Cantina Michele Satta

Michele Satta, Bolgheri

L’essenziale è invisibile agli occhi”. 
Antoine de Saint-Exupéry

Michele Satta, un giorno in Cantina

I vini di Michele Satta sono l’essenza di Bolgheri e raccontano la Toscana.   La Toscana è maledetta, pensi di starci poco e poi ci rimani stanziale! Michele Satta, uno tra gli storici winemaker di Bolgheri, è stato vittima di questo incantesimo, quando appena diciannovenne nel 1974 , ci trascorre le vacanze di famiglia. Come biasimarlo, la Toscana rapisce anche me, che nel  mio peregrinare dalla Sicilia ci finisco per scelta,  galeotta  una gita scolastica del liceo a Firenze. Vi risparmio questo lungo aneddoto, e sono qui per condividere con voi la scoperta di un altro angolo di paradiso posto tra Nord e Sud , perfetto bilanciamento degli opposti!

Novembre 2019, una mattina soleggiata e si parte in macchina lungo le vie strette che in pianura si srotolano come tappeti d’erba puntellati da papaveri, trifogli e alberi maestosi.  Direzione Bolgheri, destinazione la cantina di Michele Satta, che mi inebria con il suo ‘Bolgheri Rosso’ qualche Pasqua fa a una cena all’ ‘Osteria San Guido’, vivamente consigliata per chi vuol perdersi tra i sapori , le meraviglie e i tesori  di questa regione centrale da annoverare  tra i patrimoni dell’UNESCO.

Michele Satta
Matteo Bonaguidi racconta i vini di Michele Satta 

Ad accogliere me e gli altri ospiti da Michele Satta è Matteo Bonaguidi, un giovane e brillante sommelier. L’ ingresso semplice e minimale della cantina  inganna perché la sua struttura invece si impone con tutta la modernità, la raffinatezza e la maestosità dell’architettura dei suoi due piani, quello sotterraneo per l’affinamento dei vini, e la terrazza panoramica prospiciente la famosa Costa degli Estruschi, dove siamo riuniti per ascoltare i segreti di Michele Satta. Appoggiandosi al muretto rovente della balconata, Matteo  ci  indica un punto preciso di Bolgheri tra acque trasparenti, cielo ed ulivi da cui inizia l’avventura di Michele Satta. Si tratta della ‘Vigna del Cavaliere’, il cui rudere è l’ombelico di quella che adesso è una superficie vitata di 24 ettari con una media di 150.000 bottiglie annue ottenute tutte da uva propria. In questa area benedetta da Dio il vino è nato molto prima dell’uomo, il vino qui è cultura, è tradizione, è l’anima stessa di Bolgheri che Michele Satta è riuscito perfettamente a svelare e che noi apprendiamo attraverso le parole di Matteo prima del banchetto!

Michele Satta, l’uomo

Sant’ Ambrogio Olona, un paesino vicino Varese, da i natali a  Michele Satta, che è di sangue mezzo sardo e mezzo piemontese. Dopo il Classico il giovane varesino si iscrive ad Agraria a Milano per un richiamo istintivo verso la natura, che da bimbetto in villeggiatura gli appare in tutta la sua magnificenza ora sotto forma di paesaggi nudi brulicanti di pecore e spiagge bianche della Sardegna ora sotto forma di girasoli e dolci pendii della Toscana.

E tra una punta e l’altra dello stivale con le sue diramazioni isolane, come la verità che sta in mezzo, Michele Satta si ritrova a vivere a Castagneto Carducci inizialmente metà estiva per un impiego occasionale da fattore propostogli da un amico del padre ingegnere. Nulla è per caso, ed evidentemente c’è una linea sottile, misteriosa, l’Io più profondo, che unisce tutti questi eventi e che spingono Michele Satta a spiegare le vele verso il suo porto. Così ventiquattrenne Michele Satta continua l’università a Pisa e sposa Lucia da cui ha sei figli, di cui Giacomo, l’enologo, e Benedetta, responsabile comunicazione, costituiscono l’asse portante dell’azienda agricola. Il 1983 è un periodo faticoso per  Michele Satta , che però lo tempra e lo fortifica nello spirito.  Per mandare avanti la baracca si sporca le mani, quelle stesse con cui sfoglia i libri da cui apprende con passione l’Ars Agricolae,  ma la poesia dura davvero poco!  Michele Satta  è infatti testimone di un’agricoltura che sta mutando a vista d’occhio, si sta ammodernando con il conseguente e negativo effetto di prediligere la quantità alla qualità e ciò fa abbassare i costi della merce. Non si guadagna molto con quella fattoria ormai fuori moda di appena settanta ettari coltivati a pesche, fragole, carciofi, grano, e un po’ di vigna rivenduti per una miseria ogni mattina all’alba ai mercati centrali limitrofi.  Michele Satta ce la mette tutta per fare funzionare gli ingranaggi di una macchina che però ormai è al collasso, come le sue finanze. C’è da affannarsi il pane tanto quanto basta per sfamare la cospicua prole. Un concorso in banca a Roma potrebbe essere l’ancora di salvezza, un peso troppo grande tuttavia da sopportare, allorché da parte del suo vecchio capo sopraggiunge la proposta di curare la parte commerciale e i proventi delle vigne della stessa fattoria che abbandona in preecedenza per sfinimento! Michele Satta non esita neppure un attimo e fa ritorno al solo destino cui è designato, il più nobile della terra, il vino! Da allora non si ferma più. 

Degustazione vini Michele Satta
Degustazione vini Michele Satta, Bolgheri

Michele Satta, i vini

Il nostro viaggio a Bolgheri   prosegue con la degustazione dei vini Michele Satta. Matteo  si fa notare subito per la sua classe e la sua professionalità e si capisce subito che fa quello che gli piace fare. Matteo  prepara i tavoli con dei cestini di pane sciocco e taglieri di salumi e formaggi locali.

Matteo  sistema in fila tutti i bicchieri che riflettono una luce calda che entra attraverso le vetrate in modo gentile e che ci avvolge come il gusto del meglio della selezione dei rossi e dei bianchi di Michele Satta. Tra quelli che proviamo  mi hanno particolarmente colpito:

  • ‘Bolgheri Bianco Costa di Giulia 2019’: battezzato così dal vigneto da cui proviene oltre che quello di ‘Querciola’, è  una bomba esplosiva di 70% di Vermentino e di 30% Sauvignon e fa innamorare Michele Obama in occasione del suo quarantunesimo compleanno al  ‘Caffè Milano’ di Washington. Questo bianco  a contatto con le fecce fini fa affinamento lungo per circa sei mesi in tini di acciaio. Dal colore giallo paglierino, alterna i suoi profumi di pesca bianca e fiori delicati a evidenti sentori di  timo,  erba appena tagliata, miele , vaniglia. Dal finale lungo si presta a invecchiare qualche anno ;
  • ‘Syrah Michele Satta 2016’: 100% Syrah del vigneto ‘Vignanova’ è un vino mediterraneo sofisticato che non ha nulla da invidiare ai superbi rossi francesi del Rodano. Fermenta in botti di rovere da trenta hl ed affina diciotto mesi in barriques di secondo, terzo e quarto passaggio ed un anno in bottiglia con capacità di invecchiamento fino a venti anni. Nel calice si annuncia con un colore rosso rubino cupo, con note di frutta a bacca nera e si arricchisce di sensazioni speziate e nuance di erbe aromatiche. In bocca è di ottimo corpo, con un tannino maturo e termina con una chiusura persistente;
  • ‘Il Cavaliere 2017’: 100% da selezione di uve Sangiovese raccolte a mano nei vigneti di ‘Vignanova’ e ‘Torre’ fa cemento per diciotto mesi e può invecchiare fino a venti anni. Presenta un colore rubino ed al naso è molto aperto, con aromi di prugna, violetta, tabacco, cuoio e terra di bosco. In bocca è sapido e con tannini morbidi, con un retrogusto di liquirizia e un piacevole finale;
  • ‘Piastraia Michele Satta’ 2017: è un taglio bordolese di Cabernet, Merlot e Sangiovese che con l’aggiunta di una punta di Syrah prende il corpo  dei vini del Sud. Le uve provengono da cinque diversi vigneti che sono ‘Torre’, ‘Poderini’, ‘Vignanova’, i ‘Castagni’ e ‘Campastrello’. Ciascuna varietà è fermentata separatamente in botti di rovere troncoconiche da trenta hl.  Sosta in barriques di legni francesi tra i diciotto ed i ventiquattro mesi. Un vino smart con un colore tendente al porpora con riflessi violacei. Al naso emergono note di ciliegia, cacao, e fiori blu. Il vino è sapido, con tannini rotondi e finale lungo. Capacità di invecchiamento fino a venti anni.
DOC Bolgheri Consorzio di Tutela Vini
DOC Bolgheri Consorzio di Tutela Vini

I vini di Michele Satta stregano e fanno venire voglia di stare bene, di godersi la vita, di rilassarsi. Ogni commensale è fermo al suo posto a sentire Matteo  che si volta verso una foto gigantesca che ritrae  Michele Satta insieme a chi ha per così dire inventato il ‘caso Bolgheri’! Prendete un calice magari di bollicine, o di cosa vi pare, e unitevi a noi! Il silenzio cala, e la voce di Matteo è l’unica melodia che vogliamo udire.

Bolgheri, la Bordeaux d’Italia

Chiunque arrivi a Bolgheri finisce vittima del suo incantesimo non appena si percorrono i cinque chilometri dell’Aurelia fiancheggiati da 2500 “cipressi che alti e schietti quasi in corsa giganti giovinetti vanno fino a San Guido in duplice filar “. Questi ultimi sono i versi del poeta Giosuè Carducci, premio  Nobel per la letteratura italiana nel 1906, che immortalano questo antico borgo medievale fondato nel XI dal Conte Gherardo della Gherardesca, il cui stemma all’ingresso del castello in mattoni rossi   saluta migliaia di visitatori all’arrivo della bella stagione . Bolgheri è una frazione del comune di Castagneto Carducci, in provincia di Livorno, la cui  posizione strategica, tra le Colline Metallifere e la leggendaria ‘Costa degli Etruschi’, fa di questo villaggio un territorio unico al mondo per arte, cultura, tradizione vitivinicola e paesaggi mozzafiato.

Immersa in una vegetazione rigogliosa e con le sue torri  affacciate su un mare cristallino,  Bolgheri è il fiore all’occhiello della Toscana grazie al Marchese Mario Incisa della Rocchetta, la cui genialità si materializza in tre suoi capolavori e ora attrattive del posto:  il celebre vino Sassicaia, il purosangue Ribot, e il Rifugio Faunistico Padule . Cominciamo da Bacco, perché è una forza divina inebriante quella che invade il Marchese e gli fa realizzare il nettare, il purosangue e l’ oasi dei suoi sogni.

In principio è il Sassicaia, il Marchese Mario Incisa della Rocchetta

Il Marchese nato a Roma e di stirpe sabauda, giunge in Maremma al seguito del suo matrimonio nel 1930 con l’affascinante Clarice, discendente del conte Ugolino cantato da Dante nella sua ‘Divina Commedia’. Agronomo, cosmopolita, visionario e di classe il Marchese  ‘colonizza’ Bolgheri, un centro agricolo di appena cento abitanti e dimenticato da Dio, e la trasforma in una corte stupenda con il suo entourage aristocratico.

Nei poderi ereditati il Marchese  apre un allevamento di cavalli da corsa da cui fuoriesce Ribot, che tra il 1955 e il 1958, vince sedici competizioni su sedici, dall’Arc de Triomphe, al Royal Ascot da San Siro a Longchamp. Ci fa anche una fattoria e in particolare a Castiglioncello di Bolgheri nel 1944 il Marchese semina delle barbatelle di Cabernet importate dai Duchi Salviati di Migliarino , che frequenta ai tempi dell’università a Pisa, e come il cappellaio matto tira fuori il primo taglio bordolese della Maremma. Il Marchese  non è del tutto soddisfatto di quella miscela di vitigni per nulla armonico, ma in fin dei conti gli sta bene, è un esperimento, il suo vino non vuole venderlo ma solo goderselo con chi gli sta intorno e con gli amici. Il Marchese  non si arrende e azzarda a regolare il tiro spostando il vigneto in un campo più alto che chiama ‘Sassicaia’ per il mix di sassi e ghiaia che la caratterizza in onore a Graves a cui si ispira,  e da cui ha origine l’omonimo vino che farà di  Bolgheri la Bordeaux d’Italia e un prestigioso centro di riferimento per l’enologia europea. Ci vogliono venti anni di perfezionamenti e vicende varie prima che nasca il rinomato ‘Sassicaia’ che ognuno di noi vorrebbe in uno scaffale in bella mostra! In questo arco temporale di fondamentale importanza è lo slancio e la lungimiranza del Marchese  nell’avere individuato in Bolgheri la base per la replica di quella tipologia di vini particolari francesi che sono di gran tendenza in Europa e oltre oceano,  in modo tale da offrire qualcosa di nuovo al mercato italiano che, da dopo il sofferente e disastroso dopoguerra alla lenta ripresa economica, dorme almeno fino agli  anni ottanta in fatto di vini! E senza dubbio lo scossone del terremoto  ‘Sassicaia’ con epicentro a Bolgheri si avvertirà in superficie e profondità lungo tutta la penisola ! Pazzo o pioniere, il Marchese  lascia il segno a Bolgheri. A differenza dei contadini della sua era per cui il vino è un modo per sopravvivere e da bere prima dell’inverno successivo, il Marchese è un nobile dentro e fuori , e vuole fare un vino di pregio, si interessa ai problemi agricoli evidenziando la necessità dì uscire dall’improvvisazione e di imitare i francesi dando un tono alla materia. Seguendo il metodo francese e in controtendenza con l’allora dominante produzione di massa dovuta all’avvento delle nuove tecnologie, il Marchese  impianta vitigni selezionati e sperimenta nuovi metodi di vinificazione; preferisce basse rese in vigna e vitigni alloctoni a quelli autoctoni, lascia perdere il torchio a favore di una pressatura più dolce, e introduce l’affinamento in botte. Tutti questi sforzi sarebbero stati forse vani se ad un certo punto di questo bel romanzo non ci sarebbero stati altri protagonisti! Da una parte il figlio Nicolò Incisa della Rocchetta,  che, capendo la reale potenzialità di quel  ‘primitivo’ ‘Sassicaia’   osa commercializzarlo, e dall’ altra i parenti patrizi degli Antinori nelle figure di Niccolò e Piero , che si occupano del marketing. Questi ultimi fanno scacco matto facendo assumere il loro enologo,  il pater vinorum Giacomo Tachis, che, stabilendo tecniche  e tempi di affinamento, ingentilisce e struttura quello che sta per essere il primo cru del Bel Paese! Con l’inconfondibile etichetta della rosa dei venti dorata su sfondo blu disegnata dallo stesso Marchese  , il ‘Sassicaia’ viene imbottigliato per la prima volta nel 1968 e messo in distribuzione nel 1972 . L’oro rosso di Bolgheri è sgrezzato dalle sue impurezze a tal punto da abbagliare i big del giornalismo enogastronomico. Le prime luci del ‘Sassicaia’ colpiscono Luigi Veronelli , pietra miliare nostrana del  wine & food , che gli dedica un articolo intero su ‘Panorama’ nel 1974. Successivamente  con l’annata del 1978 il  ‘Sassicaia’ vola oltre i  confini quando la rivista inglese ‘Decanter’   lo proclama come migliore Cabernet tra quelli in competizione di altri trentatré paesi in un concorso tenutosi a Londra , dove prevale addirittura sui famosi chateaux bordoles . La vendemmia del 1985 regala al ‘Sassicaia’ 100 punti assegnati dalla penna di  Robert Parker,  guru della critica americana che lo consacra a fama internazionale.

Sassicaia

E se vi dico che il ‘Sassicaia’ star indiscussa del jet set planetario usciva con la denominazione ‘vino da tavola’? Un paradosso questo che scatena e indigna al punto che, per questa categoria di vini speciali che non si adattano  alle regole dei rigidi disciplinari di allora come le DOC del 1983 che tutelano i soli bianchi e rosé, si conia in America il termine di ‘super tuscan’, dove ‘super’ sta per ‘diverso’ e non ‘migliore’. Bisogna attendere fino al 1994 con la formazione delle ‘DOC Bolgheri’ ,  ‘DOC Bolgheri Superiore’ e ‘DOC Bolgheri Sassicaia’ per placare le ire funeste . La costituzione  del ‘Consorzio per la Tutela dei Vini Bolgheri DOC’ , di cui Michele Satta è uno dei soci fondatori, nel 1955 con le sue cinquantacinque imprese agricole, sigilla a fuoco una business venture che ricerca costantemente di preservare sapere antico congiunto a modernità  e innovazione con lo scopo  di garantire a Bolgheri  un futuro tutto in salita. In soli cinquanta anni Bolgheri  passa da 120 a circa 1300 ettari di vigna e assurge a  fenomeno di  vini da collezione che oltre al ‘Sassicaia’ vede spuntare nelle immediate vicinanze  mostri sacri del made in Italy quali ‘Ornellaia’, ‘Guado al Tasso’, ‘Grattamacco’ e  il ‘Masseto’ , Merlot al cento per cento che nel 2001 il ‘Wine Spectator’ celebra come secondo solo al ‘Petrus’ di Pomerol. Bolgheri non è una moda o un capriccio di qualche blasonato ma il ‘Rinascimento’ del vino in Toscana, nel momento in cui il ‘Brunello’ e l’Italia sonnecchia per poi svegliarsi del tutto a fine anni Novanta ed essere in classifica tra le potenze enoiche del globo . Bolgheri è il frutto del lavoro e il più dolce dei piaceri di uomini intelligenti e illuminati che, titolati con risorse o artigiani con pochi mezzi e tanta voglia di fare, hanno collaborato e dialogato ribaltando le sorti di questa deliziosa cittadina. Bolgheri ieri landa del deserto e considerata addirittura non vocata alla viticultura oggi chicca dell’enologia italiana e luogo densamente popolato e affollato di turisti, curiosi e investitori provenienti da ogni parte del pianeta.

Cantina Michele Satta
Cantina Michele Satta

Michele Satta, l’azienda

Michele Satta scommette tutto il suo essere e il suo avere a Bolgheri sin da quando ci mette piede. Genius loci , vate, o cosa? Michele Satta è certamente un imprenditore fuori dagli schemi, dotato di grande personalità, sensibilità ed intuito.

Non dimentichiamo però che se Michele Satta è un’autorità in fatto di vino non è solo per  i suoi studi, il suo carattere, le sue esperienze, e certe circostante favorevoli, ma principalmente per la devozione, la costanza , la  gioia e la serietà con cui ha perseguito  i suoi obiettivi, i suoi ideali. Tutto quello che dai ti torna indietro nel bene e nel male, e quanto è vero per  Michele Satta ! E si sa che la fortuna non è una dea cieca ma aiuta gli audaci!  Tutto questo associato a un rapporto quasi ancestrale tra  Michele Satta  e la terra, che è il leitmotiv della sua esistenza stessa, si traduce nella nascita della sua azienda nel 1983 e nel suo primo vigneto nel 1991. Michele Satta si distingue dagli altri fuoriclasse a Bolgheri  perché è una voce fuori coro nel dare largo spazio alle uve del posto quali Sangiovese e Vermentino (sia in assemblaggio che in purezza), e nel cimentarsi con altre varietà quali per esempio il Sauvignon Blanc, il Tempranillo e il Petit Verdot. Una mossa alquanto temeraria quella di Michele Satta in un ambiente di altolocati e di certezze stellate tra le quali primeggia quella del ‘Sassicaia’ , ma mossa del tutto inevitabile per movimentare l’identità territoriale di questo paesotto maremmano, rispettandone sempre l’inclinazione per i vini bordolesi. In linea con i bolgheresi classici,  Michele Satta ha una sua personale visione del vino in cui soggiace prevalentemente l’intenzione di esaltare al massimo la complessità aromatica tipica del terroir mediterraneo che Bolgheri riesce a sprigionare. Ciò si incarna perfettamente in tappe importanti della sua carriera enoica che dà alla luce nel 1987 il ‘Costa Giulia’ , 100% Vermentino,  e  nel 1994 il ‘Piastraia’ , blend di Cabernet Sauvignon, Merlot e Sangiovese. A fine anni novanta, reduce di una consulenza presso l’ ‘Ornellaia’ e sotto la supervisione del prof. Attilio ScienzaMichele Satta pianta anche una piccola porzione di Teroldego, quest’ultimo ingrediente di un’altra opera d’arte di Michele Satta che è il ‘I Castagni’.

Michele Satta, Paolo Lazzarotti studio fotografico
Michele Satta, Paolo Lazzarotti studio fotografico

Scendendo giù nella cella rocciosa in cui i vini riposano, Matteo ci confessa che alcuni Wine Lovers & Experts snobbano i vini bolgheresi perché troppo freschi, fin troppo fruttati e non tipici, ed accontentano in maggiore misura il palato degli intenditori americani e cinesi. Lo ascoltiamo attenti lì tra le botti e le anfore di terracotta, e dopo avere assaggiato i vini di Michele Satta, nessuno dei presenti ha dubbio alcuno che il bello per Bolgheri  deve ancora arrivare. E come non credere ad un avvenire glorioso per questi vini marittimi, sontuosi, con una traccia balsamica indimenticabile che è il ricordo della macchia mediterranea, tratto specifico che li rende irripetibili.  Michele Satta vanta una superficie vitata di 24 ettari e affiancato tecnicamente e moralmente dai suoi affetti frutta attualmente 150.000 bottiglie ottenute da uva propria. Matteo ci fa fare un giro all’interno della bottaia ed è orgoglioso di quello che ci sta descrivendo. I suoi occhi brillano quasi a illuminare quegli spazi bui e freschi della grotta dove i vini di Michele Satta dormono per esprimere al meglio tutto il loro valore, che è strettamente legato a quelle specifiche peculiarità pedoclimatiche che stanno solamente a Bolgheri e che la fanno oggetto di invidia di tutti! Una alchimia naturale di sole, mare e terra questa è Bolgheri! Matteo ci spiega il motivo. Le vigne di Michele Satta sono tra quelle più a sud di tutto il comprensorio, il cui suolo è particolarmente fertile essendo  variegato per struttura (per lo più sabbia e in molti punti argilla e  limo) ,  di medio impasto,  drenante, e privo di sedimenti, cosa che facilita alle radici delle viti di scendere giù a fondo per alimentarsi.  Il nostro bell’Antonio va avanti narrando che i filari, trattati con pratiche biologiche, sono protetti dal vento a est dalle colline, mentre a sud beneficiano degli effetti del mare e dei fiumi Cornia e Cecina che li irrorano di luce favorendo la fotosintesi, ne mitigano il clima con estati fresche e inverni miti, e vi apportano brezze gentili che tolgono la dannosa umidità in superficie.  

Bolgheri, a presto
Bolgheri, a presto!

Una passeggiata tra le stradine ciottolate di   Bolgheri  e una cena a lume di candela nell’ intima e raffinata ‘Enoteca del Centro’ conclude magicamente il mio incontro con Michele Satta. Un sorso del suo ‘Syrah 2015’ è in poesia una frase di Antoine de Saint-Exupéry: “E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. 

Grazie Matteo, Michele e Paolo Lazzarotti per il suo infallibile obiettivo fotografico! 

 ‘A chi ancora è capace di emozionare. La bellezza non si misura con ciò che possiamo apprezzare semplicemente guardando con il senso della vista, la vera bellezza  è un atteggiamento. ‘ 

Stefania

 

Marco de Canaveses

S.Caetano, Vinho Verde, Portogallo

“Sa volare solo chi osa farlo” . L. Sepulveda

L’oro verde del Portogallo.

Il Vinho Verde è un vino portoghese prevalentemente bianco, ma anche rosato e rosso (quest’ultimo è presente in quantità minore in Portogallo e di solito piace poco fuori confine per la sua struttura debole dovuta al basso contenuto in alcol, al contrario invece dell’alto consumo a livello locale nelle caratteristiche ciotole di ceramiche) che sta riscuotendo un’enorme popolarità. Perché? Il Vinho Verde è un lusso alla portata di tutti, che ammalia per la sua delicatezza, eleganza, e soprattutto per la sua versatilità perché adatto a tutti i tipi di piatti e palati, da quelli più semplici a quelli più esigenti. Altro e indiscutibile X factor del Vinho Verde è la sua frizzantezza, derivante in origine dal carbonio naturale dell’uva ed ultimamente procurata da molti vignaiuoli con l’aggiunta di una lieve dose di anidride carbonica per venire incontro al gusto dei consumatori specie quelli americani!

Il Vinho Verde è una Denominazione di Origine Protetta, ed è tipico delle sinuose alture del Nord del Portogallo che trasuda vino dagli albori della viticoltura. Forse si chiama così per il colore verde dei suoi vigneti e delle sue valli ,  per quello delle uve acerbe da cui è fatto perché raccolte in anticipo, o perché va bevuto giovane. Il Vinho Verde è fresco, erbaceo, ma leggermente sapido e con un sentore di frutta finale che stupisce, come la vita che ti regala sempre qualcosa di magnifico quando meno te lo aspetti. Ed è quello che accade a me con il mio blog sul vino e viaggi www.WeLoveItaly.eu che mi dà la possibilità di condividere le mie esperienze emozionali attraverso il racconto di persone e storie di successo che è misurato non in soldi guadagnati, ma in obiettivi raggiunti. Come ogni sommelier adoro andare in giro alla ricerca di nettari prelibati. Viaggiare poi è una droga da cui non tento neppure di disintossicarmi, non perché così si stacca dalla routine, o perché fa tendenza, o ci si va con qualcuno di speciale. Nulla di tutto questo. Viaggiare mi apre il cuore, non smetto mai di imparare, mi fa vedere le cose e la gente da una prospettiva diversa, controllo meglio i problemi, me stessa e avverto una pace interiore e con l’universo immensa. Miglioro ogni volta che faccio la valigia e poi la ripongo nell’armadio di casa mia, che sia la Sicilia, dove sono nata, o la Toscana dove vivo ormai felicemente da sei anni.

 

Andrè Amaral, cantina Quinta de Torre. Niente è per caso!

Per pura coincidenza o destino non lo so,  Andrè Amaral , responsabile di ‘Quinta de Torre’, una delle più prestigiose cantine di Vinho Verde del Portogallo, naviga sul mio sito www.WeLoveItaly.eu. Lo scorso Agosto due miei articoli dedicati a Lisbona e Faro lo incuriosiscono e  mi contatta  via social.   

Il Portogallo non me lo tolgo proprio di dosso, mi attiva una strana dipendenza. A Pasqua del  2017 atterro a  Lisbona , una moderna capitale che non appena sfiori con lo sguardo, la fai tua e non la lasci più per il suo patrimonio artistico culturale, il suo charme, l’azzurro del suo oceano e delle sue ceramiche, il calore del suo popolo . A Lisbona ci si perde tra i suoi vicoli irti e ciottolati. Lì si respira un passato glorioso fatto di esplorazioni e conquiste, cantate nelle languide musiche del  fado , la cui malinconia o saudade la senti nell’aria e pare manifestarsi al primo chiarore di luna annidandosi tra i tavoli delle piccole taverne sempre a festa  . Un’estate fa sono  a Sud , ad Algarve, nella splendida Faro. Faro è una deliziosa cittadina lusitana che ipnotizza con le sue falesie grandi e immobili come giganti, che acceca lo sguardo con le sue interminabili distese di sabbia dorata e le sue acque azzurre cristalline. Avere tra i miei follower un noto produttore di vino come Andrè Amaral mi lusinga, e il successivo Settembre, tra messaggi e video chiamate varie, ci faccio amicizia  e mi confessa che leggere i miei post gli fa venire voglia di andare in vacanza e di bere qualcosa di introvabile. Mi viene spontaneo confessargli che c’è una sorta di richiamo irresistibile verso il Portogallo, perché forse è così simile alla mia isola per il suo fascino decadente e misterioso.  

Food Life Style rivista ristoranti stellati
Food Life Style di Carmela Loragno, rivista ristoranti stellati

Andrè segue assiduamente il mio diario di bordo virtuale di questo mio girovagare per posti, e personaggi straordinari che ti entrano nell’anima. Duranti questi contatti via etere, tra me ed Andrè scatta una certa sintonia professionale, che presto si traduce in una collaborazione che ci porta a realizzare il desiderio comune di valicare i nostri confini territoriali: io da reporter del vino  in Portogallo, e lui da esportatore del suo Vinho Verde nel nostro Bel Paese! C’è molto entusiasmo, ma non è sufficiente, perché per la riuscita dei nostri intenti ci sono delle variabili esterne tutt’altro che trascurabili da considerare. Per prima cosa è abbastanza complicato avere dei risultati positivi in un settore competitivo come quello della vendita del vino in l’Italia, a cui basta il suo e per il quale oltre tutto è già famosa in tutto il globo. Con Andrè poi non ci conosciamo personalmente e ci separano chilometri di distanza. Non occorre solo che il suo vino sia eccellente, che il suo packaging sia curato, e che il suo sito web aziendale sia impeccabile sotto ogni punto di vista. Per sfondare necessita studiare qualcosa di strategico, e capire anzitutto se rispetto all’Italia:   

  • il Vinho Verde può essere adatto al nostro mercato;
  • si può impostare un piano di marketing efficace creando relazioni on line e off line ;
  • si possono fare eventi nell’immediato in presenza del winemaker portoghese in questione per dare visibilità al suo prodotto.

Vi spiego come tutto si è piano piano sbrogliato come il bozzolo di una matassa e come sboccia una fiducia e  stima tale da portare Andrè a  finanziare il mio soggiorno presso ‘Quinta de Torre’! Le  moderne tecnologie sono indispensabili, e nel frattempo io e Andrè ci diamo da fare senza sperare che la ruota giri da sola.  Ancora una volta il mio intuito non si sbaglia  e mi rendo conto che si fa sul serio quando Andrè mi spedisce a Pisa, con mia meraviglia, il primo di una serie di campioni dei suoi vini etichettati “San Caetano” , chiamati così  in onore di una cappella del suo wine relais che lo protegge come Dio fa con i suoi fedeli. Mi innamoro inevitabilmente di ognuna delle sei bottiglie di quell’oro verde! Se voglio fare l’inviata all’estero per toccare con mano ciò che stuzzica le mie papille gustative, ho davanti un’impresa quasi pioneristica da affrontare: lanciare i vini portoghesi in Italia, che certamente non ama molto i forestieri in campo enoico! In realtà c’è un algoritmo che potrebbe funzionare! In due regioni vocate per lo più ai rossi come Toscana e la vicina Puglia, in cui i bianchi non sono molti e quelli esistenti di un certo spessore sono piuttosto costosi, i vini  “San Caetano” potrebbero essere un’ottima alternativa! I vini  “San Caetano” potrebbero infatti fare gola ai ristoratori delle coste tirreniche e adriatiche, i quali avrebbero delle bollicine esotiche di alto livello per i loro clienti, che non hanno nulla da invidiare a un Riesling o a uno Chablis, a fronte però  di una spesa decisamente più contenuta (al momento attuale il Vinho Verde è accessibile, perché in passato l’economia del Portogallo ha sofferto della recessione globale, quindi il costo dei terreni e del lavoro è relativamente basso ).  

  

Il Vinho Verde in Toscana.

Per scendere in campo non posso combattere da sola! Mi avvalgo di tre solidi alleati a cui faccio avere l’arma potente dei vini ‘San Caetano’  per vincere la battaglia !

A Ottobre il primo è Andrea Baldeschi , Toscano puro sangue e grande degustatore Ais Toscana, che nel suo ristorante “Nautilus” a Tirrenia organizza delle cene a base di baccalà più elaborate di quelle fatte da me nel mio terrazzo con i miei amici. Come tutti i commensali anche Andrea  rimane piacevolmente stupito dal sapore avvolgente di quei vini bianchi portoghesi, che esaltano il gusto di ogni tipo di piatto leggero di terra o di mare che sia. Andrea cede al fascino di quel vino straniero al punto che per Maggio ha in mente di farne una degustazione al “Palace Hotel”,  un cinque stelle molto rinomato a  Livorno . A Dicembre il secondo è Orazio Sinigallia, un eclettico distributore di vini che, conosciuto fortuitamente a Bari nella sua bottega di vini georgiani in anfora, diventa promoter dei vini di Andrè in Puglia. Per merito di Orazio, il terzo è la strabiliante Carmela Loragno, direttrice di  Food Life Style’, un’illustre rivista stellata sulla gastronomia italiana per la quale a Natale mi commissiona una pagina tutta dedicata al Vinho Verde e ai vini di ‘San Caetano’ . Questi avvenimenti picareschi coinvolgono Andrè, che , dopo una lunga e giusta attesa, mi vuole avere come sua ospite a ‘Quinta de Torre’ per farmi sperimentare con mano la bellezza di quei luoghi lontani e per farmi vedere cosa ha combinato Bacco da quelle parti. Non ci sono più voli diretti ed economici da Pisa per il Portogallo né tanto meno date compatibili che ci vadano bene per impegni vari da parte di entrambi. Quando non c’è una soluzione cambio completamente direzione. Senza una ragione plausibile invece di rodermi dentro, pianifico il mio Capodanno dalla mia amica Lory a Bruxelles e poi perché non volare comodamente  dal centro dell’Europa verso Marco de Canaveses e starci per esempio tre giorni?  L’anno nuovo del 2020 è un sogno diventato realtà.

Bruxelles 2020
Bruxelles 2020

Capodanno 2020, Bruxelles

Esattamente come due anni fa in occasione del mio compleanno, al mio arrivo Lory mi fa perlustrare  Bruxelles in lungo e in largo.  Prima tappa il ‘Quartiere del Parlamento’  all’interno del ‘Parc Leopold’, dove con la sua solarità Lory si occupa dell’accoglienza al pubblico.

Si tratta di un complesso di edifici postmoderni in vetro e acciaio senza fronzoli, ove l’Unione Europea tiene le riunioni di comitato. Una struttura asciutta e minimale a parte la sovrastante cupola detta ‘Le Caprice de Dieux’ , un’enorme sfera a forma di emiciclo che è sede della camera parlamentare degli eurodeputati. Senza pagare nulla ed obbligo alcuno di prenotazione dopo facciamo un salto al ‘Planetarium’,  una sezione dedicata alla didattica, per far comprendere al viaggiatore come funziona l’ U.E. Un gruppo di hostess ci mostrano tre modelli architettonici dei quartier generali di  Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo e sintetizzano quali sono i  compiti più importanti del Parlamento del Consiglio Europeo , del Consiglio  e della Commissione Europea. La fama istituzionale di Bruxelles non deve ingannare, oltre ad essere frequentata assiduamente da politici e giornalisti, essa è da sempre una delle destinazioni turistiche più amate del Vecchio Continente. Passeggiando per l’urbe l’atmosfera è allegra e pittoresca dal suo simbolo il ‘Manneken-Pis’ a la  ‘Grand Place’, che riflette negli ori dei palazzi laterali le luci degli addobbi natalizi che la rendono ancora più baroccheggiante. Rivedere Lory poi è una sensazione indescrivibile, come il festeggiare a mezzanotte l’ultimo dell’anno ballando tra i cafè di Bruxelles fino all’alba, l’ultima insieme prima della mia partenza per il Portogallo.

 

Aeroporto Sà Carneiro Porto
Aeroporto Sà Carneiro Porto

3 Gennaio

Porto, Tre Gennaio 2020, otto del mattino. Andrè mi aspetta fuori dall’ Aeroporto Internazionale  “Francisco Sá Carneiro” . Appena lo intravedo mi fa un cenno, si avvicina e il suo sorriso smagliante scioglie l’imbarazzo dell’incontrarsi per la prima volta. Andrè carica me e il mio bagaglio nella sua macchina e ci dirigiamo verso Marco de Canaveses, un delizioso borgo a pochi chilometri da Porto attraversato dal fiume Tâmega. Ci troviamo nella feconda valle del Douro e proprio qui, dove la natura esplode in tutto il suo rigoglio dall’entroterra all’Oceano Atlantico, nasce il Vinho Verde, vitigni autoctoni che si abbarbicano dappertutto dai palazzi nobiliari alle piccole case di villaggi sperduti. Un cielo grigio con i suoi nuvoloni, che non rende giustizia all’unicità di quei paesaggi portoghesi,  una lunga ora di viaggio tra strade sinuose e larghe, e la  mia stanchezza non distraggono la mia attenzione dal racconto di Andrè della sua vita, della sua  azienda, e  del suo vino. Durante il tragitto Andrè mi svela nel dettaglio i segreti del Vinho Verde .

Ascoltare Andrè è come seguire la linea del tempo del Portogallo. Il Vinho Verde cresce solo nella regione del Minho, approdo ambito di antichi popoli a partire dal 100 AC, quando Fenici e Cartaginesi vi introducono, tra le altre cose, i primi vitigni che curati da Greci e Romani, cadono in abbandono durante il periodo dei Mori, e si risollevano grazie al generoso contributo dei monasteri e della corona portoghese nel Medioevo. Tra il XII ed il XIII secolo il Portogallo è protagonista di una crescente espansione demografica ed economica specie nel commercio agricolo a cui si associa un rapido sviluppo della moneta metallica. Tutto questo trasforma il vino in una fonte essenziale delle entrate, al punto che esso entra a far parte delle abitudini alimentari della popolazione della regione del Minho. Andrè sottolinea orgogliosamente che rispetto al porto, suo fratello liquoroso, il  Vinho Verde è più antico perché, secondo alcuni fonti scritte, se ne registrerebbe già l’esistenza nell’ 870 d.C nel convento di  ‘Alpendurada’ di Marco de Canaveses , anche se in entrambi i casi la prima documentazione della loro esportazione da parte degli Inglese in Europa è attestata alla fine del XIX secolo. Andrè mi confessa che non si stanca mai di vagare per il Minho, perché, ricco di storia, arte, cultura e panorami mozzafiato, è una delle zone più boscose del Portogallo caratterizzata da una vegetazione abbondante e verdeggiante, è. Ad un tratto Andrè si ferma e dal finestrino del veicolo mi fa guardare fuori ed entra nel vivo della sua novella raccontandomi altre cose interessanti sul Vinho Verde . Mi dice che il Minho possiede un terroir distintivo dato dal connubio tra alcuni fattori irritrovabili per la viticultura e la memoria del sapere umano tramandato da secoli di generazione in generazione, che dà alla luce vini dallo stile inimitabile e dall’ equilibrio quasi perfetto. Prosegue asserendo che  il Minho è un fazzoletto di suoli prevalentemente granitici, a tratti scistosi, calcarei e sabbiosi, che da Nord Ovest, bagnato dall’Oceano Atlantico, si apre a ventaglio verso Nord Est lungo la Galizia spagnola con vallate immense e lunghe e abbondanti corsi d’acqua, che rigenerano e rinfrescano le montagne  garanti di una barriera naturale contro i venti più dannosi. Andrè tiene a precisare che aspetti senza eguali quali una tipografia irregolare, che influenza un clima di tipo continentale, un tasso medio annuo di precipitazioni di 1200 mm (concentrate in inverno e primavera), e altitudini che sfiorano circa i 700 m, si riflettono superbamente nelle diverse tipologie di uve delle nove subregioni del Vinho Verde che sono Amarante, Monção, Melgaço, Lima, Basto, Cávado, Ave, Baião, Sousa e Paiva.  Andrè definisce la coltivazione della vite nella regione del Vinho Verde di tipo “eroica”, per la presenza di pendii molto scoscesi, e perché essendo i livelli di fertilità del Minho naturalmente bassi, esso è stato reso produttivo grazie ad una serie prolungata di interventi  quali terrazzamenti concimati con sostanze organiche. Andrè si sente pure risollevato che negli ultimi anni la qualità del Vinho Verde è migliorata notevolmente, ciò è dovuto in parte a una migliore formazione e ad un rinnovato trasporto tra i winemaker di oggi. Dove la vite per esempio una volta cresceva alta tra gli alberi e in pergole (questo per liberare il terreno sottostante per altre coltivazioni di cereali, frutta e ortaggi), attualmente molti dei vigneti invece sono formati lungo moderne righe cablate, in modo che le uve sono più esposte alla luce del sole e alla brezza, e quindi il vino è più maturo e più sano. Andrè mette in evidenza anche l’esistenza di una legislazione nazionale che ha contribuito, tra alti e bassi, a sigillare l’autenticità e il valore dei vitigni del Vinho Verde. A sentirlo sicuramente sono stati fatti passi da gigante. Si riprende la via e Andrè conclude rammentandomi che nel 1926 vengono fuori le linee guida per la produzione e la commercializzazione del Vinho Verde con la definizione dei suoi limiti geografici, e nel 1984 esso viene riconosciuto come D.O.C. sotto la supervisione di una ‘Commissione della Viticoltura della Regione del Vinho Verde’. Un progresso tutto in salita quello del Vinho Verde che registra adesso questi numeri nel Minho:

  • rappresenta 15% della produzione totale di vino di tutto il Portogallo;
  • occupa una superfice vitata di 21,000 ettari;
  • Ci sono 19,000 produttori;
  • Esistono 68 varietà di ‘Minho IGT’  e 47 varietà di ‘Vinho Verde D.O.C’.;
  • L’87 % della produzione di riguarda il bianco, il 7% riguarda il rosso, e il 6 % il rosé;
  • Circa 80 milioni di litri di vino prodotti all’anno e più di 100 paesi per le esportazioni (USA, Germania, Francia, Brasile, Canada, Svizzera, Regno Unito, Angola, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Giappone, Danimarca).

Stiamo quasi per arrivare percorrendo i paesaggi da favola del Minho (la sua demarcazione risale al 1756), che formano la cosiddetta ‘Strada del Vinho Verde’.  La ‘Strada del Vinho Verde’ è un ambiente grandioso, con vigneti terrazzati , e masserie imbiancate a calce arroccate in cima alle colline, tra le quali si scorgono villaggi fiabeschi quali Guimarães, Braga, Amarante, Barcelos, Viana do Castelo, Ponte de Lima, Ponte da Barca e Arcos de Valdevez. Il cancello della cantina di ‘Quinta de Torre’ si apre e quando lo oltrepasso capisco che qualunque traguardo dipende esclusivamente dalla nostra volontà e dal nostro atteggiamento. Il Portogallo è un refrain costante nella mia mente, come la  bossa nova , e in maniera quasi automatica a furia di sintonizzarmi su quelle frequenze per una sorta quasi di legge universale finalmente, mi spingo come wine blogger oltre le alpi per scoprire da dove provengono quei vini che sorseggiati mi emozionano ! Andrè mi accoglie a ‘Quinta de Torre’ facendomi sentire come a casa. Mi presenta alla mamma, ai suoi figli, e ai suoi dipendenti e per tutto il resto della mattinata esploriamo il suo regno in cui sono stata catapultata quasi per magia. C’è da recuperare un po’ di forze perché è ora di pranzo. Dopo avere nutrito dei buffi lama e delle pecore di angora,  io e  Andrè ci spostiamo  nella vicina locanda ‘Tapada do Xandoca’ per deliziarci di prelibatezze portoghesi quali: vongole stufate e pesce grigliato all’ aglio e olio d’oliva che fanno finire tutto il pane in tavola . Intanto Andrè mi spiega che  in origine ‘Quinta de Torre’ è una vecchia casa padronale acquistata in famiglia nel 1995 da Josè Manuel Mendes, che restaurata e ammodernata, diventa quella che è oggi, cioè un’azienda agricola a conduzione familiare di circa venticinque ettari, di cui dodici di vigna. Per smaltire il lauto pasto torniamo a passeggiare all’interno della sua tenuta che mi appare in tutto il suo splendore: filari infiniti, giardini, cascate d’acqua, alberi secolari di limoni e mirtilli, un mini zoo popolato da alpaca, canguri, lepri della Patagonia, pony, anatre selvatiche, tartarughe, pesci e altri animali rari che sembrano quasi bearsi della semplicità della loro esistenza. Andrè descrive ‘Quinta de Torre’ come fosse un quadro, essa è incastonata come un gioiello prezioso nell’ Amarante , con le sue viti immerse nel verde, che cercando il sole,  si arrampicano sugli arbusti o pergolati e abbelliscono i campi costellati dagli espigueiros , i tipici granai in pietra e legno costruiti su una base sopraelevata per essiccazione dei cereali. Il discorso si fa sempre più tecnico e preciso. L’ Amarante ha quei presupposti pedoclimatici specifici che la rende l’ambiente ideale per i principali vitigni autoctoni con cui si fanno i vini nella sua cantina ‘Quinta de Torre’: Alvarinho , Loureiro (contraddistinti da note tropicali e da una certa complessità se invecchiati in botti di rovere), Azal, Arinto e Avesso  (noti per  la loro spiccata acidità e ministerialità) per i bianchi, ed Espadeiro e Vinhão per i rossi. Queste sono dunque le uve base e anche il nome dei sette diversi tipi di vino firmati ‘San Caetano’ ,  che lasciano il segno per il loro carattere vivace, delicato e invitante. Con una produzione di 50,000 bottiglie annue,  ‘Quinta de Torre’ , premiata ogni anno in concorsi nazionali e internazionali,  dà alla luce un Vinho Verde  unico al mondo, che rivela rispetto per la vigna, per la tradizione e  per l’innovazione. I vini ‘San Caetano’  , monovitigno o cuvée , sono il risultato della raccolta di uve selezionate a mano durante la vendemmia, che,  una volta riposte in cassette da 20kg, vengono fatte affinare in serbatoi d’acciaio per garantirne il brio. Le vinificazioni avvengono secondo moderne tecniche che includono un sistema informatizzato per il monitoraggio della fermentazione, linea di imbottigliamento e un rigoroso laboratorio di analisi. I vini ‘San Caetano’ sono la migliore espressione del Vinho Verde, e devono il loro Woh  factor non solo alla generosa operosità di chi da sempre rende fertile e florido questo pezzo di Portogallo, ma anche ad un’attenta operazione di marketing e di comunicazione dirette a migliorare sempre più la distribuzione commerciale sia su territorio nazionale che internazionale. Tra una chiacchiera e l’altra non ci accorgiamo che cala la sera con la sua luna bianca e il suo manto di stelle, e per quanto piacevole la compagnia siamo vittime di  Morfeo che ci reclama! Rimontiamo nel suo fuoristrada direzione Porto dove mi attende il mio ‘Métier  Boutique hotel’, che con il suo charme e le sue comodità allieta il mio sonno fino alla sveglia dell’indomani.  

Porto
Porto

4 Gennaio

4 Gennaio. Il tenue sfarzo del ‘Métier  Boutique hotel’ mi coccola dal bianco candido delle lenzuola e degli asciugamani profumati alla ricca colazione della hall. I banconi del bar sono pieni di ogni delizia: spremuta di arance, dolci appena sfornati, burro, marmellate di more, miele e frutta.

Mi ricarico con un caffè nero bollente e sono pronta per un nuovo capitolo di un libro senza fine. Andrè viene a prendermi e via a ‘Quinta de Torre’. Appena giungiamo lì si entra nel laboratorio e nella barricaia di Andrè, che lavora senza sosta per garantire l’alto standard dei suoi vini. Davanti le vasche d’acciaio sigillate con le sigle delle varie annate, comprendo che trasformare l’uva in vino è un miracolo, essendo tutto ciò non solo fonte di rendita ma soprattutto di felicità. Ci sono spazi molto grandi e moderni, pieni di attrezzature all’avanguardia per conferire pregio al bene finale. La sala degustazione che si affaccia sui poggi di Marco de Canaveses è tutta a vetri, e nelle grandi vetrate si riflettono le sagome dell’erba che si confondono con il grigio di una fitta nebbiolina improvvisa che disturba la visuale. Un tavolo cerimoniale e una credenza antica piena di medaglie e riconoscimenti vari fanno bella mostra attorno a una vecchia Bedford. Terminata la visita il sole torna a splendere e nel primo pomeriggio Andrè mi accompagna nel centro storico di Porto, il leggendario quartiere della ‘Ribiera’ situato sulle sponde del fiume Duro che incanta qualsiasi visitatore con le sue casine dipinte e le sue facciate decorate, sorvegliate da gabbiani che si librano leggeri nell’aria a qualsiasi ora del giorno. I pescatori e i commercianti ambulanti ti sorridono e si lasciano osservare nel loro affaccendarsi quotidiano. Mi è familiare questa zona e mi perdo tra i labirinti delle sue viuzze strette per poi rilassarmi al ‘Cafe do Cais’ , un loft bar molto chic della  ‘Ribiera’ da cui mi godo la vista di  ‘Vila Nova de Gaia’. La temperatura diventa quasi estiva e mi dirigo verso l’altra parte della città. Salgo nel vecchio tram linea 1 che mi consegna letteralmente alle onde di un oceano blu cobalto. Entro al ‘Praia dos Ingleses’ un chiosco vista mare e ci resto fino al tramonto. Si fanno le sette e risalgo verso la stazione di ‘Sao Bento’, la cui entrata principale è rivestita da oltre ventimila ‘Azulejos’, le tradizionali piastrelle turchine che raffigurano i principali momenti storici del Portogallo e dei suoi mezzi di trasporto. Lì trovo Andrè che mi fa salire nella sua peugeout. Non c’è molto traffico e dopo aver parcheggiato Andrè e io ci  accomodiamo al ‘Royal 4’ , un delizioso posticino per gustarsi il meglio della cucina portoghese. Una cameriera simpatica e sorridente ci serve dei crostini con burro e formaggio, seguiti da un risotto ai gamberi fumanti e per finire del pane fritto con zucchero e gelato alla vaniglia. Non mi accorgo neppure che è ora di andare via, il locale sta per chiudere! Salutiamo ed eccoci al mio hotel dove a malincuore è l’ultima volta che sto con Andrè! Non è un addio ma solo un arrivederci! Appena rientro in stanza faccio fatica ad addormentarmi, penso a tutto quello che di incantevole sto vivendo. Non ho voglia di  riposare ma devo farlo l’indomani si torna a Pisa!

Portogallo
Portogallo

5 Gennaio

Un tassista mi viene a prelevare in albergo per condurmi all’aeroporto ed è inevitabile sentirmi come la protagonista di un romanzo inedito. Il mio pensiero non va su quello che è stato in Portogallo ma su quello che ancora sarà, perché ritornerò per inebriarmi da nord a sud del suo clima mite, del suo litorale dorato, delle sue sconfinate pianure, dei suoi tesori e dei suoi vini nobili che stanno uscendo a poco a poco dall’ombra grazie agli ultimi sforzi governativi per rilanciare un’economia fino a qualche decennio fa in bilico.

Riprendo la mia quotidianità aprendo la porta del mio appartamento a Pisa, nella mia comfort zone che mi sta subito stretta e di conseguenza la mia mente è al prossimo obiettivo. Non mi fermo mai, e questa non è sempre una bella caratteristica, perché non mi fa godere il cammino che è più importante della meta, ma fa parte del mio modo di essere. Sistemo i souvenir e mi metto sul divano per fare il punto della situazione e per orchestrare tra Febbraio e Marzo la giusta musica per animare le notti toscane con il Vinho Verde con l’estate che non è molto lontana. La lista delle serate predisposte a dare il benvenuto ai vini  ‘San Caetano’ di ‘Quinta de Torre’ è folta ma a bloccarla è il Covid-19.

Andrà tutto bene!

Stefania

 

Roberto Cipresso

Poggio al Sole, il buen ritiro di Roberto Cipresso a Montalcino

“…Se riesci a parlare con la canaglia
senza perdere la tua onestà
o a passeggiare con i re
senza perdere il senso comune.
Se tanto nemici che amici non possono ferirti
se tutti gli uomini per te contano
ma nessuno troppo.
Se riesci a colmare l’inesorabile minuto
con un momento fatto di sessanta secondi
tua è la terra e tutto ciò che è in essa
e quel che più conta sarai un uomo, figlio mio”
Rudyard Kipling

Un Incontro DiVino

Nulla è per caso, c’è sempre una ragione perché qualcosa accada. Incontrare Roberto Cipresso in qualche modo ti cambia la vita in meglio, perché riesce a indirizzare la tua energia verso quello che inconsciamente stai cercando di tirare fuori da tempo. Una sorta di segnale stradale che, molto sottilmente, indica una via da seguire, anche se non si sa dove porterà. Come un angelo che ti sfiora una spalla, un tocco lieve e la tua pelle è “marchiata” per l’eternità: lui torna a spiegare le sue ali e tu invece incominci a fare sul serio!

Una coincidenza fortunata o buona sorte, non lo so, ma ad oggi quella telefonata di Roberto prima di andare in ferie è un tassello di un mosaico di cui non ho ancora chiaro il soggetto. Qualche settimana fa inaspettatamente  e con mia grande gioia e stupore Roberto mi chiama, e vedendo il suo nome nel mio cellulare non credo ai miei occhi. Prima si complimenta con me del mio ultimo post sui “Garagisti di Sorgono”, figlio del caso nato lo scorso novembre, quando a una cena tra Sommelier  al “Nautilus” di Tirrenia, mi ritrovo per la prima volta davanti a Roberto. Una circostanza propizia insieme a lui, che mi incita a volare nel cuore della Sardegna alla scoperta di questi prodigiosi vignaioli . Dopo mi invita nel suo rifugio segreto “Poggio al Sole” a Montalcino, per darmi il grande privilegio di intervistarlo. Non è certo un treno che mi faccio scappare, quando mi ricapita! Complice ancora una volta la passione per il Vino, mi preparo per questa nuova avventura, felice di scandagliare da vicino l’anima di Roberto. Perché è da un po’ che cerco notizie qui e lì per avere una minima idea di ciò che questo eclettico Wine Globtrotter realizza nel nostro Bel Paese e Oltre Oceano, ma non mi basta. Non voglio stare in superficie, voglio toccare il fondo!  Avere un quadro completo di Roberto e del suo percorso umano, intellettuale e professionale è un’impresa bellissima, ma ardua. Immaginatevi di riuscire a indovinare alla cieca le percentuali dei diversi vitigni di uno  Châteauneuf-du-Pape , il celebre vino rosso francese fatto da ben 13 varietà di uve diverse sia a bacca nera che bianca. Non è una cosa che almeno io sarei mai in grado di fare. Ecco, è uguale con Roberto!  Faccio quello che posso! Bevo tutto d’un fiato questo calice per papi e lo apprezzo più nella sua nuda totalità che nelle sue singole parti complesse. Roberto un nome, mille stili e qualità! 

Poggio al Sole
Poggio al Sole

Poggio al Sole, Montalcino

Un  caldo Venerdì di Giugno e si parte. Un viaggio in macchina di circa due ore e mezza da Pisa lungo la Maremma toscana, tra colline, girasoli e casali antichi, circondati da un verde raggiante e un cielo turchino, che ti danno la risposta al perché hai scelto di vivere qui! Come Dante con Virgilio giunge al Paradiso, io  traghetto a “Poggio al Sole”, il buen ritiro campestre di Roberto, con Giorgia, la receptionist tutto pepe, che mi viene incontro con la sua auto a metà strada, prima che io mi perdessi del tutto. Se vuoi il meglio, il sentiero in cui imbattersi è sempre quello più complicato! Nonostante la mia guida poco brillante e un percorso tortuoso e poco agevole,  varco finalmente il cancello dell’eden attraverso un filare di cipressi alti e maestosi .

“Poggio al Sole” è un’esclusivo agriturismo immerso in due ettari di terra coltivati per lo più a Brunello e pennellati da una vegetazione dolce e avvolgente tra Castelnuovo dell’Abate , Sant’Angelo in Colle, e il Monte Amiata. Nel 1996 Roberto trasforma un vecchio rudere del 1700 in un resort di  5 appartamenti  rivolti ai viaggiatori e ai sognatori, che vogliono rigenerare mente e corpo, lontano da tutto e tutti. Sì, perché l’effetto di quando metti piede lì dentro è devastante, un silenzio che fa rumore, che ti pervade mentre fissi a guardare paesaggi che tolgono il fiato, mentre respiri aria buona, mentre senti profumi di ginestra, lavanda e rosmarino, e ascolti gli alberi parlare al primo fresco venticello che ne muove le foglie. Un’elegante residenza dal sapore antico dove ritrovare se stessi semplicemente rilassandosi e lasciare che tutto scorra leggero come un piccolo ruscello nel bosco. Si apre il sipario. Giorgia mi consegna le chiavi del mio appartamento “Il Sole”, entro nella mia stanza, poso le valigie, mi rinfresco, caffè nero bollente e mi affaccio alla finestra per ammirare la natura in cui “Poggio al Sole” è incastonato come una gemma preziosa .

Poggio al Sole
Poggio al Sole-Montalcino

Non solo Brunello

Non so descrivere esattamente il senso di pace interiore e di beatitudine provato, non ci sono parole adatte, bisogna esserci, niente altro. Il sole che scompare tra gli ulivi secolari e le buganvillee, e che cede il posto al tramonto, è uno spettacolo che ti intimidisce. Una luce soffusa colora d’arancione tutto quanto è intorno: le botti di legno sparse nel giardino, il gelsomino bianco,  i covoni di paglia, i  filari ordinati e i piccoli borghi medievali che si intravedono a distanza.

Rimango sul davanzale di un balconcino intrappolata in quella meraviglia. A distrarmi solo le lancette dell’orologio che segnano le venti, e mi ricordano che è ora di cenare con Roberto e la sua famiglia. Inizio ad affrettarmi e sto appena toccando con mano cosa vuol dire stare dietro Roberto, che è quasi impossibile, non ce la fai! Però tre giorni forse posso reggere. Mi ricarico con una croccante e gustosissima focaccia al pomodoro di una trattoria a pochi chilometri da “Poggio al Sole”, in cui ci rechiamo velocemente per la fame. Sono all’aria aperta intorno a una bella tavola  imbandita con Roberto, i suoi dolcissimi figli Matteo e Gianmarco, e Fabio il padovano, suo instancabile amico e collaboratore. Il caldo è asfissiante, siamo stanchi, e abbiamo la felice idea di metterci dentro il locale in cerca di aria condizionata, ma non ci accorgiamo che siamo finiti accanto al forno! Non si ha la forza di alzarsi e fare qualcosa, tranne che fare due chiacchiere per programmare il mio fine settimana e stare un po’ con Roberto, compatibilmente con i suoi  impegni ! Tra un boccone e l’altro provo a seguire la scaletta di Roberto per i due giorni successivi: sabato relax a “Poggio al Sole” per raccontarmi di lui e della sua incredibile esistenza,  domenica giro della sua cantina. Mi tranquillizzo, si può fare. Roberto mi  incastra tra un’appuntamento e l’altro della sua agenda, e con un sorriso che ti spiazza, ti dice che è contento e che non devo ringraziarlo. No comment! Roberto è fatto così, è pieno di entusiasmo, e corre talmente veloce che non si accorge di quanto sia straordinario, anzi meglio usare il lemma latino extraordinarius, letteralmentefuori dal comune”. Tra le altre cose oltre e  l’umiltà dei grandi, Roberto ha la capacità di farti sentire a casa e parte della sua famiglia, e ti sembra di conoscerlo da secoli. Un uomo di così grande spessore e talento, quando vuole, riesce a donare sempre sé stesso agli altri senza misura. Fosse una poesia Roberto, sarebbe “Se” di Rudyard Kipling, perché “riesce a parlare con la canaglia senza perdere la sua onestà, o a passeggiare con i re senza perdere il suo senso comune”. Ed è questo che più ti rimane impresso e che non dimenticherai mai. Quando Roberto parla ti incanta, e mi confida che lui è quello che è ed ha quello che ha grazie alla presenza costante e all’affetto immenso della moglie Marina, dei suoi bimbi, e di tutti coloro che quotidianamente lo supportano professionalmente in Italia e all’estero . E quando ti senti dire questo, ti auguri solo che al mondo di persone così ce ne possano essere un’infinità. Incredibile ma anche Roberto è sfiancato, e ci ordina quasi imperativamente che è ora di congedarsi. Si risale sulla sua jeep bianca e mi accompagnano gentilmente al “Poggio al Sole”. Li saluto e vado a dormire anche io. Prima di andare a letto vagabondo per “Poggio al Sole”, un regno incantato coperto da un manto di stelle, che  emana un fascino, e suscita di quelle emozioni, che ti toccano nell’intimo più profondo. Mi fa compagnia un calice di prosecco e Macchia, il gattino morbidoso della cascina. Mi addentro lentamente nei meandri della villa, fino a quando non scorgo tra le vigne una piscina sospesa nel buio della notte e illuminata da faretti che esaltano l’azzurro delle sue maioliche e ne definiscono i contorni. Voi cosa avreste fatto al mio posto? Bravi, mi sono lasciata viziare dall’acqua, in cui mi immergo per calmare la calura quasi africana, e da una improvvisa brezza estiva, che mi asciuga dolcemente. Quell’attimo eterno dura fino a quando non rientro in camera e mi faccio coccolare dalle lenzuola di lino bianco del mio letto. La mia mente vaga ancora fino a quando non la spengono fuori le cicale intonando una musica di sottofondo, che mi butta tra le braccia di Morfeo.

Roberto Cipresso
Roberto Cipresso

Roberto Cipresso tra Sacro e Profano

Mi alzo verso le cinque di Sabato mattina e fuori dalla persiana intravedo le sagome di alcuni contadini che stanno vendemmiando in piena campagna toscana. Un quadro di Monet. Riprendo a dormire ma nulla, e scendo giù aspettando l’alba sdraiata su un chaise longue. Chiudo gli occhi per un po’, e li riapro perché Macchia mi sveglia strusciandosi addosso con le sue zampette, quasi a ricordarmi che è ora di alzarsi. Mi tiro su con una abbondante colazione e non voglio fare nulla, solo assecondare i miei ritmi, tanto più tardi a scuotermi ci sarebbe stato Roberto. Così mi dedico esclusivamente a me,  godendo di quello che ho, non ultimo il libro di Roberto “Vino, il Romanzo Segreto”, che voglio finire all’ombra di una quercia al riparo dall’afa di un pieno mezzo giorno di fuoco!

Roberto nasce a Bassano del Grappa nel 1963. Dopo aver terminato agraria nel 1987 si reca a Montalcino  per un incarico di lavoro, e si dà tre mesi per il suo soggiorno. Ormai ubriaco di Vino e della maledetta Toscana, che ti frega appena ti accoglie senza farti andare più via (ne so qualcosa!), Roberto si trasferisce in pianta stabile nella Città del Brunello. Durante la sagra del Tordo a Montalcino, appena ventenne, Roberto, da bravo alpinista qual è, pianta la bandiera rossa e gialla (guarda caso stessi colori di Bassano ) del suo nuovo quartiere di Travaglio in cima alla Torre del paese, un gesto che fa diventare questo straniero uno del posto. Sin da piccolo Roberto è un fanatico della montagna, perché gli insegna ad andare oltre, superando ogni  paura,  ma con la consapevolezza e la saggezza di non sfidare mai i propri limiti.  Motivo per cui dopo l’ incidente di un’arrampicata , decide di dedicarsi solo ed esclusivamente al Vino e ne fa il suo mestiere. Da subito Roberto collabora con alcuni dei più importanti produttori locali e già negli anni ’90 è direttore aziendale di “Ciacci Piccolomini d’Aragona”, cantina con cui ottiene i suoi primi successi:  il “Brunello Riserva 1988” e il “Brunello Vigna Pianrosso 1990” (elogiati ampiamente dalla stampa specializzata internazionale e protagonisti abituali delle più importanti aste di vini pregiati a New York, Chicago e Londra). Parallelamente inizia l’attività di Winemaker presso alcune tra le più importanti cantine italiane. La tensione faustiana di Roberto nei primi anni della sua gioventù è inarrestabile, una sete di conoscenza, di azione, di conquista del bene, che lo portano dritto al successo. Goethe dice che  “l’uomo erra finché aspira”, e  Roberto traduce perfettamente alla lettera la massima dello scrittore tedesco! C’è dentro Roberto un’inquietudine che si porta dietro sin dalla nascita, che lo protende a oltrepassare la linea d’ombra, non esiste nel suo vocabolario la parola “fermarsi” ma affermarsi! Parallelamente alla nascita dei celebri e blasonati Supertuscan, nel 1995 Roberto crea il vino “La Quadratura del Cerchio”, un’ idea completamente nuova e per molti aspetti rivoluzionaria. Nelle sue diverse edizioni ci sono tra i Terroir più potenti ed espressivi del nostro panorama viticolo, che  si combinano in un unico blend, all’interno del quale i requisiti propri dei singoli componenti si esaltano l’uno con l’altro anziché ottenebrarsi a vicenda. L’eredità di questo percorso, è adesso raccolta dal progetto “Cipresso 43” che Roberto condivide con il fratello Gianfranco, e che vede la sua realizzazione nella sua cantina/incubatore del “Winecircus”, alle porte di Montalcino. Poche chiare e importanti regole caratterizzano il progetto “Cipresso 43”: Roberto mescola solo uve di vitigni autoctoni coltivati all’interno del 43° Parallelo, provenienti da vigneti di proprietà e conduzione, con totale vinificazione nella sua cantina, con pratiche di viticultura sostenibile, con rese contenute (1 pianta, 1 bottiglia), e continua ricerca in collaborazione con le più importanti Università. Il 43° Parallelo, situato tra l’Equatore e il Polo Nord, è un itinerario enologico che passa attraverso i Continenti e le Regioni più Vocate ed Espressive della Vite, zone che hanno dato forma alle principali fasi dell’evoluzione della Viticultura dalla Mesopotamia agli USA. In Italia il 43° Parallelo tocca la Toscana, l’Umbria e le Marche . Pur essendo ateo, Roberto è convinto che ci sia qualcosa di ultraterreno nel 43° Parallelo, e non può negare il contrario, se è vero che lungo questo binario si snodano le principali capitali dei pellegrinaggi più leggendari, da Santiago di Compostela alla Grotta di Lourdes, dalla Francescana Assisi a Medjugorje. Quella di Roberto è una visione ambiziosa e globale del concetto di Terroir , che a fine secolo scorso scandalizza l’intellighenzia dello Stivale al pari del taglio della tela di Lucio Fontana. Esattamente come l’artista argentino che muove il suo capolavoro avanti lo spazio e fuori da ogni cornice fisica, Roberto esce fuori dai comuni canoni per vinificare e anela all’Oro Rosso. I suoi primi tentativi non lo lasciano soddisfatto, come quando fa un blend improbabile di Schioppettino del Friuli, Montepulciano d’Abruzzo e Sangiovese di Montalcino. Roberto cambia direzione dopo avere letto un trattato di André Tchelistcheffdel, agronomo e biologo russo, padre della viticoltura californiana, a cui oggi gli americani nella Napa Valley hanno dedicato una statua. Su insegnamento del suo maestro Roberto abbina il Sangiovese al Primitivo di Manduria e thumb up! Non è facile, è una battaglia che diventa guerra! Roberto lotta per  trovare le armi e le tattiche giuste per essere più che un vincitore un bravo stratega nel fare Vino. Roberto non smetterà più di sperimentare, studiare, farsi aiutare da professionisti , Università ed Enti del settore, ed esplorare. Roberto ha sì il suo porto a Montalcino, ma si muove come un marinaio dall ’Argentina, a Venezia, dall’Armenia a Bassano del Grappa. In ognuno di questi anfratti sperduti e lontani del Nuovo Mondo e Vecchio Mondo Roberto, con l’aiuto di altri impresari, ha sempre avuto il goal  di valorizzare il più remoto dei Terroir e dare vita a Vini di carattere, che esprimessero al meglio l’identità di un preciso fazzoletto di terra dimenticato da Dio. Dal Malbec argentino (“Wine & Spirits” ha definito il vino “Achaval Ferrer Finca Altamira 2010 “ il miglior Malbec del mondo” per l’anno 2013) alla Dorona veneziana, al suo progetto di inserire Bassano del Grappa tra le Città del Vino, Roberto acts local and thinks global! 

Roberto Hits Parade

Prendete fiato , non è ancora finita! Nel 2000, in occasione del giubileo, Roberto esegue la Cuvee speciale per il Papa. L’anno successivo l’ ”Associazione Italiana Sommelier” organizza presso l’hotel “Cavalieri Hilton di Roma” una serata dedicata interamente ai suoi vini.

A partire dal 2002 viene chiamato, sia in veste di relatore che come ospite, a numerosi convegni e conferenze nel mondo organizzati dai più prestigiosi enti, Università, testate specializzate e operatori del settore, intervenendo a Valencia, New York, Bruxelles, Berlino, Düsseldorf e nelle più importanti località italiane. Nel 2004 l’ esordio in radio di Roberto , anno in cui collabora con “Rai Radio Due” alla trasmissione “Decanter”. Dal  2006 al 2009 inizia a scrivere e pubblicare i suoi tre libri:  “il Romanzo del Vino”, che vince il Premio Veronelli, “Vinosofia”, e “Vineide”.  Su forza , ancora un po’ di attenzione, ci sono ancora gli svariati riconoscimenti di Roberto, ma niente panico, ne elenco solo qualcuno, perché se no Google mi blocca! A partire dal 2007 Roberto viene insignito del titolo di: “Uomo dell’Anno Categoria Food” dalla rivista “Men’s Health”, “Enologo Italiano nel mondo” al “Merano Wine Festival”. A febbraio 2010 viene eletto “Accademico Corrispondente all’ Accademia Nazionale di Agricoltura di Bologna”, mentre ad Aprile  Roberto incontra il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano e riceve l’incarico da “Città del Vino” della Produzione del Vino Speciale per il 150° Anno dell’Unità d’ Italia. Stop, perché la lista è troppo lunga! Vi dico solo che uno degli ultimi obiettivi di Roberto è quella di fare assaggiare il pianeta in poche gocce! Da moderno alchimista Roberto presto eseguirà una cuvée unica nel suo genere, fatta da barrique di Argentina, California, Georgia, Italia e Spagna, che saranno spediti e poi lavorati negli USA. Un vino planetario etichettato spiritualmente  “La Luz”, un mix di cinque continenti, che insieme esalteranno le loro identità piuttosto che oscurarsi a vicenda. Un piano molto ambizioso, degno di un visionario qual è Roberto, che non smette mai di mettersi in gioco. Sono agli ultimi capitoli del libro e mi rendo conto di come Roberto sia uno di quei pochi che ha avuto è ha tutt’ora il coraggio di inseguire la felicità.

Roberto Cipresso

Grigliata Argentina a Poggio al Sole

Neppure finisco di rifletterci su che è già l’imbrunire. Roberto mi chiama per bere del prosecco nel pergolato con lui e gli altri commensali prima di un’ appetitosissima grigliata di carne argentina in abbinamento ai suoi migliori Rossi tra i quali:

Con Roberto non ti annoi mai. Gli altri ospiti, Simone, la  moglie Cristine e il loro piccolo Pablo, sono  simpaticissimi e riempiono di allegria la tavolata, che Roberto continua ancora a rifornire di verdure scottate al carbone e morbidissimo pane fragrante. Simone e Cristine sono una coppia di liberi professionisti che sono lì per fornire a Roberto le loro preziose Anfore in Ceramica prodotte dalla loro ditta “Demetra”  a Vicenza. La loro discussione  sulle tecniche di conservazione del Vino nelle Anfore è interessantissima. Mi spiegano che per le loro Anfore usano la  ceramica , perché questo materiale permette al Vino, mentre riposa, di mantenere integre le proprie qualità e caratteristiche, grazie alla sua capacità di essere impermeabile, resistente e isolante. L’efficienza del Nord al Centro Italia funziona! La voglia di fare dei Veneti, la loro creatività, la loro costanza, ti spiega perché sono tra i migliori in Italia in fatto di produttività economica. C’è sempre da imparare, e io ero nel posto giusto al momento giusto tanto quanto l’indomani in occasione della visita della splendida cantina di Roberto.

Winecircus

Pochi giorni fa scompare un grande scrittore Italiano, nato in Sicilia, la mia isola, il suo nome è noto in tutto il mondo, sto parlando di Andrea Camilleri, per intenderci la mano che regala le vicende del commissario Montalbano. Andrea Camilleri lascia un vuoto nella cultura italiana e in tutti noi. Mi colpisce in TV la risposta che il Camilleri Nazionale dà alla domanda dell’intervistatrice, l’arguta comica palermitana Teresa Mannino, in merito al suo impegno di essere scrittore e mi viene in mente Roberto . Roberto è in queste poche righe, cioè il trapezista che è in Andrea Camilleri: « …lo vedi che fa il triplo salto mortale col sorriso sulle labbra, la leggerezza, e non ti fa vedere la fatica bestiale dell’allenamento, perché se te lo facesse vedere rovinerebbe il godimento che tu stai provando. E allora qui mi diverto, capisci? Non è un lavoro…».  Non mi dilungo sulla comparazione, perché come avrete intuito, è in sintesi la capacità di Roberto di avere trasformato ciò che gli piace di più nel suo pane quotidiano. 

Ciò lo avverto totalmente l’ultimo giorno in visita al “Winecircus”, la sua cantina laboratorio a Montalcino, che è uno show in prima fila. Tre piani di un grande edificio moderno tra barricaie, uffici e sale degustazioni in cui Roberto fa da cicerone a me e un gruppo folto di Wine Lovers argentini e colombiani. Ci mostra il suo tesoro e ci fa assaggiare in anteprima il meglio tra Bianchi e Rossi delle sue bottiglie e quelle di altre aziende Italiane e non di cui ne è consulente e produttore. Quel giorno per me è fondamentale perché è l’unica volta in cui posso sentire la sua storia ma dimentico l’imprevedibilità di Roberto, che Fabio, il fido collaboratore, mi dice di mettere sempre in conto! Impeccabile oratore e istrione come sempre Roberto affascina me  il suo pubblico hablando de su bodega en Español ! ¿Qué más se puede pedir? Mi salvano i miei ultimi viaggi a Siviglia in cui imparo un po’ la nostra lingua sorella e in qualche modo riesco a stargli al passo. Lì tocco con mano il mondo di Roberto e il suo ingegno. A distrarci dall’incantatore di serpenti è solo il dispettoso Kira, il lagotto romagnolo di Roberto, che gioca con i bimbi a un tira e molla con i fogli di plastica da imballaggio a bolla d’aria! Dopo l’ultimo assaggio del “Monica 2017” di Renzo Manca dei “Garagisti di Sorgono”, il percorso in cantina prosegue con la parte più esclusiva del tour enoico: una degustazione delle etichette più preziose di Roberto.  Tutti i presenti gradiamo infinitamente il dono di Roberto, che però esclude i Rossi conservati gelosamente ed esclusivamente  in delle casse di  legno  per i figli Matteo e Gianmarco, in memoria un giorno del loro babbo. Roberto continua imperterrito il suo panegirico sul Vino in Spagnolo , e anche se non afferri tutto al volo, lui è capace di farti capire esattamente cosa c’è dentro quel bicchiere, come fa non lo so! Però il risultato è sorprendente, tanto quanto ciò che le mie papille percepiscono in Rossi fenomenali, che non mi si ripresenteranno mai più, tra cui un esplosivo  “Quarto Viaggio 1998”, un mix di 50% Montepulciano, Teroldego 10%, Carmenere 40%  indimenticabile per qualità delle uve e  lungo affinamento . La mia pancia inizia a brontolare, come quella di tutto gli altri, un concerto, che spinge Roberto e Fabio a zittirle! E così organizzano un pranzo memorabile in un ristorante sardo di Montalcino  l “Osteria dei Briganti e dei Poeti” , con 45° al sole. Protagonisti di quel banchetto cosmopolita sono i  toscanissimi Pici  al Ragù  e i succulenti  Culurgiones , gnocchi della Terra dei Nuraghi fatti di patate, formaggio e menta, piatti perfetti per gli immancabili Vini Rossi che ci portiamo dietro dalla degustazione al “Winecircus”. In omaggio al Sud America Roberto apre delle bottiglie strepitose di “Achaval Ferrer 2000”, una combinazione esplosiva di Malbec, Cabernet Sauvignon e Merlot, il cui corpo e gusto deciso bene sposa il nostro pasto luculliano. Tutti devono scappare via, un hasta luego dei Sud Americani, e in assenza di Roberto e Fabio che hanno appuntamenti urgenti , mi avvio con Simone e Cristine a un evento sul Vino in centro a Montalcino.

Tutto un Sorso 2019 Montalcino
Tutto un Sorso- 2019- Montalcino

“Tutto in un Sorso”, Montalcino

Lasciamo la macchina nelle vicinanze, Simone abbandona consegna Cristine e me alla festa di Bacco e si dirige in piscina con il figlioletto Pablo! Sinceramente lo abbiamo invidiato!

Christine e io saliamo con fatica fino alla parte più alta di Montalcino. Montalcino è soprattutto nota per il Rosso per antonomasia, il Brunello appunto. Come in una fiaba Montalcino è rimasta intatta come nel XVI secolo ed è coronata da un bellissimo castello e racchiusa dentro possenti mura, da cui è inevitabile rimanere stregati dalla vista della Val d’Orcia, una delle parti più suggestive e rappresentative della Toscana. Dopo una bella scarpinata entriamo all’interno del “Complesso di Sant’Agostino”, un’antica fortezza medievale, dove ci attende “Tutto un Sorso 2019”, una fiera enologica in cui proviamo il meglio di molti importanti viticoltori provenienti da tutta Europa. A unirli, al netto delle provenienze e delle differenze linguistiche, l’alto livello qualitativo dei prodotti, e la stessa voglia di stare insieme, tra loro e noi appassionati. Lì è una grande festa e io e Cristine ci separiamo per un po’ per poi ricongiungerci e scambiarci opinioni su quello che ci è piaciuto di più. In tutta le kermesse la mia attenzione viene carpita da “La Charanga Ancestral” dell’ azienda “Fernando Angulo”, che si trova  a Sanlucar de Barrameda, vicino Cadice. Si tratta un Palomino lavorato con il Metodo Ancestrale, una seconda fermentazione in bottiglia senza aggiunta di ulteriori zuccheri, che ne fanno un qualcosa simile allo champagne ma più fresco e leggero. Francesi iniziate a tremare! Per fortuna né io né Cristine guidiamo al ritorno da Montalcino, lei si ricongiunge alla sua bella famiglia e io torno con Roberto e Fabio a “Poggio al Sole”, dove spegnere i fumi dell’alcol e conversare con il mio guru del Vino sulle sensazioni di questo mio interminabile weekend  a Montalcino. C’è poco da fare anche Roberto è un essere umano, le sue palpebre stanno per calare e mi concede le ultime ore del suo prezioso tempo davanti a una cena frugale confessandomi qualche sogno nel cassetto. Roberto, per esempio, vorrebbe fare di “Winecircus”un club esclusivo, che propone un calendario annuale di incontri enogastronomici stravaganti ed elitari. E vorrebbe pure trasformare “Winecircus” in una Tenuta  Internazionale, in cui gli Amanti del Vino di tutto il Mondo possono acquistare piccoli ettari di vigneti, e a fare il Vino per loro ma con le loro labels ci pensa lui, il fratello Gianfranco e la sua équipe. Roberto è un Mago del Vino, alla perenne Ricerca dell’ Eccellenza e della Tradizione e dell’Innovazione. Ha  creato un piccolo impero, su cui veglia come un nume tutelare. Come in tutti i poderi, le attività sono complementari: Vino, Accoglienza e Agricoltura, e Roberto fa di tutto per gestirlo al meglio e fare il bene del territorio. Roberto è sempre un inguaribile ottimista e con cognizione di causa va avanti, perché c’è ancora del grande potenziale inespresso ovunque in fatto di Vino. Roberto e Montalcino saranno sempre un punto di riferimento per il Mondo del Vino e per coloro che vogliono evadere da una società caotica alla ricerca di Benessere, Valori e Semplicità. 

Roberto Cipresso
Roberto Cipresso

A chi ha un Cuore che pulsa e lo fa battere agli altri con un bicchiere di Vino! 

Grazie Roberto!

Enjoy it!

Stefania

 

 

 

Cantina “Il Borro Cantina”, I Fasti di San Colombano, Lucca

“San Colombano”, Lucca

Il mio fantastico viaggio nel Mondo del Vino inizia con  l’AIS di Lucca, ed è proprio nelle mura di questa città che stasera proseguo il mio itinerario enoico, fermandomi  in un posto esclusivo,  il Ristorante “San Colombano” . Seguitemi!

Il Natale è nell’aria , fa freddo a Lucca,  però  la città gioiello mi  scalda con il suo fascino e  le sue luci. Ad accogliermi nel ristorante la sua bella proprietaria  la Sommelier Simona Carmassi. L’atmosfera al “San Colombano” è intima e raccolta, e Simona con un sorriso enorme fa accomodare me e il resto dei numerosi ospiti ai tavoli, che sono elegantemente imbanditi per l’ Evento Speciale che mi aspetta: una Cena Degustazione tutta  Made in Tuscany.  Protagonisti dello Spettacolo Enogastronomico  i Piatti Stellati dello chef  Giuseppe Da Prato, preparati con prodotti rigorosamente locali, e i  Vini  della Cantina “Il Borro”, presentati dallo charmant  Berardino Dino Torrone,  responsabile vendita Italia di questa prestigiosa cantina in Valdarno. In regia dietro le quinte  ci sono i Sommelier Fratelli Zanni, che scelgono l’abbinamento Cibo/Vino per un Menù perfetto. Iniziano le danze, e tra una portata e l’altra, cala un  silenzio quasi sacro in sala, interrotto solo dalla spiegazione dello Staff del “San Colombano” sulle portate e sul  nettare divino. Da leccarsi i baffi! Provo a non farvi venire invidia, ma ho i miei dubbi. Siete pronti? Tra candele e scintillii di bicchieri, ecco i  fasti di “San Colombano” :

Provo a chiedere allo Chef  Giuseppe Da Prato di svelarmi qualche piccolo segreto delle sue ricette, ma non c’è niente da fare. Mi invita a ritornare e a provare qualche altro capolavoro culinario preparato da lui e da altri maghi dei fornelli,  che lo aiutano, un gruppo di ragazzi che,  nonostante la giovane età , hanno una grande esperienza nella migliore ristorazione regionale.

E sicuramente Domenica 16 Dicembre 2018 non mi perderò  il prossimo appuntamento al “San Colombano”: “Mille Bolle d’Auguri” , una passerella  dei migliori Champagne per celebrare l’arrivo di queste feste.  Non mancate a quest’altro galà Lucchese, per sorprendervi con  Nuovi Accostamenti ed Etichette che hanno dentro tutta la straordinaria Tradizione Enogastronomica della Toscana, una regione che fa sognare, come la storia che sto per raccontare.

La Cantina “Il Borro”: il Buon Vivere Toscano

La Cantina “Il Borro” è  in Toscana,  in Valdarno, nell’area Chianti DOCG, un ambiente unico per genesi e morfologia, da secoli fondamento per la coltivazione della Vite . Sembra che i primi “esperimenti di Chianti” siano stati fatti proprio in questa ricca vallata , che offre ai suoi visitatori boschi incontaminati, lunghi torrenti e dolci colline.

La Cantina  “Il Borro” si trova precisamente nel comune di Loro Ciuffena e prende il  nome dal borgo castello in cui sorge, detto appunto “il Borro”, che in dialetto toscano vuol dire “fossato”; una delle tante misure di difese prese nel Medioevo da questo posto spettacolare, a difesa delle frequenti incursioni degli stranieri , che  se lo sono conteso frequentemente  per la sua posizione e prosperità. La Cantina “Il Borro” è  un gioiello incastonato in un luogo pieno di storia,  che si estende per 700 ettari tra vigne ed uliveti, all’ombra dei cipressi dell’antica “Via dei Setteponti”,  un territorio vocato all’ Arte e alla Cultura,  tra  Firenze, Arezzo e Siena.  Si tratta di un angolo nascosto della Toscana, che una volta scoperto per la prima volta, fa innamorare e  non andare più via , come è accaduto in un lontano passato alle illustri famiglie dei Medici e dei Savoia, che ne hanno segnato le vicende, e in un presente più recente ai Numero Uno della Moda Italiana Ferruccio e Salvatore Ferragamo.

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Ferruccio Ferragamo rimane folgorato dalla bellezza di questo Antico Borgo Toscano durante una battuta di caccia nel 1985,  e nel 1993 decide di acquistare definitivamente la proprietà dal Duca di Savoia, lasciandolo poi in eredità al figlio Salvatore Ferragamo.

Da allora Ferruccio e Salvatore hanno lavorato incessantemente e con amore, per trasformare quello che prima era un rudere distrutto dalla Seconda Guerra Mondiale in quello che oggi è diventato un Relais di Lusso.  “Il Borro Relais & Châteaux” è pensato per chi vuole prendersi una pausa fuori dal tempo. Un’Oasi interamente dedicata all’Arte, alla Cultura, al Cibo & Vino di Qualità, e  all’Ospitalità . Un lembo di paradiso che racconta una Toscana inedita, dove trovano rifugio dagli appassionati più esigenti di Spa, Golf ed Equitazione, ai Wine & Life Lovers più semplici, che si emozionano davanti alla natura, che qui  si manifesta in tutto il suo rigoglio nei filari di Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah, Petit Verdot e il più tipico Sangiovese. La famiglia Ferragamo porta in alto il nome del Made in Italy nel mondo attraverso il Vino firmato “Il Borro”  , un’ Etichetta  d’Autore, con qualità, classe, semplicità, rispetto della tradizione e del territorio, e con uno sguardo verso il futuro. Oggi  i Ferragamo  hanno salvaguardato la preziosità di questi paesaggi, mantenendone intatto il fascino,  e contribuendo così ad affermare  sempre più il brand Toscana nel Mondo, nel Turismo e nei Prodotti di Eccellenza.

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 Scusate , adesso vado a preparare le valigie.

Alla prossima!  Sempre se ritorno…

Enjoy It! 

Stefania

Nautilus Restaurant, Tirrenia: Renato Keber incontro con il Produttore DiVino

Al “Nautilus”di  Tirrenia, Pisa

Appuntamento ormai immancabile quello del  giovedì sera con Andrea Baldeschi, esperto Sommelier AIS, che nel suo “Nautilus”, elegante ristorante a Tirrenia, intrattiene i suoi ospiti con una cena a tema.  Trovo questa iniziativa geniale.  Senza andare troppo lontano , direttamente a Pisa , ogni settimana  ho la possibilità di divertirmi, fare nuove amicizie, mangiare e bere di qualità, scoprire bottiglie importanti e grandi nomi della produzione vitivinicola italiana.

Andrea è un appassionato di Enogastronomia e lo scorso Aprile ha fatto il grande passo di mettersi in proprio, dopo una lunga  esperienza  di lavoro in  bar e catering. Così a Tirrenia, una delle località balneari più affascinanti della Toscana, nasce il “Nautilus”. Si tratta  di un piccolo ristorante raffinato, che racchiude tante innovazioni, a partire dalla cucina, non nascosta da muri e porte, ma a vista per permettere ai clienti di scrutare tra i vetri i cuochi all’opera. Andrea, affiancato da due chef professionisti nonostante la giovane età , ha scommesso sulla sua Passione per il Cibo e il Vino. Ha  iniziato un’avventura, puntando soprattutto sulla ricercatezza dei piatti: pranzi, cene e apericene, primi, secondi, pesce e  carne,  tutto preparato al momento con prodotti locali, toscani e sempre freschi. E le soddisfazioni non mancano! Andrea  ha già una sua  clientela fissa e l’affetto di tanti, me compresa, perché  oltre a essere un ristoratore esperto, è  soprattutto  un gran padrone di casa. Andrea ti accoglie sempre con un grande sorriso, ti  fa sentire come in famiglia, e ti fa venire voglia di ritornare.  Non  ti stanchi mai di ascoltare  i suoi  aneddoti sui suoi giri per le cantine Italiane. Da Nord a Sud Andrea esplora lo stivale per collezionare Vini d’Autore, tutti gelosamente esposti nella cantina del suo “Nautilus”. In questo prezioso scrigno divino scintillano le etichette di Renato Keber, Winemaker Friulano, protagonista indiscusso di questa indimenticabile serata. 

L’Azienda Renato Keber.

Renato Keber è un  enologo , un numero uno tra i Produttori di Vini Friulani,  che ha dedicato la sua vita alla propria famiglia e  alla sua Azienda Vinicola .  

L’ Azienda Keber si trova in Friuli Venezia Giulia,  una  terra di grandi vini, e precisamente a Zegla, a nord  di  Cormons, sul Collio, ai confini con la Slovenia. Le colline di Zegla sono un territorio meraviglioso dal punto di vista panoramico, e ideale per la viticoltura di qualità. Le colline  godono di un microclima eccezionale, grazie all’esposizione favorevole e ad un’escursione termica ideale. Il resto lo fa il terreno: le marne arenarie del periodo Medio Eocenico  (ponka) , che in questa zona conferiscono ai vini eleganza e longevità.  Renato Keber produce vino in questa zona  da quattro generazioni  dal lontano 1900.  La storia di famiglie contadine attaccate al loro lavoro, al proprio territorio, per cui l’allevamento di bestiame, e le coltivazioni agricole, la viticoltura, sono state da sempre le principali attività di sostentamento.  
L’Azienda Keber si estende per  15 ettari terrazzati , impianti fitti, allevati con sistema Gujot11  a Zegla, 2  a Cormons e 2 al confine di Plessiva. Vengono prodotte dalle 60 mila alle 70 mila bottiglie. Essa punta in prevalenza sui bianchi, non solamente  gli  autoctoni Friulano e Ribolla Gialla, ma anche gli internazionali Pinot Bianco, Pinot Grigio, e Chardonnay. Non mancano le varietà a bacca rossa: Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon. L’ Azienda Keber si è oggi evoluta, adattandosi alle esigenze di utilizzare macchinari più moderni e complessi, senza rinunciare alla qualità del lavoro in vigna ed in cantina, che ha sempre contraddistinto i vini di Renato Keber.

A Tavola con Keber!

La Cena Degustazione al “Nautilus” con i Vini Bianchi e Rossi di Renato Keber, sapientemente abbinati con invitanti portate di pesce e carne, mi portano direttamente in Friuli Venezia Giulia, e vengono fuori i ricordi di questo posto straordinario dove sono stata un paio di anni fa.

Ecco un  viaggio enogastronomico nell’estremo Nord-Est della nostra Penisola attraverso il menù proposto dal “Nautilus” questa sera a cena:

La regia “culinaria” di Andrea e l’ingresso in scena dei Vini di Renato Keber sono un film da oscar. Il premio è per loro l’attenzione quasi sacra di noi commensali. C’è silenzio, parlano Andrea Baldeschi e Renato Keber, che regalano il meglio della Cucina Toscana e della Tradizione Vinicola Friulana, abilmente intrecciati e spiegati in ogni minimo particolare. Ed è questo il momento più bello di questo incontro con il produttore friulano. Siamo tutti incuriositi e rapiti dalle storie di Renato Keber sulla produzione dei suoi vini, che, tra una domanda e l’altra, degustiamo e comprendiamo meglio. I vini di Renato Keber non sono vini modaioli, ma di nicchia. Sono  fini , minerali, intriganti, ma anche molto complessi. Non sono vini facili e immediati, di quelli che ti seducono con poco,  per poi farsi dimenticare. I vini di Renato Keber hanno bisogno di un po’ di tempo per aprirsi, farsi conoscere, un po’ forse come gli stessi friulani, di quelli che all’inizio possono sembrare un po’ alteri, ma poi,  ti danno l’anima . Ciò che mi ha colpito di Renato Keber è la sua personalità, che ti coinvolge piano piano con gentilezza, con riservatezza. Scambiando due chiacchiere con Renato Keber capisci subito che è un uomo genuino, serio, che porta avanti i suoi ideali e con successo, senza gridarlo al mondo. E questo è tanto chiaro quanto il tono della sua voce, che diventa più penetrante, quando durante la serata ci fornisce l’anteprima del suo prossimo traguardo in viticultura, il “Progetto Cru di Zegla”. Renato Keber ha  deciso di creare un Cru seguendo un disciplinare ben preciso:  

E noi aspettiamo che questo sogno si realizzi, perché esiste vento favorevole solo per chi sa cosa vuole, e Renato Keber arriverà presto al suo porto, spinto dalla passione per il suo lavoro, per il vino e per il suo territorio, il   Friuli Venezia Giulia. Renato Keber ama ciò che fa e non lascia nulla al caso, come alcune delle etichette delle sue migliori bottiglie affidate a un artista veneto Maurizio Armellin, che cura anche l’immagine del ristorante stellato “La Madia”, di Pino Cuttaia a Licata, mia bella città natale in Sicilia. Come è piccolo il mondo! Non finisce qui il legame tra Arte e Vino. Renato Keber è tra coloro che finanziano il film del 2013  “Zoran, il mio nipote scemo”, del suo amico regista goriziano Matteo Oleotto. Un film che ha ricevuto vari riconoscimenti  come quello avuto alla 70° Mostra Cinema di Venezia, perché in modo semplice e diretto parla del Friuli Venezia Giulia e della Slovenia e del rapporto viscerale di questa gente con la terra e il vino! Nel film Paolo Bressan, quarant’anni, inaffidabile e dedito al piacere del buon vino, vive in un piccolo paesino vicino a Gorizia. Trascina le sue giornate nell’osteria del paese, l’”osmiza” ,che nella cultura rurale friulana e slovena è il luogo principale di aggregazione, più del bar, perché somiglia a una casa. Paolo si ostina in un infantile stalking ai danni dell’ex-moglie Stefania. Un giorno muore una sua vecchia zia, unica tutrice di Zoran, quindicenne un po’ strambo, nato e cresciuto tra le montagne della Slovenia, e a Paolo spetta il compito di supplire all’anziana signora. Prendendosi cura del ragazzo, Paolo ne scoprirà una abilità singolare: è un vero fenomeno a lanciare le freccette. Questa per Paolo è l’occasione tanto attesa per prendersi una rivincita nei confronti del mondo.

Il  vino di Renato Keber è un ottimo motivo per ritornare in Friuli, una terra magica, che anche se a  volte è dimenticata dai consueti itinerari turistici, è molto ricca di cose da scoprire. Storia, Arte, Cultura, e paesaggi diversi e mozzafiato, splendide città e borghi gioiello. Il Friuli Venezia Giulia ha tantissimi luoghi inaspettati e vale la pena andare alla ricerca di questi tesori che non hanno nulla da invidiare al resto del nostro Belpaese, così come i vini di Renato Keber. E se non sapete dove pernottare, Renato Keber ha pensato anche a questo: l’ ”Agriturismo Zegla” , situato proprio nel cuore dei vigneti dell’azienda. 

 Renato Keber, vi aspetta !

Enjoy it!

Stefania