Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

“Nessuna poesia scritta da bevitori d’acqua può piacere o vivere a lungo. Da quando Bacco ha arruolato i poeti tra Satiri e Fauni, le dolci Muse sanno di vino fin dal mattino”

Orazio

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: si può fare!

A dire il vero, girare per il Vinitaly 2026 in meno di 24 ore non è stata una banale corsa contro il tempo, ma il raggiungimento di uno dei traguardi più importanti del mio percorso nel mondo del vino. Il motivo è semplice: per la prima volta ho varcato i cancelli della manifestazione con un pass stampa. Quel tesserino è stato tanto inaspettato quanto gratificante: è il culmine di un’ascesa costante costruita negli anni. Vi spiego meglio!

La mia avventura enoica è cominciata nel 2015 con la formazione da sommelier , seguita dai  primi passi timidi e curiosi  al Vinitaly  2018 , quando  partecipai da semplice visitatrice. Un tragitto  che ha poi conosciuto una svolta  nel Vinitaly 2022 quando sono entrata a far parte dello staff di accoglienza di Roberto Cipresso,  tra le menti più autorevoli dell’enologia italiana. Questo cammino misurato e senza scorciatoie, ha  coronato i miei sforzi con il riconoscimento ufficiale  di  wine blogger accreditata. Una conquista impagabile che mi ha permesso di raccontare il vino da una prospettiva privilegiata.

E quale occasione migliore della  58ª edizione (12 – 15 aprile),  capace di registrare numeri da record?

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: cosa fa tendenza 

Senza dubbio, destreggiarsi tra i padiglioni veronesi è stata un’opportunità straordinaria per cogliere le nuove direzioni del mercato vitivinicolo.  Tra masterclass, incontri ed eventi, non sono mancati ospiti d’eccezione: giornalisti, professionisti del settore e chef stellati, tra cui Carlo Cracco .

Grande attenzione è stata inoltre prestata ai temi della sostenibilità e ai linguaggi moderni del bere odierno  tradotti nelle seguenti novità:

  • “NoLo (No and Low Alcohol)”: i vini a basso o nullo contenuto alcolico continuano la loro ascesa, soprattutto tra i consumatori più giovani;
  • La mixology di Xcellent Spirits: una vetrina dedicata ai distillati artigianali e ai bitter d’autore, a conferma del dialogo sempre più stretto tra il vino e i liquori italiani e i cocktail d’avanguardia;
  • Il focus sull’enoturismo: uno spazio permanente per trasformare la visita in cantina in un’efficace leva di sviluppo territoriale. Non si vende più solo la bottiglia. Si offre l’esperienza, l’ospitalità del vigneron che si lega al suo paese d’origine, diventandone interprete e ambasciatore;
  • L’Intelligenza Artificiale di Bacco AI: tecnologia digitale al servizio dei produttori per ottimizzare l’export. Grazie agli algoritmi avanzati hanno, lo strumento ha favorito match commerciali immediati,  coinvolgendo oltre 1.000 top buyer internazionali e snellendo le lungaggini della burocrazia;
  • OperaWine:l’anteprima di Wine Spectator , inconfondibile celebrazione  dell’eccellenza dell’enologia italiana con una presentazione dei migliori vini per un  tasting  indimenticabile;
  •  Il Salotto dei Vini Rari: focus del fuorisalone Vinitaly and the City con esposizioni di vini dedicati a 32 vitigni autoctoni storici e poco diffusi.

 Il “caro” Verona

Tuttavia, per chi vive di terra e di calici, il Vinitaly  resta un rito collettivo che pretende il suo tributo. Si macinano chilometri a piedi, si suda e bisogna scegliere drasticamente  tra centinaia di stand. D’altra parte, questo blitz è stato una strategia inevitabile.

Diciamolo chiaramente!  Il sistema ricettivo veronese nel periodo del Vinitaly  penalizza chi il vino lo fa, lo promuove e ne fa cultura.  Perché assicurarsi una stanza in città per una sola notte è quasi un lusso insostenibile. I prezzi sono fuori controllo.

Una distorsione che non passa inosservata nemmeno agli addetti ai lavori, sempre più critici verso  una situazione che anno dopo anno continua a peggiorare.  Mi auguro che questa problematica, insieme a tante altre, venga affrontata con fermezza da Veronafiere (ente organizzatore dal 1978)  . Un intervento strategico imprescindibile per proiettare il Vinitaly  all’altezza della grandezza del comparto vitivinicolo italiano.

Una sana follia!

Così ho archiviato subito l’idea del pernottamento e anche quella di fiondarmi a Verona in auto  da Pisa. Non avevo voglia di aprire un mutuo o di sfidare l’etilometro sulla via del ritorno! Restava il treno, unica soluzione sensata. Una maratona calcolata al millimetro: dentro i cancelli all’apertura, fuori all’ultimo minuto e subito sul binario del ritorno, a casa prima di mezzanotte.

Faticoso? Sì. Impossibile? Assolutamente no. La distanza dalla Toscana  non è stata eccessiva e, prenotando in anticipo, si spendono complessivamente poco più di cento euro. Alla fine, ne è valsa decisamente la pena per un rapido giro nel variopinto circo del vino. Il risultato? Taccuini pieni di appunti e scarpe impolverate.

Non esiste vento favorevole per chi non sa dove andare!

Una trasferta condensata in poche ore imponeva una rotta precisa, era inevitabile . Per non lasciarsi travolgere dal caos del Vinitaly , che per la sua vastità, può facilmente disorientare anche i frequentatori più esperti della kermesse.

La mia bussola puntava dritta verso una passione recente ma viscerale: le bollicine. Un interesse maturato dopo un corso sullo Champagne organizzato dall’ AIS di Lucca. Lezioni interessantissime  tenute da Roberto Bellini, scrittore e ambasciatore  dell’oro francese in Italia.

L’obiettivo?  Un confronto reale tra stili, territori e interpretazioni diverse della spumantistica:

  • Da un lato la tradizione e la precisione delle maison francesi;
  • Dall’ altro la personalità sfaccettata del Metodo Classico italiano, capace di cambiare volto passando dalle montagne ai vulcani.

Nelle prossime righe di questo articolo descriverò le mie impressioni e altre sorprese. Una su tutte: le nuove declinazioni del Moscato in versione spumante. Sperimentazioni capaci di demolire il vecchio pregiudizio che lo confinava soltanto ai ricordi dell’Asti dolce. Ma non è tutto. Troverete anche:

  • I “vini del cuore”: una selezione di etichette – dall’Africa al Nord e Sud d’Italia – che mi hanno stregato per la loro unicità;
  • Consigli pratici: piccoli trucchi del mestiere per non affogare nel mare divino del Vinitaly!

Ecco in basso la mia mappa del gusto. Questa è la prova che persino una toccata e fuga al  Vinitaly 2026 può regalare un diario ricco di scoperte, emozioni e spunti di riflessione.

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: itinerario del vino

Da quelle serate lucchesi la domanda è rimasta lì, sospesa. È riaffiorata più volte, puntuale, davanti a ogni calice di Metodo Classico Italiano.  Allora, dopo anni di studio, di ispirazione e di crescita, l’Italia è ancora un allievo dello Champagne o ha finalmente rivendicato la propria singolarità? Al Vinitaly 2026 in meno di 24 ore, quel dubbio ha smesso di essere teoria. La soluzione non era scritta nei manuali, ma pulsava nei sorsi di vino e nei racconti dei vignaioli.

Così, la ricerca è diventata una traversata rapida e appassionante. Un filo di perle che ha agganciato la Francia alla Sicilia, attraversando l’intera penisola. Quello che era partito come un confronto diretto, passo dopo passo, ha cambiato pelle. Nessuna gara, nessun podio: solo due modi straordinariamente diversi di leggere la stessa, nobile origine.

Buona lettura!

Tappa 1: Francia, Pascal Walczak

Se non vai in Champagne, è la Champagne che viene da te: al Vinitaly 2026 ne ho respirato l’essenza più verace. La mia avventura è iniziata con gli Champagne di  Pascal Walczak. Lo avevo contattato nelle settimane precedenti. Volevo conoscere una piccola azienda familiare, lontana dai riflettori delle blasonate Maison. Il mio goal era dialogare dal vivo con lui per sapere qualcosa in più del suo regno nell’epicentro della Champagne meridionale .  Non smetterò mai di ringraziarlo per la sua disponibilità e accoglienza.

Vignaiolo  per vocazione!

La Maison Pascal Walczak ha sede  a Les Riceys, storico comune della Côte des Bar.  Fondata nel 1973 , oggi è gestita dai figli Sébastien e Aurélien. La famiglia interpreta con orgoglio lo status di Récoltant-Manipulant (RM) . Come? Coltivando i vigneti con pratiche sostenibili e rispettose dell’ambiente senza ricorrere a trattamenti chimici invasivi.

Pratica una viticoltura sostenibile, priva di trattamenti chimici invasivi. La cantina storica, dotata di pressa di proprietà per tutelare il mosto fiore, accoglie persino i viaggiatori in camper, segno di una filosofia essenziale e senza filtri. La tenuta si estende su 10 ettari interamente a Les Riceys: 8 ettari di Pinot Nero e 2 di Chardonnay. Il segreto della loro finezza si nasconde sotto i suoi filari: marne e calcari del kimmeridgiano, lo stesso suolo preistorico ricco di fossili che caratterizza Chablis. Sono questi fattori pedoclimatici a conferire ai vini una profonda mineralità salina e una vibrante sfumatura fumé.

L’eccezionalità dell’AOC Rosé des Riceys

Les Riceys è l’unico comune della Champagne a vantare ben tre denominazioni d’origine: Champagne, Coteaux Champenois e Rosé des Riceys. La vera perla rara è l‘ AOC Rosé des Riceys, istituita nel 1947;

Gli Champagne di Pascal Walczak al Vinitaly 2026
Poche bottiglie per pochi estimatori

La produzione complessiva della Maison Walczak  è davvero limitata: appena 18.000 bottiglie all’anno, vinificate interamente a Les Riceys . La maggior parte dei lotti rimane sul mercato francese.  Una quota selezionata tocca invece mercati altamente specializzati: Italia, Belgio, Lussemburgo, Germania e Giappone.

Sono questi i paesi in cui le cuvée trovano estimatori tra collezionisti, appassionati ed enoteche di riferimento. Il valore di questa realtà è suggellato dal prestigioso Prix d’Excellence al Concours Général Agricole di Parigi e dalla Grande Médaille d’Or al Concours Mondial de Bruxelles . Nella Champagne, Pascal Walzack si distingue per la discrezione con cui tesse la propria identità territoriale. Un patrimonio fatto di numeri contenuti, e vini che trasmettono l’anima più genuina di Les Riceys.

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Tappa 2: Italia, Maison Vevey Albert, il Prié Blanc ai piedi del Monte Bianco

Lasciandoci alle spalle i maestosi paesaggi alpini della Valle d’Aosta . Arriviamo tra Morgex e La Salle, nel bel mezzo della Valdigne. Non sono mai stata in questo piccolo angolo all’estremo nord-ovest d’Italia. Prima o poi, vorrei rimediare, intanto  ci ha pensato il vino a farmi viaggiare. Mi ha fatto immaginare il carattere di un posto speciale dove la montagna non fa soltanto da sfondo, ma accompagna ogni aspetto della vita quotidiana.

In questo scenario opera la  Maison Vevey Albert, simbolo della viticoltura locale. Alle sue spalle si staglia il Monte Bianco, una presenza costante che definisce il paesaggio. Qui il rapporto tra uomo e vette non è mai stato facile.  Pendenze, clima rigido, e una breve stagione vegetativa impongono ritmi precisi. Accudire la vite significa adattarsi continuamente a un ambiente che detta le proprie regole. Da generazioni i viticoltori della Valdigne custodiscono questo tenue equilibrio. Un lavoro fatto di pazienza, osservazione e rispetto per una natura generosa ma severa.

La visione di Albert Vevey

L’azienda nasce nel 1968 grazie all’intuizione di Albert Vevey, figura fondamentale per l’enologia valdostana. In un’epoca in cui la viticoltura di montagna rischiava l’abbandono, Albert  intuì il valore di un patrimonio agricolo immenso. Si dedicò così a preservare il   Prié Blanc,  vitigno re di questi anfratti sperduti e difficili da vivere.

Possiamo definirlo il pioniere assoluto della Valdigne nonché  Presidente dell’Association des Viticulteurs de Morgex.  Albert lottò per garantire questa biodiversità e dare un futuro alla viticoltura di montagna. Nel 1986 avviò la commercializzazione con la propria etichetta, valorizzando   uno dei vini più identitari della Valle d’Aosta. Dal 1990 l’eredità è passata ai figli Mario e Mirko, che guidano l’azienda nel segno della continuità.

Viticoltura eroica

La storia della famiglia Vevey si intreccia inevitabilmente con quella del   Blanc de Morgex et de La Salle, una delle denominazioni più originali dell’intero arco alpino. Questa si è delineata come sottozona della più ampia DOC Valle d’Aosta (1971). Si tratta di un’area straordinaria all’interno del patrimonio enoico valdostano.  La roccia gigante ripara le vigne dalle correnti settentrionali più fredde e consente di essere di essere circondata da un microclima alpino irripetibile. Il disciplinare qui è molto rigoroso: è consentita esclusivamente la coltivazione del Prié Blanc in purezza.

Altitudine uguale a qualità? In questo contesto sì. Questa scelta rende la denominazione una rarità  nel panorama vitivinicolo italiano. Questo perché è interamente votata a un solo vitigno a bacca bianca, che cresce a un’altitudine compresa tra i 1.000 e i 1.200 metri sul livello del mare.  Siamo in uno dei comprensori viticoli più alti d’Europa, dove la vite è chiamata a confrontarsi ogni anno con condizioni climatiche particolarmente severe.

Il sistema di allevamento utilizzato per il Prié Blanc  è quello della pergola bassa. Le viti vengono mantenute vicine al terreno, così da beneficiare del calore che il suolo accumula di giorno e rilascia nelle ore più fredde. Questa tecnica protegge dai venti e favorisce una maturazione regolare delle uve.

Terroir del Prié Blanc

Il territorio si contraddistingue per suoli di origine morenica,  ricchi di sabbie e scheletro, modellati  dai ghiacciai che nei secoli hanno plasmato la valle. Questa composizione geologica conferisce ai vini una marcata sapidità, una vibrante freschezza e una raffinata impronta minerale.

La gestione delle vigne viene praticata nel pieno rispetto dell’ambiente e delle tradizioni locali.  Ogni operazione è resa più complessa dalle forti pendenze e dall’altitudine. Il filo conduttore aziendale ha come protagonista esclusivo il Prié Blanc. Questa è una varietà capace di generare vini fini e longevi, lontani dall’idea di un semplice bianco alpino da pasto.

Con una tiratura limitata di appena 7.000 bottiglie all’anno, la cantina nobilita il Prié Blanc con uno stile essenziale e rigoroso. I loro sono vini che uniscono freschezza alpina,  profondità minerale e una sorprendente capacità evolutiva:

Tappa 3 : Cantina Marcalberto,  l’arte del Metodo Classico nella Langa astigiana

Al Vinitaly 2026 avevo più che un sogno un’ossessione intervistare una cantina piemontese integralista. Per capirci, di quelle che fanno solo Metodo Classico e non scendono a patti con nient’altro. Mi sono messa a caccia, ho seguito le dritte giuste e alla fine mi sono imbattuta nella  Cantina Marcalberto.

La loro non è una storia, è una mezza saga familiare che ti cattura subito per la coerenza – roba che sembrava scritta nel destino fin dalla prima bottiglia.  Speravo di poter stringere loro la mano e scambiare due parole personalmente. E invece è stato proprio così. Ma la sorpresa più bella è stata il dopo. Zero formalismi, zero schede tecniche recitate a memoria: solo un dialogo carico di informazioni e aneddoti avvincenti sul loro trascorso.

Santo Stefano Belbo: non solo Cesare Pavese!

La  Cantina Marcalberto germoglia negli anni Novanta a Santo Stefano Belbo grazie a  Piero Cane, veterano dello spumante italiano. Il nome? Un omaggio ai due figli: Marco e Alberto. Al presente i fratelli dirigono l’azienda e la seguono in ogni fase.

Si è avviata nel 1993, ma è dal 1996 che l’attività ingrana la marcia giusta, imponendosi tra i marchi più stimati della spumantistica piemontese. La proprietà si snoda tra i comuni di Santo Stefano Belbo, Calosso e Cossano Belbo. La natura collinare di questo comprensorio favorisce una spumantistica di primo piano.

I vigneti, coltivati unicamente a Pinot Nero e Chardonnay, si srotolano su circa 15 ettari e sono collocati tra i 300 e i 550 metri di altitudine. Qui le forti escursioni termiche sono la vera magia: salvaguardano un’acidità elettrica che si fonde in un bilanciamento magistrale.

Una cantina storica tra tufo, pietra e lunghi affinamenti

Tufo, pietra e attese infinite: benvenuti nel ventre della Cantina Marcalberto. Il suo spirito si afferra appieno solo scendendo nei sotterranei di un edificio di fine Ottocento.  Una vera cattedrale di sassi ricavata in gallerie sotterranee, dove ci sono migliaia di bottiglie che sonnecchiano nel buio. Fanno affinamenti chilometrici sui lieviti. Dormono fino a che è necessario tirare fuori una complessità e una profondità aromatica senza paragoni.

Fuori comanda la terra: i terreni marnoso-calcarei iniettano nelle loro coppe raffinatezza, tensione pazzesca e una firma territoriale incancellabile. In cantina, poi, il legno si usa con il bilancino: di tutte le taglie, dalle barrique alle botti più capienti – per la fermentazione e per fare riposare i vini base. Non ci si fa il profumo, come oltreoceano, speziando il mosto con bastoncini di rovere! Esso serve a dare armonia senza mai coprire il DNA del vitigno. Un’ impronta enologica che è il vero marchio di fabbrica della Cantina Marcalberto.

Le etichette che raccontano la firma Marcalberto

Il catalogo aziendale propone un menù di vini che contempla il Metodo Classico attraverso diverse sfumature stilistiche, sempre all’insegna della precisione e vocazione territoriale:

Con un volume produttivo che supera le 100.000 bottiglie annue, la Cantina Marcalberto si incentrata sulla valorizzazione di Pinot Nero e Chardonnay, affermandosi come  una delle imprese vitivinicole più emergenti dell’Alta Langa e del panorama italiano del Metodo Classico.

Tappa 4: Cantina Mongioia,  la golden age del Moscato Bianco

Si dice che l’imprevisto spesso gioca brutti scherzi, ma nel mio caso, ti apre gli occhi! Finita la mia discussione con Marco Cane, enologo della Cantina Marcalberto gli avevo accennato quale sarebbe stato il taglio del mio articolo. Aveva capito che ero in cerca di novità.

Per cui mi presentò Riccardo Bianco agronomo e titolare della Cantina Mongioia: era l’uomo che stava rivoluzionando il Moscato Bianco. Un vitigno autoctono della sua  cittadina natale di Santo Stefano Belbo. Esattamente qui nella culla della DOC Canelli, Riccardo e la sua famiglia nel 1998 avviarono la loro cantina. La loro missione era chiara e ambiziosa: dimostrare che il Moscato Bianco non significa solo spumante dolce! E ci sono riusciti.

Dopo tanta fatica e dedizione il Moscato Bianco ha cambiato pelle e si è rivelato un vitigno versatile e in grado di resistere alle lancette dell’orologio. I vigneti sono trattati attraverso pratiche agronomiche attente e rese contenute, elaborate anche mediante accurati diradamenti in vigna. Da questa continua sperimentazione sono venuti fuori vini incredibilmente rari che sfidano i luoghi comuni associati al Moscato Bianco.

Moscatà e Astralis

È il caso di Meramente: un Metodo Classico Extra Brut che si posa 60 mesi sui lieviti. Le sue bollicine sono estremamente tese. Ancora più originale è Moscatà: un brevetto dell’azienda che prevede la fermentazione e l’affinamento del Moscato Bianco in anfora per circa un anno. Questo processo attenua la percezione della dolcezza e mette in risalto note di frutta tropicale, spezie e sfumature di macchia mediterranea, dotandolo di considerevole versatilità negli abbinamenti gastronomici.

Al vertice della produzione si colloca invece Astralis : l’annata 2019 raggiunge 5 gradi alcolici, possiede una forte intensità aromatica e un potenziale di evoluzione stimato fino a trent’anni. Si configura come un’ ambiziosa concezione del Moscato Bianco che non teme il paragone  con alcuni dei più famosi  vini dolci da invecchiamento in ambito internazionale.

Vinitaly 2026 Leoni a Frescobaldi wine travel blog weloveitalyeu

Tappa 5: Toscana,  Frescobaldi , una garanzia in fatto di vino

Al Vinitaly 2026 non poteva mancare il gruppo Frescobaldi, ambasciatore del vino toscano in Italia e oltre confine.  Essere al loro rinfresco è stato per me un privilegio enorme che non dimenticherò mai. Tra i progetti che più mi hanno colpito c’è Leonia: uno spumante Metodo Classico battezzato in onore a Leonia degli Albizi Frescobaldi.

Questi era una nobildonna illuminata: alla fine dell’Ottocento fiutò il potenziale di queste colline introducendo varietà internazionali come Chardonnay e Pinot Nero. Qui le forti escursioni termiche sono l’ingrediente segreto: preservano un’acidità vibrante. Oltretutto il prolungato affinamento dona al Leonia Pomino Brut note di agrumi e pan brioche. Leonia dimostra che la Toscana sa fare bollicine invidiabili, non solo rossi strutturati.

Vinitaly 2026 Cantine Olivella Martusciello Campania wine travel blog weloveitalyeu

Tappa 6 : Campania in bolla,  cantine Olivella e Martuscilello

Ogni mio ritorno a Napoli è un piccolo rito di riconciliazione con sapori che ormai considero familiari. Tra questi c’è il Kata della Cantina Olivella,  un bianco secco e fermo, quasi balsamico, derivato al 100% da Catalanesca. Lo rammento servito una a cena in un localino di via dei Tribunali in abbinamento a una frittura di pesce.

Mi è rimasto impresso per la sua leggerezza e retrogusto prolungato al punto da documentarmi su quest’uva tipica del Monte Somma, che cinge il Vesuvio a nord est. Alcuni studiosi sostengono che sia  stata trapiantata dalla Spagna  in questi luoghi per volere di Alfonso I d’Aragona . Il monarca confidava nella fertilità dei suoli vulcanici, gli stessi che poi  salvarono queste zone dalla Fillossera!

Le famiglie Cozzolino e Giordano

Via via mi sono cimentate in altre varianti di questo grappolo vesuviano.  Però solo quello della Cantina Olivella è stato il solo a trasmettermi un’emozione tale volerla conoscere meglio.  E il Vinitaly 2026 mi ha accontentata! Era come se mi aspettasse all’edificio B della Campania , che ha inaugurato una nuova stagione spumantistica.

Questo grazie a winemaker coraggiosi e decisi che hanno scommesso sulla lavorazione di vitigni locali. Tra questi appunto figura la  Cantina Olivella che ha il suo quartier generale è a Sant’Anastasia, all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio.

Le famiglie Cozzolino e Giordano sono dei veterani della vitivinicoltura vesuviana e tramandano di generazione in generazione l’ardore per questo mestiere. Qui, nel rispetto per l’ambiente, hanno investito sulle varietà autoctone come la Catalanesca. Un’uva che insieme a Caprettone e Piedirosso contribuisce alla nascita della star della cantina : Hebon Metodo Classico Extra Brut 2021. Un Metodo Classico che   esplode  bocca con brio e gentilezza.

Campi Flegrei: Salvatore Martusciello

Una sera , su una terrazza con vista sulle cupole delle chiese del centro storico di Napoli Roberta di Porzio e Salvo di Vaia hanno stappato una bottiglia di Aprinio. Un brindisi al mio soggiorno nel loro InCentro B&B  via Toledo 156, nel boulevard  della capitale partenopea, che ho scoperto attraverso la loro ospitalità. Da quella volta ho sempre voluto riprovare quelle bolle pungenti al punto giusto e che sapevano di gelsomino. Il Vinitaly 2026 mi ha accontentato, permettendomi di incontrare una cantina di nicchia: quella di  Salvatore Martusciello.

A Pozzuoli insieme alla moglie Gilda l’enologo campano crea sia rossi da Piedirosso e bianchi da Falanghina, pietre migliari della viticoltura indigena. Tuttavia, il pezzo forte della sua collezione enoica è uno spumante di sottile impeto aromatico:  il Trentapioli , spumante da uve di  Asprinio d’Aversa DOC . Il suo nome richiama la tradizionale scala di circa 30 pioli utilizzata dai vignaioli per arrampicarsi sulle alberate durante la vendemmia. Un omaggio a questa antica tecnica , simbolo dell’Agro Aversano.

Cantina Olivella e Salvatore Martusciello incarnano due versioni  distinte ma complementari della viticoltura campana. Insieme testimoniano il costante processo di  affermazione del comparto del Metodo Classico d’autore.  Entrambe le cantine dimostrano come il Sud Italia possa  oggi competere ai più alti livelli, grazie a un’attività vitivinicola che coniuga territorialità, innovazione e accuratezza enologica.

Vinitaly in meno di 24 ore Cantina Fina Sicilia wine travel blog

Tappa 7 : Sicilia, la Cantina Fina stupisce ancora

Inutile sottolineare l’importanza della Sicilia, la mia amata isola natale, come un pilastro imprescindibile dell’enologia italiana. Dal 2005, la costa occidentale della Trinacria , quella sospesa tra Marsala e lo Stagnone, sta facendo rumore con le stravaganti alchimie della Cantina Fina.

In vacanza a Lipari mi aveva sedotto inaspettatamente il loro Kikè , incredibile combinazione di Traminer e Sauvignon Blanc. Questi sono due vitigni internazionali che in Sicilia  si arricchiscono di un carisma tutto particolare  illuminati come sono dal sole  mediterraneo.

da un sole generoso.  Bruno Fina , discepolo dell’illustre Giacome Tachis (padre del Rinascimento del vino italiano), persevera da più di venti anni a riqualificare i vitigni autoctoni siciliani –Grillo, Zibibbo, Catarratto, Nero d’Avola e Perricone-senza mai dimenticarsi di osare.

Oggi l’azienda è affiancata dai figli Federica e Sergio: un cambio generazionale che assicura la continuità di un sogno di famiglia: fare vino come nessuno mai lo aveva fatto in patria. La strada è quella corretta! I vigneti aziendali si sviluppano nella provincia di Trapani, in un territorio baciato  dalle brezze marine provenienti dal Mediterraneo. I suoli, prevalentemente calcarei e argillosi, contribuiscono a conferire ai vini equilibrio, sapidità e intensità aromatica.  Mentre il clima caldo e ventilato permette di preservare acidità e integrità delle uve anche nelle annate più soleggiate.

Metodo Classico Extra Brut Terre Siciliane

Accanto ai vini fermi, la Cantina Fina si è distinta per il suo Metodo Classico Extra Brut Terre Siciliane , fatto con 70% di Chardonnay e 30% di Pinot Nero. Grazie all’influenza del mare e alle escursioni termiche delle zone collinari, il vino bilancia maturità aromatica, tensione gustativa e una sorprendente leggiadria. Perline di CO2 che stimolano i sensi, si colgono tutte le nuance aromatiche del lime, dell’ananas, e di burro.

Forte di una consolidata affermazione sui principali mercati internazionali e di un ampio consenso riscosso presso la critica enologica italiana e internazionale, la Cantina Fina si conferma come una delle principali risorse regionali nell’universo delle più apprezzate bollicine italiane.

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Vini fuori programma al  Vinitaly 2026

Tra Champagne e appuntamenti in agenda alcune deviazioni improvvise di questo Vinitaly i meno di 24 ore hanno finito per essere la parte più interessante di questo mio fulmineo pellegrinaggio enoico. Tappe inattese che mi hanno aperto nuovi orizzonti sensoriali. Mi hanno direttamente condotto alle trame gustative esotiche del Pinotage e dello Chenin Blanc . Un rosso e un bianco del Sudafrica magistralmente rappresentati dalla cantina Cape Dreams.

A pranzo mentre divoravo un succulento crostone con fegatini di pollo ho testato varie tipologie di Chianti Classico brillantemente descritte dalla giornalista Adua Villa . Dopo la partecipazione al suo seminario ho avuto più chiaro il quadro della Toscana da bere.

In memoria di Andrea Franchetti

Rotolando verso il meridione la Sicilia mi ha nuovamente sbalordito dai vini sinuosi della Cantina Hauner a Salina (isole Eolie) fino alla forza vulcanica dei nettari della Cantina Passopisciaro  sull’Etna. Quest’ultimo è stato un progetto venuto fuori dal genio  di Andrea Franchetti, un precursore di una nuova lettura dei territori vitivinicoli italiani.

Artefice della   Tenuta di Trinoro (Siena) , Franchetti mise piede sull’Etna nei primi anni Duemila recuperando vecchi vigneti sul versante nord del vulcano. Con lui si è palesata la golden age dei vini della muntagna che è stata divisa in contrade, ognuna con caratteristiche proprie di suolo, altitudine ed esposizione. Andrea Franchetti  ha anticipato una nuova maniera di lavorare il Nerello Mascalese e il vino vulcanico italiano.

Sono state parentesi impreviste ma decisive, che hanno dimostrato che anche fuori da una scaletta il vino riesce ad aprire galassie tutte da scandagliare. Un assaggio inatteso può aprire una porta verso nuove direzioni del gustoVinitaly in meno di 24 ore conclusioni wine travel blog

Conclusioni. Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

Alla fine del Vinitaly 2026 inutile allora porsi il quesito: meglio Champagne o Metodo Classico Italiano? Abbandoniamo ogni tipo di rigidità, quella che spesso si fa accademica e allontana appassionati e intenditori di vino. Non è un derby!  Lo Champagne rimane un riferimento solido, costruito su coerenza, marketing spietato e secoli di storia. Il Metodo Classico Italiano invece ha imboccato una strada diversa, più frammentata, anarchica, e proprio per questo più ricca.

Durante il Vinitaly 2026  emerge chiaramente che non si tratta di stabilire un vincitore da podio. L’ intento è riconoscere due entità nate da una stessa origine, ma sviluppatesi in direzioni differenti. Forse è proprio questo il senso del viaggio: non rivendicare una verità assoluta.

Consigli per il tuo prossimo Vinitaly

Se decidete di farvi tentare dal Vinitaly  il prossimo anno, ecco 5 suggerimenti fondamentali per sopravvivere alla bolgia veronese:

  1. Prenotate i biglietti e l’alloggio con largo anticipo tramite i canali online ufficiali;
  2. Scaricate l’app Vinitaly :  consente di consultare tutti gli espositori suddivisi per Paese, regione e tipologia di vino, oltre a includere una piantina dettagliata delle aree tematiche;
  3. Portate con voi molti biglietti da visita: il Vinitaly è un’ottima occasione per fare networking e creare nuovi contatti professionali.
  4. Indossa scarpe comode e indossate abiti casual: non state andando a un matrimonio, si cammina parecchio per cui prediligete la praticità senza rinunciare a essere chic;
  5. Cibo portato da casa: ci sono diversi punti di ristoro all’interno dell’evento, ma un panino e una bottiglia d’acqua vi salveranno da lunghe e costi aggiuntivi.

Alla fine, il Vinitaly   non è un freddo hub d’affari per burocrati o una sfilata di etichette da esibire sui social. È, prima di tutto, un ritrovo viscerale dell’Italia sincera e contadina: uno spazio fatto del sudore di chi lavora la terra, di volti stravolti dalla fatica dietro ai banchi e di discussioni accese, senza peli sulla lingua, che solo un flute condiviso sa scatenare.

Lasciamo a chi lo vuol fare la presunzione dei punteggi centesimali e le sentenze preconfezionate. Il vero valore del Vinitaly sta nel lusso del dubbio, in quel sano istinto che ci fa rifiutare le tendenze moderne per ritornare ai vecchi saperi. I dogmi definitivi non servono: contano gli interrogativi che ci portiamo a casa, da stappare a tavola davanti a una cucina di territorio. Il vino che amiamo non si fa ingabbiare dai laboratori né serve a dividere le geografie. Deve unire, profumare di sudore contadino e, molto tranquillamente, farsi bere fino in fondo.

Vinitaly 2022: Roberto Cipresso

Vinitaly 2022: Roberto Cipresso

“Non fidatevi di una persona che non ama il vino.”

Karl Marx

Vinitaly 2022: la cantina di  Roberto Cipresso 

Tutto è iniziato prima del Vinitaly 2022 , a Pisa,  durante una cena per sommelier. Ero tra gli ospiti.  Totalmente rapita dai suoi  aneddoti,  ascoltavo Roberto Cipresso , veneto di nascita ma toscano per scelta, presentare i suoi libri e i suoi elisir.

All’epoca Roberto Cipresso  era già  un winemaker di fama internazionale. Era a capo  della  sua omonima cantina a Montalcino , celebre per il suo  Brunello e per  la consulenza strategica per numerose aziende vinicole in Italia e all’estero.  Spinta dall’ispirazione di quella sera, ho preso l’iniziativa proponendogli di raccontare i suoi successi enoici. Il suo “” ha cambiato ogni mia prospettiva, confermandomi che quando ami ciò che fai, il vento soffia sempre nella giusta direzione.

Da lì iniziò un viaggio lungo cinque anni di gavetta, dal Nord al Sud Italia, isole comprese. Un percorso intenso che ha dato un significato ancora più profondo al mio cammino nella sommellerie, permettendomi di scrivere, come wine reporter, sulle diverse consulenze  vitivinicole  nazionali e oltre confine di Roberto Cipresso. 

La ripartenza dopo il Covid

Dal 10 al 13 aprile, questa incredibile avventura si materializzò davanti ai miei occhi con il Vinitaly 2022 . Dopo il lungo silenzio imposto dal  Covid-19  , la kermesse veronese riaprì finalmente le porte al mondo del vino. Quella 54ª edizione rappresentò molto più di un semplice appuntamento professionale: tra i padiglioni si respiravano rinascita, condivisione  e voglia di tornare a vivere. In quell’occasione ebbi il privilegio di vivere il Vinitaly 2022 da dietro le quinte  insieme al team della sua cantina :

Mi occupavo dell’accoglienza e della presentazione di sei produttori italiani e di uno spagnolo tutti uniti sotto la guida di Roberto Cipresso .Non so se è stata una semplice coincidenza , chi lo sa, ma il sogno non era finito perchè in occasione della manifestazione ho rivisto alcune delle prime cantine intervistate- dalla Sardegna alla Maremma, fino al Piemonte- per il genio di Bassano del Grappa  .  Stringere nuovamente la mano, specie dopo la pandemia, della gente e di quelle che qualche anno prima avevo descritto solo tra le righe è stata un’emozione difficile da spiegare. Per cui questo post  prova a essere un umile tentativo di convertire in parole quegli attimi di gioia indimenticabile.

Buona lettura!

Vinitaly 2022: Trend e novità ! 

Non c’ era alcun dubbio che i numeri del  Vinitaly 2022 sarebbero stati esplosivi (4.400 espositori) . Il format ha rispecchiato quello del passato, a cui  si sono aggiunti degli spazi inediti che hanno visto protagonisti:

  • ‘Vinitaly Bio’ :  vini green certificati italiani  e stranieri ;
  • ‘Micro Mega Wines’ , ‘Micro Size’, ‘Mega Quality’ : vini italiani di altissima qualità, reperibili in piccole quantità d’autore;
  • ‘Enolitech’ :  innovazione e   tecnologica applicata alla vitivinicoltura, olivicoltura e beverage;
  • Vinitaly Design’ : salone indirizzato a tutte le nuove mode in merito  agli accessori  per ristorazione e sommellerie ;
  • ‘International Wine Hall’ :  vini e distillati provenienti da ogni parte del pianeta.

Le tre novità di Roberto Cipresso al Vinitaly 2022

Che  Roberto Cipresso   non  finirà mai di stupirci è ormai una certezza. Perché propone sempre qualcosa di rivoluzionario. Come i suoi vini, che modella  di continuo con dei blend mai banali per regalarci qualcosa fuori dal comune! Il riflesso della sua filosofia aziendale è stato il suo stand al  Vinitaly 2022 : il n. 9  B12 Toscana   Quello è stato un vero e proprio laboratorio di vino e di idee che ha visto i riflettori puntati su:

  1. Sette cantine firmate Roberto Cipresso: I Garagisti di Sorgono (Sardegna), Cantina Ribote (Piemonte), MaremmAlta (Maremma), Cantina Corte Capitelli  (Veneto), Tenuta Donna Madia, (Puglia),  Centimetro Zero (Marche); Bodega Santa Caterina, (Palma di Maiorca);
  2. Mosaico per Procida 2022 : un  assemblaggio  di 26 vitigni campani . Si tratta della grand cuvée celebrativa creata da Roberto Cipresso in onore di Procida  capitale della cultura 2022. Un conccept enoico di successo lanciato dal giornalista  Gaetano Cataldo insieme all’ Ass. Cult. Identità Mediterranea di cui è presidente;
  3. Un vino per la pace in Ucraina : un’anticipazione di un altro capolavoro dell’enologo nazionale. L’idea prevede  di realizzare  per la pace in Ucraina un vino fatto dal suo vitigno autoctono, cioè l Odessa black . Così la vite  diventa simbolo di speranza per la fine della guerra con la Russia.

Vola solo chi sa osare! 

Per ordine entriamo nel vivo di questo grande circo del vino focalizzando l’attenzione sul primo punto descritto in alto, perchè è stato quello che ho toccato con mano. Ho letteralmente afferrato lo spirito  di Roberto Cipresso nel  fare vino :  andare oltre le regole! Testa e cuore, scienza e intuizione per creare dei blend inediti.

Nettari pregiati che sono il risultato del connubio dei vitigni più rappresentativi della viticultura globale.  Quelli cioè che si snodano lungo un filo immaginario posto sul 43° Parallelo Nord, che va dalla Georgia al Nuovo Mondo. Cerchiamo di capire di cosa sto parlando qui in basso.

Vinitaly 2022:  il vino secondo  Roberto Cipresso! 

Come avrete ben capito, Roberto Cipresso  ha un modus operandi in fatto di vino che sorprende sempre più , e conquista! La sua è un’ossessione calibrata  per ottenere  un vino che possa avvicinarsi alla perfezione. Per raggiungere questo traguardo  si affida alle straordinarie matrici dei suoli della Toscana, dell’Umbria e delle Marche. Queste tre regioni sono infatti attraversate in Italia dal leggendario 43° Parallelo Nord. Ma che cos’è esattamente questo concetto, base assoluta di tutto il suo lavoro?

Ci troviamo di fronte  a una congiunzione fortunata di terre  d’elezione dove nascono e prosperano alcune delle varietà più espressive in assoluto: Verdicchio, Sangiovese, Montepulciano, Vermentino e Sagrantino. Questa linea immaginaria non rappresenta un semplice dato cartografico, ma racchiude un concetto rivoluzionario di terroir diffuso.

Il 43° Parallelo Nord  è un asse simbolico, storico e profondamente mistico, capace di avvolgere l’intero globo terrestre. Questo orizzonte unisce idealmente i luoghi in cui la viticoltura ha emesso i suoi primissimi vagiti, come le antiche valli del Tigri e dell’Eufrate e le terre della Georgia, fino a toccare le nuove e avveniristiche frontiere vinicole oltreoceano  nell’Oregon. Si tratta di una coordinata geografica speciale, che sorvola santuari di immensa energia spirituale come Medjugorje, Assisi e Santiago de Compostela, quasi  a voler trasmettere ai frutti della terra un’aura ancestrale e identitaria.

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7 Cantine gioiello  firmate Roberto Cipresso!

L’ instancabile visione creativa di Roberto Cipresso  non conosce  sosta, vede castelli laddove altri ci scorgono solo pietre. Non a caso l’angolo divino di Roberto Cipresso al Vinitaly 2022  è stato un melting pot delle migliori aziende vitivinicole tutte legate da una forte partnership con l’enologo.

Il tocco del maestro ha impresso una svolta decisiva. Queste cantine stanno facendo rumore in campo  per la purezza e l’originalità dei loro sorsi. Ognuna di esse custodisce  un frammento di quel puzzle planetario racchiuso nel principio del 43° Parallelo Nord. Eccole nel dettaglio!

1. I Garagisti di Sorgono, Sardegna

Tra i ricordi più vivi del mio percorso nel vino, quello legato ai I Garagisti di Sorgono occupa un posto speciale. Fu infatti il primo wine report che sviluppai  per Roberto Cipresso, un’esperienza che accese la scintilla del vino vissuto e narrato fra i filari.

Chi sono ? Pietro UrasRenzo Manca, Simone Murru : tre giovani imprenditori della provincia di Nuoro che si sono affacciati sul  mercato nel 2015 . Il loro scopo è stato  chiarissimo: fare vino in modo puro, rubando il mestiere ai vecchi artigiani. Si sono ispirati al movimento francese dei  vins da garage.  

Come i vigneron d’Oltralpe hanno voluto solo imbottigliare poche bottiglie mettendoci l’anima dentro e  curando ogni singolo grappolo. Il risultato di questa marcia aziendale sono delle microproduzioni amatoriali di vino all’ interno della  Mandrolisai DOC : una piccola denominazione vinicola nel bel mezzo  della terra dei Nuraghi. Essa comprende i comuni di : OrtueriAtzaraSorgonoTonaraDesulo, e Samugheo. La sua unicità risiede nello storico uvaggio previsto dal disciplinare, ottenuto dall’unione dei tre principali vitigni sardi:

I Garagisti di Sorgono  stanno portando un’ondata di rinnovamento nei vini della Mandrolisai DOC. Rispetto al passato i tre amici possono essere considerati come i pionieri del vino della Sardegna centrale: non si accontentano più di assemblare quantità  casuali di vitigni. Al contrario studiano la vite  in modo più approfondito , concentrandosi sui tempi di maturazione dell’uva.  Sudano per guadagnare  equilibrio, precisione ed espressività. Da questo approccio nascono vini più intensi,  e capaci di esprimere con autenticità il carattere del Mandrolisai DOC.

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2. Cantina Ribote, Piemonte

SuaMaestà  Piemonte entra in scena con la Cantina Ribote  (1980): da cinque generazioni sono il simbolo dell’eccellenza dei vini piemontesi. Siamo nelle colline delle  Langhe  , un fazzoletto di terra vocato da secoli alla viticoltura. Guardando la mappa, questo paradiso tutto italiano si sviluppa tra la provincia di  Cuneo  e quella di Asti . I suoi confini geografici si suddividono in Alta Langa   (fino a 896 metri) e Bassa Langa (con quote genericamente inferiori ai 600 metri).

Nei loro 35 ettari di terreni a Dogliani (CN) la famiglia Porro   coltiva il Dolcetto , vitigno autoctono generoso e versatile. Da oltre vent’ anni  coltivano  queste uve, che provengono da piante che hanno un’ età compresa tra i 10 e i 95 anni, e  vinificandole prevalentemente in purezza. Le versioni più rappresentative sono:   Dogliani  , Dogliani DOCG, e Dogliani superiore. Vini Ribote sono biologici e di alto livello, su cui si interviene solo laddove è estremamente necessario. L’esclusione totale di sostanze chimiche, di diserbanti e di insetticidi, applicata rigorosamente fino all’imbottigliamento, garantisce vini  puliti che tutelano la salute del consumatore e l’integrità dell’ambiente.

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3. MaremmAlta, Toscana

MaremmAlta è la cantina di Stefano Rizzi che ci porta con i suoi vini  a Gavoranno , un piccolo paesino vicino a Grosseto . Siamo esattamente in  Maremma, la zona  più selvaggia  e meno  conosciuta della Toscana , che  si estende per  5000 km2   da Livorno fino a Civitavecchia. Vent’anni fa Stefano Rizzi vendeva il vino in qualità di   vicepresidente della Winebow (gruppo specializzato nell’export del vino italiano negli USA fondato da Leonardo Lo Cascio). Oggi lo produce, ed egregiamente. 

Da allora il poliedrico imprenditore romano si dedica alla sua splendida  azienda agricola  immersa in  16 ettari di rigogliosa e fertile campagna toscana. Qui coltiva Ciliegiolo, Syrah , SangioveseCabernet Sauvignon, Vermentino e Viognier . E ne vengono fuori vini straordinari  per lo più lavorati in purezza.

4. Cantina Corte Capitelli, Veneto

Cantina Corte Capitelli è un business giovane . Ci troviamo  a  Montebello Vicentino (Vicenza). Questa è una provincia  ad alta vocazione vitivinicola.  Il cammino di questa coppia di ragazzi  innamorati,  brillanti e capaci è appena iniziato! Il loro desiderio è quello di trarre il meglio dalla Garganega, vitigno a bacca bianca tipico delle colline vicentine. Da esso  confezionano le loro principali bottiglie.

I vigneti della Cantina Corte Capitelli sono prevalentemente disseminati in località Conca D’ Oro . Questo è un ampio anfiteatro naturale incastonato nelle Prealpi vicentine. Si tratta di una suggestiva dimora custode di un  terroir introvabile altrove. Le particolari caratteristiche di questo ambiente pedoclimatico sono una felice esposizione a sud-est  e la natura vulcanica dei suoli. In particolare vi suggerisco di ordinare il loro Doradorosè. Questo è un rosato di Syrah e Tai , che colpisce perchè riesce a essere delicato al primo assaggio, ma anche deciso nella sua elegante persistenza. Sicuranente è un vino ricercato , di cui ricordo la vivace freschezza e mineralità. 

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5. Centimetro Zero,  Marche

Ad onorare il ricco patrimonio vitivinicolo del centro Italia I Vini cm 0 : circa 600 etichette realizzate da Roberto Cipresso e dai ragazzi con disabilità intellettive del ristorante sociale  Centimetro Zero , a Pagliare (Spinetoli),  Ascoli Piceno. Con  il supporto e la supervisione di Roberta D’Emidio, responsabile della locanda del terzo settore, il guru del vino dimostra ancora una volta che il vino è motivo di crescita,  solidarietà e speranza.

Roberto Cipresso e Roberta D’Emidio sono due grandi personalità che hanno messo il loro sapere fare al servizio di chi è stato meno fortunato. E nonostante tutto si sorride e si va avanti! Un qualcosa di così speciale che anche il presidente della Repubblica Mattarella ha riconosciuto pubblicamente l’alto valore di questo modello di convivenza civile e solidale.

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6. Tenuta Donna Madia, Puglia

Rotoliamo verso il Sud d’Italia con la scheda di Tenuta Donna Madia : il desiderio del medico  Bartolomeo Lofano di  continuare  una vecchia attività di  famiglia. Con il prezioso aiuto di Roberto Cipresso la  Tenuta Donna Madia è un cantiere in divenire nella  soleggiata Contrada Petrarolo in Puglia . Un luogo speciale pieno di  filari di Fiano, Primitivo e Sangiovese e alberi di olivo, protetti dagli antichi muri a secco. Ad un’altitudine di circa 200 metri ,  il Mare Adriatico influisce sul vigore  delle tre uve  della tenuta, da cui scaturiscono queste due formidabili etichette:

  • Donna Madia 2019: un rosso esplosivo di 25%  Primitivo e 75%  Sangiovese. La vigna è coltivata  ad un’altitudine di 195 m s.l.m. nell’entroterra del territorio di Monopoli. Il colore è rosso rubino,  al naso regala sensazioni di ciliegia e confettura di fichi, e note che ricordano il cuoio e il tabacco. Al palato entra lentamente e poi si accende con un gusto  pieno e definito. Il gusto, coerente con l’olfatto, porta sensazioni retronasali di frutta matura. Ha una buona definizione e una buona persistenza;
  • Fiano Minutolo 2020: un bianco da Fiano  in purezza. Un vino da pasto dal colore  giallo con riflessi finemente verdognoli, al naso ricorda subito la pesca bianca , fiori secchi e zafferano.  Al palato è suadente con note vibrate di mela gialla e miele. Chiude con una buona acidità che imprime una buona persistenza e pulizia.

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7. Bodega Santa Caterina, Maiorca

Al presente la  consulenza internazionale di Roberto Cipresso è un fronte oggi in continua espansione globale. Spicca l’esempio della  Bodega Santa Caterina,  un cantina fondata nel 1984 da Stellan Lundqvist a Maiorca. Questi fu un viticoltore svedese che si innamorò  di questa perla delle Baleari,  e vi piantò per primo le varietà nobili di Francia:  Merlot, Cabernet Sauvignon, Chardonnay e Syrah.

Nel 2002 , dopo una serie di vicissitudini e problematiche personali , l’azienda cessò la sua attività produttiva , per poi ripartire  nel 2014  grazie all’impegno dei figli . Da allora in poi  Bodega Santa Caterina  è attiva nel consolidare uno standard elevato dei loro vini, dei quali vi descrivo le etichette più interessanti: 

  • Inguany 2020: un rosso dall’anima latina intitolato così dalla parola catalana  “inguany'” , che significa “carpe diem”. Non cogliere al volo l’occasione di bere questo vino fatto da Calette (Cannonau) e Mandò (Alicante), sarebbe un peccato!  Il colore è rosso porpora, con riflessi violacei. Al naso risulta  complesso, con aromi di frutta nera , pepe, caffè e  caramello e tostato. Il suo finale è elegante, rotondo e lungo, con  un retrogusto di caramello e note tostate;
  • Bianco Mallorca 2021: un bianco fatto di Viognier , Girò Ros e Prensal che piace a tutti, quasi un vino universale, che tira secco come uno champagne. Il colore è giallo paglierino. Al naso è fresco, molto espressivo con aromi di  mela ,  pera e ananas . Un vino bianco soave , con una buona un’acidità integrata, e  un retrogusto  vaniglia.

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Conclusioni. Vinitaly 2022

Innanzitutto per me viaggiare è come l’aria che respiro: una necessità prima che un capriccio. Apre la mente ,  insegna  a osservare il mondo da  prospettive differenti,  e inevitabilmente migliora l’approccio alla vita e il rapportarsi agli altri.  La lista dei motivi per fare le valigie  e lasciare la propria comfort zone è davvero infinita . E il vino, senza dubbio,  per me è diventato un fattore scatenante per vagabondare, perché  ti catapulta laddove tutto ha origine.  In fondo, questo è anche uno degli assiomi che   Roberto Cipresso  ripete  più spesso durante le sue lezioni sul vino nelle conferenze in giro per le unversità italiane.

Troppo spesso il vino è  associato  al solo atto del bere e al piacere del bere o ai momenti di convivialità. In verità è molto di più. Il vino è cultura quando nasce in vigna, quando viene prodotto e persino quando viene condiviso a tavola. Non si sceglie soltanto in base al gusto o a criteri pratici, ma  anche per le emozioni e le sensazioni che riesce a veicolare. Ogni bottiglia imprigiona un paesaggio, una saga familiare, e l’attaccamento alle proprie radici.  Proprio questo è il messaggio  che Roberto Cipresso  ha professato al Vinitaly 2022.

Vinitaly 2022: dati interessanti!

Infine, non bisogna dimenticare che il vino rappresenta anche uno dei grandi motori dell’economia italiana. Non a caso il Vinitaly 2022 ha dimostrato ancora una volta che il vino italiano resta la prima voce dell’export agroalimentare . Il suo fatturato è  in continuo aumento . Un successo non scontato in un mercato mondiale in continua evoluzione, sempre più affollato e competitivo. Leggiamo insieme  alcune delle più interessanti statistiche emerse secondo la  fonte ASNALI (Ass. Naz. Aut. Liberi Imprenditori):

  • Erano presenti ben 88.000 operatori, e il 28% di questi erano stranieri (25.000) provenienti da 139 paesi. Questo dato testimonia una  rinascita economica;
  • Sul fronte delle presenze estere, la leadership appartiene in ordine di importanza a: USA, Germania, Regno Unito, Canada, Francia. Seguono Svizzera, Belgio, Olanda, Repubblica Ceca e Danimarca.  In ambito extraeuropeo si segnalano come emergenti: Singapore, Corea del Sud, Vietnam, India e Africa.

A conti fatti ,  il  Vinitaly  ha scandito l’evoluzione del sistema vitivinicolo nazionale e internazionale. Sin dal 1967 anno della sua fondazione.  Perchè ha compiuto una vera rivoluzione culturale. Ha cambiato il volto del vino da semplice prodotto agricolo di consumo quotidiano a icona di stile, economia e turismo. Era arrivato il momento di dare  dignità internazionale al lavoro dei vignaioli.


Vinitaly 2018

Vinitaly 2018

“Non esiste mondo fuori dalle mura di Verona, ma solo purgatorio, tormento, inferno”

W. Shakespeare 

Vinitaly 2018: un motivo in più per visitare Verona 

Senza dubbio Bacco ha colpito ancora! Spinta dal mio interesse per il vino-dopo un corso da sommelier con l ‘Ais di Lucca- mi sono decisa ad andare al Vinitaly 2018  . Così ho trascorso un fine settimana a Verona, ospite di alcuni amici.  Si tratta della più grande fiera del vino in Italia e sicuramente una delle più grandi al mondo. Presso Verona Expo , migliaia di produttori e operatori del settore provenienti da tutta Italia e dagli angoli più lontani del globo hanno presentato le loro eccellenze enologiche. Così  mi sono resa conto che la Città degli Innamorati ha molto da offrire ai viaggiator. Intendo richiami diversi dalla  nota drammatica storia d’amore tra Romeo e Giulietta.  Seguite i miei consigli in questo post per scoprire questa splendida città italiana e le migliori cantine del nostro Stivale (e non solo!).
Certamente  il Vinitaly 2018 è stato molto più di una semplice manifestazione sul vino. Perchè questa storica 52ª edizione si è trasformata nella più significativa vetrina  per il business vinicolo italiano. Ma cosa rende questo evento così speciale per un visitatore?Immaginate di attraversare un mosaico liquido di oltre 95 mila metri quadrati, dove ogni padiglione racconta l’identità di un territorio.

Vinitaly 2018 : numeri e segreti di un fenomeno divino! 

Durante i quattro giorni della kermesse, la macchina organizzativa di Veronafiere ha coordinato un’affluenza da record. Il suo vero punto di forza è stato la sua straordinaria  anima cosmopolita. Perchè? Grazie alla presenza di cantine italiane e aziende vinicole provenienti da ben 36 paesi stranieri.  Tra i corridoi si respirava un’atmosfera internazionale:  aziende vinicole italiane e  36 di paesi stranieri . A potenziare il network commerciale si è aggiunta una platea globale di top buyer e giornalisti, riuniti per stringere accordi strategici e seguire le ultime tendenze del settore. Il bilancio finale di Vinitaly 2018 conferma il successo di questa sinergia:
In definitiva, quella del  Vinitaly 2018 è stata un’avventura incredibile che ha lasciato il segno. Mi ha dimostrato come il vino non sia solo un prodotto da degustar. L’elisir degli dei  è un vero e proprio atlante culturale da esplorare un calice alla volta. Perché, in fondo, viaggiare significa anche questo: raccontare un luogo  attraverso i suoi sapori più autentici. E voi, avete già scelto la vostra prossima meta vinicola?

Vinitaly 2018  in 24 ore? Una follia meravigliosa!

Dopo ore passate a camminare tra gli stand affolati la lezione si impara in fretta! Se come me, si ha  solo a disposizione un giorno per il Vinitaly 2018 , ti serve un piano. Con un biglietto d’ingresso da circa 100 euro, perdersi senza meta non è un’opzione.
La mia strategia? Meno quantità, più cuore.  Per non trasformare la giornata in una missione suicida tra cento regioni diverse, ho fatto una scelta radicale: focus totale sulla Sicilia. C’è  una ragione ben precisa:  in questa isola meravigliosa ci sono nata. La amo da impazzire,  ed è oggettivamente uan delle punte di diamante del vino in Italia. Selezionare le cantine più autentiche e rappresentative non è stato facile (le avrei inserite tutte!). Dovendo però fare una scelta, vi presento le mie tre chicche imperdibili:

Dimenticavo , per ottimizzare al massimo le ore all’affolatissimo appuntamento veronese , non scordatevi :

  • Scarpe comode e look casual;
  • Acqua sempre in borsa; 
  • Pranzo al sacco per evitare code e prezzi folli ai bar.

1. Cantina Castellaro : il faro enoico di Lipari 

Immaginavo tramonti strappa lacrime alla sola vista di un’immagine delle  Eolie. Proprio in questo paradiso nasce  la  Tenuta di Castellaro, precisamete a Lipari, nel borgo di  Quattropani. Questo è un luogo ideale per la coltivazione della vite: mare, vento e vulcani sono gli inredienti speciali per un vino unico. Lo aveva intuito  fin da subito il proprietario Massimo Lentsch, imprenditore bergamasco già winemaker a Dubrovnik. Durante una vacanza in Sicilia rimase stregato  dal potenziale vitivinicolo di Lipari e decise di fondare questa fantastica  impresa.

La proprietà è composta da diversi appezzamenti distribuiti sull’isola: Vigna Maggiore, Lisca, Lisca Alta, Caolino e Gelso. Questi ultimi  sono tra i vigneti principali, tutti caratterizzati da suoli vulcanici ricchi di pomice e ossidiana. Un momento fondamentale per la crescita della cantina fu l’incontro tra Massimo Lentsch e l’enologo Salvo Foti, fondatore del Consorzio dei Vigneri Siamo di fronte a una figura simbolo della viticoltura etnea ed eoliana. Grazie alla sua esperienza, la cantina ha sviluppato un marchio  orientato all’eccellenza, nel pieno rispetto della natura e delle tradizioni agricole isolane.

Il terroir di Lipari e la filosofia produttiva

Inaugurata nel 2013, dopo quattro anni di lavoro,   Tenuta di Castellaro, è  oggi considerata una delle winery  più importanti dell’arcipelago. La struttura è stata progettata con un impatto ambientale minimo.  Il processo di vinificazione avviene per gravità, senza l’ utilizzo di pompe. Mentre le fermentazioni sono affidate esclusivamente ai lieviti indigeni presenti naturalmente sulle uve.

Il terroir di Lipari è estremamente particolare , plasmato  da terreni vulcanici, forti venti marini  e notevoli  escursioni termiche. In queste condizioni estreme trovano un habitat ideale vitigni autoctoni , che danno origine a vini intensamente minerali e  sapidi .  Tra questi :

Bianco Pomice e Nero Ossidiana

Tra le etichette più rappresentative della Tenuta di Castellaro spiccano:

2. Cantina Benanti: le viscere dell’ Etna

Da tempo desideravo tornare sull’Etna.  Soprattutto per assaggiare finalmente i vini della Cantina Benanti  . Quel desiderio si è realizzato, almeno in parte, al Vinitaly 2018. Mi sono diretta senza esitazione verso i proprietari: il fondatore Giuseppe Benanti e il figlio Antonio Tra una chiacchiera e l’altra  mi hanno parlato con grande spontaneità  della storia della loro famiglia.

La Cantina Benanti  si trova a Viagrande, in provincia di Catania, alle pendici dell’Etna. Essa ha contribuito alla rinascita dell’Etna DOC moderna. Fu proprio Giuseppe Benanti, farmacista catanese , a credere per primo nelle potenzialità dei vitigni autoctoni etnei. Alla fine degli anni Ottanta iniziò a investire nel sogno di fare  vini strepitosi sull’Etna.  Recuperò praticamente  un’antica tradizione di famiglia attraverso uno studio accurato dei terreni laviici  e delle contrade più vocate.

La rivoluzione dei fratelli Benanti

Il vero salto verso il successo è arrivato tuttavia con i figli gemelli, Antonio e Salvino . Cresciuti in Sicilia e laureati in economia aziendale, hanno deciso  di rientrare da Londra per guidare l’azienda di famiglia. Nel 2012 Giuseppe Benanti ha ceduto  ufficialmente  la guida della  cantina ai fratelli.

I nuovi leader  hanno dimosrato subito di avere idee chiare: puntare esclusivamente sull’identità dell’Etna e sui rari vitigni  autoctoni del territorio. Cosa hanno fatto? Tre mosse da campioni:

  1. Hanno venduto  alcuni vigneti nella Sicilia sud-orientale e le parcelle etnee valutate meno interessanti;
  2. Hanno ridotto  drasticamente il volume complessivo della produzione;
  3. Hanno eliminato completamente i vitigni internazionali.
Cosa ha fatto la differenza nel cambio generazionale?

In dettaglio è stato Antonio Benanti  ad avere il lampo di genio  di non  inseguire mode o vini costruiti. Ha preferito racchiudere nei suoi nettari la quintessenza del territorio etneo, nel modo più autentico possibile . Attualmente la famiglia Benanti è ritenuta  uan delle assolute  protagoniste della rinascita dell’Etna DOC moderna . Ha svolto un ruolo fondamentale nel riportare sotto i riflettori internazionali i vini del vulcano.  Perciò ha contribuito a  fare  di questa zona  una delle aree vinicole più prestigiose d’Italia.

Oggi i vini Benanti si trovano nelle carte dei vini dei ristoranti più ricercati del nostro Bel Paese, degli Stati Uniti e del  Giappone.  Sono diventati un vero simbolo dell’eleganza vulcanica siciliana. Il loro stile è preciso, fine,  verticale, minerale e dotato di una personalità immediatamente riconoscibile.

I vitigni simbolo della cantina

Tutto il lavoro della famiglia Benanti ruota attorno a tre grandi vitigni autoctoni dell’Etna:

 Queste varietà riescono a sviluppare una freschezza e una tensione così particolari per merito di  fattori pedoclimatici peculiari:

  • Terreni vulcanici ricchi di minerali;
  • Altitudini elevate;
  • Forti escursioni termiche tra il giorno e la notte;
  • Straordinaria luminosità solare: fondamentale per una perfetta maturazione delle uve;
  • Suoli sabbiosi e sciolti: garantiscono un drenaggio idrico ottimale per le radici;
  • Ottima varietà microclimatica tra i diversi versanti del vulcano (Nord, Est, Sud).

Da questo immenso lavoro certosino  sono venuti fuori   tre  vini  ricercatissimi:

  1. Pietramarina Etna Bianco Superiore: probabilmente il vino simbolo della cantina. Un Carricantei n purezza teso, con un puna di sale e fragrante;
  2. Rovittello Etna Rosso Riserva:  sottile, ottenuto principalmente da Nerello Mascalese del versante nord dell’Etna. Un rosso che si fa sentire con garbo;
  3. Serra della Contessa Etna Rosso Riserva: più intenso e strutturato, ma sempre attraversato da quella freschezza lavica che rende i vini dell’Etna così riconoscibili.

3. Cantina Fina: l’abbraccio del mare a Marsala 

Per caso durante una cena nella mia incantevole Sicilia mentre assaporavo delle triglie fritte mi sono innamorata del bianco che le accompagnava: il  Kikè della  Cantina Fina . Quel calice mi ha letteralmente conquistato per l’ insolito e magnetico connubio  tra Traminer e Sauvignon Blanc che la solarità  siciliana ha reso più intrigante. Al  Vinitaly 2018 ho avuto il piacere di incontrare  Bruno Fina,  enologo e creatore di questa preziosa  cantina a Marsala   che ha preso forma 2005 .

Posizionata nel cuore della Sicilia occidentale, la Cantina Fina  (Contrada/ Bausa, snc, 91025 Marsala TP),  si adagia su una collina . La vista da qui domina sulla Riserva dello Stagnone e guarda verso le Isole Egadi, la cantina coltiva circa 48 ettari di vigneti a regime biologico. Questi sono immersi in un terroir unico, influenzato dal mare, da brezze  costanti e dai suoli tufaceo-calcarei ad alta componente minerale.

I vini Fina 

La  Cantina Fina unisce vitigni autoctoni come Grillo, Zibibbo, Perricone e Nero d’Avola a varietà internazionali come Traminer, valorizzando al massimo il carattere del territorio siciliano. La produzione annuale raggiunge circa 650.000 bottiglie. Sono prodotte combinando tecnologie moderne e una rigorosa raccolta manuale delle uve. Grazie a questo approccio,  la famiglia  Fina  ha saputo coniugare perfettamente la cura artigianale con una forte presenza internazionale.

Tra i vini  più celebri spiccano:

Verona tutta da gustare! 

Non a caso Verona è una città iscritta nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO che vanta oltre due millenni di storia. Fondata dai Romani come colonia strategica, divenne nel Medioevo una delle capitali culturali d’Europa grazie alla Signoria degli Scaligeri. Il passato cittadino ha visto poi la dominazione della Repubblica di Venezia e, in epoca ottocentesca, dell’Impero Austriaco, che la trasformò in una delle fortezze del Quadrilatero. Queste influenze storiche hanno lasciato in eredità un panorama urbano monumentale e stratificato, visibile in ogni vicolo del centro.

Senza dubbi,  Verona è una delle mete preferite dai turisti di ogni dove per il perfetto connubio tra il romanticismo shakespeariano, una vivace scena artistica e una posizione geografica ideale tra il Lago di Garda e la Valpolicella. La città offre un’alternativa intima, sicura e interamente percorribile a piedi rispetto alle grandi metropoli.

 5 cose da vedere a Verona 

Inoltre,  Verona  si distingue per una rinomata tradizione enogastronomica,   basata su vini d’eccellenza come l’Amarone e piatti tipici della cucina veneta.  Ma oltre al cibo e il vino , vediamo cosa ci offre questo gioiello italiano . Ecco le principali attrazioni cittadine che non possono assolutamente mancare :
  1. Arena di Verona: l’antico anfiteatro romano situato nella centrale Piazza Bra, famosissimo  per la stagione lirica e teatrale
  2. Casa di Giulietta: il cortile medievale con il mitico balcone e  la statua in bronzo dell’eroina di Shakespeare
  3. Piazza delle Erbe: è il salotto cittadino  che  sorge sull’antico foro romano , circondata da palazzi affrescati e bar storici.
  4. Torre dei Lamberti: alta 84 metri, offre una spettacolare vista panoramica a 360 gradi sui tetti della città e sulle colline circostanti; 
  5. Castelvecchio:la fortezza trecentesca della famiglia Della Scala, oggi sede di un museo d’arte e collegata al suggestivo ponte merlato che scavalca l’Adige.

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Conclusione. Vinitaly 2018: a presto! 

Vinitaly 2018 è stato un insieme di momenti carichi  di entusiamo e cultura enoica . Tutto ciò che avevo studiato sui libri dell’Associazione Italiana Sommelier di Lucca ha finalmente preso vita davanti ai miei occhi.  Per qualche istamte , il vino è uscito dalle pagine dei manuali per evolversi  in volti, geografie , e storie vere. Degustare vini, ascoltare i racconti dei winemaker e viverli  di persona  è stata una magia difficile da spiegare.

Un grazie infinito alla  mia cara  amica Laura, che mi ha accolta con un affetto sincero facendomi sentire come a casa. Grazie a lei ho potuto ammirare  Verona  , scovandone e  fotografandone gli scorci più affascinanti.  Sono rientrata a Pisa stanca e  con i buchi ai calzini. Ma  ho avuto  la certezza che il vino, prima ancora di essere una bevanda, è incontro, condivisione e memoria.