La  sua perfezione architettonica non si limita a contenere l’arte: la descrive, la anticipa, la sussurra. Salire all’ultimo piano è come compiere un piccolo rito: dalle vetrate dell’enorme orologio si svela un panorama mozzafiato su Parigi.

Suddiviso su tre livelli principali, il museo accompagna il visitatore lungo l’evoluzione dell’arte tra il 1848 e il 1914. Capolavori imperdibili  emergono come incontri inattesi:  la presenza intensa e quasi provocatoria dell’ Olympia di Édouard Manet, il silenzio raccolto de L’ Angelus di Millet e la forza ruvida e terrena delle tele di Courbet. E poi , improvvisamente   la mente è rapita dalle visioni  struggenti della Notte Stellata sul Rodano  di Vincent van Gogh, e dall’ evocazione delle  isole polinesiane  di Gauguin e delle sculture eteree di Rodin.

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Montmartre: la Parigi ribelle

Parigi non è solo una città, è un destino tracciato tra accademie seicentesche e caffè illuministi. Già sotto Luigi XIV, la capitale francese si affermò come approdo per spiriti tormentati, convertendosi nei secoli in una fucina intellettuale senza eguali. Ma la magia esplode tra Ottocento e Novecento: mentre il barone Haussmann ridisegnava il profilo colossale  della metropoli, un’aura cosmopolita attirava creativi da ogni dove. Tra affitti bassi e una vita sociale frenetica, il mix di teatri e cabaret si impose  come fulcro creativo per chiunque inseguisse l’estro.

In questa rinascita, la città fu tappa obbligata per artisti stranieri , che qui ebbero  il coraggio di infrangere ogni regola. Fu un terreno fertile per  prospettive inedite: l’Impressionismo e il Cubismo. Anche se successivamente menti  come Picasso si spostarono a Montparnasse, la base delle avanguardie europee rimase legata  a queste strade.

Su questo scenario straordinario si staglia Montmartre: l’altra Parigi. Una collina sospesa tra cielo e nuvole, un microcosmo in grado   ancora attualmente di restituirci   l’ eco di quella stagione irripetibile. Iniziamo il nostro cammino dall’uscita della metro Abbesses nella piazza giardino Rictus . Qui fa bella mostra Le mur des Je T’Aime, un muro azzurro di 10 metri (2000, F. Baron e C. Kito) che celebra l’amore con la ripetizione della scritta Ti amo in oltre  250 lingue.

Cosa vedere a Montmartre: non solo la Basilica del Sacro Cuore!

La marcia prosegue poi verso la vetta, pronti a riscoprire quell’universo di artisti nomadi   che non ha mai smesso di brillare. Il mio  tragitto iniziale è stato segnato da una fatica catartica: salire le scale verso la monumentale Basilica del Sacro Cuore  (1875 -1914, P. Abadie) . Essa (info orari e prezzi) presenta un particolare stile romano-bizantino con grandi cupole che ricordano l’architettura orientale. Voluta come voto nazionale dopo la guerra franco-prussiana, è rinomata  per il suo bianco abbagliante.

Il merito  è della  pietra di Château-Landon, che a contatto con la pioggia secerne una sostanza bianca : la calcite. Questa sostanza permette alla struttura di  autopulirsi e rimanere splendente nonostante lo smog. I suoi  interni sono da record: vanta  un maestoso mosaico (circa 475 m²) e la Savoyarde, una campana colossale che da  19 tonnellate. Giunti sul promontorio, si ha la percezione di attraversare una soglia temporale. Il fiato si accorcia lungo la pendenza, ma la visione galoppa immediatamente verso lo stupore.

Chiesetta di Sant-Pierre

L’avventura parte dalla Chiesetta di Saint-Pierre .  È qui, in questo ex monastero benedettino in stile romanico-gotico, che risuona la memoria più profonda del borgo; consacrata da papa Eugenio III nel 1147, custodisce quattro colonne romane originali, appartenenti  a un antico tempio dedicato a Marte. Nelle vicinanze sorge il modesto camposanto omonimo, che preserva tuttora un complesso di epoca merovingia.

Nei pressi della piazza, in Rue Poulbot, si trova la più grande collezione francese dedicata a Salvador Dalí. L’artista visse per un periodo a Montmartre e qui, nel 1956, realizzò il suo primo Don Chisciotte usando due corna di rinoceronte come pennello.

Sua maestà la piazzetta!

Dopo un breve tratto,  la solennità di Montmartre (130m.)  si dissolve nel brusio di   Place du Tertre, la celebre “piazzetta degli artisti”. Al suo civico 3 , nel 1790 , ebbe sede il primo municipio di Montmartre, quando era ancora un comune indipendente da Parigi. A fine Ottocento tra il brusio dei bistrot e l’odore delle  tavolozze colorate la piazza fu l’atelier per antonomasia di pittori erranti.

Proseguendo  verso Rue de l’Abreuvoir, ci si imbatte nella celebre Maison Rose. Le sue pareti rosa confetto  furono il ritrovo  dove Picasso e i suoi contemporanei discutevano di nuove prospettive. Si dice che Germaine (Laure) Gargallo, amante e musa del pittore spagnolo , decise di dipingerla per richiamare i toni caldi del Mediterraneo.

Il Bateau-Lavoir: la culla della modernità

A breve distanza, in Place Émile-Goudeau, si  incrocia il Bateau-Lavoir. Questo singolare edificio in legno, che ricordava ai pittori i barconi della Senna, fu l’officina più povera e prolifica della storia dell’arte. Qui, tra soffitti bassi e il profumo  acre dell’assenzio, un giovane Picasso dipinse Les Demoiselles d’Avignon, scardinando ogni regola prospettica e inaugurando ufficialmente il Cubismo. Fu un nido di miseria e talento, dove la mancanza di riscaldamento era compensata dal calore della genialità.

Clos Montmartre

Poco lontano a Clos Montmartre un cancello racchiude quello che rimane della Parigi rurale: un vigneto che simboleggia  un atto di ribellione. Infatti, fu piantato nel 1933 dalla comunità locale, guidata dal disegnatore Francisque Poulbot. Questo accadde per impedire che un progetto edilizio cementificasse la collina.

Ancora oggi, i suoi filari producono un vino esclusivo, celebrato ogni ottobre durante la Fête des Vendanges, una festa del vino molto sentita dai parigini. Nelle vicinanze spicca il  Moulin de la Galette, uno dei mulini a vento  in cui Renoir nel 1876 ambientò il suo celebre ballo: il suo quadro  è un omaggio alla spensieratezza di una domenica parigina trascorsa all’aperto.

I fratelli van Gogh

La discesa continua verso Rue Lepic . Al numero 54, è posizionato   l’appartamento  dove dimorò Vincent van Gogh con il fratello Theo . Proprio qui l’artista  abbandonò i toni cupi del periodo olandese per abbracciare quei chiarori che sconvolsero  il suo tratto. Poco più giù, il quotidiano diventa cinema: il Café des Deux Moulins , reso eterno dalla pellicola Il favoloso mondo di Amélie, accoglie i viandanti in cerca di relax.

Infine il ciclo si chiude al  Moulin Rouge   il music-hall con le sue pale scarlatte inaugurate nel 1889,  che acquistò fama grazie  alle ballerine del  Cancan. Donne audaci come Louise Weber, detta La Goulue,  fecero dello spettacolo  un’arte fatta di acrobazie spericolate  .

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Conclusioni. Il VII arrondissement di Parigi

In fin dei conti, Parigi è una sorpresa che si rinnova anche  dopo mille ritorni. Nulla è affidato alla casualità e ogni centimetro di questa città ti segna nel profondo. Tradurre in parole il vissuto di chi la ammira per la prima volta è un’impresa impossibile. Bisogna volare lì e vagabondare tra i suoi vicoli senza una direzione precisa.

Ciò che sbalordisce maggiormente è l’impatto visivo: l’eleganza dei palazzi nobiliari, il fermento dei quartieri popolari, i ponti sospesi sulla Senna e l’infinita varietà di stimoli. Solo un istante dopo, si percepisce come Parigi sia un’ondata di adrenalina e malinconia che attraversa il corpo. È una galassia secolare a sé stante, plasmata dalla storia e dal genio umano fino a diventare ciò che è oggi.

Parigi da mangiare

Tuttavia, Parigi non sarebbe stata  completa senza aver ceduto alle lusinghe del  suo patrimonio gastronomico. La cucina francese ha influenzato mezzo pianeta e non è solo una questione di gusto: è l’incontro perfetto fra contenuto e forma. Si sa che i francesi sono maestri dell’estetica e quello che hanno di qualità riescono a venderlo con estrema facilità e sapienza. Le sue radici affondano nel binomio della tradizione popolare e delle corti nobili, nelle delizie rubate al mare e alla montagna.

I miei piatti preferiti sono stati:

Sarebbe lunga la lista delle specialità francesi da provare. Qui un link molto utile per saperne di più: https://www.parigi.it/20-piatti-tipici-della-cucina-francese

Se volete un consiglio sui ristoranti da prediligere per tastare le prelibatezze d’oltralpe ecco un elenco qui: https://www.sortiraparis.com/it/articles/tag/guida-ai-ristoranti-francesi/page/9. Oppure osate in questi tre posticini da urlo:

A bientont Paris!

 

Fisar,  degustazione Champagne 2018, Convento dei Cappucini, Pisa

Fisar, degustazione Champagne 2018, Convento dei Cappucini, Pisa

Champagne, la Fisar di  Pisa docet!

Capodanno, Natale, il cuore di ogni festa è nelle bollicine  che salgono  brillanti lungo i  caliciCerto, oggi nei bicchieri possono fare splendida figura spumanti italiani o spagnoli, americani e perfino australiani, bianchi o rosati, secchi e dolci, ma all’inizio c’era soltanto lui: lo Champagne!

Si tratta di un mondo affascinante, su cui non si finisce mai di imparare . Così per approfondire le mie conoscenze, e per bere oro liquido, partecipo alla Degustazione di Champagne organizzata dalla Fisar di Pisa  il  18 Ottobre 2018.

All’interno della suggestiva biblioteca delConvento dei Cappuccini di Pisa” l’esperto Sommelier Luca Canapicchi  svela a un folto pubblico di partecipanti, tutti i segreti dello Champagne in modo semplice e coinvolgente:

  • caratteristiche, origini, zone di produzione, differenze tra i piccoli e grandi produttori , legislazione , denominazioni, appellazioni.

Mi auguro il mio resoconto su quanto apprendo, possa essere utile ai neofiti e possa offrire qualche spunto interessante per chi ha maggiore esperienza.

8  Cose da sapere sullo Champagne 

1. Lo Champagne è diverso dallo Spumante: sono vini effervescenti ottenuti da diverse qualità di uva coltivate nel mondo e secondo differenti metodi di lavorazione. Un vino Spumante può essere dunque molto diverso per origine e tipologia. I migliori Spumanti, e non solo in Italia, hanno guadagnato la denominazione di origine geografica che ne garantisce la qualità e la provenienza. Un esempio è il Franciacorta”, prodotto secondo un rigido disciplinare, o il Prosecco Spumante, oggi sempre più apprezzato;

2. Lo Champagne è  coltivato nell’omonima zona , Nord Est Parigi, (34.000 ettari), divisa in 5 aeree: “Montagne di Reims”  , la “Valle della Marna”  , la “Cote des Blancs” , la “Cote de Sèzanne” e la “Cote des Bar (Aube)”;

3. Lo Champagne e il clima :  possiede aromi di eccezionale finezza perché nasce da grappoli maturati oltre il 49° parallelo, ultima frontiera a nord per la coltivazione della vite;  è questo il segreto della sua inimitabile eleganza, dell’armonico equilibrio tra la freschezza acidula del suo sapore e la calda dolcezza della sua alcolicità;

4. Lo Champagne e il terreno : ma le uve dello Champagne non riuscirebbero a maturare nel rigido clima continentale francese se il terreno (gesso, calcare, ecc… ) su cui sono impiantate le viti non avesse un sottosuolo che riverbera il calore del sole e che dosa alle radici l’acqua della pioggia, assorbendola quando è in eccesso e restituendola lentamente durante la siccità estiva.

5. I vitigni consentiti per la produzione dello Champagne sono tre: https://www.quattrocalici.it/vitigni/pinot-nero/inot Nero (“Montagne di Reims”) che da Pinot Meunier (Valle della Marna”) e Chardonnay (“Cote des Bar (Aube)).  I primi due sono a bacca nera e conferiscono allo Champagne corpo e freschezza, il terzo è   bacca bianca e dona delicatezza ;  in misura nettamente minore, altri vitigni come Arbanne e Petit Meslier;

6. Lo Champagne è ottenuto con il Metodo Classico”/“Champenoise”, di cui le fasi principali sono : 

  • Vinificazione in bianco del Pinot Nero,  Pinot Meunier, e Chardonnay (Vin de Clair ) e  loro assemblaggio  detto Cuvée : i tre vitigni principali possono essere di diversa annata (se no si parla di Millesimato) e di diversa provenienza;
  • Seconda Fermentazione/Presa di Spuma (che avviene prima in tini e poi in bottiglia) per aggiunta  alla Cuvée di zuccheri e lieviti;
  • Affinamento a contatto con i lieviti, fondamentale per dare allo Champagne le note aromatiche;
  • “Remuage” (manuale o meccanico):  dopo il contatto con i lieviti avviene un  processo che consiste nel ruotare le bottiglie di qualche millimetro ogni giorno per far scivolare i depositi nel collo della bottiglia;
  • “Dégorgement” o “Sboccatura”: rimozione del deposito, raggiunta la posizione verticale, con il collo verso il basso ;
  • “Liqueur de Dosage” o “D’expédition” : nella fase conclusiva, verrà aggiunto uncomposto spesso da zucchero di canna disciolto nel vino, in dosi variabili a seconda della tipologia di vino prodotto (Doux 50 gr/l ; Demi-Sec 32-50 gr/l ; Sec tra 17 -32 g / l ; Doux più di 50 g / l; Demi-Sec  32 -50 g /l;  Extra Dry tra 12 -17 g / l; Brut meno di 12 g / l; Extra Brut  0 – 6 g / l; Pas Dosé o Dosage Zéro con una concentrazione inferiore ai 3 g / l)

7. Tiplogia di Champagne

  • “Blanc de Blancs” : ottenuto esclusivamente da uve Chardonnay;
  • “Blanc de Noirs”:  ottenuto vinificando in bianco uve nere (Pinot Noir e Pinot Meunier);
  • “Rosé”, miscelando vino bianco o vino rosso, oppure da uve rosse vinificate in rosato;
  • “Cuvée speciale”: assemblaggio di vini eccezionale qualità (ogni “Maison” la chiama con nome diverso).;
  • “Millesimato”: è lo Champagne che dichiara in etichetta l’anno della vendemmia;
  • “Grand Cru”:  è fatto con uve raccolte in vigneti classificati 100%;
  • “Premier Cru”: è fatto con uve raccolte in vigneti classificati tra il 90% e il 99%;
  • “Monocru”: preparato con le uve di un solo vigneto anziché con Cuvée. Molto raro

8. Dimensioni bottiglie Champagne

Storia dello champagne

La storia/leggenda dello Champagne comincia con Pierre Pérignon, il  monaco benedettino che fu cantiniere e amministratore  dell’Abbazia di Hautvillers per 47 anni, dal 1668 al 1715, e che è universalmente conosciuto come l’inventore dello Champagne. 

10. Fatti importanti nella seconda metà dell’Ottocento per lo Champagne

  1. Il chimico francese Louis Pasteur dimostra l’attività dei lieviti e il loro ruolo centrale nella fermentazione, gettando le basi per l’Enologia moderna. Negli stessi anni nasce l’Ampelografia, la scienza che studia e classifica le caratteristiche morfologiche dei vitigni, e l’Agronomia si orienta verso un approccio scientifico;
  2. Madame Clicquot produce nel 1810 il primo Champagne Millesimato e inventa la prima “Table de Remouage”, una tavola che inclina le bottiglie, facendo gradualmente scivolare i sedimenti verso il collo della bottiglia, da dove possono essere rimossi per rendere il vino più limpido e prezioso;
  3.  Louise Pommery, alla morte del marito, gestisce  l’azienda di famiglia fondata nel 1858 che impegnata fino a quel momento nel commercio della lana, punta dopo alla produzione di Champagne. Louise Pommery ha successo, e in breve tempo il marchio di famiglia assurge ad un ruolo di primo piano fra le “Maison” della Regione;
  4. Nel XVIII secolo nascono le Grandi Maison : Ruinart, Moèt, Vander-Veken, Delamotte, Veuve Cliquot, Heidsieck, Jacquesson, Krug; il loro talento risiede nell’ elaborazione di Cuvée che riflettano immutabilmente lo stile caratteristico di ogni marchio attraverso l’assemblaggio di vitigni, Cru e annate provenienti essenzialmente dagli acquisti di uve presso i “vigneron” (piccoli viticoltori) con i quali stipulano contratti di partnership pluriennali; 
  5. 1882 primi  sindacati e associazioni di categoria che lottano per la difesa della denominazione e delle tecniche di viticoltura;
  6. Fine del XIX  secolo diffusione di alcune terribili malattie della vite come  l’ Oidio, e la Peronospora che si propagano in tutta Europa portando al grave danneggiamento di quasi tutti i vigneti;  in modo particolare per la più distruttiva, la Fillossera (un insetto giunto dall America che attacca le radici della pianta provocandone rapidamente la morte),  l’unico rimedio si rivela l’innesto di viti europee su portainnesto di vite americana, immune dal parassita;
  7. 1911 Scala dei Cru:Gran Cru” (17 villaggi), “Premier Cru” (44 villaggi) e “Cru” (255 villaggi),  classificazione territoriale con cui  legalmente si certifica  la qualità delle uve costantemente più alta che nel resto della regione a Nord Est di Parigi, Reims, quella tradizionalmente più vocata per la produzione di Champagne;
  8. Legge sullo Champagne;  
  9. AOC Champagne; 
  10. 1941 nascita della  “CIVC” (“Comité Interprofessionnel du vin de Champagne”) ; senza queste azioni, “Champagne” sarebbe divenuto un nome generico, sinonimo di un metodi di elaborazione di vini effervescenti. 

Fisar Pisa , evento sullo Champagne

La bellissima serata prosegue con la degustazione delle seguenti etichette, provenienti dai territori più rappresentativi e da produttori di rilievo nel panorama degli Champagne, in abbinamento a degli stuzzichini:

Luca Canapicchi, il sommelier 5 stelle

Ho davvero apprezzato la preparazione di Luca Canapicchi,  e soprattutto tutto ciò che di nuovo imparo da questa Degustazione di Champagne  unica ideata e ben orchestrata dalla Fisar di Pisa.

Sorseggiando un nettare divino pregiatissimo con una storia lunga quasi 300 anni, ringrazio in modo particolare alcuni dei rappresentanti della Fisar di Pisa, Salvo Pulvirenti e Luigi Vaglini, che per l’accoglienza, e per darmi la possibilità di  scrivere un post su questa eccezionale esperienza nel mio blog sulle bellezze d’Italia www.WeLoveItaly.eu .

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