‘Venissa’  e  il vino a Venezia

‘Venissa’ e il vino a Venezia

“Perchè il sogno più vero è quello più distante dalla realtà. quello che vola via senza bisogno di vele, né di vento”. 

Hugo Pratt

 

‘Venissa’ , una cantina per degustare il vino dei Dogi

Ad Aprile ho avuto il piacere di visitare ‘Venissa’  , un wine resort che si trova a Fondamenta Santa Caterina 3 , Mazzorbo. Quest’ultima è una delle isole principali di Venezia insieme a  Torcello e Burano. ‘Venissa’  è la  cantina  gioiello della famiglia Bisol, storico nome del ‘Prosecco di Valdobbiadene’, alla cui nascita ha contribuito il genio di  Roberto Cipresso.

‘Venissa’   viene fuori dal  desiderio di Gianluca Bisol di riproporre il vino dei Dogi . Questo era  fatto con uno dei più antichi vitigni autoctoni della Laguna: la Dorona. Il suo nome vuol dire ‘uva d’oro’, perché era il nettare dei banchetti nobiliari, che oggi ritroviamo nelle etichette dei bianchi e dei rossi di ‘Venissa’ . Quest’utilma è un’ azienda vitivinicola ineguagliabile, di cui ho avuto un’anteprima  al ‘Vinitaly 2022’ attraverso Matteo Turato,  che ne è il wine ambassador .

Ancora una volta vi racconterò un’altra avventura di vino di Roberto Cipresso, winemaker di fama internazionale. Vi porterò alla scoperta di qualcosa che nessuno ancora sa: Venezia è anche vino! Non ci credete? Siete curiosi? Leggete allora questo post e capirete meglio di cosa sto parlando!

Venezia, non solo arte e gondole!

Venezia è una città unica al mondo, che tutti ci invidiano perché è costruita sul mare. E l’acqua stessa fu fonte di potere . Basta pensare a un’espansione coloniale che raggiunse il massimo del suo splendore tra il XIII e il XVI secolo. Un impero vastissimo sul Mediterraneo (specie nel versante orientale) che crollò con l’arrivo di Napoleone.

Nonostante la fase di declino, dal Settecento in poi Venezia fu  comunque al centro dell’attenzione Europea per la mondanità  ,  la libertà di cui i cittadini godevano, la ricchezza delle arti e il piacere di vivere.

Il passato di Venezia ha così segnato il suo stesso futuro, infatti a oggi il turismo rappresenta la principale fonte di economia. Migliaia di visitatori da ogni dove arrivano nella Serenissima per ammirarla in tutto il suo fascino. E il vino è un altro motivo che la rende ideale per  una destinazione turistica  da intenditori.

La storia del vino a Venezia

Ebbene sì, perché a Venezia , come in tutto il Veneto, c’è una tradizione vitivinicola che affonda le radici in un’era remota prima di Cristo.  E l’uva era una risorsa alimentare che garantiva sostentamento all’uomo. Per di più  in una superficie abitabile che al 92% era coperta di acqua. Pensate che nel Medioevo ‘Piazza San Marco’ era un orto, da cui il suo  appelativo in  dialetto ‘campo’ .

Ecco in basso una story line che ne riassume in breve le tappe fondamentali:

  1. Al VII secolo a.C. risalgono le prime testimonianze di produzione enologica a opera delle popolazioni Etrusco – Retiche;
  2. Nel Medioevo la vitivinicoltura veneta si sviluppò grazie ai lustri del commercio di Venezia. Questo favorì l’introduzione dei vini veneti in altri paesi, e di quelli di Grecia e Cipro in Italia. E ancora la diffusione della Malvasia nel Friuli Venezia Giulia e in Dalmazia;
  3. I vetrai di Murano contribuirono a fare apparire bottiglie e bicchieri in vetro soffiato. Oggetti  nuovi e ricercati per contenere il vino, rispetto a quelli precedenti più semplici in ceramica, peltro e argento;
  4. Dal XVI fino al XVIII secolo il vino veneto subì alti e bassi fino a scomparire,  e ciò per molti fattori. Tra questi il principio della fase di decadenza di Venezia. Ciò oscurò l’importanza dei vini della Grecia, e spostò i riflettori sui vini locali di Treviso, di Vicenza e della Valpolicella. Seguirono anche guerre, pestilenze e gelate;
  5. Nel XX secolo subentrarono le catastrofi dello oidio, peronospora e dalla fillossera che afflissero tutta l’Europa. Tuttavia, ci fu un grande segnale di rilancio con la fondazione della famosa ‘Scuola di Enologia di Conegliano’ e della ‘Stazione Sperimentale di Viticoltura ed Enologia’. Questi due istituti rilanciarono l’enologia Veneta verso la sfida degli anni ’90 e che al presente non mostra segni di cedimento. E il successo del Prosecco e dell’Amarone ne sono una conferma!

Dove si coltivava il vino a Venezia?

La vocazione vitivinicola di Venezia è testimoniata da alcuni toponimi come:

Un tesoro tramandato dalla coltivazione di uve locali da parte di monaci nei loro conventi, e da privati nei loro giardini. I principali posti in cui c’erano vecchi insediamenti di vigneti sono:

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Visita alla cantina ‘Venissa

Durante le feste di Pasqua  da ‘Fondamenta Nuove’  ho preso  il battello n 12, diretto a est di Venezia . Durante il tragitto mi sono goduta la vista su Venezia, che piano piano spariva all’orizzonte in tutto il suo fascino e mistero.

Dopo mezz’ora sono arrivata a  Mazzorbo. Appena sono scesa dal vaporetto mi ha colpito subito il silenzio e una fila di casette colorate. Dal X secolo  Mazzorbo  era un fiorente villaggio agricolo e anche di svago di patrizi veneziani.

Mazzorbo ha tanti spazi verdi nonostante le sue modeste dimensioni. Tra i suoi monumenti vi consiglio di fare un salto alla:

  • ‘Chiesa di Santa Cataerina’: Questo tempietto sacro è del VIII e poi nel XIII secolo fu annesso a un monastero  benedettino. Nel XIV venne ritoccata con influssi romanici e gotici, e le modifiche continuarono in seguito. Esternamente in cima al porticato d’ingresso svetta il campanile , che pare essere uno dei più vecchi della laguna (1328).

Mazzorbo  è un rifugio dal caos di Venezia  . Passeggiare nelle sue strette viuzze per raggiungere la vigna murata di ‘Venissa’  è qualcosa da fare almeno una volta nella vita! Anche perché , come avrete capito, a Mazzorbo si faceva e si fa vino!

Luca Carnevali racconta ‘Venissa’ !

Ho sempre solo sentito parlare di ‘Venissa’ da tanto!  E mi sono sempre domandata che effetto potesse fare starci almeno per qualche ora. Mi è accaduto e mi sono sentita davvero felice di trovarmi finalmente lì.

Giunta a  ‘Venissa’  mi ha aperto il cancello  Luca Carnevali , responsabile accoglienza. Questo brillante e giovane  sommelier di Padova mi ha accolto con un gran sorriso. Dopo essersi presentato, con un fare gentile Luca Carnevali mi ha fatto perlustrare la piccola tenuta, facendomi sentire come a casa.

Mentre stavamo camminando fra i filari del vigneto sono rimasta stregata dalla bellezza di una natura rigogliosa. A distrarmi da quell’incanto le parole di Luca Carnevali . L’ ho ascoltato attentamente mentre mi stava spiegando con molta semplicità e professionalità quando nasce e cosa è esattamente ‘Venissa’ .

Storia della cantina ‘Venissa’

‘Venissa’  è circondata da delle mura di origine Medievale, che custodiscono le uve di Dorona , un frutteto e i lussuosi spazi per l’accoglienza degli ospiti. Nel bel mezzo di questa oasi  svetta l’imponente torre diSan Michele Arcangelo’ del XIII secolo. Questo è il campanile di una chiesa che era precedentemente annessa a un convento di monaci cistercensi (e poi benedettini).

Questo terreno era prima di proprietà della famiglia Scarpa Volo, che battezza la sala degustazione di ‘Venissa’  . Gli Scarpa Volo dei primi vigneron che gestirono questo immenso bene fino all’inondazione del 1966, che a Venezia  rase al suolo tutti i vigneti allora esistenti. Nel 1990 l’area passò in mano al comune del capoluogo.

Intanto nel 2001 Gianluca Bisol scorse per caso una vecchia vigna in una dimora privata di fronte la ‘Cattedrale di Santa Maria Assunta’ . Se ne fece inviare qualche cassetta per esaminarla. E fu una gran sorpresa. Perché si rese conto non solo che le vigne erano sempre esistite nelle isole, ma che le 80 varietà che aveva trovato erano le ultime di un vitigno autoctono veneziano: la  Dorona!

Per tagliare un diamante ci vogliono grandi maestri!

Da quel momento in poi il progetto di recupero della  Dorona assorbì i Bisol.  Seguirono anni di ricerche, cura e la competenza tecnica di due mostri dell’enologia: Desiderio Bisol Roberto Cipresso.

Nel 2007 si acquistarono i lotti di quella zona abbandonata e se ne affidò la riqualifica allo studio di Zanon Architetti Associati’ . Un’operazione magistrale che fu in grado di portare a nuova luce i vecchi edifici e la vigna murata all’interno della quale si ripiantò la  Dorona. Ed ecco che gradualmente ‘Venissa’  prese forma fino a diventare quello che è oggi: una splendida struttura ricettiva, un centro di formazione, educazione e ricerca agro-ambientale

Cosa è  ‘Venissa’ ? Vino, arte, natura e 10 esperienze

‘Venissa’ ,  è un wine resort di 8 ettari , composto  da 5 appartamenti (doppia con colazione da € 160)  più 13 camere di ‘Casa Burano’ (a partire da € 150) sull’isolotto omonimo distante 10 minuti e collegato da un ponte in legno , che è detto ‘Ponte Longo’.

Si possono fare diverse esperienze a ‘Venissa’ :

  1. Giro in cantina ( aperto al pubblico anche solo per curiosare) e la degustazione ( a partire da € 20 euro) dei vini ‘Venissa’  ;
  2. Workshop sulla lavorazione del merletto: Entrerete nel caratteristico atelier di Martina Vidal, dove potrete anche seguire una lezione di merletto;
  3. Corso di Yoga : Relax tra panorami mozzafiato e di gran pace;
  4. Tour delle isole: Un’escursione che vi farà avere un’idea generale della bellezza di questi luoghi;
  5. Pescaturismo: A bordo di piccoli battelli assisterete alla tecnica della pesca delle ‘moeche’, i piccoli granchi alla base delle prelibatezza della cucina veneta;
  6. Visita a una famiglia di ‘battiloro’ : Gli artigiani che lavorano a mano le etichette di foglie d’oro delle bottiglie di ‘Venissa’ ;
  7. Verso il mare Cà Savio: Questa è una delle spiagge più belle di Cavallino Treporti, ideale per ripararsi dal caldo estivo all’ombra delle sue pinete;
  8. Kayak a Burano: Fare sport mentre si ammira l’adiacente borgo incantato di Burano non ha prezzo;
  9. Gita a ‘San Francesco del Deserto’ : Una località misteriosa, che ospita un convento di frati francescani del 1230 circa. È circondata da barene ed è avvolta lungo il suo perimetro da cipressi e pini marittimi;
  10. ‘Sant’ Erasmo’ in bici: Su due ruote per perdersi in uno degli angoli più verdi della laguna, immersi tra i campi delle rinomate ‘castraure’, i minuscoli carciofi amarognoli e violacei tipici di qui;

‘Venissa’ il ristorante e l’osteria

‘Venissa’   vanta anche due eccellenze della ristorazione Italiana:

  1. ‘Ristorante Venissa’ : Un locale raffinato che ha preso 1 stella Michelin per la cucina sostenibile (pacchetto pranzo e passaggio in barca da € 175). Ci sono dieci tavoli in cui Francesco Brutto e Chiara Pavan interpretano il meglio della cucina veneta in versione gourmet. Come per esempio il pesce della laguna, le verdure a km zero, e le erbe spontanee raccolte dagli chef nel giardino adiacente in cui c’è un orto e un frutteto;
  2. ‘Osteria Contemporanea’: Un posto meno esigente del primo, con una scelta di piatti che rimanda a ricette più popolane. Tra queste figurano gli immancabili ‘cicchetti’, una sorta di finger food appetitoso che spazia dalle ‘sarde in saor e cipolle’ (questo è il più consumato!) , alle polpette di carne, o di peperoni e piselli.

La Dorona , l’oro giallo di Venezia

La Dorona è un’ eredità delle meraviglie di  Venezia. Era definita l’uva d’oro, perché si dice fosse quella dei Dogi durante i loro banchetti nobiliari. I  Bisol la ripropongono per rievocare quella forte identità territoriale che ha reso gloriosa Venezia.

Nonostante la  Dorona  sia un vitigno povero e non  carico di aromaticità, una volta riscoperto si è riadattato a questa area salmastra . E da questo ‘terroir’ che mette in difficoltà la vite, si generano quelle condizioni che danno la possibilità al vino di tirare fuori un carattere di forte spessore.

Ed ecco che la Dorona sprigiona caratteristiche uniche quali:

  • Perfetta adattabilità al sale e alle periodiche inondazioni;
  • Resistenza alla botrite. L’umidità viene combattuta durante l’anno con l’uso della poltiglia bordolese (10% per ogni litro);
  • Capacità di mantenere un’ottima acidità anche a temperature elevate.

‘Venissa’, un ‘terroir’ difficile, una qualità di vino irripetibile

A ‘Venissa’   c’è un solo vigneto di un ettaro di  Dorona da cui si producono i bianchi  (vinificati a Baone , Padova) . Questi hanno in comune la macerazione, che ne è il carattere distintivo, poiché  li rende strutturati come dei rossi!

La macerazione dei bianchi in questo fazzoletto di terra è una vecchia tecnica. Questa  è stata ripresa ancora oggi non solo per il rispetto della tradizione, ma perché non si potrebbe fare altrimenti da queste parti!

Infatti non essendo possibile scavare in profondità nella laguna, mancano cavità ben refrigerate dove conservare i vini. Per cui ai primi caldi estivi l’uva a contatto con il sole si macera!

A ‘Venissa’    genera appena 10 000 bottiglie all’anno ,  tra cui anche rossi. Questi ultimi provengono da ettari ettari di Merlot , Carmènere , e Cabernet in località ‘Santa Cristina’,  proprietà del gruppo ‘Swaroski’.

Perché i vini di ‘Venissa’ sono speciali?

A ‘Venissa’  i suoli sono sabbiosi, con limo e argilla. Le radici fanno fatica a scendere giù ,  si strozzano, per cui crescono in orizzontale Questo determina poca resa e alta qualità, cioè dei prodotti eccezionali, oltre che biologici .

Pur non essendo ancora certificati i vini di ‘Venissa’  sono green, su cui si cerca di intervenire il meno possibile (si ricorre a rame e zolfo laddove è necessario). Ciò è in linea con la filosofia aziendale che ha un approccio olistico, con un occhio attento alla tutela della flora e della fauna autoctona.

 Dorona prospera spontanea nel suo habitat naturale, in una completa simbiosi con la biodiversità lagunare. Ecco perché i vini di ‘Venissa’  sono delle rarità enoiche pluripremiati, che chiaramente hanno carpito l’attenzione di grandi appassionati ed esperti di vino, nonché della stampa specializzata di settore.

Degustazione di 2 Bianchi di ‘Venissa’ 

Ho avuto la fortuna di degustare con Luca Carnevali  due bianchi fuoriclasse della cantina  ‘Venissa’ , mi riferisco a  ‘Venusa 2018’    e   ‘Venissa 2016’Anche se entrambi sono fatti  Dorona in purezza, differiscono per:

Ovviamente è palese che abbiamo a che fare con due vini concepiti per soddisfare esigenze completamente diverse: ‘Venusa 2018’ è tanto leggero da pasteggiarci in compagnia . Invece ‘Venissa 2016’  è un vino da meditazione, che non scorderai mai!

Senza dubbio, l’obiettivo di ‘Venissa’  è quello di sfruttare al massimo la Dorona per potere offrire prodotti inediti che sono portavoce di una identità territoriale specifica, quella del Veneto. Proprio perché si vuole che tutti possano assaporare queste eccellenze , si tende a variare l’offerta  per il pubblico. Ma vediamo nel dettaglio qualche nota di gusto!

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‘Venusa 2018’

‘Venusa 2018’: Un bianco di ultima generazione, non troppo impegnativo, che si distingue per la piacevolezza di beva. Il suo colore è un giallo paglierino, ed emana sentori più leggere e floreali, oltre a frutta come pesca, mela cotogna ed erbe di campo. In bocca il vino risulta etereo, minerale, denotando un’ acidità piacevole.

Scheda Tecnica 

  • Area di Produzione: Venezia, Isola di Mazzorbo;
  • Varietà: 100%  Dorona di Venezia;
  • Superficie vigneto: 0,8 ha;
  • Esposizione: Est-ovest, pianeggiante;
  • Altimetria: Variabile da 1 m a -1 m s.l.m. ;
  • Tipo di suolo: Lagunare, limoso-sabbioso;
  • Sistema di allevamento: Guyot;
  • Densità di piante per ha: 4000;
  • Produzione per pianta: 1,5 kg;
  • Raccolta delle uve: Inizio di settembre;
  • Fermentazione: Acciaio;
  • Temperatura di fermentazione: 16/17 C;
  • Durata della macerazione: 7 giorni;
  • Gradazione alcolica: 12,5%;
  • Affinamento: 24 mesi in cemento.

 

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‘Venissa 2016’

‘Venissa 2016’  è  stata un’annata particolarmente proficua: il numero di bottiglie arriva a 4000 pezzi. Di colore dorato intenso, il naso esibisce aromi di fiori gialli, miele e agrumi. Alla bocca si presenta pieno,  fresco, con una texture vellutata. Il suo finale è secco, sapido e persistente. ‘Venissa 2016’ è un grande bianco da collezione, adatto ad invecchiare. Singolare la sua etichetta , che è una foglia d’oro laminato. L’applicazione è stata eseguita a mano e poi l’ampolla preziosa messa a ricottura nei forni delle vetrerie di Murano. Un capolavoro pensato da Giovanni Moretti, un grande artista del vetro di Murano, e realizzato dal laboratorio  artigianaleMario Berta Battiloro’.

Scheda tecnica

  • Area di Produzione: Venezia, Isola di Mazzorbo;
  • Vitigni: 100%  Dorona di Venezia;
  • Esposizione del vigneto: Est-ovest, pianeggiante;
  • Altimetria del vigneto: Variabile da 1 m a -0,10  m s.l.m. ;
  • Tipo di Suolo: lagunare, limoso-sabbioso, ricco di sostanza organica;
  • Sistema di allevamento: Guyot;
  • Densità di piante per Ha: 4000;
  • Produzione per pianta: 1,10 Kg;
  • Epoca di raccolta delle uve: ;
  • Fermentazione: Acciaio;
  • Temperatura di fermentazione: 16°/17°-,
  • Durata del processo di macerazione: 30 giorni;
  • Operazioni durante la macerazione: Follature manuali;
  • Affinamento: 48 mesi in contenitori inerti;
  • Gradazione alcolica: 13 %Vol.

 ‘Venissa’ , il lato sconosciuto e divino di Venezia!

Senza dubbio la mia tappa a  ‘Venissa’ è stata un momento  indimenticabile che mi ha regalato una Venezia  inedita grazie a un vino d’autore. Un viaggio nel tempo che mi ha fatto innamorare di questo angolo di paradiso, che vi consiglio di mettere in lista per le vostre future vacanze.

‘Venissa’  è una testimonianza di quanto il vino sia in assoluto un patrimonio culturale dell’uomo. Quella dei  Bisol non è stata una mossa commerciale per fare di un vino un privilegio per pochi, ma il risultato dell’amore per il loro territorio, che vogliono elevare e valorizzare con i calici dei loro raffinati elisir! Un esempio per fare un turismo sostenibile e non di massa, di quello che rilancia e non sotterra l’Italia.

Roberto Cipresso al  ‘Vinitaly 2022’

Roberto Cipresso al ‘Vinitaly 2022’

Non fidatevi di una persona che non ama il vino’

Karl Marx

Roberto Cipresso al ‘Vinitaly 2022’  

‘La Cantina di Roberto Cipresso’   ha partecipato al ‘Vinitaly 2022’  di Verona, la  grande rassegna internazionale sul vino che tutti stavamo aspettando. Dal 10 al 13 Aprile anche  Roberto Cipresso, winemaker di fama  internazionale, ha condiviso il sogno della ripartenza enoica dopo due anni di pandemia.

 La 54° edizione del  ‘Vinitaly 2022’   ha registrato la presenza di circa 4000 produttori di vino nazionale. Il format del ‘Vinitaly 2022’ ha rispecchiato quello del passato, a cui  si sono aggiunti degli spazi inediti che hanno visto protagonisti:

  • ‘Vinitaly Bio’ : Qui si sono assaggiati vini green certificati nazionali e internazionali;
  • ‘Micro Mega Wines’ , ‘Micro Size’, ‘Mega Quality’ : Qui si sono riunite tutte le cantine Italiane di nicchia con vini di altissima qualità . Tutti reperibili ovviamente in piccole quantità d’autore;
  • ‘Enolitech’ : Qui si sono affrontate tutte le tematiche relative alla  tecnologica applicata alla vitivinicoltura, olivicoltura e beverage;
  • Vinitaly Design’ :  Questo è stato un salone indirizzato a tutte le nuove mode in merito  agli accessori  per ristorazione e sommellerie ;
  • ‘International Wine Hall’ : Qui si sono degustati vini e distillati provenienti da ogni parte del pianeta;
  • Clicca qu per maggiori approfondimenti i sulle news del ‘Vinitaly 2022’.

E fra le punte di eccellenza vitivinicola del nostro Bel Paese non poteva certo mancare  ‘La Cantina di Roberto Cipresso’   . L’eclettico enologo ha presentato il suo Brunello di Montalcino, l’oro rosso di Toscana e altre novità. Siete curiosi? Seguitemi per capire di cosa sto parlando!

3 Novità di Roberto Cipresso al ‘Vinitaly 2022’

Roberto Cipresso non  finirà mai di stupirci . Perché propone sempre qualcosa di rivoluzionario. Come i suoi vini, che brevetta di continuo con dei blend mai azzardati , per regalarci qualcosa fuori dal comune!

Non finirò mai di ringraziare Roberto Cipresso per avermi accolto nel suo  straordinario staff  insieme a Ilaria Lorini, responsabile hospitality e comunicazione, e Andrea Rocchi, direttore commerciale. Grazie a tutti loro ho avuto modo di vivere il ‘Vinitaly 2022’  da dietro le le quinte . Per me è stata sicuramente un’esperienza che rifarei mille volte ancora.

Lo stand n. 9 del padiglione B12 Toscana di Roberto Cipresso al  ‘Vinitaly 2022’ è stato un vero e proprio laboratorio di vino e di idee  che ha visto i riflettori puntati su:

  1. 7 Aziende vitivinicole seguite da Roberto Cipresso ‘I Garagisti di Sorgono’   (Sardegna), ‘Cantina Ribote’ (Piemonte), MaremmAlta’ (Maremma), ‘Cantina Corte Capitelli’  (Veneto), ‘Tenuta Donna Madia’ , (Puglia),  ‘Centimetro Zero’ (Marche); ‘Bodega Santa Caterina’ , Maiorca;
  2. ‘Mosaico per Procida 2022’ : Questo blend di 26 vitigni campani è la grand cuvée celebrativa creata da Roberto Cipresso in onore di Procida, eletta capitale della cultura 2022. Un progetto enoico di successo lanciato dal giornalista e sommelier   Gaetano Cataldo insieme all’ Ass. Cult. ‘Identità Mediterranea’ di cui è presidente;
  3. Un vino per la pace in Ucraina : Questa  è un’ anticipazione di un altro capolavoro firmato Roberto Cipresso.  Quello cioè di realizzare  per la pace in Ucraina un un vino fatto dal suo vitigno autoctono, cioè l ‘Odessa black’.  Così la vite  diventa simbolo di speranza per la fine della guerra con la Russia. E per questo progetto è prevista la collaborazione di sei professionisti di fama mondiale.

Adesso vediamo  nel dettaglio cosa è successo al ‘Vinitaly 2022’  con  Roberto Cipresso ! Questo post è dedicato a chi non ha potuto partecipare a questa tanto attesa kermesse sul vino che ha fatto di nuovo sognare.  E che si è svolta davvero  nel totale rispetto delle regole per la salute pubblica.

‘Vinitaly 2022’ si parte da Roberto Cipresso!

La mia seconda volta al ‘Vinitaly 2022’ è stata davvero un momento indimenticabile. Sapete perché ? Perché dopo il disastro del Covid19 ho ritrovato la gioia del contatto umano, la fiducia nel futuro. E ancora perché dopo cinque anni di collaborazione con  Roberto Cipresso come blogger delle sue avventure di vino,  finalmente  sono entrata a far parte per qualche giorno del suo ‘team diffuso’ .

Carta e penna alla mano, ho annotato tutto quello che potevo al ‘Vinitaly 2022’  per testimoniare  il lavoro di Roberto Cipresso e  di tutti i suoi preziosi collaboratori, che ormai sento di poterli considerare amici.

‘Vinitaly 2022’ e Roberto Cipresso. L’Italia e il vino, una fonte naturale di energia!

Per il resto, devo dire che ‘Vinitaly 2022’ è sempre da considerarsi una grande vetrina e una piazza importante per chi appartiene nel campo  del vino! Soprattutto per le P(iccole)M(edie)I(mprese), che rappresentano la vera anima del made in Italy nel mondo in tutte le sue manifestazioni!

Dal 1967, anno della sua nascita, a oggi infatti il  ‘Vinitaly’   ha segnato l’evoluzione del sistema vitivinicolo nazionale ed internazionale. Questo perché ha contribuito a fare del vino una delle più coinvolgenti e dinamiche realtà del settore primario.

In generale dalle interviste fatte al ‘Vinitaly 2022’, risulta che c’è  un enorme interesse da parte di potenziali acquirenti oltre confine. Ciò dimostra che la fiera del ‘Vinitaly’   ha un ruolo vitale  importante per quello che concerne la filiera del vino, che è una delle risorse fondamentali dell’economia del nostro stivale.

Ed ecco i numeri del ‘Vinitaly 2022!

Leggiamo insieme  alcuni interessanti statistiche  ‘Vinitaly 2022’ :

  • In fiera erano presenti ben 88.000 operatori, e il 28% di questi erano stranieri (25.000) provenienti da 139 paesi. Un segnale di rinascita economica.  Se si tiene conto della contrazione di 5000 arrivi di buyer  da Cina e Russia  a causa delle limitazioni pandemiche;
  • Sul fronte delle presenze estere, la leadership appartiene in ordine di importanza a: USA, Germania, Regno Unito, Canada, Francia. Seguono Svizzera, Belgio, Olanda, Repubblica Ceca e Danimarca.  In ambito extraeuropeo si segnalano come emergenti: Singapore, Corea del Sud, Vietnam, India e Africa;
  • Percentuali di ripresa più dettagliate possono essere visualizzate in questo link della ‘ASNALI’ (‘Ass. Naz. Aut. Liberi Imprenditori’).

Il ‘Vinitaly 2022’  non ha quindi deluso  le aspettative di nessuno, ed è stato tutt’altro che scontato. Il vino ha combattuto contro il virus e ha vinto! Uno dei vantaggi delle regole governative applicate per motivi di sicurezza è stato quello di limitare l’accesso al ‘Vinitaly 2022’ a un solo pubblico di addetti ai lavori. E in defintiva le agende degli interessati si sono riempite di appuntamenti interessanti. Sia per ciò che concerne il trade che la stampa specializzata!

‘Vinitaly 2022’ il vino secondo  Roberto Cipresso! 

La filosofia aziendale di Roberto Cipresso nel  fare vino è quella di andare oltre le regole! Testa e cuore, scienza e intuizione per creare dei blend inediti. Nettari pregiati che sono il risultato del connubio dei vitigni più rappresentativi della viticultura globale.  Quelli cioè che si snodano lungo un filo immaginario posto sul 43° Parallelo Nord, che va dalla Georgia al Nuovo Mondo.

Roberto Cipresso  ha un modus operandi in fatto di vino che sorprende sempre più , e conquista! La sua è la  ricerca continua di un vino che possa avvicinarsi alla perfezione. E in questo senso sono i suoli della Toscana, dell’Umbria e delle Marche che garantiscono la realizzazione del suo sogno. Perché queste sono le regioni che in Italia sono attraversate dal 43° Parallelo Nord.  Quelle cioè delle migliori uve esistenti: Verdicchio, Sangiovese, Montepulciano, Vermentino e Sagrantino.

7 Cantine gioiello  firmate Roberto Cipresso!

La rivoluzione attuata in fatto di vino di Roberto Cipresso  non conosce  sosta, e sicuramente la sperimentazione sta alla base della sua arte di fare vino. Non a caso l’angolo divino di Roberto Cipresso al ‘Vinitaly 2022’  è un melting pot delle migliori imprese vitivinicole italiane e sue partner . E  stanno facendo rumore. Ma chi sono queste 7 magnifiche cantine? Date un’occhiata in basso!

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1. ‘I Garagisti di Sorgono’, Sardegna

Pietro UrasRenzo Manca, Simone Murru sono tre giovani imprenditori della provincia di Nuoro . Dal 2015 sono sul mercato con la loro cantina chiamata I Garagisti di Sorgono’  . Il loro nome non è casuale . Perché i tre amici fanno  ‘vin da garage’, ovvero  micro produzioni amatoriali di vino, quello della Mandrolisai DOC  .

Secondo disciplinare, i vini della Mandrolisai DOC rientrano nei comuni di OrtueriAtzaraSorgonoTonaraDesulo, e Samugheo. Essi  sono il risultato dell’ uvaggio in diversa percentuale dei tre principali vitigni sardi:

‘I Garagisti di Sorgono’  stanno portando un’ondata di rinnovamento nei vini della Mandrolisai DOC‘ . Rispetto al passato infatti questi audaci vigneron della Sardegna centrale , non danno più vita ad un miscela casuale dei vitigni. Studiano invece  tutto in modo più approfondito , concentrandosi sui tempi di maturazione dell’uva.  Ciò  conferisce al vino particolari note e sfumature.

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2. ‘Cantina Ribote’, Piemonte

La ‘Cantina Ribote è attiva dal 1980. Da cinque generazioni sono il simbolo dell’eccellenza dei vini delle Langhe, un fazzoletto di terra prevalentemente collinare del basso Piemonte . Questo  paradiso tutto italiano è compreso tra la provincia di Cuneo e quella di Asti  . Le Langhe Sono suddivise in Alta Langa’ (fino a 896 m.) e Bassa Langa’ (con quote genericamente inferiori ai 600 m.).

Nei loro 35 ettari di terreni a Dogliani (CN) la famiglia Porro   coltiva il Dolcetto , vitigno autoctono generoso e versatile. Dal 2005 lavoranoc piante di  Dolcetto che hanno un’ età tra i 10 e i 95 anni, e lo vinificano prevalentemente in purezza. Le versioni più rappresentative sono:   ‘Dogliani’  , Dogliani DOCG, e ‘Dogliani superiore’.

I  ‘Vini Ribote’   sono biologici e di alto livello, su cui si interviene solo laddove è estremamente necessario. L’esclusione di sostanze chimiche, di diserbanti e insetticidi fino ad arrivare all’imbottigliamento, garantiscono vini che tutelano la salute del consumatore.

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3. ‘MaremmAlta’, Toscana

MaremmAlta’  è la cantina di Stefano Rizzi che ci porta con i suoi vini  a Gavoranno , un piccolo paesino vicino Grosseto . Siamo esattamente in  Maremma, la zona  più selvaggia  e meno  conosciuta della Toscana , che  si estende per  5000 km2   da Livorno fino a Civitavecchia.

Vent’anni fa Stefano Rizzi vendeva il vino in qualità di   vicepresidente della Winebow’ (gruppo strategico per l’export del vino italiano negli U.S.A.  fondato nel 1980 da Leonardo Lo Cascio).Oggi lo fa ed egregiamente. 

Da allora il poliedrico imprenditore romano si dedica alla sua splendida  azienda agricola  immersa in  16 ettari di rigogliosa e fertile campagna toscana. Qui coltiva Ciliegiolo, Syrah , SangioveseCabernet Sauvignon, Vermentino, e Viognier . E ne vengono fuori vini straordinari  per lo più lavorati in purezza.

4. ‘Cantina Corte Capitelli’, Veneto

‘Cantina Corte Capitelli’  è un business giovane . Ci troviamo  a  Montebello Vicentino (Vicenza). Questa è una provincia  ad alta vocazione vitivinicola.  Il cammino di queste coppia di ragazzi  innamorati brillanti e capaci è appena iniziato! Il loro desiderio è quello di trarre il meglio dalla Garganega, vitigno a bacca bianca tipico delle colline vicentine. Da esso  confezionano le loro principali bottiglie.

I  filari della ‘Cantina Corte Capitelli’ sono prevalentemente disseminati in località ‘Conca D’Oro’ . Questo è un ampio anfiteatro naturale incastonato nelle Prealpi vicentine. Si tratta di una suggestiva dimora custode di un  ‘terroir’ introvabile altrove. Le particolari caratteristiche di questo ambiente pedoclimatico sono una felice esposizione a sud-est  e la natura vulcanica dei suoli

In particolare vi suggerisco di ordinare il loro ‘Diradorosè’. Questo è un rosato di Syrah e Tai , che colpisce perchè riesce a essere delicato al primo assaggio, ma anche deciso nella sua elegante persistenza. Sicuranente è un vino ricercato , di cui ricordo la vivace freschezza e mineralità. 

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5. ‘Centimetro Zero’, Marche

I ‘Vini cm 0’ sono circa 600 etichette realizzate da Roberto Cipresso e dai ragazzi con disabilità intellettive del ristorante sociale  ‘Centimetro Zero’ ,  a Pagliare (Spinetoli),  Ascoli Piceno. Con  il supporto e la supervisione di Roberta D’Emidio, responsabile della locanda del terzo settore, il guru del vino dimostra ancora una volta che il vino è motivo di crescita,  solidarietà e speranza.

Roberto Cipresso e Roberta D’Emidio sono due grandi personalità che hanno messo al servizio il loro sapere e sapere fare al servizio di chi è stato meno fortunato. E nonostante tutto sorride e va avanti! Un qualcosa di così speciale che anche il presidente della Repubblica Mattarella ha riconosciuto pubblicamente l’alto valore di questo modello di convivenza civile e solidale.

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6. ‘Tenuta Donna Madia’, Puglia

‘Tenuta Donna Madia’  è il desiderio del medico  Bartolomeo Lofano di avviare la sua cantina per continuare  una vecchia attività di  famiglia. Con il prezioso aiuto di Roberto Cipresso la cantina è  un cantiere in divenire nella  soleggiata Contrada Petrarolo’ in Puglia . Un luogo speciale pieno di  filari di Fiano, Primitivo e Sangiovese e alberi di olivo, protetti dagli antichi muri a secco.

A 200 m di altezza  della contrada il Mare Adriatico influisce sul vigore  delle tre uve  della tenuta, da cui scaturiscono queste due formidabili etichette:

  • ‘Donna Madia 2019’: Un rosso esplosivo di 25%  Primitivo e 75%  Sangiovese. La vigna è coltivata  ad un’altitudine di 195 m s.l.m. nell’entroterra del territorio di Monopoli. Il colore è rosso rubino,  al naso regala sensazioni di ciliegia e confettura di fichi, e note che ricordano il cuoio e il tabacco. Al palato entra lentamente e poi si accende con un gusto  pieno e definito. Il gusto, coerente con l’olfatto, porta sensazioni retronasali di frutta matura. Ha una buona definizione e una buona persistenza;
  • ‘Fiano Minutolo 2020’: Un bianco da Fiano  in purezza. Un vino da pasteggio dal colore è giallo con riflessi finemente verdognoli, al naso ricorda subito la pesca bianca , fiori secchi e zafferano.  Al palato è suadente con note vibrate di mela gialla e miele. Chiude con una buona acidità che imprime una buona persistenza e pulizia.

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7. ‘Bodega Santa Caterina’, Maiorca

‘Bodega Santa Caterina’ è un cantina fondata nel 1984 da Stellan Lundqvist. Questi fu un viticoltore svedese che si innamorò di Maiorca, e vi pianto per primo le varietà nobili di Francia:  Merlot, Cabernet Sauvignon, Chardonnay e Syrah.

Nel 2002 , dopo una serie di vicissitudini e problematiche personali , l’azienda cessò la sua attività produttiva . Questa poi  nel 2014  riprese grazie all’impegno dei figli di Stellan Lundqvist.  Da allora in poi  ‘Bodega Santa Caterina’   è attiva nel consolidare uno standard elevato dei loro vini, dei quali vi descrivo le etichette più interessanti: 

  • Inguany 2020′: Un rosso dall’anima latina che prende il nome da ‘inguany’ che in Catalano significa ‘carpe diem’. E come non cogliere al volo l’occasione di bere questo vino fatto da Calette (Cannonau) e Mandò (Alicante). Il colore è rosso porpora, con riflessi violacei. Al naso è complesso, con aromi di frutta nera , pepe, caffè e  caramello e tostato. Il suo finale è elegante, rotondo e lungo, con  un retrogusto e di pane tostato .
  • ‘Bianco Mallorca 2021’ : Un bianco fatto di Viognier , Girò Ros e Prensal che piace a tutti, quasi un vino universale, che tira secco come uno champagne. Il colore è giallo paglierino. Al naso è fresco, molto espressivo con aromi di  mela ,  pera e ananas . Un vino bianco soave , con una buona un’acidità integrata, e  un retrogusto  vaniglia.

‘Vinitaly 2022’ alla scoperta di Verona 

 Il Vinitaly 2022’  è stato anche un modo per me di visitare ancora una volta  Verona. La città di ‘Romeo e Giulietta’ attira  migliaia di innamorati. Amanti di ogni colore e razza che si  recano sotto al famoso balcone celebrato da Shakespeare per rendere omaggio a una delle storie d’amore di tutti i secoli. Senza dubbio Verona offre tante altre attrattive per i viaggiatori più curiosi, come quelle proposte in basso.

Muovendomi  dalla famosissima Piazza Bra’, ho ammirato l’ ‘Arena’ e altri importanti palazzi storici. Proseguendo  poi verso Piazza delle Erbe’, ho avuto modo di scoprire tutto il fascino del centro storico, racchiuso nella splendida ‘Torre del Lamberti’ e da altri edifici caratteristici di epoca romana. Altre tappe irrinunciabili sono state:

Il Veneto, una terra da esplorare

Il Veneto non è solo  una  delle tre regioni più produttive dell’Italia insieme a Piemonte e Lombardia. Migliaia di visitatori ci mettono piede per tanti buoni motivi che  vi elenco in breve:

Non siete ancora convinti di prenotare in Veneto  per le vostre prossime vacanze? Non aspettate di essere al Vinitaly 2022’  per regalarvi un soggiorno pieno di sorprese e paesaggi mozzafiato. Ve lo garantisco!

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Dal ‘Vinitaly 2022’ e dal team di Roberto Cipresso : buona vita!

Che dire! Il vino mi fa viaggiare e mi trasporta in luoghi  nuovi, ed è un mezzo attraverso cui apprendi un sapere nuovo, e apprezzi le molteplici sfumature dell’arte. Il vino è dunque cultura quando viene prodotto, e anche quando viene consumato. Perché  si sceglie non solo in base a criteri pratici , ma anche alle emozioni che ci regala. Questo è quello che Roberto Cipresso  ha professato al Vinitaly 2022’ , che è poi il file rouge del suo pensiero in fatto di vino.

In conclusione, il  Vinitaly 2022’  per me è stato un bilancio più che positivo. E ha anche dimostrato che il vino italiano resta la prima voce dell’export agroalimentare con un fatturato in constante crescita . Un successo non scontato in un mercato mondiale in continua evoluzione, sempre più affollato e competitivo.

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‘Quartieri Spagnoli’ e ‘Vomero’ , Napoli

‘Quartieri Spagnoli’ e ‘Vomero’ , Napoli

“Il Papa è a Roma, Dio è a Napoli”
Jean Cocteau

Napoli, ‘Quartieri Spagnoli’ e ‘Vomero’ , cosa vedere 

Altro interessante itinerario a piedi da fare a partire dall’ InCentrob&b’  in via Toledo 156 è quello che mi porta a visitare i  Quartieri Spagnoli’ e il  ‘Vomero’ . Queste sono le due zone più caratteristiche e contrapposte di Napoli. Da una parte l’anima del popolo autentico, e dall’altra quella della borghesia benestante.

Il fascino di Napoli è proprio dettato dall’equlibrio dei suo opposti , tratto suo distintivo per eccellenza. E  tra miseria e nobiltà, tra caos e ordine, Napoli  è una città di contrasti che non finisce mai di stupire . Seguitemi in questo post , per scoprire cosa vedere in questi angoli della metropolitana. Armatevi di coraggio perché  ciò che vi illustrerò richiede davvero tanta energia e polmoni sani!

‘Quartieri Spagnoli’,  una storia  di Napoli

Mi avvio verso i  ‘Quartieri Spagnoli’ di  Napoli che nascono come accampamento temporaneo per le truppe regie spagnole. La posizione strategica ‘Quartieri Spagnoli’   a  Napoli  di fronte al ‘Palazzo del Vicerè’ e del porto  spiega la loro genesi militare, così come il loro schema urbanistico a scacchiera.

Ai ‘Quartieri Spagnoli’ di Napoli ci si addentra in un ammasso di stradine strette, su cui si adagiano i ‘vasci’, cioè i ‘bassi’ . Queste sono le odierne abitazioni anguste di famiglie spesso numerose, che all’origine erano i vecchi dormitori  per soldati elevati a più piani.

L’origine della ‘camorra’

Non stupisce se si pensa che questo tipo di habitat dei ‘Quartieri Spagnoli’  particolarmente chiuso è stato un giusto terreno per il proliferare della  camorra. In principio i camorristi erano probabilmente dei giustizieri loschi che compensavano un governo assente.

Pare che la parola  camorra derivi dallo spagnolo ‘rissa’ . Oppure starebbe a indicare una stoffa o un giubbotto che questi ‘poliziotti fai da te’ indossavano durante le loro ispezioni illegali! Tuttavia oggi  i  ‘Quartieri Spagnoli’ non è più l’area più malfamata di Napoli, ma sono un esempio di uno sforzo di riqualificazione finanziaria, sociale, ed urbanistica. Essa pullula di attrattive per i forestieri , impieghi inventati e graffiti di valore.

I ‘Quartieri Spagnoli’, un dedalo di gerani rossi, ruote bucate e pennellate di valore

Girovagando nel  labirinto dei ‘Quartieri Spagnoli’ , si ha come l’impressione di essere dentro un calderone, che ribolle di tutti i tipi della specie umana . Tutti con loro abitudini quotidiane e con il loro  magistrale affaccendarsi per fare un po’ di soldi e sbarcare il lunario.

I mercanti di frutta e verdura che gridano a voce alta i prezzi della loro merce fresca sono sparpagliati dappertutto.  Così come ogni sorta di ristorantini il cui menù è proposto dai camerieri, che con il loro fare scanzonato si avvicinano ai passanti nella speranza di fargli consumare un pasto!

‘Quartieri Spagnoli’ , la vera Napoli!

Napoli è la sintesi degli opposti, ogni arteria principale nasconde un tessuto popolare.  Napoli è vita, è paradiso, ma è anche inferno, perché i problemi ci sono: la criminalità organizzata, il clientelismo, l’emergenza rifiuti e il lassismo.

Non merita però di essere ridotta ad una semplice lista di opinioni rigidamente precostituite, perché qualsiasi altra metropoli soffre di qualcosa, e chissà se poi in misura maggiore o minore!

5 cose da vedere nei ‘Quartieri Spagnoli’ di Napoli

Ai Quartieri Spagnoli’ c’è una ventata di rinnovamento negli ultimi anni . Cresce l’offerta gastronomica, si moltiplicano le visite guidate, ed i murales sparsi ovunque restituiscono orgoglio a questa area dalle origine povere e degradate.

Napoletani e turisti vanno a caccia delle Edicole votive’  e dei grandi della  street art Napoletana che hanno contribuito a valorizzare  i Quartieri Spagnoli’  . Stesso discorso vale per la periferia remota del capoluogo campano, dove i murales da non perdere  sono:

1. ‘Edicole Votive’

LeEdicole votive’  sono degli ex voto  di strada. Poste all’interno di piccole o gigantesche teche di vetro,  i popolani ci venerano il patrono San Gennaro, l’idolo  Maradona , la Madonna , Gesù, e pure  insieme anche a foto dei defunti più cari. Le Edicole votive’  rappresentano un segno di totale riverenza verso Dio e verso la famiglia, che sono alla base del carattere dei Napoletani.

Alcune di queste Edicole votive’ sono di cattivo gusto, altre invece di gran valore artistico. A me ha colpito in modo particolare:

Esse sono sempre piene di fiori freschi e fiaccole.  Sono curate assiduamente dalle massaie , con la pulizia dei vetri e con il ricambio costante degli stoppini a ogni loro spegnersi. Clicca qui per altre info su le Edicole votive’ dei ‘Quartieri Spagnoli’ 

La storia del padre domenicano Rocco e il sistema di illuminazione a Napoli nel ‘700

Napoli possiede migliaia di Edicole votive’ sparse ovunque. Questa è un’antichissima usanza di derivazione romana che unisce sacro e profano. E sebbene tutti sono al corrente di questa realtà, nessuno forse sa che la loro  diffusione si deve al padre Gregorio Maria Rocco!

Il padre domenicano , già autore del  ‘Real Albergo dei Poveri’ (17511829) , infatti incitò il governo borbonico a favorire il proliferare delle Edicole votive’ nelle aree più povere e buie di Napoli, dove per la malavita  falli’ il brillante sistema di illuminazione regio.

Padre Gregorio Maria Rocco salvò letteralmente  Napoli dal buio nel 1700, sfruttando il forte sentimento religioso dei Napoletani, che [ sempre appartenuto a buoni e cattivi! (a volte molto più vicino alla superstizione che alla fede). Le Edicole votive’ erano infatti perennemente adornate con dei lumi,  perennemente alimentati da tutti i fedeli, delinquenti compresi. Tale pratica ebbe anche il vantaggio di scoraggiare il pericolo di vandalismi e atti impropri!

2. Alimentari di ‘Angelo & Tina Scogliamiglio’

La bottega alimentare diAngelo & Tina Scogliamiglio in vico Lungo Gelso si è trasformata in una scuola di cucina napoletana per gli immigrati di Napoli. Nel suo negozio di frutta e verdura ogni martedì alle 15,30 la signora Tina  organizza corsi gratuiti di cucina a chiunque voglia partecipare.

E naturalmente le classi si colorano di razze : cingalesi, senegalesi, russi, cinesi , magrebini, indiani, imparano le ricette più famose della cucina partenopea! Marito e moglie  sono stati geniali nell’avere fatto della loro ‘putia’ un laboratorio innovativo per promuovere Napoli .

3. ‘Via Portacarrarese’ e la ‘Fondazione Foqus’ 

‘Via Portacarrese’ è un vicolo a ‘Montecalvario’  pieno di sorprese, perché qui vi nacque Santa Francesca, la santa che aiutava le donne ad avere dei figli. Per non dimenticare i murales dedicati aTotò’ e ad altri figli dell’arte partenopea.

Foqus Napoli’, un esempio di rigenerazione urbana

Inoltre da queste parti è nato  ‘Foqus Napoli’ , un progetto di rigenerazione urbana ospitato in un ex monastero l’ ‘Istituto Montecalvario’. Si tratta di una Onlus di privati e imprese che stanno scommettendo sulla formazione, sulla cultura e sulla integrazione, una filosofia di investimento cara al suo stesso presidente Rachele Furfaro.

L’edificio è un insieme di scuole, corsi di arte, cooperative e start up giovanili, che sperimentano forme nuove di comunità e benessere sociale. Ci sono sempre tanti eventi che si svolgono tutto l’anno aperti a tutti all’interno di una corte interna elegante che accoglie anche mostre di installazioni e arte permanente.

4. ‘Quore Spinato’

‘Quore Spinato’ è un incredibile percorso  di  223 opere di street art dei Napoletani ‘Cyope & Kaf’ . Questi artisti vogliono denunciare ogni forma di ingiustizia sociale e il capitalismo. E al tempo stesso rallegrare il grigiore di saracinesche o panche sgarrupate. Così attraverso il concept dell’attrazione turistica, si arriva a un conseguente risultato di riqualificazione urbana. Che male non fa!

‘Quore Spinato’ è un campo di lavoro che abbraccia  tre livelli: il pittorico, l’audiovisivo e lo scritto. In maniera quasi multimediale gli artisti creano opere che parlano di queste aree, proponendole su  muri, portoni e cancelli. Clicca qui per vedere il percorso intero di ‘Quore Spinato’ !

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5. ‘Maradona e la Pudicizia’, murales in via Emanuele de Deo

Tra la street art più significativa di Napoli  , quella che racconta di tutti i suoi figli, naturali o acquisiti, vanno segnalati soprattutto le tele urbane in via Emanuele de Deo:

6.  ‘Trattoria da Nennella’

All’imbrunire  Marco, la mia guida napoletana, vuole farmi sperimentare la vera cucina  di Napoli . Mi trascina da ‘Nennella’ , l’ormai celebre trattoria in Lungo Teatro Nuovo  nei  ‘Quartieri Spagnoli’ .

Il nome ‘Nennella’ e è vezzeggiativo volgare per ‘piccola’. Come riporta la scritta di una targhetta in argento di una vespa rossa che  fa da insegna al locale. Papille gustative soddisfatte, e anche un live show del meglio e del peggio dell’esuberanza Napoletana!

 

Il mercato di Pignasecca 

Dai Quartieri Spagnoli’  mi spingo fino alla parte più verace di Napoli , il rione di ‘Pignasecca’,  ubicato da largo Carità a Ventaglieri . Rimarrete sbalorditi dal via via di persone che fa acquisti, si respira l’aria della quotidianità partenopea, con i suoi riti e le sue abitudini.

A ‘Pignasecca’ i marciapiedi sono scomparsi per dare largo ai banconi. In questi  oltre a pesce, corstacei e molluschi di  risaputa qualità, ci si rifornisce di tutto: latte, formaggi, salumi, spezie, scarpe, cravatte, vestiti, stufe, condizionatori, trucchi, penne,  bevande assortite!

La storia di ‘Pignasecca’

Una leggenda narra che agli albori questo souk napoletano era situato fuori le mura di Napoli . Sarebbe un pezzo della tenuta della famiglia Pignatelli di Monteleone . Esso era coperto da boschi , che è documentato prima con l’appellativo di ‘Biancomangiare’ (per via di un dolce tipico  di questi parti). Dopo di ‘pignasecca’ , cioè ‘pino secco’. Questo è quell’ultimo albero rimasto quando si cementa tutto per fare  via Toledo nel 1536!

Anche l’arbusto rinsecchito sarebbe stato raso al suolo dai residenti, perché focolare di alcune gazze ladre che li derubarono di tutto . Esse furono pure scomunicate da dei vescovi perché ritrovarono nella refurtiva nascosta indizi di atti illeciti con le loro perpetue!

Il ‘Vomero’, l’altra Napoli

Roberta di Porzio mi guida verso il  ‘Vomero’ , il versante collinare di Napoli. Ci arriviamo con la ‘Funivia di Montesanto’ ‘Pignasecca’. Pare che ‘Vomero’ si chiami così da un gioco  ‘vomere’, un passatempo che o vecchi contadini del posto  praticavano nei giorni festivi, sfidandosi a tracciare con l’aratro il solco più diritto.

Il ‘Vomero’ ha mantenuto a lungo la  sua vocazione contadina. Non a caso prima era chiamato ‘la collina dei broccoli’, con i suoi villaggi rurali pieni di mercati ortofrutticoli. In seguito alla paura della peste del 1656 accadde che l’aristocrazia Napoletana decidesse di trasferirsi quassù  costruendo dimore nobiliari a garanzia della loro salute. Questa fu una tendenza che furò per tutto il Settecento e l’Ottocento. A questo periodo si fa risalire vua Infrascata, la prima via carrozzabile oggi nota come via Salvator Rosa.

5 Cose da vedere  al ‘Vomero’

IlVomero’ è la parte più moderna di Napoli , in risposta ai piani di ampliamento messi a punto con la ‘bonifica’ conseguente all’epidemia del 1884. Il’ Vomero’ è una sorta di piccolo villaggio mondano , che dalle sue radici agricole è finito per essere un eden per cittadini benestanti pieno di palazzine in stile liberty e parchi (anche se qui la speculazione edilizia degli anni cinquanta non ha risparmiato niente e nessuno!).

La mondanità estrema del  ‘Vomero’ si articola su via Scarlatti, via Luca Giordano,  e ‘Piazza Vanvitelli’ . Qui ha sede il famoso studio di architettura di Salvatore di Vaia  . Questi insieme a Roberta di Porzio  proprietaria dell’ ‘InCentro b&b’  in via Toledo 156a Napoli sono state le mie guide per la divina Napoli .

1. ‘Certosa di San Martino’ 

La ‘Certosa di San Martino’   è un’antica vestigia realizzata da Tino di Camaino nel 1326 e  fu modificata notevolmente tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Settecento. Furono tre gli architetti che intervennero alla certosa per consegnarla ai Napoletani come la venerano oggi:

La ‘Certosa di San Martino’  fu un via vai di monaci dal 1799 al periodo delle guerre mondiali per la soppressione degli ordini religiosi. Sul finire dell’Ottocento fu adibita a Museo Nazionale’ . La certosa è soprattutto il buen ritiro di chi vuole tuffarsi nella gloria di una vista su Napoli dall’alto, grazie ai suoi loggiati e belvederi.

2. L’antica  ‘Vigna di San Martino’ 

Nei pressi della ‘Certosa di San Martino’ si estende uno dei pochi polmoni verdi di Napoli , la cosiddetta ‘Vigna di San Martino’ . Si tratta di un terreno di 7 ettari coltivato a vite, ulivi e alberi da frutto. Da qui si gode di una vista spettacolare sul ‘Golfo di Napoli’. 

Queste terrazze coltivate risalgono ai primi dell’ 800,  sono miracolosamente scampati alla speculazione edilizia del Dopoguerra. Nel 1988 Giuseppe Morra, noto gallerista e mecenate,  acquistò questo angolo di paradiso, riportandolo al suo antico splendore. Dal 2010 la  ‘Vigna di San Martino’ rappresenta un esempio perfetto di azienda agricola urbana che produce vino e olio.

Il percorso di accesso si ha in Corso Vittorio Emanuele 340,  e su prenotazione si puo’ visitare, rimanendo affascinati dal sentiero che porta in cima alla collina, che offrono scorsi inediti su Napoli

Ai piedi della vigna salta poi fuori Hotel San Francesco al Monte’ della famiglia Pagliari , che  è ricavato da un convento del XVI secolo. Che dire un’ albergo museo . Quelle che erano le camere dei monaci adesso sono camere con vista Vesuvio e Capri!

3. ‘Castel Sant’Elmo’

Il ‘Castel Sant’Elmo’  domina la città di Napoli dal punto più alto  del ‘Vomero’   nel Largo San Martino, da cui si gode uno splendido panorama sul centro storico. Su una preesistente una cappella dedicata a Sant’Erasmo  (da cui ‘Eramo’ , ‘Ermo’ e poi ‘Elmo’, che diede il nome attuale della fortezza) , Roberto d’Angiò ci volle  impiantare un castello medievale nel 1300 sotto la supervisione dell’architetto Tino di Camaino .

Durante la lotta fra francesi e spagnoli per la conquista del Regno di Napoli, il castello venne più volte assediato. L’attuale pianta stellare a sei punte si deve ai rifacimenti nel 1547  sotto il vicerè spagnolo Don Pedro De Toledo.

Nel 1587 un fulmine colpì il castello distruggendo le dimore di castellani e militari e la chiesa interna. L’edificio fu quindi ricostruito tra il 1599 ed il 1610 dall’architetto Domenico Fontana. Attualmente il  ‘Castel Sant’Elmo’   ospita mostre ed esposizioni d’arte temporanee,  festival e rassegne teatrali e musicali. Inoltre esso  è sede permanente del ‘Museo Napoli Novecento 1910/1980’,  che raccoglie opere realizzate da artisti napoletani nel corso del XX secolo.

5. Le scale della ‘Pedamentina’

La ‘Pedamentina‘  è un complesso  di  414 scalini del risalente al XIV secolo a opera dagli architetti Tino di Campiono e Francesco de Vito. Possiamo considerarla un tentativo  di collegamento pedonale tra zone della città interessate da espansioni extra moenia. 

Questa discesa aveva il compito di unire due differenti zone della città di Napoli , vale a dire la ‘Certosa di San Martino’  ed il ‘Castel Sant’Elmo’  , collocati sulla collina del ‘Vomero’, ed il centro storico, posto a valle.

Percorrendo la  ‘Pedamentina, ad oggi considerata un capolavoro urbanistico,  si gode di uno spettacolare  panorama del ‘Golfo’, ma anche gli orti ed i giardini della Certosa di San Martino’.

4. ‘Ville Liberty’  del ‘Vomero’

Al ‘Vomero’ un itinerario interessante è quello relativo alle ville del  periodo d’oro del ‘liberty partenopeo’, firmate dall’ architetto napoletano Adolfo Avena (1860 – 1937) . Uno dei figli di Avena, Gino, ne seguì le orme facendo proliferare al diversi altri capolavori fino agli  30.

Le 4 ‘Ville Liberty’ da non perdere

  1. Villa La Santarella’: Posto tra tra via Luigia Sanfelice e via Filippo Palizzi, questo castello con quattro torri è figlio del celebre commediografo e attore Napoletano Edoardo Scarpetta (padre dei De Filippo) . Si intitolò questo gioiello in onore a ‘Na Santarella’, una delle sue opere più conosciute. Sulla facciata si legge “Qui rido io“! Vuol dire che se al teatro erano gli altri che ridevano alle sue battute, qui sarebbe stato lui a godere dei frutti del suo lavoro;
  2. ‘Casa Marotta’ : Si tratta di una residenza aristocratica a tre piani dell’architetto palermitano Leonardo Paterna Baldizzi , per cui si può considerare un esempio di ‘liberty siciliano‘. Ubicato in via Solimena 76,  l’ esterno presenta importanti balconate , e un  caratteristico color giallo ocra;
  3. ‘Palazzo Avena’: Tra via Renato Lordi e Piazza Ferdinando Fuga, questo tesoro è  costituito solo dalla facciata d’ingresso della settecentesca Villa Ruffo’ (o ‘Villa Palazzolo’ o ‘Villa Haas’). Questa venne rifatta da Adolfo Avena tra il 1927 e il 1928  per la risistemazione del piazzale di fronte alla Funicolare Centrale, che venne inaugurata nel 1928;

  4. ‘Villa Floridiana’: All’ingresso di questa villa si può accedere sia da via Domenico Cimarosa 77 che da via Aniello Falcone 171. Non è altro che la residenza estiva voluta da Ferdinando I di Borbone per la seconda moglie Lucia Migliaccio (duchessa di Floridia).. Al suo interno ospita dal 1927 il Museo nazionale della ceramica Duca di Martina’.

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Napoli è tutto!

La semplicità, l’autenticità delle persone. Il loro sorriso, il loro accento, la loro voglia di vivere. L’orgoglio per la loro città, la fierezza nei loro occhi quando parlano della magia di Napoli. Riescono a farti sentire a casa, in poco tempo.

Non sono Napoletana, ma questa metropoli mi appartiene, perché ci rivedo tutto quello che mi piace della vita, compreso il sole, il mare e la voglia di stare bene. Non vi perdete nulla di Napoli, e se volete dormire bene e avere consigli ulteriori non esiste posto migliore di l’ ‘InCentro b&b’ di  Roberta di Porzio e Salvatore di Vaia

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‘InCentrob&b’, via Toledo 156. Napoli in 1 settimana

‘InCentrob&b’, via Toledo 156. Napoli in 1 settimana

“Ho visto un angelo nel marmo e l’ho scolpito fino a liberarlo” 

Michelangelo 

‘InCentrob&b’, via Toledo 156. Napoli in 1 settimana

Attendere certe volte è solo un rimandare qualcosa, che in realtà hai già dentro di te, e che è pronta a venire fuori all’improvviso! Napoli è proprio questo: voglia di andarci da sempre! E sempre ho aspettato un’occasione speciale. E dopo un periodo così  meditativo come quello del Covid 19 prendo coscienza del fatto che la vita è adesso. Così un giorno a Luglio 2020, semplicemente ho fatto la valigia e sono partita!

InCentrob&b’ in via Toledo 156 a Napoli è la mia porta per Napoli. Roberta di Porzio , imprenditrice Napoletana vulcanica e solare, gestisce questo centralissimo e lussuoso b&b. Qui  mi ha ospitato per 1 settimana  in cambio di un post emozionale per  vivere  Napoli   in tutta la sua magia! Se volete venire a Napoli  per le vostre vacanze, seguitemi! In questo articolo vi darò alcuni suggerimenti per cercare di esplorare al massimo l’urbe partenopea!

Napoli, perla del Tirreno

Napoli si affaccia sul Tirreno con tutta la sua prorompente bellezza e storia. Essa è delimitata a sud-est dalla Penisola Sorrentina’ e a nord-ovest dalla ‘Penisola Flegrea’, che a sua volta abbraccia il  Golfo di Pozzuoli’  tra capo Miseno e Posillipo.

Insieme al suo arcipelago,  e il VesuvioNapoli è la terza città d’Italia dopo Roma e Milano per numero di abitanti che sfiora quasi il milione. Con un passato glorioso e una realtà difficile da vivere da un punto di vista sociale ed economico, Napoli guarda al futuro con ottimismo, perché si sta lavorando per renderla sempre più vivibile e ospitale.

Arte e vita in 17 kilometri quadri 

Pochi luoghi in un territorio così esteso per 17 kilometri quadri possono vantare una presenza costante di paesaggi mozzafiato, storia, arte, musica, letteratura, cinema, teatro come Napoli. Il mio invito è quello di lasciarvi trasportare dalla memoria e dallo spirito di questo eden metropolitano, con tutti i suoi pregi e difetti!

Vivendo alle falde del Vesuvio, i Napoletani sanno bene interpretare il motto ‘carpe diem’. La scomparsa di Pompei ed Ercolano (IX sec. a. C.) è un memento moris corrente di questo popolo straordinario, che ritrova nella sua leggerezza di vivere l’esistenza il suo stesso antidoto!

Come orientarsi a Napoli 

I quartieri di Napoli sono circa 30, e non esistono delimitazioni nette. Gli  itinerari che vi propongo a Napoli si concentrano tra il  quartiere di  ‘San Ferdinando’ (che è la parte moderna e antica insieme) ,   la zona del porto  e il ‘Vomero’ (la zona più nuova e residenziale). Tutto è  facilmente raggiungibile in pochi minuti dall’ InCentrob&b’  in via Toledo 156.

Vi avviso, c’è troppo da vedere e fare a Napoli ! Datevi pure una tabella di marcia, ma è garantito che non riuscirete mai a rispettarla! Ma è proprio questo  il bello di Napoli , e così  l’unico segreto per venirne fuori è chiacchierare con la gente e fidarsi dei loro consigli! Proprio come ho fatto io con Roberta di Porzio !

3 itinerari a piedi per scoprire Napoli in 7 giorni

Mi rendo conto che è inutile cercare il paradiso all’estero, perché si trova a  Napoli , la città più bella del mondo!  Seguitemi in questo viaggio infinito che inizia dal ‘Cristo Velato’ e prosegue per altri 3 itinerari urbani da fare a partire dall’ ‘InCentrob&b’  in via Toledo 156 a Napoli:

  1. ‘Quartieri Spagnoli’, ‘Pignasecca’ e ‘Vomero’ ;
  2. ‘Via Toledo’, ‘Città Antica’ e ‘Centro Storico’ ;
  3.  ‘Piazza del Plebiscito’ e ‘Lungomare Caracciolo’.

5 Aree protette e green  di Napoli 

Infine, anche fuori Napoli  se avrete ancora fiato vi attend0no dei percorsi naturalistici che dalla montagna vi portano al mare e viceversa:

  1. Parco Nazionale del Vesuvio’;
  2. Parco Regionale dei Campi Flegrei’ ;
  3. ‘Parco Sommerso di Baia’ ;
  4. ‘Parco Sommerso di Gaiola’;
  5. ‘Regno di Nettuno’ .

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‘Incentrob&b’ via Toledo 156,  Napoli. Una casa a Napoli!

Il mio primo giorno a Napoli  è scandito dal suono al  campanello del  portone dell’ ‘InCentrob&b’  in via Toledo 156 .  Una posizione davvero  strategica , perché  permette di godersi Napoli in lungo e largo!

In ascensore mi fermo al quinto piano di un gigantesco grattacielo. Roberta di Porzio, mi accoglie come se la conoscessi da sempre. Mi stringe forte la mano e ci mettiamo a sedere in un bel divano della reception. Prima di mostrarmi il suo capolavoro, mi offre un bel caffè e mi racconta qualcosa della sua vita e della sua carriera.

La storia di Roberta di Porzio

Roberta di Porzio è una donna  mediterranea , belle e solare. Mi colpisce subito la sua  spontaneità e la sua classe innata. Da generazioni  insieme ai suoi cari Roberta di Porzio si occupa di ‘ Umberto’ , uno dei ristoranti più noti e antichi di Napoli, che è situato in via degli Alabardieri 30  .

Si tratta di locale prestigioso , che affonda le radici nel lontano  1916. Quella  della famiglia Di Porzio è una passione infinita per la terra partenopea, il suo cibo e il  suo vino. E ancora oggi con le loro pizze e la loro cucina locale deliziano  tutti i tipi di palati , da quelli più semplici a quelli più esigenti.

A questa sua prima attività, insieme a una qualifica di sommelier e una passione smodata per la fotografia, Roberta di Porzio gestisce anche il  InCentrob&b’  in  via Toledo 156.   L’architetto Salvatore di Vaia è suo socio in questa avventura,  un carissimo amico d’infanzia e collega d’università.

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‘Incentro b&b’ in via Toled0 156 , l’alloggio chic  per visitare Napoli!

‘InCentrob&b’ in via Toledo 156 è più che un business! Senza dubbio è la realizzazione del sogno di Roberta di Porzio e Salvatore di Vaia. Quello cioè di fare amare Napoli  ai viaggiatori che la visitano o ci ritornano. E ci riescono perfettamente!

L’appartemento è moderno , lineare e raffinato. Gli arredamenti sono sobri, minimali e avvolgenti. I colori che predominano sono quelli del blu, del giallo e del rosso , cioè quelli  di  Napoli. Ci sono 4 stanze:

  1. Borgomarinaro’; 
  2. ‘Pizzofalcone’; 
  3. ‘Spaccanapoli’
  4. ‘Posillipo’

‘Posillipo’, la mia suite a Napoli!

In omaggio ad uno dei quartieri più suggestivi di , Roberta Di Porzio mi accompagna alla mia suite. Questa si chiama ‘Posillipo’, che dal greco vuol dire ‘riposo dagli affanni’ . Quanto mai di più vero, dopo il mio  viaggio interminabile dalla Toscana!

Il design degli interni dell’ ‘InCentrob&b’ in  via Toledo 156   è semplice e ricercato.  Come i suoi controsoffitti a forma di vela, che sovrastano il mio  letto pieno di cuscini e coperte profumate! L’azzurro è la tonalità principale di questo mio nido.

Il Vesuvio ed il mare sono i  temi inevitabili dei quadri e degli scatti particolari di Roberta di Porzio che adornano le pareti dell’ InCentrob&b’   in  via Toledo 156.

‘Incentro b&b’ in via Toled0 156, eleganza e comfort!

Tutte le camere dell’ ‘InCentrob&b’   in  via Toledo 156  hanno il nome delle parti più suggestive di Napoli. Esse sono anche dotate di tutti i comfort:

  • aria condizionata;
  • asciugacapelli;
  • cambio biancheria;
  • cassaforte;
  • doccia;
  • frigo;
  • internet;
  • smart tv.

Il ‘Cristo Velato’, quando l’arte riscalda il marmo

Lascio l’ ‘InCentrob&b’  in via Toled 156 e e saluto Roberta di Porzio . Poi allaccio il casco e  Salvatore di Vaia mi lascia nei pressi di Piazza San Domenico’. Mi avverte di non versare troppe lacrime per il  ‘Cristo Velato’ conservato nella  Cappella di San Severo’ in via Francesco de Sanctis, 19/21. Si tratta di uno dei maggiori capolavori della scultura mondiale e meta di migliaia di visitatori ogni anno.

Raimondo di Sangro Principe di San Severo, noto scienziato e alchimista della prima metà del ’700, ordinò il   ‘Cristo Velato’ come coronamento della ristrutturazione della  Cappella di San Severo’, che era patrimonio dei suoi avi .

Storia del ‘Cristo Velato’

Raimondo di Sangro  aveva un’idea ben precisa per il suo tempietto per cui ingaggia il meglio della maestria allora disponibile. Questi diede il suo contributo ingegnandosi a produrre anche le pitture per gli affreschi interni.

Inizialmente il Principe di San Severo commissionò il Gesù morente al veneto Antonio Corradini, esperto della tecnica delle trasparenze. Questi però morì prima di terminarla e Giuseppe Sanmartino , costruttore di presepi e di pastori, fu incaricato di continuare la sua opera.

Chi ha scolpito il ‘Cristo Velato’?

Nel 1753 Giuseppe Sanmartino creò il  ‘Cristo Velato’ da unico blocco  di marmo di Carrara per  dare corpo  alla visione geniale del suo titolato e poliedrico committente. Sanmartino ignorò la bozza in terracotta del  Corradini (oggi custodita al ‘Museo di San Martino’ di Napoli). Sanmartino impose il suo tocco personale dando alla luce un tesoro inestimabile ed una delle migliori rappresentazioni del Barocco Napoletano. Il  ‘Cristo Velato’ è una testimonianza di come l’arte possa avvicinare l’uomo a Dio, nell’atto di concepire una creatura marmorea così realistica da volerla toccare!

La freddezza del marmo cede il passo al calore del  ‘Cristo Velato’

Non mi accorgo quasi che accanto a me ci sono altri spettatori, che in un silenzio quasi imbarazzante e mistico ammirano questo Cristo nei suoi attimi dopo la crocefissione. Il Cristo redentore è adagiato su di un letto funebre.

Il Salvatore è coperto solo da un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere il corpo. Da questo si intravedono i segni del martirio e della sofferenza, divenendo simbolo del destino e del riscatto dell’intera umanità.

La cura dei dettagli mi incanta: il capo chine con gli occhi socchiusi, quasi a serena accettazione di un momentaneo dolore prima della sua risurrezione. E ancora il costato lacerato dal supplizio, e gli strumenti della tortura giacenti accanto al sudario tra cui la corona di spine, la tenaglia ed alcuni chiodi.

Il  mistero del  ‘Cristo Velato’

Il drappo di marmo che avvolge la salma è impalpabile. Sembra talmente vero che una leggenda lo attribuisce ad un’invenzione chimica del Principe di San Severo piuttosto che all’abilità del  Sanmartino. C’è molto  mistero attorno al ‘Cristo Velato’ , e non a caso esso continua a destare l’attenzione dei più grandi studiosi .

Tra i grandi estimatori del ‘Cristo Velato’  si annovera lo stesso Antonio Canova, che si dichiarò disposto a dare dieci anni della propria esistenza per acquistare questa incomparabile magnificenza e attribuirsene la paternità! Non posso altro che augurarvi di avere la mia stessa buona sorte, cioè di commuovervi di fronte a un miracolo della mente umana qual è il  ‘Cristo Velato’.

Le ‘Macchine per Studi Anatomici’ della ‘Cappella di San Severo’

I custodi ci buttano fuori dalla Cappella di San Severo’,  perché devono chiudere. Mi soffermo nella cavea sottostante inquietata alla visione di due scheletri, quelli noti come le ‘Macchine per Studi  Anatomici’ . Pare che il  Principe di San Severo  li avesse acquistati per analizzare la funzionalità dell’apparato circolatorio. La loro realizzazione è attribuita al medico siciliano Giuseppe Salerno .

Anche in questo caso la verosimiglianza estrema del sistema arterovenoso ripropone l’enigma (ormai sfatato!) che quelle ossature appartenessero a due servi fatti ammazzare apposta dal  Principe di San Severo per utilizzarli come da cavia.

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‘Santa Chiara Cafè’ a Largo Banchi Nuovi 2, Napoli

Cala la sera. Le stelle iniziano a  luccicare sopra Napoli. Mi concedo una bevuta con degli amici al ‘Santa Chiara Cafè’ a Largo Banchi Nuovi 2′. Tutto intorno ha un qualcosa di familiare. Sorseggiamo  un bianco ghiacciato  di pura Falanghina  godendoci  Napoli, che ad un tratto mi ricorda Catania per il nero della pietra delle case circostanti.

Luca Bianco , il Napoletano più esuberante della brigata, insiste nel montare tutti in macchina su verso la ‘Chiesa di Sant’Antonio’ . Rimaniamo a bocca aperta davanti lo scenario di Posillipo accarezzata da un vento dolce e scaldata dalle lanterne delle barche della marina. Il tempo vola a Napoli , perché è un oceano traboccante di sorprese.  Per  navigarlo devi solo veleggiare oltre la riva!

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Napoli è!

Raccontare di Napoli non è cosa semplice. Ci si perde a parlare delle sue bellezze, della sua storia, e della sua accesa  complessità. Senza ombra di dubbio a Napoli non si puo’ trascorre qualche giorno. Perché come il suo caffè va assaporata lentamente e gustata in tutta la sua inebriante totalità.

Non a caso la leggenda dice che in origine Napoli fosse Partenope, la sirena incantatrice che ammaliò Ulisse! Andandoci si ripete lo stesso incantesimo, perché chiunque ci mette piede ne viene ammaliato. E se volete perdervi a Napoli nel modo giusto vi consiglio di alloggiare all’ ‘InCentrob&b’ in via Toledo 156 , perché qui siete di casa e straviziati da Roberta di Porzio e Salvatore di Vaia.

 

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‘Piazza Plebiscito’ e ‘Lungomare Caracciolo’, Napoli

‘Piazza Plebiscito’ e ‘Lungomare Caracciolo’, Napoli

“Dovunque sono andato nel mondo ho visto che c’era bisogno di un poco di Napoli”
Luciano De Crescenzo

Napoli. Itinerario a piedi da ‘Piazza Plebiscito’ al ‘Lungomare Caracciolo’

Altra giornata, altra gloria! Ora di pranzo e mi regalo in  via Toledo un  ‘cuoppo di pesce fritto’ in un cono di delizie di mare a soli sei euro.  Bevuta una cola ghiacciata mi rialzo per fare una passeggiata a ‘Piazza del Plebiscito’.

Patrimonio dell’ ‘UNESCO dal 1995’,  ‘Piazza del Plebiscito’ è il ventre ellissoidale di Napoli ed è immensa e suggestiva. ‘Piazza del Plebiscito’ è epicentro di avvenimenti clamorosi e considerevoli, come appunto  il plebiscito che la battezza , quello del 21 Ottobre 1960 per l’annessione del regno delle Due Sicilie all’Italia.

Questo giardino di pietra è ricco di monumenti e tesori artistici di alto valore e da qui in poi si prosegue verso il mare di Napoli, il  ‘Lungomare Caracciolo’  , da cui si ha una vista mozzafiato sul Vesuvio! Siete pronti? Seguitemi in questo giro dal centro al mare di Napoli!

‘Piazza del Plebiscito’, il salotto di Napoli

Per secoli  ‘Piazza del Plebiscito’  è stata punto di ritrovo per tutti i Napoletani. Originariamente si chiamava ‘Largo di Palazzo’ e ‘Largo San Francesco di Paola’.

‘Piazza del Plebiscito’  visse un periodo glorioso tra  il 1890 e i tardi anni Trenta, quando l’apertura di bar storici quali il ‘Gambrinus’ e il ‘Turco’ (poi ribattezzatoTripoli’) la animavano giorno e notte.

Oltretutto  ‘Piazza del Plebiscito’  non smise mai di essere palcoscenico di manifestazioni, installazioni d’arte e concerti. Però con il ridimensionamento e la chiusura dei noti locali sempre in festa , la piazza sembrò invasa da un’atmosfera rigorosa e severa che proprio non le si addiceva. Ed è solamente negli anni’ 90 che  è stata resa accessibile unicamente ai pedoni, diventando così  il simbolo del ‘Nuovo Rinascimento Napoletano’.

8 Cose da vedere  a ‘Piazza del Plebiscito’ 

    1. Le  statue equestri di Carlo III di Borbone’ e di Ferdinando I : Firmate dal Canova e dal suo allievo Antonio Calì ;
    2. ‘Palazzo Salerno’: Risale al  XVIII secolo e fu fatto  dall’architetto messinese Francesco Sicuro, e così chiamato da Leopoldo di Borbone-Napoli, principe di Salerno;
    3. ‘Palazzo della Prefettura: Venne costruito nel 1815 dall’architetto Leopoldo Laperuta per volere di re Ferdinando I, per farne un posto dove accogliere gli ospiti.  La facciata si presenta su due ordini, con un basamento bugnato, nel quale si apre anche il portale in piperno, e con le finestre del piano nobile sormontate da timpani triangolari e arrotondati.  Il palazzo, oltre che della Prefettura, dal 1890 è sede del più famoso caffè della città, il ‘Caffè Gambrunus’;
    4. ‘Caffè Gambrunus’ : Il nome di questo storico caffè deriva dal re fiammingo Gambrinus, considerato inventore della birra. Tra marmi, stucchi e specchi i suoi interni sono  stati decorati da 43 pittori e scultori e hanno visto sedersi ai tavoli le più illustri personalità della storia italiana, dai vari presidenti della Repubblica, a letterati come Gabriele D’Annunzio;
    5. Chiesa di San Francesco di Paola’ : Un tempio a pianta circolare con 48 colonne (per questo rievoca il ‘Pantheon’ di Roma) in stile Neoclassico fatto dall’architetto Pietro Bianchi. Fu fatto erigere da  Ferdinando I di Borbone perché riuscì a riconquistare il regno dai francesi;
    6. ‘Palazzo Reale’ : Questo fu uno sfizio del vicerè  Fernando Ruiz de Castro conte di Lemos ! Esso fu rimaneggiato più volte con l’aggiunta di diciannove arcate. Queste vennero tappate dall’ingegnere napoletano Luigi Vanvitelli , perché causavano instabilità . Le arcate furono poi riempite da Umberto I nel 1880 con i busti dei capostipiti fondatori delle dinastie ascese al trono di Napoli: Ruggiero II, Federico II di Svevia, Carlo I D’angio, Alfonso V D’Aragona, Carlo V D’Asburgo  Carlo III, Gioacchino Murat, e Vittorio Emanuele II;
    7. Il ‘Castel Nuovo’: Detto anche ‘Maschio Angioino’, questa imponente fortezza domina il fronte del porto di Napoli. Questo è uno storico   castello medievale e rinascimentale, nonché uno dei simboli della città di Napoli. Il ‘Castel Nuovo’ ha subito varie modifiche nel corso del tempo. Esso è principalmente la rappresentazione plastica della potenza di Alfonso d’Aragona, che aveva conquistato il trono di Napoli nel 1443. Non poteva che essere simbolo stesso di Napoli , e tutto l’anno ospita eventi culturali ed è tra le altre cose sede  del ‘Museo Civico’ ;
    8. ‘Museo Civico’ : Quest’ultimo si trova dentro il ‘Castel Nuovo’ e venne  inaugurato nel 1990 . Esso  vanta capolavori quali la Cappella Palatina’ e ‘La Sala dell’Armeria’ , insieme a sculture, oggetti e dipinti dall’epoca medievale al tardo Ottocento;
    9. Teatro San Carlo di Napoli’: Questo è il più antico teatro d’opera del mondo fondato nel 1737.  Date le sue dimensioni, struttura e antichità è stato modello per i successivi teatri d’Europa. Affacciato sull’omonima via al civico 98, esso è stato inserito dall’ ‘UNESCO’ tra i monumenti considerati ‘Patrimonio dell’Umanità’;
    10. ‘Chiaia’ : Questa è la zona benestante e dello shopping di Napoli , sono presenti le griffes più importanti. Inoltre  qui è un punto centrale della movida partenopea grazie alla presenza di numerosi locali raffinati e alternativi . Il fascino di ‘Chiaia’ però non si esaurisce di certo qui, poiché è  un quartiere ricco di belle chiese, stupendi edifici storici ed eleganti piazze. Clicca qui per sapeere cosa vedere a Chiaia.

‘Lungomare Caracciolo’, Napoli da mare!

Napoli o la ami o la odi. E io torno sempre a riprenderci il cuore quando posso. Crea dipendenza, perché è un insieme di contrasti infiniti, come noi essere umani. Ha un’anima che vibra in maniera prepotente . Non si può fare a meno di perdersi nella  bellezza di Napoli . Come quella del ‘ Lungomare Caraccioloe delle sue acque cristalline, a cui ci si giunge scendendo da ‘Piazza del Plebiscito’  .

Il ‘ Lungomare Caracciolo’   è lungo 3 km , e comprende 4 strade principali:

  1. ‘Via Nazario Sauro’: Parte  dal  ‘Molo di Santa Lucia’ fino a Castel dell’Ovo, attraversando i più famosi hotel di lusso della città come il ‘Grand Hotel Santa Lucia’ e ‘Hotel Miramare’. Ma anche celebri ristoranti come ‘La Bersagliera  e ‘Zi Teresa’ (clicca qui per altri ristoranti al ‘Lungo Mare Caracciolo’);
  2. ‘Via Partenope‘: Qui si trovano le più  rinomate pizzerie di Napoli come ‘Sorbillo lievito Madre al Mare’  e ‘Vesi Pizzagourmet’, e  altri importanti alberghi  come ilRoyal Continental Hotel’  e il ‘Grand Hotel Vesuvio’ (clicca qui per dove dormire nella zona del ‘Lungo Mare Caracciolo’ );
  3. ‘Via Caracciolo’: Questa è la parte più lunga che fiancheggia la ‘Villa Comunale’ e il mare .  A metà percorso c’è  la ‘Rotonda Diaz’   con la famosa statua equestre dell’omonimo  generale ;
  4. ‘Via Mergellina’:  Si estende da ‘Via Caracciolo’  a ‘Piedigrotta.  Qui siamo  a stretto contatto con la  Napoli più ‘verace’, tra reti di pescatori e barche ormeggiate. Non potete non andare al ‘Porto di Mergellina’, dove partono i traghetti per le isole. Ed è anche dove ci si può fermare in uno dei tanti chioschetti per  bere un caffè, mangiare un gelato o piatti base di pesce con vista mare!

‘Lungomare Caracciolo’, il mare di Napoli

Il Lungomare Caracciolo’ è il mio luogo prediletto perché  da qui si gode di  un panorama strappalacrime sul Vesuvio , Capri ed il promontorio diPosillipo’.  Questa è un’ incantevole  promenade che sta accesa dall’alba al tramonto ed è sempre sovraffollata per i suoi campionati di vela  e i suoi Capodanni. C’è molto da vedere e fare in questo posto, seguitemi.

Storia del ‘Lungomare Caracciolo’

Fino alla fine dell’‘800 il  Lungomare Caracciolo’ non esisteva, ed il mare bagnava Napoli fino alla ‘Riviera di Chiaia’ (dall’altro lato della Villa Comunale’). Al posto di quello che c’è oggi  c’ era una spiaggia molto frequentata dai napoletani, che venne assorbita  dall’asfalto. Dieci anni fa il sindaco di Napoli Luigi De Magistris decise di chiudere il  ‘Lungomare Caracciolo’  al traffico  regalandola finalmente ai cittadini, che qui passano volentieri il loro tempo libero.

2 Cosa da non perdere  al ‘Lungomare Caracciolo’

1. ‘Borgo Marinari’

Al ‘Lungomare Caracciolo’   spicca il ‘Borgo Marinari’ , che è a ridosso del Castel dell’Ovo’, nel quartiere San Ferdinando’. Esso è unito alla terraferma tramite un istmo artificiale collegato col Borgo Santa Lucia’.

Gli studiosi attestano che qui  sarebbe da individuare l’ ‘Isolotto di Megaride’  che sarebbe l’embrione di Napoli . I greci delle colonie di  Ischia e Cuma del IX secolo ci fecero un emporio commerciale. Questo  venne dapprima nominato Partenope,’ in reverenza alla sirena di Ulisse , poi Neapolis’,  cioè ‘città Nuova’ . Volendola  appunto distinguere dalla ‘Paleoplis’ , ovvero ‘città vecchia’ , quando essa si espanse verso Monte Echia (‘Pizzofalcone’). Qui è tutto particolare, è una cittadella dove mangiare e bere di gusto o fumare  unnarghilè’. Tutto è avvolto in un’atmosfera speciale, lontano dai ritmi frenetici di Napoli  .

2. ‘Castel dell’Ovo’

I  resti di un passato glorioso  fanno del  Castel dell’Ovoun must irrinunciabile a Napoli. Quando si salgono gli  scaloni si arriva in cima al secondo piano. Qui a una finestra è scolpito  un piccolo Gallo in Bronzo’ a opera dell’avellinese Antonello Leone), quasi a custodire tutto quel ben di Dio. Appena giunti nella terrazza panoramica, si ammira il blu del Tirreno che pare una cosa unica con il cielo pieno di gabbiani che virano assecondando il buon vento.

Il  Castel dell’Ovo è  una costruzione prestigiosa . Secondo il mito è così soprannominato perché Virgilio celò nelle sue segrete un uovo per mantenere in piedi l’intera fortezza. La sua rottura avrebbe provocato non solo il crollo del castello, ma anche una serie di rovinose catastrofi a Napoli.

Perché  è famoso il ‘Castel dell’Ovo’?

C’è una lista di episodi eclatanti che riguardano il ‘Castel dell’Ovo’:

Nel corso del Medioevo la decadenza ‘Castel dell’Ovo’ regna sovrana fino alla riqualifica dei Borbone.  Le colmate al mare della prima metà dell’800 successivamente ampliarono la superficie abitabile, che si riempì di fastose residenze di personaggi illustri.

3 ‘Mergellina’

‘Mergellina’  è  una delle aree più spettacolari Napoli, perché si distribuisce su enormi spazi pubblici, vie larghe e un caratteristico lungomare , dove alle barchette di pescatori si alternano yatch di lusso. L’atmosfera è Mediterranea, e il mare cristallino, lo stesso che ha ispirato pittori, poeti e musicisti che hanno immortalato questa zona nelle loro opere. Pare che il suo nome derivi da una parola latina ‘mergus’, cioè ‘uccello marino tuffatore’ , o da un’altra ‘mare ialinum’,  ovvero ‘mare chiaro’. Clicca qui per sapere cosa vedere a ‘Mergellina’. 

Napoli è una poesia! 

‘Piazza del Plebiscito’‘ Il Lungomare Caracciolo’   sono due tappe da non perdere a  Napoli . Per immergersi nell’arte e nel mare dell’urbe partenopea, e per godere di momenti di relax al mare e  per prendere il sole. La sera sono punti ideali poi per fare delle belle passeggiate e mentre avrete come sfondo un panorama mozzafiato.

Indipendentemente da cosa cercate da una vacanza, Napoli è in grado di soddisfare ogni vostra esigenza. E vi dirò d più, non programmate troppo, perché vi può succedere di cambiare idea semplicemente vivendola come è successo a me.

Ed è per questo che vi consiglio di affidarvi alla gente di Napoli per capirla e girarla in lungo e in largo seguendone i consigli. Io mi sono affidata a Roberta di Porzio proprietaria del ‘InCentro b&b’ in via Toledo 156  a Napoli. E me ne sono innamorata!

 

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