Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

“Nessuna poesia scritta da bevitori d’acqua può piacere o vivere a lungo. Da quando Bacco ha arruolato i poeti tra Satiri e Fauni, le dolci Muse sanno di vino fin dal mattino”

Orazio

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: si può fare!

A dire il vero, girare per il Vinitaly 2026 in meno di 24 ore non è stata una banale corsa contro il tempo, ma il raggiungimento di uno dei traguardi più importanti del mio percorso nel mondo del vino. Il motivo è semplice: per la prima volta ho varcato i cancelli della manifestazione con un pass stampa. Quel tesserino è stato tanto inaspettato quanto gratificante: è il culmine di un’ascesa costante costruita negli anni. Vi spiego meglio!

La mia avventura enoica è cominciata nel 2015 con la formazione da sommelier , seguita dai  primi passi timidi e curiosi  al Vinitaly  2018 , quando  partecipai da semplice visitatrice. Un tragitto  che ha poi conosciuto una svolta  nel Vinitaly 2022 quando sono entrata a far parte dello staff di accoglienza di Roberto Cipresso,  tra le menti più autorevoli dell’enologia italiana. Questo cammino misurato e senza scorciatoie, ha  coronato i miei sforzi con il riconoscimento ufficiale  di  wine blogger accreditata. Una conquista impagabile che mi ha permesso di raccontare il vino da una prospettiva privilegiata.

E quale occasione migliore della  58ª edizione (12 – 15 aprile),  capace di registrare numeri da record?

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: cosa fa tendenza 

Senza dubbio, destreggiarsi tra i padiglioni veronesi è stata un’opportunità straordinaria per cogliere le nuove direzioni del mercato vitivinicolo.  Tra masterclass, incontri ed eventi, non sono mancati ospiti d’eccezione: giornalisti, professionisti del settore e chef stellati, tra cui Carlo Cracco .

Grande attenzione è stata inoltre prestata ai temi della sostenibilità e ai linguaggi moderni del bere odierno  tradotti nelle seguenti novità:

  • “NoLo (No and Low Alcohol)”: i vini a basso o nullo contenuto alcolico continuano la loro ascesa, soprattutto tra i consumatori più giovani;
  • La mixology di Xcellent Spirits: una vetrina dedicata ai distillati artigianali e ai bitter d’autore, a conferma del dialogo sempre più stretto tra il vino e i liquori italiani e i cocktail d’avanguardia;
  • Il focus sull’enoturismo: uno spazio permanente per trasformare la visita in cantina in un’efficace leva di sviluppo territoriale. Non si vende più solo la bottiglia. Si offre l’esperienza, l’ospitalità del vigneron che si lega al suo paese d’origine, diventandone interprete e ambasciatore;
  • L’Intelligenza Artificiale di Bacco AI: tecnologia digitale al servizio dei produttori per ottimizzare l’export. Grazie agli algoritmi avanzati hanno, lo strumento ha favorito match commerciali immediati,  coinvolgendo oltre 1.000 top buyer internazionali e snellendo le lungaggini della burocrazia;
  • OperaWine:l’anteprima di Wine Spectator , inconfondibile celebrazione  dell’eccellenza dell’enologia italiana con una presentazione dei migliori vini per un  tasting  indimenticabile;
  •  Il Salotto dei Vini Rari: focus del fuorisalone Vinitaly and the City con esposizioni di vini dedicati a 32 vitigni autoctoni storici e poco diffusi.

 Il “caro” Verona

Tuttavia, per chi vive di terra e di calici, il Vinitaly  resta un rito collettivo che pretende il suo tributo. Si macinano chilometri a piedi, si suda e bisogna scegliere drasticamente  tra centinaia di stand. D’altra parte, questo blitz è stato una strategia inevitabile.

Diciamolo chiaramente!  Il sistema ricettivo veronese nel periodo del Vinitaly  penalizza chi il vino lo fa, lo promuove e ne fa cultura.  Perché assicurarsi una stanza in città per una sola notte è quasi un lusso insostenibile. I prezzi sono fuori controllo.

Una distorsione che non passa inosservata nemmeno agli addetti ai lavori, sempre più critici verso  una situazione che anno dopo anno continua a peggiorare.  Mi auguro che questa problematica, insieme a tante altre, venga affrontata con fermezza da Veronafiere (ente organizzatore dal 1978)  . Un intervento strategico imprescindibile per proiettare il Vinitaly  all’altezza della grandezza del comparto vitivinicolo italiano.

Una sana follia!

Così ho archiviato subito l’idea del pernottamento e anche quella di fiondarmi a Verona in auto  da Pisa. Non avevo voglia di aprire un mutuo o di sfidare l’etilometro sulla via del ritorno! Restava il treno, unica soluzione sensata. Una maratona calcolata al millimetro: dentro i cancelli all’apertura, fuori all’ultimo minuto e subito sul binario del ritorno, a casa prima di mezzanotte.

Faticoso? Sì. Impossibile? Assolutamente no. La distanza dalla Toscana  non è stata eccessiva e, prenotando in anticipo, si spendono complessivamente poco più di cento euro. Alla fine, ne è valsa decisamente la pena per un rapido giro nel variopinto circo del vino. Il risultato? Taccuini pieni di appunti e scarpe impolverate.

Non esiste vento favorevole per chi non sa dove andare!

Una trasferta condensata in poche ore imponeva una rotta precisa, era inevitabile . Per non lasciarsi travolgere dal caos del Vinitaly , che per la sua vastità, può facilmente disorientare anche i frequentatori più esperti della kermesse.

La mia bussola puntava dritta verso una passione recente ma viscerale: le bollicine. Un interesse maturato dopo un corso sullo Champagne organizzato dall’ AIS di Lucca. Lezioni interessantissime  tenute da Roberto Bellini, scrittore e ambasciatore  dell’oro francese in Italia.

L’obiettivo?  Un confronto reale tra stili, territori e interpretazioni diverse della spumantistica:

  • Da un lato la tradizione e la precisione delle maison francesi;
  • Dall’ altro la personalità sfaccettata del Metodo Classico italiano, capace di cambiare volto passando dalle montagne ai vulcani.

Nelle prossime righe di questo articolo descriverò le mie impressioni e altre sorprese. Una su tutte: le nuove declinazioni del Moscato in versione spumante. Sperimentazioni capaci di demolire il vecchio pregiudizio che lo confinava soltanto ai ricordi dell’Asti dolce. Ma non è tutto. Troverete anche:

  • I “vini del cuore”: una selezione di etichette – dall’Africa al Nord e Sud d’Italia – che mi hanno stregato per la loro unicità;
  • Consigli pratici: piccoli trucchi del mestiere per non affogare nel mare divino del Vinitaly!

Ecco in basso la mia mappa del gusto. Questa è la prova che persino una toccata e fuga al  Vinitaly 2026 può regalare un diario ricco di scoperte, emozioni e spunti di riflessione.

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: itinerario del vino

Da quelle serate lucchesi la domanda è rimasta lì, sospesa. È riaffiorata più volte, puntuale, davanti a ogni calice di Metodo Classico Italiano.  Allora, dopo anni di studio, di ispirazione e di crescita, l’Italia è ancora un allievo dello Champagne o ha finalmente rivendicato la propria singolarità? Al Vinitaly 2026 in meno di 24 ore, quel dubbio ha smesso di essere teoria. La soluzione non era scritta nei manuali, ma pulsava nei sorsi di vino e nei racconti dei vignaioli.

Così, la ricerca è diventata una traversata rapida e appassionante. Un filo di perle che ha agganciato la Francia alla Sicilia, attraversando l’intera penisola. Quello che era partito come un confronto diretto, passo dopo passo, ha cambiato pelle. Nessuna gara, nessun podio: solo due modi straordinariamente diversi di leggere la stessa, nobile origine.

Buona lettura!

Tappa 1: Francia, Pascal Walczak

Se non vai in Champagne, è la Champagne che viene da te: al Vinitaly 2026 ne ho respirato l’essenza più verace. La mia avventura è iniziata con gli Champagne di  Pascal Walczak. Lo avevo contattato nelle settimane precedenti. Volevo conoscere una piccola azienda familiare, lontana dai riflettori delle blasonate Maison. Il mio goal era dialogare dal vivo con lui per sapere qualcosa in più del suo regno nell’epicentro della Champagne meridionale .  Non smetterò mai di ringraziarlo per la sua disponibilità e accoglienza.

Vignaiolo  per vocazione!

La Maison Pascal Walczak ha sede  a Les Riceys, storico comune della Côte des Bar.  Fondata nel 1973 , oggi è gestita dai figli Sébastien e Aurélien. La famiglia interpreta con orgoglio lo status di Récoltant-Manipulant (RM) . Come? Coltivando i vigneti con pratiche sostenibili e rispettose dell’ambiente senza ricorrere a trattamenti chimici invasivi.

Pratica una viticoltura sostenibile, priva di trattamenti chimici invasivi. La cantina storica, dotata di pressa di proprietà per tutelare il mosto fiore, accoglie persino i viaggiatori in camper, segno di una filosofia essenziale e senza filtri. La tenuta si estende su 10 ettari interamente a Les Riceys: 8 ettari di Pinot Nero e 2 di Chardonnay. Il segreto della loro finezza si nasconde sotto i suoi filari: marne e calcari del kimmeridgiano, lo stesso suolo preistorico ricco di fossili che caratterizza Chablis. Sono questi fattori pedoclimatici a conferire ai vini una profonda mineralità salina e una vibrante sfumatura fumé.

L’eccezionalità dell’AOC Rosé des Riceys

Les Riceys è l’unico comune della Champagne a vantare ben tre denominazioni d’origine: Champagne, Coteaux Champenois e Rosé des Riceys. La vera perla rara è l‘ AOC Rosé des Riceys, istituita nel 1947;

Gli Champagne di Pascal Walczak al Vinitaly 2026
Poche bottiglie per pochi estimatori

La produzione complessiva della Maison Walczak  è davvero limitata: appena 18.000 bottiglie all’anno, vinificate interamente a Les Riceys . La maggior parte dei lotti rimane sul mercato francese.  Una quota selezionata tocca invece mercati altamente specializzati: Italia, Belgio, Lussemburgo, Germania e Giappone.

Sono questi i paesi in cui le cuvée trovano estimatori tra collezionisti, appassionati ed enoteche di riferimento. Il valore di questa realtà è suggellato dal prestigioso Prix d’Excellence al Concours Général Agricole di Parigi e dalla Grande Médaille d’Or al Concours Mondial de Bruxelles . Nella Champagne, Pascal Walzack si distingue per la discrezione con cui tesse la propria identità territoriale. Un patrimonio fatto di numeri contenuti, e vini che trasmettono l’anima più genuina di Les Riceys.

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Tappa 2: Italia, Maison Vevey Albert, il Prié Blanc ai piedi del Monte Bianco

Lasciandoci alle spalle i maestosi paesaggi alpini della Valle d’Aosta . Arriviamo tra Morgex e La Salle, nel bel mezzo della Valdigne. Non sono mai stata in questo piccolo angolo all’estremo nord-ovest d’Italia. Prima o poi, vorrei rimediare, intanto  ci ha pensato il vino a farmi viaggiare. Mi ha fatto immaginare il carattere di un posto speciale dove la montagna non fa soltanto da sfondo, ma accompagna ogni aspetto della vita quotidiana.

In questo scenario opera la  Maison Vevey Albert, simbolo della viticoltura locale. Alle sue spalle si staglia il Monte Bianco, una presenza costante che definisce il paesaggio. Qui il rapporto tra uomo e vette non è mai stato facile.  Pendenze, clima rigido, e una breve stagione vegetativa impongono ritmi precisi. Accudire la vite significa adattarsi continuamente a un ambiente che detta le proprie regole. Da generazioni i viticoltori della Valdigne custodiscono questo tenue equilibrio. Un lavoro fatto di pazienza, osservazione e rispetto per una natura generosa ma severa.

La visione di Albert Vevey

L’azienda nasce nel 1968 grazie all’intuizione di Albert Vevey, figura fondamentale per l’enologia valdostana. In un’epoca in cui la viticoltura di montagna rischiava l’abbandono, Albert  intuì il valore di un patrimonio agricolo immenso. Si dedicò così a preservare il   Prié Blanc,  vitigno re di questi anfratti sperduti e difficili da vivere.

Possiamo definirlo il pioniere assoluto della Valdigne nonché  Presidente dell’Association des Viticulteurs de Morgex.  Albert lottò per garantire questa biodiversità e dare un futuro alla viticoltura di montagna. Nel 1986 avviò la commercializzazione con la propria etichetta, valorizzando   uno dei vini più identitari della Valle d’Aosta. Dal 1990 l’eredità è passata ai figli Mario e Mirko, che guidano l’azienda nel segno della continuità.

Viticoltura eroica

La storia della famiglia Vevey si intreccia inevitabilmente con quella del   Blanc de Morgex et de La Salle, una delle denominazioni più originali dell’intero arco alpino. Questa si è delineata come sottozona della più ampia DOC Valle d’Aosta (1971). Si tratta di un’area straordinaria all’interno del patrimonio enoico valdostano.  La roccia gigante ripara le vigne dalle correnti settentrionali più fredde e consente di essere di essere circondata da un microclima alpino irripetibile. Il disciplinare qui è molto rigoroso: è consentita esclusivamente la coltivazione del Prié Blanc in purezza.

Altitudine uguale a qualità? In questo contesto sì. Questa scelta rende la denominazione una rarità  nel panorama vitivinicolo italiano. Questo perché è interamente votata a un solo vitigno a bacca bianca, che cresce a un’altitudine compresa tra i 1.000 e i 1.200 metri sul livello del mare.  Siamo in uno dei comprensori viticoli più alti d’Europa, dove la vite è chiamata a confrontarsi ogni anno con condizioni climatiche particolarmente severe.

Il sistema di allevamento utilizzato per il Prié Blanc  è quello della pergola bassa. Le viti vengono mantenute vicine al terreno, così da beneficiare del calore che il suolo accumula di giorno e rilascia nelle ore più fredde. Questa tecnica protegge dai venti e favorisce una maturazione regolare delle uve.

Terroir del Prié Blanc

Il territorio si contraddistingue per suoli di origine morenica,  ricchi di sabbie e scheletro, modellati  dai ghiacciai che nei secoli hanno plasmato la valle. Questa composizione geologica conferisce ai vini una marcata sapidità, una vibrante freschezza e una raffinata impronta minerale.

La gestione delle vigne viene praticata nel pieno rispetto dell’ambiente e delle tradizioni locali.  Ogni operazione è resa più complessa dalle forti pendenze e dall’altitudine. Il filo conduttore aziendale ha come protagonista esclusivo il Prié Blanc. Questa è una varietà capace di generare vini fini e longevi, lontani dall’idea di un semplice bianco alpino da pasto.

Con una tiratura limitata di appena 7.000 bottiglie all’anno, la cantina nobilita il Prié Blanc con uno stile essenziale e rigoroso. I loro sono vini che uniscono freschezza alpina,  profondità minerale e una sorprendente capacità evolutiva:

Tappa 3 : Cantina Marcalberto,  l’arte del Metodo Classico nella Langa astigiana

Al Vinitaly 2026 avevo più che un sogno un’ossessione intervistare una cantina piemontese integralista. Per capirci, di quelle che fanno solo Metodo Classico e non scendono a patti con nient’altro. Mi sono messa a caccia, ho seguito le dritte giuste e alla fine mi sono imbattuta nella  Cantina Marcalberto.

La loro non è una storia, è una mezza saga familiare che ti cattura subito per la coerenza – roba che sembrava scritta nel destino fin dalla prima bottiglia.  Speravo di poter stringere loro la mano e scambiare due parole personalmente. E invece è stato proprio così. Ma la sorpresa più bella è stata il dopo. Zero formalismi, zero schede tecniche recitate a memoria: solo un dialogo carico di informazioni e aneddoti avvincenti sul loro trascorso.

Santo Stefano Belbo: non solo Cesare Pavese!

La  Cantina Marcalberto germoglia negli anni Novanta a Santo Stefano Belbo grazie a  Piero Cane, veterano dello spumante italiano. Il nome? Un omaggio ai due figli: Marco e Alberto. Al presente i fratelli dirigono l’azienda e la seguono in ogni fase.

Si è avviata nel 1993, ma è dal 1996 che l’attività ingrana la marcia giusta, imponendosi tra i marchi più stimati della spumantistica piemontese. La proprietà si snoda tra i comuni di Santo Stefano Belbo, Calosso e Cossano Belbo. La natura collinare di questo comprensorio favorisce una spumantistica di primo piano.

I vigneti, coltivati unicamente a Pinot Nero e Chardonnay, si srotolano su circa 15 ettari e sono collocati tra i 300 e i 550 metri di altitudine. Qui le forti escursioni termiche sono la vera magia: salvaguardano un’acidità elettrica che si fonde in un bilanciamento magistrale.

Una cantina storica tra tufo, pietra e lunghi affinamenti

Tufo, pietra e attese infinite: benvenuti nel ventre della Cantina Marcalberto. Il suo spirito si afferra appieno solo scendendo nei sotterranei di un edificio di fine Ottocento.  Una vera cattedrale di sassi ricavata in gallerie sotterranee, dove ci sono migliaia di bottiglie che sonnecchiano nel buio. Fanno affinamenti chilometrici sui lieviti. Dormono fino a che è necessario tirare fuori una complessità e una profondità aromatica senza paragoni.

Fuori comanda la terra: i terreni marnoso-calcarei iniettano nelle loro coppe raffinatezza, tensione pazzesca e una firma territoriale incancellabile. In cantina, poi, il legno si usa con il bilancino: di tutte le taglie, dalle barrique alle botti più capienti – per la fermentazione e per fare riposare i vini base. Non ci si fa il profumo, come oltreoceano, speziando il mosto con bastoncini di rovere! Esso serve a dare armonia senza mai coprire il DNA del vitigno. Un’ impronta enologica che è il vero marchio di fabbrica della Cantina Marcalberto.

Le etichette che raccontano la firma Marcalberto

Il catalogo aziendale propone un menù di vini che contempla il Metodo Classico attraverso diverse sfumature stilistiche, sempre all’insegna della precisione e vocazione territoriale:

Con un volume produttivo che supera le 100.000 bottiglie annue, la Cantina Marcalberto si incentrata sulla valorizzazione di Pinot Nero e Chardonnay, affermandosi come  una delle imprese vitivinicole più emergenti dell’Alta Langa e del panorama italiano del Metodo Classico.

Tappa 4: Cantina Mongioia,  la golden age del Moscato Bianco

Si dice che l’imprevisto spesso gioca brutti scherzi, ma nel mio caso, ti apre gli occhi! Finita la mia discussione con Marco Cane, enologo della Cantina Marcalberto gli avevo accennato quale sarebbe stato il taglio del mio articolo. Aveva capito che ero in cerca di novità.

Per cui mi presentò Riccardo Bianco agronomo e titolare della Cantina Mongioia: era l’uomo che stava rivoluzionando il Moscato Bianco. Un vitigno autoctono della sua  cittadina natale di Santo Stefano Belbo. Esattamente qui nella culla della DOC Canelli, Riccardo e la sua famiglia nel 1998 avviarono la loro cantina. La loro missione era chiara e ambiziosa: dimostrare che il Moscato Bianco non significa solo spumante dolce! E ci sono riusciti.

Dopo tanta fatica e dedizione il Moscato Bianco ha cambiato pelle e si è rivelato un vitigno versatile e in grado di resistere alle lancette dell’orologio. I vigneti sono trattati attraverso pratiche agronomiche attente e rese contenute, elaborate anche mediante accurati diradamenti in vigna. Da questa continua sperimentazione sono venuti fuori vini incredibilmente rari che sfidano i luoghi comuni associati al Moscato Bianco.

Moscatà e Astralis

È il caso di Meramente: un Metodo Classico Extra Brut che si posa 60 mesi sui lieviti. Le sue bollicine sono estremamente tese. Ancora più originale è Moscatà: un brevetto dell’azienda che prevede la fermentazione e l’affinamento del Moscato Bianco in anfora per circa un anno. Questo processo attenua la percezione della dolcezza e mette in risalto note di frutta tropicale, spezie e sfumature di macchia mediterranea, dotandolo di considerevole versatilità negli abbinamenti gastronomici.

Al vertice della produzione si colloca invece Astralis : l’annata 2019 raggiunge 5 gradi alcolici, possiede una forte intensità aromatica e un potenziale di evoluzione stimato fino a trent’anni. Si configura come un’ ambiziosa concezione del Moscato Bianco che non teme il paragone  con alcuni dei più famosi  vini dolci da invecchiamento in ambito internazionale.

Vinitaly 2026 Leoni a Frescobaldi wine travel blog weloveitalyeu

Tappa 5: Toscana,  Frescobaldi , una garanzia in fatto di vino

Al Vinitaly 2026 non poteva mancare il gruppo Frescobaldi, ambasciatore del vino toscano in Italia e oltre confine.  Essere al loro rinfresco è stato per me un privilegio enorme che non dimenticherò mai. Tra i progetti che più mi hanno colpito c’è Leonia: uno spumante Metodo Classico battezzato in onore a Leonia degli Albizi Frescobaldi.

Questi era una nobildonna illuminata: alla fine dell’Ottocento fiutò il potenziale di queste colline introducendo varietà internazionali come Chardonnay e Pinot Nero. Qui le forti escursioni termiche sono l’ingrediente segreto: preservano un’acidità vibrante. Oltretutto il prolungato affinamento dona al Leonia Pomino Brut note di agrumi e pan brioche. Leonia dimostra che la Toscana sa fare bollicine invidiabili, non solo rossi strutturati.

Vinitaly 2026 Cantine Olivella Martusciello Campania wine travel blog weloveitalyeu

Tappa 6 : Campania in bolla,  cantine Olivella e Martuscilello

Ogni mio ritorno a Napoli è un piccolo rito di riconciliazione con sapori che ormai considero familiari. Tra questi c’è il Kata della Cantina Olivella,  un bianco secco e fermo, quasi balsamico, derivato al 100% da Catalanesca. Lo rammento servito una a cena in un localino di via dei Tribunali in abbinamento a una frittura di pesce.

Mi è rimasto impresso per la sua leggerezza e retrogusto prolungato al punto da documentarmi su quest’uva tipica del Monte Somma, che cinge il Vesuvio a nord est. Alcuni studiosi sostengono che sia  stata trapiantata dalla Spagna  in questi luoghi per volere di Alfonso I d’Aragona . Il monarca confidava nella fertilità dei suoli vulcanici, gli stessi che poi  salvarono queste zone dalla Fillossera!

Le famiglie Cozzolino e Giordano

Via via mi sono cimentate in altre varianti di questo grappolo vesuviano.  Però solo quello della Cantina Olivella è stato il solo a trasmettermi un’emozione tale volerla conoscere meglio.  E il Vinitaly 2026 mi ha accontentata! Era come se mi aspettasse all’edificio B della Campania , che ha inaugurato una nuova stagione spumantistica.

Questo grazie a winemaker coraggiosi e decisi che hanno scommesso sulla lavorazione di vitigni locali. Tra questi appunto figura la  Cantina Olivella che ha il suo quartier generale è a Sant’Anastasia, all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio.

Le famiglie Cozzolino e Giordano sono dei veterani della vitivinicoltura vesuviana e tramandano di generazione in generazione l’ardore per questo mestiere. Qui, nel rispetto per l’ambiente, hanno investito sulle varietà autoctone come la Catalanesca. Un’uva che insieme a Caprettone e Piedirosso contribuisce alla nascita della star della cantina : Hebon Metodo Classico Extra Brut 2021. Un Metodo Classico che   esplode  bocca con brio e gentilezza.

Campi Flegrei: Salvatore Martusciello

Una sera , su una terrazza con vista sulle cupole delle chiese del centro storico di Napoli Roberta di Porzio e Salvo di Vaia hanno stappato una bottiglia di Aprinio. Un brindisi al mio soggiorno nel loro InCentro B&B  via Toledo 156, nel boulevard  della capitale partenopea, che ho scoperto attraverso la loro ospitalità. Da quella volta ho sempre voluto riprovare quelle bolle pungenti al punto giusto e che sapevano di gelsomino. Il Vinitaly 2026 mi ha accontentato, permettendomi di incontrare una cantina di nicchia: quella di  Salvatore Martusciello.

A Pozzuoli insieme alla moglie Gilda l’enologo campano crea sia rossi da Piedirosso e bianchi da Falanghina, pietre migliari della viticoltura indigena. Tuttavia, il pezzo forte della sua collezione enoica è uno spumante di sottile impeto aromatico:  il Trentapioli , spumante da uve di  Asprinio d’Aversa DOC . Il suo nome richiama la tradizionale scala di circa 30 pioli utilizzata dai vignaioli per arrampicarsi sulle alberate durante la vendemmia. Un omaggio a questa antica tecnica , simbolo dell’Agro Aversano.

Cantina Olivella e Salvatore Martusciello incarnano due versioni  distinte ma complementari della viticoltura campana. Insieme testimoniano il costante processo di  affermazione del comparto del Metodo Classico d’autore.  Entrambe le cantine dimostrano come il Sud Italia possa  oggi competere ai più alti livelli, grazie a un’attività vitivinicola che coniuga territorialità, innovazione e accuratezza enologica.

Vinitaly in meno di 24 ore Cantina Fina Sicilia wine travel blog

Tappa 7 : Sicilia, la Cantina Fina stupisce ancora

Inutile sottolineare l’importanza della Sicilia, la mia amata isola natale, come un pilastro imprescindibile dell’enologia italiana. Dal 2005, la costa occidentale della Trinacria , quella sospesa tra Marsala e lo Stagnone, sta facendo rumore con le stravaganti alchimie della Cantina Fina.

In vacanza a Lipari mi aveva sedotto inaspettatamente il loro Kikè , incredibile combinazione di Traminer e Sauvignon Blanc. Questi sono due vitigni internazionali che in Sicilia  si arricchiscono di un carisma tutto particolare  illuminati come sono dal sole  mediterraneo.

da un sole generoso.  Bruno Fina , discepolo dell’illustre Giacome Tachis (padre del Rinascimento del vino italiano), persevera da più di venti anni a riqualificare i vitigni autoctoni siciliani –Grillo, Zibibbo, Catarratto, Nero d’Avola e Perricone-senza mai dimenticarsi di osare.

Oggi l’azienda è affiancata dai figli Federica e Sergio: un cambio generazionale che assicura la continuità di un sogno di famiglia: fare vino come nessuno mai lo aveva fatto in patria. La strada è quella corretta! I vigneti aziendali si sviluppano nella provincia di Trapani, in un territorio baciato  dalle brezze marine provenienti dal Mediterraneo. I suoli, prevalentemente calcarei e argillosi, contribuiscono a conferire ai vini equilibrio, sapidità e intensità aromatica.  Mentre il clima caldo e ventilato permette di preservare acidità e integrità delle uve anche nelle annate più soleggiate.

Metodo Classico Extra Brut Terre Siciliane

Accanto ai vini fermi, la Cantina Fina si è distinta per il suo Metodo Classico Extra Brut Terre Siciliane , fatto con 70% di Chardonnay e 30% di Pinot Nero. Grazie all’influenza del mare e alle escursioni termiche delle zone collinari, il vino bilancia maturità aromatica, tensione gustativa e una sorprendente leggiadria. Perline di CO2 che stimolano i sensi, si colgono tutte le nuance aromatiche del lime, dell’ananas, e di burro.

Forte di una consolidata affermazione sui principali mercati internazionali e di un ampio consenso riscosso presso la critica enologica italiana e internazionale, la Cantina Fina si conferma come una delle principali risorse regionali nell’universo delle più apprezzate bollicine italiane.

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Vini fuori programma al  Vinitaly 2026

Tra Champagne e appuntamenti in agenda alcune deviazioni improvvise di questo Vinitaly i meno di 24 ore hanno finito per essere la parte più interessante di questo mio fulmineo pellegrinaggio enoico. Tappe inattese che mi hanno aperto nuovi orizzonti sensoriali. Mi hanno direttamente condotto alle trame gustative esotiche del Pinotage e dello Chenin Blanc . Un rosso e un bianco del Sudafrica magistralmente rappresentati dalla cantina Cape Dreams.

A pranzo mentre divoravo un succulento crostone con fegatini di pollo ho testato varie tipologie di Chianti Classico brillantemente descritte dalla giornalista Adua Villa . Dopo la partecipazione al suo seminario ho avuto più chiaro il quadro della Toscana da bere.

In memoria di Andrea Franchetti

Rotolando verso il meridione la Sicilia mi ha nuovamente sbalordito dai vini sinuosi della Cantina Hauner a Salina (isole Eolie) fino alla forza vulcanica dei nettari della Cantina Passopisciaro  sull’Etna. Quest’ultimo è stato un progetto venuto fuori dal genio  di Andrea Franchetti, un precursore di una nuova lettura dei territori vitivinicoli italiani.

Artefice della   Tenuta di Trinoro (Siena) , Franchetti mise piede sull’Etna nei primi anni Duemila recuperando vecchi vigneti sul versante nord del vulcano. Con lui si è palesata la golden age dei vini della muntagna che è stata divisa in contrade, ognuna con caratteristiche proprie di suolo, altitudine ed esposizione. Andrea Franchetti  ha anticipato una nuova maniera di lavorare il Nerello Mascalese e il vino vulcanico italiano.

Sono state parentesi impreviste ma decisive, che hanno dimostrato che anche fuori da una scaletta il vino riesce ad aprire galassie tutte da scandagliare. Un assaggio inatteso può aprire una porta verso nuove direzioni del gustoVinitaly in meno di 24 ore conclusioni wine travel blog

Conclusioni. Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

Alla fine del Vinitaly 2026 inutile allora porsi il quesito: meglio Champagne o Metodo Classico Italiano? Abbandoniamo ogni tipo di rigidità, quella che spesso si fa accademica e allontana appassionati e intenditori di vino. Non è un derby!  Lo Champagne rimane un riferimento solido, costruito su coerenza, marketing spietato e secoli di storia. Il Metodo Classico Italiano invece ha imboccato una strada diversa, più frammentata, anarchica, e proprio per questo più ricca.

Durante il Vinitaly 2026  emerge chiaramente che non si tratta di stabilire un vincitore da podio. L’ intento è riconoscere due entità nate da una stessa origine, ma sviluppatesi in direzioni differenti. Forse è proprio questo il senso del viaggio: non rivendicare una verità assoluta.

Consigli per il tuo prossimo Vinitaly

Se decidete di farvi tentare dal Vinitaly  il prossimo anno, ecco 5 suggerimenti fondamentali per sopravvivere alla bolgia veronese:

  1. Prenotate i biglietti e l’alloggio con largo anticipo tramite i canali online ufficiali;
  2. Scaricate l’app Vinitaly :  consente di consultare tutti gli espositori suddivisi per Paese, regione e tipologia di vino, oltre a includere una piantina dettagliata delle aree tematiche;
  3. Portate con voi molti biglietti da visita: il Vinitaly è un’ottima occasione per fare networking e creare nuovi contatti professionali.
  4. Indossa scarpe comode e indossate abiti casual: non state andando a un matrimonio, si cammina parecchio per cui prediligete la praticità senza rinunciare a essere chic;
  5. Cibo portato da casa: ci sono diversi punti di ristoro all’interno dell’evento, ma un panino e una bottiglia d’acqua vi salveranno da lunghe e costi aggiuntivi.

Alla fine, il Vinitaly   non è un freddo hub d’affari per burocrati o una sfilata di etichette da esibire sui social. È, prima di tutto, un ritrovo viscerale dell’Italia sincera e contadina: uno spazio fatto del sudore di chi lavora la terra, di volti stravolti dalla fatica dietro ai banchi e di discussioni accese, senza peli sulla lingua, che solo un flute condiviso sa scatenare.

Lasciamo a chi lo vuol fare la presunzione dei punteggi centesimali e le sentenze preconfezionate. Il vero valore del Vinitaly sta nel lusso del dubbio, in quel sano istinto che ci fa rifiutare le tendenze moderne per ritornare ai vecchi saperi. I dogmi definitivi non servono: contano gli interrogativi che ci portiamo a casa, da stappare a tavola davanti a una cucina di territorio. Il vino che amiamo non si fa ingabbiare dai laboratori né serve a dividere le geografie. Deve unire, profumare di sudore contadino e, molto tranquillamente, farsi bere fino in fondo.

Sergio Mottura, cantina di Civitella d’Agliano

Sergio Mottura, cantina di Civitella d’Agliano

“Il vino è poesia imbottigliata.”

Robert Louis Balfour Stevenson 

“Cantina di Sergio Mottura”,  Civitella d’Agliano, Tuscia, Lazio

Come al solito è il vino che mi fa viaggiare, e in questo caso quello della “Cantina di Sergio Mottura“, Civitella d’Agliano,  una piccola cittadina sperduta a nord di Roma, , vicino Viterbo.  Di questo momento indelebile devo ringraziare il mio caro amico Joe Castellano.

Tornata da poco dal mio weekend del 29 Settembre 2018 nella Tuscia nel Lazio, è ora di raccontarvi la mia esperienza, le impressioni e le sensazioni provate.

I vini della “Cantina Sergio Mottura” e la musica di Joe Castellano 

Artista agrigentino di successo e fondatore del celebre  “Blues & Wine Soul Festival” (giunto alla XVI edizione), Joe Castellano mi invita come blogger per la rassegna stampa del :

In occasione del “Festival del Vino e della Musica 2018”, di cui Joe Castellano è direttore artistico,  l’antica Torre Monaldesca” di Civitella d’Agliano si trasforma in una piazza brulicante di persone.

6 buoni motivi per andare in Tuscia, Lazio

La Tuscia ha saputo convincere le mie aspettative, e voglio condividerle con voi con questo articolo. Scoprirete dei luoghi nuovi, eccezionali, a volte sottovalutati, ma ricchi di sorprese. In particolare avrete modo di leggere su:

  1. Tuscia ;
  2. Civitella d’Agliano;
  3. Civitella d’Agliano e il “Festival del Vino e della Musica 2018”;
  4. “Cantina di Sergio Mottura;
  5. Dibattito “Cultura e Vino come volano per lo Sviluppo del Territorio “;
  6. Cena al  ristorante “La Tana dell’Istrice” ;
  7. Concerto “Blues & Soul” di Joe Castellano &“Red Wagons”

Tuscia, Lazio. Terra dei vini di Sergio Mottura

Il nome Tuscia  deriva dalla parola latina “Tuscĭa”, ovvero  “il territorio abitato dai Tusci”. “Tusci”  sarebbe la  contrazione al plurale di “Etruscus”. Per cui la Tuscia   non è altro che un sinonimo dell’antica ’Etruria, cioè dove è nata la civiltà etrusca.  Questa denominazione ha iniziato a essere utilizzata dopo la fine dell’Impero Romano e nell’Alto Medioevo.

Secoli fa  il territorio era più  ampio, poiché inglobava oltre al Lazio settentrionale, anche la Toscana e l’Umbria occidentale.  Oggi la Tuscia corrisponde  alla provincia di Viterbo, anche se la zona nord di Roma, fino più o meno al lago di Bracciano, viene definita “Tuscia Romana”.

Il contesto storico e artistico della Tuscia  è particolarmente ricco e variegato. Esso  copre infatti  un arco di tempo molto esteso che va dal VII sec a.C. fino al periodo rinascimentale e barocco.  Inoltre c’è una natura ancora incontaminata, altrettanto bella di quella umbro-toscana, ospitando ben 15 Riserve e Parchi Naturali

14 Borghi più belli della Tuscia 

  1. Viterbo
  2. Tarquinia
  3. Civita di Bagnoregio
  4. Vitorchiano
  5. Caprarola
  6. Bracciano
  7. Bolsena
  8. Acquapendente
  9. Calcata
  10. Tuscania
  11. Sutri
  12. Capodimonte
  13. Montefiascone
  14. Soriano nel Cimino

Civitella d’Agliano, borgo medievale della Tuscia

Civitella d’Agliano sorge tra il Lazio e l’Umbria, in uno scenario fatto di colline morbide, vigneti, ulivi, tombe etrusche e  romane, calanchi argillosi, un paesaggio a volte quasi lunare,  incantevole e incontaminato.

Cosa vedere a Civitella d’Agliano

A Civitella d’Agliano arte e natura si fondono in un magnifico equilibrio. Ne è un esempio “ La Serpara” di Paul Wiedmer, un giardino di sculture contemporanee chiamato .

Paul Wiedmer è un artista svizzero che negli anni ‘60 ha realizzato nel suo giardino un percorso di circa 30 statue di artisti da tutto il mondo.

Civitella d’Agliano offre tante altre attrattive come:

Civitella d’Agliano e il “Festival del Vino e della Musica 2018”

Civitella d’Agliano è la casa di appena mille abitanti . Un sabato pomeriggio ci metto piede, e c’è un sole lento che rallegra la piazza principale e la torre medievale.  Ci sono poche persone nel paesino, che stanno preparando tutto per il “Festival del Vino e della Musica 2018”.

Io e altri invitati facciamo numero! Giro per la deliziosa cittadina laziale in compagnia del mio amico Siciliano Joe Castellano.

Joe Castellano, sangue agrigentino, talento arstico internazionale

Joe Castellano, pianista e compositore Siciliano, crea ad Agrigento nel 2003 il “Blues & Wine Soul Festival”. Questa  è una delle più belle 20 rassegne musicali  Italiane, unica menzionata per la Sicilia su  www.Italia.it,  sito ufficiale dell’Italia nel mondo

Joe Castellano è recensito in tutte le principali riviste del mondo del “Blues & Soul”. Ha pubblicato ben sei album, di cui l’ultimo, “Soul Land”, è stato il primo disco di un Italiano che è stato candidato ai leggendari “Blues Music Awards” Americani (2013).

Visita alla “Cantina di Sergio Mottura”

Civitella d’Agliano si sveglia piano piano, c’è più gente nelle stradine e anche qualche gruppo di turisti americani, che pare aspettarmi all’ ingresso della “Cantina di Sergio Mottura verso cui mi dirigo.

Sergio Mottura è un signore piemontese dal fascino straniero. Da generazioni custodisce i segreti di Civitella d’Agliano , borgo medievale silente e misterioso . La sua cantina sta proprio nel centro  della piazza principale della cittadina.

Varcando l’uscio della barriccaia di  questo impero divino, Sergio Mottura  mi accoglie con dei  calici del suo  “Spumante Metodo Classico Brut”. Allietata dalla finezze di queste bollicine di Grechetto, vitigno autoctono portato al massimo livello, ascolto il racconto della sua vita.

La storia di Sergio Mottura

Dagli anni ’60 Sergio Mottura originario di Torino , si occupa dell’azienda vitivinicola di famiglia,  insieme ai figli e alla seconda moglie Alessandra. Si gode il successo senza presunzione, così come fanno in precedenza i suoi avi in campi diversi.

Tra questi ultimi uno in particolare, Sebastiano Mottura, fonda nel 1862 a Caltanissetta l’ “Istituto Mottura”, il primo Istituto Tecnico Minerario d’Italia !

Nel 2013 il Gambero Rosso nomina Sergio MotturaIl migliore Viticoltore e Interprete di Grechetto al mondo”.

La rivoluzione del Grechetto di Sergio Mottura nel Lazio

Sergio Mottura intuisce il potenziale del Grechetto in particolare, e di altri vitigni autoctoni della zona di Viterbo, quali:

Sergio Mottura  produce così dei vini di grande qualità, rilanciando il Lazio all’interno della produzione enologica italiana, in cui ha sempre occupato un posto secondario rispetto ad altre regioni.

La “Cantina di Sergio Mottura rappresenta così una smentita alle regole, fa parte proprio di quelle eccezioni, tanto belle quanto rare.

“Cantina di Sergio Mottura” è green !

La “Cantina di Sergio Mottura, circa 36 ettari, sorge in un luogo fortunato, ricco di storia (dal 1292 vocato alla viticoltura come attestano alcuni documenti storici di Orvieto), di risorse naturali.

Si trova precisamente  tra le colline e i calanchi argillosi del  Nord del Lazio e la pianura Umbra bagnata dal Tevere, e le viti sono coltivate  secondo i parametri dell’agricoltura biologica.

Questo spiega anche la scelta di utilizzare l’istrice come simbolo della cantina: esso infatti è un animale che vive esclusivamente dove c’è equilibrio ecologico. Per questo i vini di Sergio Mottura garantiscono forte territorialità, qualità e rispetto per l’ambiente.

   

Dibattito “Cultura e Vino come volano per lo Sviluppo del Territorio” 

Si fa tardi ed è giunta l’ora di andare via. Inebriata dalla conoscenza di Sergio Mottura, partecipo al dibattito “Cultura e Vino come volano per lo Sviluppo del Territorio”, moderato dalla brava Teresa Pierini, giornalista romana della testata on line www.LaTuaEtruria.it .

All’interno di una sala della Torre Monaldesca” di Civitella d’Agliano, mi trovo a sedere intorno a un tavolo insieme agli altri partecipanti. Questi includono me, Joe Castellano  e Gian Paolo, il sindaco di Civitella d’Agliano, Giuseppe Mottura (figlio di Sergio Mottura), e Mauro Morucci, fondatore del “Tuscia Film Fest” (www.TusciaFilmFest.com).

Vino è arte, cultura e fonte di sviluppo

Il tema su cui si discute è a me profondamente caro, cioè creare percorsi turistici esperienziali, eventi culturali, musicali ed enogastronomici legati al vino. Tutto da calendarizzare  per lo sviluppo economico locale.

Ognuno dei presenti riporta la propria esperienza al riguardo, e ci sono importanti momenti di riflessione e di confronto con il pubblico, in cui emerge la comune consapevolezza di come in Italia non è “il cosa ma il come fare” per trasformare il turismo in una risorsa primaria di benessere, lavoro e qualità di vita.

A oggi non ci si riesce e ciò è un paradosso assurdo ! Proprio in un paese come l’Italia, che detiene il 70% del patrimonio culturale mondiale, e in cui solo a macchia di leopardo e con il sacrificio dei privati,  si tiene alta la bandiera del Made in Italy. Mentre la maggior parte dell’amministrazione pubblica  spesso investe poco e male. Rimane sempre la voglia di cambiare le cose, e l’essere qui tutti insieme ne è la prova!

Cena alla “Tana dell’Istrice”, ristorante di Sergio Mottura

I bollori di cotanta ardita questione vengono sedati subito dopo alla cena degustazione nel ristorante della“Cantina di Sergio Mottura, “La Tana dell’Istrice”.

In un salone signorile e davanti una tavola finemente imbandita iniziano le danze, nulla è lasciato al caso:

Io e i mie commensali Joe , Teresa Pierini e suo consorte, rimaniamo insieme agli  altri ospiti stranieri del ristorante in un teutonico silenzio di fronte alla bellezza della sala, e alla professionalità e dolcezza con cui Sebastiano, figlio prediletto di Sergio, ci spiega quei piatti raffinati e qui vini pregiati.

Concerto “Blues & Soul” di “Joe Castellano &“Red Wagons”

A concludere quei momenti indimenticabile, il concerto di Joe Castellano & “Red Wagons. Questi straordinari musicisti  sono un po’ come dei magici pifferai, che stanano gli abitanti di Civitella d’Agliano con le note del loro irresistibile “Blues & Soul”.

Per tutta la durata della performance, grandi e piccini si divertono come matti nella medievale  Torre Monaldesca” , dove c’è la festa.

Brillano le stelle a Civitella d’Agliano. A presto! 

Lo spettacolo finisce, cala il sipario, il pubblico esce di scena . I protagonosti  principali  e tutti noi ospiti d’onore di quella manifestazione scendiamo un paio di scalini. Ci  ritroviamo nella piazza principale  di Civitella d’Agliano,  che  Sergio Mottura trasforma  in un Wine Bar a cielo aperto.

Ci accomodiamo in questo salotto, e seduti su dei cuscini color porpora, sorseggiando le bollicine di Grechetto, guardiamo in alto le stelle che brillano. Sperando che quest’aria di festa così straordinaria e ben organizzata possa essere non l’eccezione ma la regola nella nostra bella Italia, dalle Alpi alla Sicilia.

 

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Who is Roberto Cipresso?

Who is Roberto Cipresso?

If you want to thrill someone,  first try to feel  the same emotions you desire to awake…” .

R. Cipresso.

Roberto Cipresso, international winemaker of Montalcino

Scanning across the bookshelves in my flat, it dawns on me that my collection falls into three categories: wine, food and  travel! The three passions that form the  main plot of  Wine, the secret Novel , a book written by Roberto Cipresso. Roberto Cipresso presented his  outstanding work at ‘Nautilius, an elegant restaurant by the sea and close to  Pisa .

It was an unforgettable event  that allowed me  to meet  one of the most important winemaker in  Italy, Roberto Cipresso . He is a special person, as well as a great wine entrepreneur.  From his base in Montalcino, Tuscany, he has changed winemaking worldwide. How?  Read his incredible story, and you will find the answer!

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‘Wine the Secret Novel’ , a novel by Roberto Cipresso

Andrea Baldeschi , the owner of the ‘Nautiliusrestaurant,  hosted that memorable dinner in honour of  Roberto Cipresso.  A crowd of people were waiting to hear the famous vigneron speak about his life and his professional achievements.

First of all, Roberto Cipresso greeted us all with a big smile and then went on to introduce  ‘Wine, the Secret Novel‘  , one of  the three books he has written about wine.  It is an attempt to give a general outline of the history of wine.  Wine has rolled its barrel from the shores of the  Black Sea to the mountains of the Andes, following humans and their dreams. His book goes back through time  retracing the grape’s conquest of the world, stopping in each winemaking country, from the oldest to the most recent,  discovering wines past and present, while also looking to the future.

3 tops wines of Roberto Cipresso 

That evening at the ‘Nautiliusrestaurant there was also a fantastic wine tasting, including some of the best wines of Roberto Cipresso :

    • ‘Punto Bianco Toscana IGT :  This is a white wine made from Vermentino and Verdicchio. These grapes are the most representative of Italy, being cultivated in the region of the  the 43rd Parallel. This is  an imaginary line, which  traces through all the places that have given origin to viticulture throughout the world from Europe to the New World. The wine had a dry and even astringent taste , with a  contrasting rich coconut aroma, giving a nice round feel in the mouth, and a long-lasting finish.  It was paired with a delicious tuna pasta;
    • ‘Pi Greco Toscana IGT ‘ : This is a red wine made of 100%  Sangiovese   . It  offers primary flavours of tart cherry, red plum, strawberry, and fig, with subtle notes of roasted pepper, leather, and clay.  In its nose offers aromas of earth and tea leaf.  On the palate it is a full-bodied wine,  displaying a marked acidity, an important tannic structure and a long and intense persistence. It  was paired with a pasta enhanced with wild boar ragù;
    • Quadratura del Cerchio’ : This wine is made from  Sangiovese (60%),  Montepulciano (20%) , and  Sagrantino (20%).  This is Roberto Cipresso‘s first attempt to make the ideal wine and it is his first attempt at wine experimentation. Its grapes are the best in Italy, and above all they grow along  the 43rd  Parallel!  This wine went perfectly with a  dish of (soft) veal and tiny roast potatoes.

Guests enjoyed the pleasant atmosphere of that unforgettable dinner at the ‘Nautilius restaurant, while  Roberto Cipresso was seducing us all with his beautiful spell.  Here  are some important acts about his life  and professional background.

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Who is Roberto Cipresso? 

I felt the power of Roberto‘s personality,  while he was presenting his book that evening at the ‘Nautilius restaurant! Roberto Cipresso is an oenologist, an international  winemaker, and writer. Without any doubt he is also a visionary leader . His way of  life makes him stand out from the rest of the crowd as regards the field of wine.

He can imagine things that others cannot imagine and sees the whole  landscape of winemaking as a big picture,  and not a single step. He is present and focused. You can connect with him, when  he talks about what he has in mind, or  when he teaches you something about wine,  or when he tells you about his travel, his previous job experiences, and his life!

The story of Roberto Cipresso 

Roberto Cipresso was born in  Bassano del Grappa (Veneto) in 1963 . Initially his first love was the mountains. He studied agriculture and received a master’s degree in viticulture in Padua, Northern Italy only out of necessity.  He thought  that skiing and climbing would  be his future,  though a terrible accident caused him to  change his ideas.

In order to study with Professor Attilio Scienza, a respected Italian scientist in the field of vine, in 1987 Roberto moved to Montalcino  . Forgetting that tragic episode,  he fell in love with the world of the wine,  thus  starting his winemaking career at three outstanding estates in Tuscany :

Mountains have played a large role in the life of  Roberto Cipresso.  In fact, he learnt how to survive and how to know  his limits! At the same time he improved his skill in observing nature, developing an extraordinary knowledge  of the vineyards of Tuscany in order to create wine.

He  learnt a lot about wine during his younger years in Montalcino , from the planting of grapes to how  the wine was bottled. It was the most challenging and formative step of his fantastic life’s work with wine.

The goals of Roberto Cipresso

Roberto Cipresso soon gained success, being invited to advise Italian producers  as well as wineries around the world, including those in South America (‘Achaval-Ferrer Winery’,  Argentina). Travelling helped  Roberto Cipresso open his mind. He experienced different realities of wine ,  observing wine from a different angle,  and eventually was ready to work as a wine consultant !

The opportunities Roberto Cipresso had to put his professional skills and ideas  as regards wine into practice are exemplified by  four of his major projects:

  1. ‘Fattoria La Fiorita’In 1992 together with two popular partners, he founded this boutique winery in Castelnuovo dell’Abate, near Montalcino , which is still running. This boutique winery produced the iconic Brunello , gaining  numerous prestigious awards, including Parker points of 99, 98 and 97; 
  2. Winemaking project’: In 1999 at the behest of wine industry professionals he created a team of qualified consultants in the field of agronomy and oenology  in collaboration with his brother Gianfranco, and his friend Santiago Achaval, who is the founder of  the stunning ‘Matervini winery’ in Argentina ;
  3. ‘Wine Circus’: In 2001 he created this big  wine lab  in Montalcino  , where ideas and projects are shared with wine experts and universities   in order to solve  problems  regarding the winemaking process;
  4. ‘Poggio al Sole’: In 1990 he crafted this modern five starred wine relais , which is situated between Siena and Florence.  Here  Roberto Cipresso  planted his precious grapes of   Brunello   , which are used in  the making of the  best labels of his red wines.
The wine hits parade of Roberto Cipresso 

Recalling the most important enterprising ventures of Roberto Cipresso together with his lifetime achievements awards in terms of wine and food  culture, means understanding his complex and sensitive soul: 

The 3 books about wine written by Roberto Cipresso

The list here above would already be too long, taking into account that  Roberto often gave  lectures and speeches at wine schools and important universities in the world ! Already famous for his achievements in Italy and Argentina,  Roberto  rapidly obtained recognition in Europe and North America as one of the world’s elite winemakers.

Roberto is a creative and multitalented man. Along with the benefits of his many abilities and passions, there is his love for writing, represented by  another three books he has written about wine and its mystery, published between  2006 and 2009::

The ‘Cipresso 43rd project’. How to  make the wine of the future!

Without any doubt, Roberto Cipresso  is a  charismatic, brilliant and enthusiastic wine entrepreneur! He still continues on his incredible adventure in his inspiring  wine experiment entitled ‘Cipresso 43 rd project’. According to Roberto Cipresso, rules are important  in producing a perfect wine,  though they cannot stop evolution. We should consider rules as a point of departure, not as a point of arrival!

Bearing this in mind, Roberto  started his revolution in the world of wine, thereby provoking scandal! He went beyond the traditional concept of terroir, which was not identified as such as being in a specific area of the world, though within the same horizon!

The theory of the 43rd Parallel 

According to Roberto’s recent research this horizon is  the 43rd Parallel, a magical  line containing singular physical and spiritual features regarding wine production,  situated halfway between the Equator and the North Pole.  This parallel runs through central and florid places, which have shaped the main grapes and phases in the evolution of vine culture from Mesopotamia to the USA:

‘The Cipresso 43 rd project is an attempt to create an oenological itinerary using only grapes grown at a Northern latitude of 43rd degrees.  It could be considered an attempt to make the wine of the future.

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The X-factor of Roberto Cipresso

The life of Roberto Cipresso is about striving for excellence and harmony  not only in wine,  though  also in life.  Roberto doesn’t  limit himself only to his own thoughts and ideas. When you talk to him, he listens to whatever you have to say  attentively. He  encourages you to be as creative as possible and never to be afraid of presenting your own point of view!

Roberto  explained to me  the big picture of  his vision of wine and how to live  in this world. His  work is an essential part of his existence. It is not only about running a laboratory or doing analysis, it is mainly about being part of making something amazing. It  is by combining science, creativity and love, that you keep things interesting, and it is a great industry to be involved with as well. Roberto Cipresso  experiments with unconventional colors to find inspiration for his next masterpiece, that is still to come! I’m looking forward to it!

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Fisar,  degustazione Champagne 2018, Convento dei Cappucini, Pisa

Fisar, degustazione Champagne 2018, Convento dei Cappucini, Pisa

Champagne, la Fisar di  Pisa docet!

Capodanno, Natale, il cuore di ogni festa è nelle bollicine  che salgono  brillanti lungo i  caliciCerto, oggi nei bicchieri possono fare splendida figura spumanti italiani o spagnoli, americani e perfino australiani, bianchi o rosati, secchi e dolci, ma all’inizio c’era soltanto lui: lo Champagne!

Si tratta di un mondo affascinante, su cui non si finisce mai di imparare . Così per approfondire le mie conoscenze, e per bere oro liquido, partecipo alla Degustazione di Champagne organizzata dalla Fisar di Pisa  il  18 Ottobre 2018.

All’interno della suggestiva biblioteca delConvento dei Cappuccini di Pisa” l’esperto Sommelier Luca Canapicchi  svela a un folto pubblico di partecipanti, tutti i segreti dello Champagne in modo semplice e coinvolgente:

  • caratteristiche, origini, zone di produzione, differenze tra i piccoli e grandi produttori , legislazione , denominazioni, appellazioni.

Mi auguro il mio resoconto su quanto apprendo, possa essere utile ai neofiti e possa offrire qualche spunto interessante per chi ha maggiore esperienza.

8  Cose da sapere sullo Champagne 

1. Lo Champagne è diverso dallo Spumante: sono vini effervescenti ottenuti da diverse qualità di uva coltivate nel mondo e secondo differenti metodi di lavorazione. Un vino Spumante può essere dunque molto diverso per origine e tipologia. I migliori Spumanti, e non solo in Italia, hanno guadagnato la denominazione di origine geografica che ne garantisce la qualità e la provenienza. Un esempio è il Franciacorta”, prodotto secondo un rigido disciplinare, o il Prosecco Spumante, oggi sempre più apprezzato;

2. Lo Champagne è  coltivato nell’omonima zona , Nord Est Parigi, (34.000 ettari), divisa in 5 aeree: “Montagne di Reims”  , la “Valle della Marna”  , la “Cote des Blancs” , la “Cote de Sèzanne” e la “Cote des Bar (Aube)”;

3. Lo Champagne e il clima :  possiede aromi di eccezionale finezza perché nasce da grappoli maturati oltre il 49° parallelo, ultima frontiera a nord per la coltivazione della vite;  è questo il segreto della sua inimitabile eleganza, dell’armonico equilibrio tra la freschezza acidula del suo sapore e la calda dolcezza della sua alcolicità;

4. Lo Champagne e il terreno : ma le uve dello Champagne non riuscirebbero a maturare nel rigido clima continentale francese se il terreno (gesso, calcare, ecc… ) su cui sono impiantate le viti non avesse un sottosuolo che riverbera il calore del sole e che dosa alle radici l’acqua della pioggia, assorbendola quando è in eccesso e restituendola lentamente durante la siccità estiva.

5. I vitigni consentiti per la produzione dello Champagne sono tre: https://www.quattrocalici.it/vitigni/pinot-nero/inot Nero (“Montagne di Reims”) che da Pinot Meunier (Valle della Marna”) e Chardonnay (“Cote des Bar (Aube)).  I primi due sono a bacca nera e conferiscono allo Champagne corpo e freschezza, il terzo è   bacca bianca e dona delicatezza ;  in misura nettamente minore, altri vitigni come Arbanne e Petit Meslier;

6. Lo Champagne è ottenuto con il Metodo Classico”/“Champenoise”, di cui le fasi principali sono : 

  • Vinificazione in bianco del Pinot Nero,  Pinot Meunier, e Chardonnay (Vin de Clair ) e  loro assemblaggio  detto Cuvée : i tre vitigni principali possono essere di diversa annata (se no si parla di Millesimato) e di diversa provenienza;
  • Seconda Fermentazione/Presa di Spuma (che avviene prima in tini e poi in bottiglia) per aggiunta  alla Cuvée di zuccheri e lieviti;
  • Affinamento a contatto con i lieviti, fondamentale per dare allo Champagne le note aromatiche;
  • “Remuage” (manuale o meccanico):  dopo il contatto con i lieviti avviene un  processo che consiste nel ruotare le bottiglie di qualche millimetro ogni giorno per far scivolare i depositi nel collo della bottiglia;
  • “Dégorgement” o “Sboccatura”: rimozione del deposito, raggiunta la posizione verticale, con il collo verso il basso ;
  • “Liqueur de Dosage” o “D’expédition” : nella fase conclusiva, verrà aggiunto uncomposto spesso da zucchero di canna disciolto nel vino, in dosi variabili a seconda della tipologia di vino prodotto (Doux 50 gr/l ; Demi-Sec 32-50 gr/l ; Sec tra 17 -32 g / l ; Doux più di 50 g / l; Demi-Sec  32 -50 g /l;  Extra Dry tra 12 -17 g / l; Brut meno di 12 g / l; Extra Brut  0 – 6 g / l; Pas Dosé o Dosage Zéro con una concentrazione inferiore ai 3 g / l)

7. Tiplogia di Champagne

  • “Blanc de Blancs” : ottenuto esclusivamente da uve Chardonnay;
  • “Blanc de Noirs”:  ottenuto vinificando in bianco uve nere (Pinot Noir e Pinot Meunier);
  • “Rosé”, miscelando vino bianco o vino rosso, oppure da uve rosse vinificate in rosato;
  • “Cuvée speciale”: assemblaggio di vini eccezionale qualità (ogni “Maison” la chiama con nome diverso).;
  • “Millesimato”: è lo Champagne che dichiara in etichetta l’anno della vendemmia;
  • “Grand Cru”:  è fatto con uve raccolte in vigneti classificati 100%;
  • “Premier Cru”: è fatto con uve raccolte in vigneti classificati tra il 90% e il 99%;
  • “Monocru”: preparato con le uve di un solo vigneto anziché con Cuvée. Molto raro

8. Dimensioni bottiglie Champagne

Storia dello champagne

La storia/leggenda dello Champagne comincia con Pierre Pérignon, il  monaco benedettino che fu cantiniere e amministratore  dell’Abbazia di Hautvillers per 47 anni, dal 1668 al 1715, e che è universalmente conosciuto come l’inventore dello Champagne. 

10. Fatti importanti nella seconda metà dell’Ottocento per lo Champagne

  1. Il chimico francese Louis Pasteur dimostra l’attività dei lieviti e il loro ruolo centrale nella fermentazione, gettando le basi per l’Enologia moderna. Negli stessi anni nasce l’Ampelografia, la scienza che studia e classifica le caratteristiche morfologiche dei vitigni, e l’Agronomia si orienta verso un approccio scientifico;
  2. Madame Clicquot produce nel 1810 il primo Champagne Millesimato e inventa la prima “Table de Remouage”, una tavola che inclina le bottiglie, facendo gradualmente scivolare i sedimenti verso il collo della bottiglia, da dove possono essere rimossi per rendere il vino più limpido e prezioso;
  3.  Louise Pommery, alla morte del marito, gestisce  l’azienda di famiglia fondata nel 1858 che impegnata fino a quel momento nel commercio della lana, punta dopo alla produzione di Champagne. Louise Pommery ha successo, e in breve tempo il marchio di famiglia assurge ad un ruolo di primo piano fra le “Maison” della Regione;
  4. Nel XVIII secolo nascono le Grandi Maison : Ruinart, Moèt, Vander-Veken, Delamotte, Veuve Cliquot, Heidsieck, Jacquesson, Krug; il loro talento risiede nell’ elaborazione di Cuvée che riflettano immutabilmente lo stile caratteristico di ogni marchio attraverso l’assemblaggio di vitigni, Cru e annate provenienti essenzialmente dagli acquisti di uve presso i “vigneron” (piccoli viticoltori) con i quali stipulano contratti di partnership pluriennali; 
  5. 1882 primi  sindacati e associazioni di categoria che lottano per la difesa della denominazione e delle tecniche di viticoltura;
  6. Fine del XIX  secolo diffusione di alcune terribili malattie della vite come  l’ Oidio, e la Peronospora che si propagano in tutta Europa portando al grave danneggiamento di quasi tutti i vigneti;  in modo particolare per la più distruttiva, la Fillossera (un insetto giunto dall America che attacca le radici della pianta provocandone rapidamente la morte),  l’unico rimedio si rivela l’innesto di viti europee su portainnesto di vite americana, immune dal parassita;
  7. 1911 Scala dei Cru:Gran Cru” (17 villaggi), “Premier Cru” (44 villaggi) e “Cru” (255 villaggi),  classificazione territoriale con cui  legalmente si certifica  la qualità delle uve costantemente più alta che nel resto della regione a Nord Est di Parigi, Reims, quella tradizionalmente più vocata per la produzione di Champagne;
  8. Legge sullo Champagne;  
  9. AOC Champagne; 
  10. 1941 nascita della  “CIVC” (“Comité Interprofessionnel du vin de Champagne”) ; senza queste azioni, “Champagne” sarebbe divenuto un nome generico, sinonimo di un metodi di elaborazione di vini effervescenti. 

Fisar Pisa , evento sullo Champagne

La bellissima serata prosegue con la degustazione delle seguenti etichette, provenienti dai territori più rappresentativi e da produttori di rilievo nel panorama degli Champagne, in abbinamento a degli stuzzichini:

Luca Canapicchi, il sommelier 5 stelle

Ho davvero apprezzato la preparazione di Luca Canapicchi,  e soprattutto tutto ciò che di nuovo imparo da questa Degustazione di Champagne  unica ideata e ben orchestrata dalla Fisar di Pisa.

Sorseggiando un nettare divino pregiatissimo con una storia lunga quasi 300 anni, ringrazio in modo particolare alcuni dei rappresentanti della Fisar di Pisa, Salvo Pulvirenti e Luigi Vaglini, che per l’accoglienza, e per darmi la possibilità di  scrivere un post su questa eccezionale esperienza nel mio blog sulle bellezze d’Italia www.WeLoveItaly.eu .

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‘Vignaioli Contrari 2023’ , Spilambergo

‘Vignaioli Contrari 2023’ , Spilambergo

Vignaioli Contrari 2023

 Vignaioli Contrari 2023 è stata una bella manifestazione (VII° edizione) sul vino . Si è svolta dal 13 al 14 Maggio 2023  a Spilamberto, Modena. Location fatntastica quella all’interno della fortezza medievale ‘Rocca Rangoni’ . Qui si sono riuniti 60 produttori italiani e dalla Slovenia esibendo più di 300 etichette d’autore.

Ho partecipato a  Vignaioli Contrari 2023 come sommelier nello stand della Toscana rappresentata dalla cantina Arrighi dell’Elba. Da quattro generazioni Antonio Arrighi delizia i palati più esigenti con dei nettari unici e introvabili.

Questo post è dedicato a una giornata enoica speciale, quella appunto dei   Vignaioli Contrari 2023. Senza dubbio si è trattata di un’esperienza indimenticabile .  Mi ha fatto conoscere meglio lo spirito intreaprendente degli emiliani e quello di Antonio Arrighi. Buona lettura.

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Vignaioli Contrari 2023 , il vino dei vigneron

 Vignaioli Contrari 2023 è stato un riflesso chiaro del trend attuale della filiera del settoren vitivinicolo. Quello cioè di  valorizzare i vitigni autoctoni secondo criteri biologici e sostenibili. Durante la kermesse si è tenuta pure una sorta di Roulette de Vin. Nel dettaglio sono stati  quattro laboratori didattici dove ogni viticoltore dialoga e propene due calici con i partecipanti.

Si sa che non è facile fare vino oggi , perché costa tanto e la concorrenza è spietata. Diventa davvero difficile non tenere conto delle esigenze e delle preferenze dei consumatori. Per cui a volte gli imprenditori  sono costretti a sacrificare la propria filosofia nel fare vino a vantaggio di una sorta di legge di mercato da seguire.  Vignaioli Contrari 2023 è dunque quasi un monito a ricordare che il vino deve rimandare al suo territorio di appartenenza!

Il cibo in Emilia Romagna

A  Vignaioli Contrari 2023 di particolare interesse è stato anche lo  Slow Food Park. Questa è stata un’area tutta dedicata a piatti tipici locali quali: formaggi, salumi vari, insieme a ottime birre artigianali.La cucina emiliano-romagnola è tutta da scoprire.

Per esempio in sede ho provato oltre alle classe crescentine ( un tipo di pane piccolo di forma rotonda) anche i cosiddetti burlenghi o zampanelle.  Questi ultimi sono dei golosissimi intrugli di pastella fritta e farcita con aglio, rosmarino e battuto di lardo.

Se poi vi trovate a Modena, non fatevi scappare di fermarvi per una sosta appetitosa allo:

Chi sono i Vignaioli Contrari  ?

Ma chi sono i  Vignaioli Contrari 2023 ? Sono tutti i vigneron che sono contrari all’omologazione del gusto e alla standardizzazione dei vini. Scendono così in campo  tutti quei winemaker che s definiscono artigiani del vino, che lavorano la propria terra e rispettano l’ambiente . Per cui si può dire che ho assistito a una sfilata di cantine di nicchia, piccole grandi realtà che tengono alto il livello del made in Italy.

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Quali sono le caratteristiche dei Vignaioli Contrari ?

Ovviamente un vino fatto in modo tradizionale senza negare l’uso della tecnologia quando serve e nel modo giusto ha tutto un altro sapore. Fare parte  dei  Vignaioli Contrari  vuol dire 7 cose:

  1. Coltivaredirettamente il suolo  indifferentemente se il vigneto sia di proprietà o meno;
  2. Non fare ricorso a concimi, diserbanti chimici e anti botritici;
  3. Mettere  in primo piano i vitigni autoctoni;
  4. Utilizzare le risorse ambientali e naturali che esistono nell’area aziendale per la produzione di uva con coscienza e sostenibilità;
  5. Incoraggiarela biodiversità preservando quei vitigni autoctoni che rischiano l’estinzione ;
  6. In cantina non si fa ricorso all’osmosi inversa o metodi fisici di concentrazione del mosto . E si predilige la fermentazione spontanea;
  7. I vini devono rispecchiare il terroir specifico e devono essere privi dei principali difetti enologici.

Le mie cantine preferite ai Vignaioli Contrari 2023

  1. Casa Lucciola : questa è la cantina della famiglia Cruciani nelle Marche . Mi ha fatto esplorare il mondo del Verdicchio di Matelica. Questa è un’ azienda agricola nella valle di Matelica a a 430 metri sul livello del mare. Una piccola fattoria, sopra la linea della nebbia, circondata da vigneti.  Produce e imbottiglia un verdicchio artigianale, fermentato in maniera naturale con poca solforosa e tanto rispetto per la natura;
  2. Balugani : questa è l’azienda agricola di  Roberto Balugani . Sorge sul versante soleggiato delle prime colline che si incontrano giungendo a Levizzano Rangone da Castelvetro, lungo la via Sinistra Guerro. Qui è viva l’arte di creare vino Lambrusco, con profondo amore, partendo dalla vigna per arrivare alla bottiglia;
  3. La Rabiosa : questa è una cantina che si trova a Casale di Scodosia, Padova. Nei loro vini è palese un forte impegno al recupero di vecchie uve bianche, come la Vernazzola. Dopo aver analizzato il genoma, dai tralci di queste antiche vigne è stato possibile realizzare uno stupendo vigneto in zona Laghi nel comune di Merlara (PD);
  4. Bastianelli : questa è una cantina che mi ha fatto apprezzare due bianchi tipici delle Marche che adoro, cioè la Passerina e il Pecorino. Siamo tra Fermo e Macerata, e la particolarità  è l’uso dei torchi in legno e di pompe manuali per i travasi , che rendono ancora più speciali i loro vini;
  5. Klosterhof : questa è una cantina che sta vicino il lago di Caldaro, Trentino Alto Adige. In quattro vigneti si arriva a lanciare circa 40.000 bottiglie tra bianchi e rossi di eccellenza: Pinot Bianco, Pinot Nero e il Kalterersee, caratteristico della regione;
  6. Balter : questa è una cantina di Rovereto, Trentino. In fatto di bollicine, devo confessare che ho avuto modo di apprezzare quelle di montagna, fini e molto persistenti. Sono tutti spumanti Trentodoc ,  rigorosamente ottenuti con Metodo Classico.  Si fanno maturare i rossi in barriques dai 4 ai 20 mesi, e per i bianchi si sceglie la vinificazione in acciaio.

Cantina Arrighi, Elba

Ovviamente la cantina per eccellenza che per la Toscana incorpora tutti i valori dei Vignaioli Contrari 2023 è la cantina Arrighi .  Essa è l’espressione vitivinicola più rappresentativa dell’Elba, una delle più belle isole dell’Arcipelago toscano. Chi si occupa di questa cantina di successo a Porto Azzurro è Antonio Arrighi insieme alle figlie Giulia e Ilaria.

In località Piano al Monte sono distribuiti circa 14 ettari di terreno. Tra ulivi secolari e le big bench di Charles Bangle , 9 ettari (disposti ad anfiteatro su vari livelli) sono vitati a:

L’Elba un’isola di vino

L’Elba sfoggia un passato enoico che affonda le radici dai tempi  degli  Etruschi fino a quella  Romani. Per la sua posizione strategica l’atollo toscano è sempre stato ambito da differenti dominazioni. Queste erano anche attratte dall’abbondanza dei minerali del sottosuolo e dalla bellezza dei paesaggi. Come dargli torto!

Tra alti e bassi la viticultura ha fatto il suo corso dal  Medioevo alla Seconda Guerra Mondiale. Negli anni ’50 quelli del boom economico molti elbani si sono dedicati al rilancio del turismo, risorsa economica più facile e immediata. Tuttavia, grazie all’impegno delle nuove leve di viticoltori che si sono poi associati in un consorzio, c’è stata una nuova ripresa.

Antonio Arrighi e la rinascita vitivinicola dell’Elba

Antonio Arrighi fa parte di quelle menti lungimiranti che hanno investito nelle risorse agricole isolane. Figlio di albergatori, inizialmente si era dedicato agli affari di famiglia. Il suo interesse per il vino si era concretizzato nel 1990 con la sua partecipazione a un bando del CREA di Arezzo (Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria di Arezzo ) . Successivamente è diventato sommelier e delegato AIS dell’Elba.

Nel giro di poco tempo Antonio Arrighi contribuì al rilancio per la coltivazione di vitigni internazionali, quelli che meglio attecchivano sull’isola. Da allora il viaggio fu in salita, annoverando molti premi e traguardi, tra cui:

Elba e i vini bianchi della Toscana

Senza dubbio la Toscana è una regione vocata principalmente ai rossi, nonostante la Vernaccia di San Gimignano sia stato il primo bianco DOC nel 1966. I vini di Arrighi e quelli elbani in generali si distinguono per lo più per i bianchi, e i passiti. Questo accade in linea con le caratteristiche pedoclimatiche dell’intero territorio, che per la sua natura complessa è difficile da coltivare.

Ecco perché per l’Elba si può ben parlare di viticultura eroica. Il terreno a disposizione è davvero esiguo e per lo più è spalmato in terrazzamenti che devono essere tutti lavorati a mano durante la vendemmia. Poca quantità massima resa, questo è il premio di tanta fatica.

Cosa rende speciale  i vini della Cantina Arrighi ?

La produzione della cantina Arrighi  arriva a circa 42, 000 bottiglie annue tra bianchi, rossi e passiti. Sono vini che provengono da un terroir eccezionale, quello esclusivo dell’Elba.

Tutto il team aziendale è attento a seguire la tradizione insieme all’innovazione tecnologica per tutto il processo di vinificazione. Oltretutto ha saputo sfruttare al massimo il microclima isolano che vanta:

  • Un suolo ferroso, con scisti, galestri e manganese ;
  • Un’ enorme ricchezza di falde metallifere;
  • Il vento che protegge la vite da malattie;
  • Un clima mite tutto l’anno che previene la formazione di umidità e muffe;
  • La brezza del mare che dona un tipico sentore mediterraneo ai vini.

Etichette firmate Antonio Arrighi ai Vignaioli Contrari 2023

Andiamo a vedere più da vicino le etichette che hanno fatto da protagoniste ai  Vignaioli Contrari 2023 :

Bianchi:

  • Arrighi in Bolla 2022: Spumante Metodo Classico fatto di 50% Chardonnay e 50% di  Manzoni Bianco. Le bollicine sono fini e persistenti. Il colore è un giallo dorato che sa di vaniglia e fiori gialli. L’ideale per brindare ai momenti felici o semplicemente per essere degustato tutto pasto;
  • Arembapampane 2022: questo è fatto da 100% di Vermentino toscano, che all’Elba è detto Riminese. Il segreto di questo elisir sono il vento, la collina e il mare in cui cresce. Fermentato e conservato in acciaio, fa affinamento in bottiglia per 3 mesi. Un’esplosione di sentori e sapori che ricordano la macchia mediterranea;
  • Ilagiù 2022: questo è l’Elba Bianco DOC , cioè un blend di uve bianche locali: Procanico (80 % Trebbiano toscano), Ansonica, e Biancone. Fermentato  conservato in acciaio , fa  affinamento in bottiglia per 3 mesi. Un vino di buon corpo, con note fruttate che ben si abbina alla cucina di mare.

Rossi:

    • Tresse : questo è il rosso punta di diamante della cantina, un vino strutturato e destinato all’invecchiamento. Un equilibrio insolito e perfetto di Sangioveto  al 50%, Syrah al   30%, e Sagrantino al 20%. Fa macerazione a contatto con le bucce per 14/16 giorni. Dopo la pressatura il mosto continua la fermentazione.  L’affinamento è fatto in anfore da 800 litri per 15/18 mesi e dopo sta 6 mesi in bottiglia. Una cornucopia di frutti e fiori rossi che rimane deciso al naso e al palato, e che persiste a lungo.
    • Sergio Arrighi: questa è una DOC Elba Rosso riserva, fatta da 100% di Sangioveto  . Un vino che è un omaggio al padre di  Antonio Arrighi , che fa  barrique per 15 mesi. Dal colore intenso e rubino a un gusto carico e goloso, sprigiona sentori di caffè e pepe.
    • Silosò: questo è sicuramente il vino più tipico  dell’Elba , un passito naturale fatto al 100%  di uve Aleatico 100% . Fa affinamento in acciaio per 4 mesi e poi affina in bottiglia per altri 3 mesi. La gente è arrivata a flotte per prenderne un goccio, perché è davvero speciale. Colpisce il profumo intenso di frutti di bosco, e appena si sorseggia sembra di mangiare mirtilli e ribes. In bocca si presenta morbido, fresco con delle note di pepe nero.

Vignaioli Contrari 2023 la voce di un’ Emilia Romagna di valore

Alla luce della tragedia che si è abbattuta in Emilia Romagna, quella dei  Vignaioli Contrari 2023  è la voce di un popolo che non molla. In questa regione si condensano tanti validi prodotti che tutto il mondo ci invidia oltre il vino:  dal   Parmigiano Reggiano  e il prosciutto di Parma fino alla Ferrari.

L’ Emilia Romagna è l’Italia che lavora e va avanti, un concentrato di arte, cultura e ospitalità che è sempre stato un esempio da seguire.  Mi auguro che il governo prenda presto provvedimenti per aiutare come di dovere chi al momento è stremato e fa fatica a sopravvivere.

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