‘MaremmAlta’, cantina di Stefano Rizzi . Dall’ American Dream all’amore per il vino e la rinascita in Toscana.

‘MaremmAlta’, cantina di Stefano Rizzi . Dall’ American Dream all’amore per il vino e la rinascita in Toscana.

“…O mite terra che di fieno odori
di grano ancor 
baciata dal maestral vento di mare
questo lo so 
o terra che sei il regno dei colori 
una canzone a te voglio cantar. 
E canto sol per te Maremma mia
a mia canzon 
or che la primavera è rifiorita 
di rose e fior
a te che ispiri al cuor la poesia
queste parole voglio dedicar…”
Spartaco Trapassi / Elioi Menconi 

‘MaremmAlta’, cantina di Stefano Rizzi. Dall’ American Dream alla Toscana. Dall’amore per il vino alla rinascita in Maremma.

Un sabato pomeriggio di inizio primavera il mio wine report firmato Roberto Cipresso, agronomo di fama internazionale con base nel suo laboratorio sperimentale di ‘Winecircus’ a Montalcino, mi porta nella provincia grossetana per un’intervista all’imprenditore Stefano Rizzi, proprietario di ‘MaremmAlta’, una cantina di nicchia tutta da scoprire . La Toscana è una regione ‘maledetta’, perché incanta , se ci vai una volta, ci ritorni ancora un’altra, fino a che non ti trasferisci per sempre, come è accaduto a me, Roberto , e Stefano. Nato a Roma, Stefano si stabilisce definitivamente in Maremma, dopo trenta anni di vicepresidenza alla ‘Winebow’ (gruppo strategico per l’export del vino italiano negli U.S.A.  fondato nel 1980 da Leonardo Lo Cascio) e per amore dei tre figli Ettore, Diletta e Domitilla.

La Maremma è un angolo di paradiso della Toscana ancora poco conosciuto, dal fascino mediterraneo, dai confini ben difficili da definire , che per 5000 km2 si estende da Livorno fino a Civitavecchia. Ed è proprio in questi spazi benedetti da Dio e battuti dai Butteri, i mitici pastori a cavallo per il bestiame a pascolo , che sette anni fa Stefano fondò la sua impresa vinicola ‘MaremmAlta’. Siamo precisamente a Gavoranno un piccolo paesino sul versante settentrionale del Monte Amiata a est di Scarlino, in una zona estremamente ricca di grandi giacimenti di pirite sfruttati intensamente fino a metà del ‘900 nelle numerose miniere sparse un po’ ovunque. La Maremma seduce non solo per la diversità dei suoi paesaggi mozzafiato che si alternano tra mare e monti , ma anche per l’arte, la cultura e la tradizione enogastronomica ereditate da antichi popoli e nobili che la dominarono, plasmarono e resero eterna. Dagli Etruschi ai Romani, dagli Aldobrandeschi ai Medici, dagli Asburgo Lorena al secondo dopo guerra la Maremma si trasformò da un luogo paludoso e malsano, come evoca etimologicamente l’origine del suo nome (forse dal castigliano ‘marisma‘), a uno che invece scegli per viverci o per le tue vacanze. La Maremma infatti ebbe un passato di inferno fatto di malaria, e di lotta per la sopravvivenza per via delle aree palustri che già dall’ Alto Medioevo la circondavano a causa dell’innalzamento dei tomboli (cordoni di sabbia costieri che provocavano il ristagno delle acque) . Successivamente per merito del piano di bonifica intensiva del granduca di Toscana Leopoldo II eseguito nel XIX secolo e protrattosi fino al primo dopo guerra , quel triste trascorso di morte rimase unicamente un refrain in vecchie canzoni popolari e nelle imprecazioni tipiche della parlata colorita dei Toscani, ove la Maremma ora è poeticamente amara‘ ora irriverentemente maiala’. Quello della Maremma fu un progresso sociale lento , una ripresa faticosa fatta da menti illuminate e dal sudore delle braccia di contadini, falegnami, boscaioli, minatori, allevatori che scommisero tutto quello che avevano nella Maremma, proprio come fece Stefano. Dopo anni di esperienza enoica alla fattoria ‘Le Pupille’ , sotto la scuola francese di Christian Le Sommer il mago di ‘Les Domaines Baron de Rothschild-Lafite’, Stefano prosegue per la sua strada e insieme alla sua compagna Letizia Borselli, risorge come dalle ceneri dell’Araba Fenice, per trasformare la sua passione per il vino nel suo sogno e pane quotidiano.

‘MaremmAlta’, cantina di Stefano Rizzi, Gavorrano, Grosseto

Vini ‘MaremmaAlta’, la Toscana in un bicchiere.

Fuori dalla stazione a Grosseto c’è ad aspettarmi Letizia , che mi saluta e mi invita con un gran sorriso a montare nella sua Dacia bianca per raggiungere Stefano nella loro cantina ‘MaremmAlta’.

Letizia è una donna dai tratti gentili e riservata, che però dopo qualche chilometro si apre e prende un po’ di confidenza dicendomi subito che è felice di avermi come ospite nella loro tenuta. Durante il tragitto Letizia mi confida che il loro business è gestito al meglio e con la massima dedizione, ma che per ovvie ragioni non arriva ai livelli dei loro blasonati wine competitors . Essi puntellano con le loro cattedrali queste zone: da ‘Rocca di Frassinello’ costruita da Renzo Piano alle ‘Mortelle’ di Antinori , da ‘Montemassi’ di Zonin alla ‘Tenuta Ammiraglia’ dei Frescobaldi, colossi che hanno contribuito a fare della Maremma uno di quelle mete che attirano ogni anno milioni di visitatori per dei tour indimenticabili. Letizia schiva però i riflettori e la mondanità, lei è una maestra di Buriano che adora i suoi bambini , i suoi figli e quelli di Stefano , che ebbe in classe come alunni, e galeotto fu un colloquio genitori! Stefano e Letizia entrarono subito in sintonia pur essendo molto diversi, avendo in comune però un attaccamento morboso per la natura, che salvò entrambe le loro anime da vite precedentemente vissute in cui non si riconoscevano più. Inevitabilmente Stefano fece innamorare Letizia del vino, un universo a lei del tutto nuovo, e nel 2007 la coinvolse nell’ avviare ‘MaremmaAlta’ , il loro rifugio agreste, che produce bianchi , rossi , rosati e spumanti da essere sì concepiti per la vendita, ma prima di tutto per essere bevuti in compagnia! Letizia dice che il loro X-factor è quello di essere dei bravi vigneron, che lavorano la terra per avere in cambio preziosi frutti. Accompagnando il vino nel suo percorso dalla vigna alla bottiglia, la loro filosofia è quella di intervenire il meno possibile nelle fasi di trasformazione. Ecco perché alla fine il loro nettare sa essere ora semplice e buono , per condividerlo con gli affetti , ora di qualità e sofisticato, per soddisfare i palati degli intenditori più esigenti. Dall’asfalto del capoluogo ai girasoli e i cipressi dei campi maremmani il passo è davvero breve, in meno di un’ora giungiamo al capolinea in località Casteani. Il vino non si beve solamente, il vino si annusa, si guarda, si ascolta, e la voce va al pilastro dell’impresa di famiglia, cioè Stefano, il quale mi attende a braccia aperte nel loro podere a ‘MaremmAlta’ per raccontarmi la loro storia.

vini 'MaremmAlta'
vini ‘MaremmAlta’

Vigneron e artista, Stefano Rizzi e il vino.

Varco la porta di un antico casolare ristrutturato in chiave moderna, immerso nel verde di filari in fiore e uliveti secolari, da cui viene estratto un evo di alto valore a uso domestico, quando improvvisamente sette adorabili cani scodinzolanti mi saltano addosso. Non certo per bloccare l’entrata di un estraneo, come dovrebbe essere loro dovere, ma per giocare e farmi festa,  Per fortuna non sono un ladro!

Mi accoglie Stefano , il winemaker alto, distinto, dagli occhi azzurri e sinceri e poggio il soprabito in una sedia di una cucina grande e luminosa. Dopo Stefano mi offre un bicchiere della loro profumatissima Ansonica e si fa un brindisi insieme a Letizia e suo fratello Federico Borselli, che si presenta cordialmente e si presta ad aiutarci per preparare quanto occorre per il nostro banchetto. Mi sono sentita come a casa. Prima di gustare ogni sorta di prelibatezza, Stefano mi mostra gli interni del suo buen ritiro. Con colori caldi e una ricerca dei dettagli infinita, gli arredamenti sono molto lineari ed easy chic; negli scaffali ci sono libri di ogni genere, prevalgono quelli dedicati alla pittura. Lo spirito del collezionista di Stefano trasuda dalle pipe di ogni forma e foggia e dalle tele di valore che abbelliscono ogni parete del suo nido. In bella vista nel salotto mi colpisce un quadro di una pieve bucolica appena abbozzata del paesaggista crepuscolare Michele Cascella, opera acquistata con i primi soldi guadagnati all ‘inizio della sua carriera, quando appena venticinquenne Stefano possedeva un forte senso per l’estetica e poca di quella conoscenza artistica che oggi indiscutibilmente ha maturato. Stefano concepisce il vino come un miracolo se esso è perfetto bilanciamento tra Creato e intervento sapiente dell’essere umano, e quando ciò succede si sente come un pittore di talento, che riesce a fare un capolavoro usando con maestria sentimento e tecnica. Il sole è invitante, e l’aria frizzante. Ci accomodiamo nella veranda, e tutti insieme imbandiamo la tavola per il nostro pranzo luculliano a base di squisitezze a chilometro zero: porchetta, lardo, patate arrosto, formaggi , pane e dolci di riso, abbinati alle migliori etichette di ‘MaremmAlta’:

  • ‘Lestra 2020’ : è un vino bianco di Viognier al 100 % . Giallo paglierino, al naso è caratterizzato da percezioni d lime e albicocca, iris, giglio e acqua di rose, con sottofondo di menta e pepe bianco . L’assaggio è fedele al naso, con un’ esplosione di morbidezza e sapidità . Perfetto per aperitivi formaggi, pesce e primi;

  • Micante Bianco 2019 ‘ : Vermentino (90%) e Sauvignon (10%), è un bianco proveniente da vigneti giovani e vigorosi. Si ammira un bel giallo chiaro luminoso , al naso esprime sentori intensi di frutta esotica, ananas e pesca bianca, insieme a note di erbe aromatiche e qualche accenno di agrumi. Al palato si avverte subito una piacevole freschezza e mineralità con un finale agrumato misurato ma intenso. Si presta a buona longevità in bottiglia. Ideale per piatti a base di pesce;

  • ‘Micante 2019’ : Sangiovese 80% e Cabernet Sauvignon 20% puramente biologico e certificato, manifesta un rosso rubino accesso e raggiante. Al naso si respira mirtillo, prugna e ciliegia, unite a sensazioni di viola, sottobosco, foglie secche e lievi accenni balsamici di eucalipto. La bocca gode di struttura piena , morbidezza avvolgente e suadente freschezza, con finale burroso e persistente . Consigliabile per grigliate di carne;

  •  ‘Poggio Maestro 2019’: un Syrah 100 % biologico , che cresce perfettamente in Maremma con i suoi terreni  calcareo-silicei. Di un rosso rubino carico , è intenso e speziato al naso, carico di sentori di amarena sotto spirito, cioccolato fondente, pepe, e grafite; al palato si presenta corposo e scalpitante con un lungo finale balsamico. Ottimo per formaggi, salumi, piatti a base di carne;

  • ‘Ciliegiolo Casa Rizzi 2019’ : è una carta da giocare quella del Ciliegiolo, vitigno autoctono del sud della Toscana, che invece di essere usato come taglio per il ‘Chianti’ , viene fatto in purezza. Dal rosso rubino, al naso esso sa di ciliegia e viola con qualche accenno di pepe e noce moscata. Al palato è ampio, pieno di polpa, con un’ acidità non molto spiccata, e tannini forti che danno slancio al vino senza prepotenza alcolica; la persistenza è gradevole e di frutti di bosco selvatici. Abbinabile ad aperitivi, formaggi, salumi, primi, secondi di carne e preparazioni BBQ .

Stefano e Letizia come i loro vini hanno la capacità di farti staccare la spina ed evadere almeno per un attimo dai tuoi pensieri, dalla tua quotidianità con tutta la loro semplicità e bontà. E se gli stranieri hanno un debole per la Toscana, me compresa, un motivo ci sarà, anzi più di uno.  Con la sua cusine, i suoi manufatti, la quiete dei suoi borghi, la Toscana è la poesia d’Italia. E lo sa benissimo anche Federico che, tra una chiacchiera e l’altra, mi confessa che dopo un felice e ricco trascorso di fotografo nella Milano modaiola, si rassegna al richiamo della sua Maremma, ed è così che ritorna a Grosseto. Qui con altri soci fonda ‘Maremma Canapa’ una cooperativa di impresari agricoli, che hanno puntato sulla troppo a lungo dimenticata e sottovalutata canapa e i suoi molteplici derivati, che vanno dal settore tessile e della bioedilizia a quello agroalimentare . Il loro intento è quello di selezionare le migliori selezioni genetiche di questa antica pianta dalle foglie lanceolate per fabbricare birra artigianale, oli e cosmetici; il loro più grosso traguardo è quello di trovare investimenti per organizzare una filiera tutta maremmana della canapa dalla manifattura alla distribuzione sul mercato. Non si finisce mai di imparare, e di questo ne è consapevole principalmente Stefano , che di strada  ne ha fatta tanta e per cui ‘MaremmAlta’ non è però un punto di arrivo ma di partenza!

Maremma

Stefano Rizzi, la gazza ladra della Capitale e l’oro rosso della Maremma.

Dopo aver pasteggiato, Letizia ci lascia per prendersi cura dei suoi cuccioli, e con Stefano e Federico ci avviamo tra le vigne di ‘MaremmAlta’, mentre la luce del giorno si smorza piano piano pennellando di arancione la campagna maremmana. Giungiamo nel punto più lontano della cantina, da cui si ha una panoramica meravigliosa sui 16 ettari (di cui 6 in affitto) dell’azienda agricola, le cui 30,000 bottiglie annue sono vendute prevalentemente in Italia e in Nord Europa.

Tutto intorno è la pace, e si ode solo il cinguettio degli uccelli e il fruscio degli alberi, che sembrano come delle colonne che reggono un cielo turchino e terso. Saliamo su degli scalini e arriviamo in cima a una maestosa quercia, su cui Stefano ha costruito un ristorante plen air , dove ha organizzato tante di quelle degustazioni, che ormai su richiesta dovrà attrezzarlo e allargarlo per ricavarne un petit chateaux per tutti quei buongustai che apprezzano solo i sapori autentici! Dal balcone di questa locanda cinque stelle con lo sguardo quasi perso nel vuoto, Stefano mi ammutolisce appena lo ascolto parlare di una tragedia immane, che da adolescente lo segnò nel suo intimo, e che nonostante il dolore contribuì a fortificarlo, perché cadendo negli abissi invece che sprofondare decise di emergere. Da allora nulla e nessuno più poté mai più scalfirlo. Neppure dodicenne Stefano rimase orfano di entrambi i genitori, e fu adottato dai Salesiani a Frascati. Con il peso di una sorella che pagò con salute cagionevole lo scotto di quella disgrazia familiare, Stefano cominciò a fare i suoi primi guadagni faticando come fattorino in uno studio notarile ai Parioli, quartiere vippaiolo di Roma. Destino volle che trovò conforto in una nota enoteca dell’Urbe, quella dei fratelli Antoni in largo ‘Vigna Stelluti’ . Stefano era attratto dagli sbarluccichii di quel posto, che per lui rappresentava quella giostra mai goduta per un’ infanzia bruciata troppo velocemente. Stefano era come rapito dalla bella gente che sembrava essere felice con un calice, e così rubò un’ampolla e pure delle più scadenti per capire quale fosse il segreto di quel misterioso elisir! Luca uno dei proprietari, si accorse del furto e fece finta di nulla, in fondo sapeva si trattava di una ragazzata, e finì pure per affezionarsi a quel biondo brigantello, che da ‘quell’ ignobile gesto’ in poi frequentò assiduamente la sua lussuosa vineria. Luca trasmise tutto il suo sapere sul vino a Stefano , per lui fu un padre, un mecenate, che a maggiore età lo instradò  ad essere un adepto di Bacco piuttosto che un allievo ufficiale. Come sottolinea Stefano, non tutto il mal vien per nuocere, e quei pochi millimetri in altezza mancanti che gli fecero sfuggire l’entrata in accademia militare, lo lanciarono da gestore degli spacci del ministero e rappresentante di vini esclusivi a top manager delle esportazioni del vino Italiano in America negli anni ottanta. Prima di volare via, Stefano fu festeggiato da Luca con un ‘Barolo Bussia 68’, rammentandogli bonariamente:  “se vuoi fare come la volpe che frega le galline , almeno fallo bene la prossima volta!” . Nelle parole di Stefano c’è molta nostalgia, e se guarda indietro, la fortuna è stata con lui come una donna capricciosa che lo ha sedotto e poi abbandonato e poi ripreso, fino a farlo diventare l’uomo che è adesso, che ancora con qualche ferita aperta guarda con fiducia e speranza nel futuro. Stefano è di una umanità disarmante, la stessa virtù che lo accomuna al suo amico e consulente Roberto Cipresso, incontrato qualche anno fa in occasione di una giornata AIS nella capitale, e a cui è riconoscente per la grande motivazione datagli a mettere su e portare avanti ‘MaremmAlta’.

La Maremma , il sud selvaggio della Toscana

Contemplo la bellezza della Maremma, e Stefano me ne spiega i segreti. Dopo periodi nefasti, questa parte di Toscana è stata sanata e valorizzata al punto da vantare un terror ineguagliabile e ricevere la giusta attenzione da parte del turismo internazionale, perché qui è davvero tanto quello che si può fare e vedere. ‘Dolce paese dal quale derivai identico il carattere fiero e la poesia sdegnosa e l’animo in cui non si acquietano mai odio e amore, ti rivedo ancora e rivedendoti il cuore sussulta…’ , versi aulici questi in cui il Carducci immortala la Maremma della sua fanciullezza, in cui rivede la sua indole fiera e ribelle,  peculiarità che celebra come l’essenza stessa di questa zona della Toscana. 

Grazie agli sforzi , gli investimenti e l’acume di produttori illuminati , la Maremma  tuttavia e per fortuna, da brulla si è evoluta in una sorta di eldorado viticolo consolidato e certificato con una DOCG, sette DOC, due IGT e a ‘tre Strade del Vino’:

Le caratteristiche pedoclimatiche della Maremma sono particolari: la presenza contemporanea e ravvicinata di mare, montagna e colline, la rendono unica, inoltre gli inverni non sono mai troppo rigidi e le estati mai eccessivamente calde Questo è il perché dei vini di altissimo spessore della Maremma, che tra rossi, bianchi, rosati, passiti, vinsanti, e i vendemmia tardiva, testimoniano come essa sia da secoli vocata alla viticultura. Nel rispetto delle tradizioni, la Maremma è ormai proiettata verso una lavorazione moderna dei suoi vitigni più diffusi quali Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo nero, Alicante, Trebbiano toscano, Ansonica, Malvasia bianca lunga e Vermentino, e le varietà alloctone quali Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah, e Chardonnay. Dal tufo di Pitigliano, alle terrazze dell’isola del Giglio, la Maremma è senza ombra di dubbio testimonial indiscusso della Toscana in fatto di vino, e il ‘Morellino di Scansano’ ha contribuito indiscutibilmente alla sua fama. Il ‘Morellino di Scansano‘ , DOCG dal 2007, è originario dell’omonimo comune di Scansano e del comprensorio delle cittadine di Campagnatico, Manciano, Magliano in Toscana, Semproniano e Roccalbenga dove scorrono i fiumi Albegna ed Ombrone. Secondo quanto previsto dal disciplinare, il ‘Morellino di Scansano DOCG’ deve contenere almeno una percentuale dell’85 % di uve Sangiovese, tagli di Cabernet Sauvignon e Syrah e vinificato in vasche di acciaio inox. Solo la versione riserva, più strutturata, prevede un invecchiamento di due anni in botti di legno. Il termine ‘Morellino’ è stato introdotto, intorno al 1700, dai viticoltori di Scansano per indicare il loro vino, vigoroso , scuro intenso nel suo rosso come il manto dei cavallo detti ‘morelli’ che venivano utilizzati per trainare le carrozze dei nobili verso Scansano, dove si recavano per acquistare proprio il vino. Qualcuno sostiene, invece, che il termine sia da attribuire all’uva Sangiovese impiegata per la sua produzione e denominata ‘morella’ in Maremma.

La zona costiera e l’entroterra grossetano erano piene di paludi e di quel ‘Medioevo buio’ Stefano mi svela che al presente rimangono solo il carattere scontroso dei Butteri, i leggendari mandriani in sella, e oasi immense di flora e fauna come per esempio il ‘Parco della Maremma’ . Questo è chiamato localmente ‘Parco della Uccellina’ , ed istituito nel 1975 per un totale di quasi 10.000 ettari, va da Principina a Mare’ (circa 20 km a sud di Castiglione della Pescaia) fino al promontorio di Talamone. Altre attrattive fanno della Maremma una destinazione irrinunciabile per i propri viaggi: dai borghi Etruschi di Vetulonia, Roselle e Sovana a quelli medievali di Manciano e Montemarano, dalle mura di Massa Marittima al ‘Giardino dei Tarocchi di Capalbio’, dalle terme di Saturnia alle splendide spiagge dell’Argentario , dalla laguna di Orbetello alle marine di Porto Ercole e Porto Santo Stefano, dalle acque della baia di Cala Violina’ ai misteri della spada nella roccia dell’abbazia di San Galgano. Stregata da un tramonto che sfuma di riflessi ambrati il blu dell’orizzonte, mi accorgo che è ora di andare via con la promessa solenne di tornare quanto prima, perché la Maremma crea dipendenza. Non siete d’accordo?

Ca Avignone, cantina dei Colli Euganei

Ca Avignone, cantina dei Colli Euganei

Cominciano agli ultimi di giugno, nelle splendide
mattinate; cominciano ad accordare in lirica
monotonia le voci argute e squillanti.
Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi;
poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove,
pazze di sole; poi tutto un gran coro che aumenta
d’intonazione e di intensità col calore e col luglio, e
canta, canta, canta, sui capi, d’attorno, ai piedi
dei mietitori.
Finisce la mietitura, ma non il coro.

G. Carducci

Cà Avignone, Cantina dei Colli Euganei

Un freddo fine settimana di un Dicembre del 2020 mi ritrovo alla stazione di Monselice, una pittoresca cittadina vicino Padova, nel Veneto. Mi allontano dai binari per cercare l’uscita dove mi attende Nicola Ercolino, che insieme alla moglie Antonella La Sala  , è responsabile della cantina ‘Ca Avignone’, presso cui trascorro  tutto il weekend. ‘Ca Avignone’, fiorisce otto anni fa grazie al prezioso sodalizio con Roberto Cipresso, enologo di fama internazionale a Montalcino, con cui ho iniziato l’avventura del mio wine reporting alla scoperta delle più pregiate ed interessanti aziende vinicole con cui collabora. Un viaggio anche questo che mi porta in un posto straordinario e mai visto prima, che mi dimostra ancora una volta, che un vino racconta un territorio e molto di più.

È quasi l’imbrunire. Tutto intorno è deserto per le disposizioni contro il  Covid 19, un virus che senza nessun preavviso ha sconvolto le nostre vite e  il pianeta intero con  tutte le terribili  conseguenze per la salute, l’economia, la socialità e la lista sarebbe interminabile. Il sangue però scorre ancora nelle vene e il mio auspicio è quello che tutti possano avere la possibilità e la forza di reagire, di considerare i propri comportamenti e modificarli in modo più efficace rispetto alle difficoltà innescate da questo morbo. Bisognerebbe assumere un atteggiamento positivo volto alla soluzione di un problema, piuttosto che all’autodistruzione nel dolore, che se momentaneo è umano e in qualche modo addirittura consolante, ma alla lunga risulta essere inutile e frustrante. Questa mia spedizione è diversa dalle altre, è catartica, introspettiva, è un tentativo per non spegnere del tutto il fuoco che hai dentro. E per alimentare questa fiammella che scalda, mi godo tutto, ogni istante, pure il silenzio rumoroso, manifesto di come tutto ciò che prima era normale adesso è un miraggio. Parafrasando  Goethe, vale davvero la pena “vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo”!

Ca Avignone, cantina dei Colli Euganei
‘Ca Avignone’, cantina dei Colli Euganei

Un po’ smarrita tra lo scroscio della pioggia e gli ultimi sbuffi dei treni che si arrestano al capolinea, mi guardo intorno, e la vista di una rocca mi lascia attonita con quel fascio di luci rosse che la avvolge  quasi a proteggerla. Una targhetta di fianco a una fontana mi informa che  in cima lassù si erge il ‘Castello Cini’, un complesso di  quattro nuclei principali (l’XI – XVI secolo) con annessa la massiccia torre fatta da Ezzelino III da Romano su ordine dell’imperatore Federico II di Svevia. L’ Italia! Non inizi neppure il cammino che già ti stupisce e ti lascia senza parole. Intanto mi avvicino al parcheggio, dove incontro Nicola  che mi viene a prendere in auto e mi accoglie con un sorriso smagliante che colora un po’ il grigiore di quel venerdì uggioso. Rotto il ghiaccio dei primi convenevoli, Nicola  mi mette subito a mio agio e mi accenna un po’ di sé e della sua famiglia durante il tragitto verso ‘Petrarca Holiday House’, il mio alloggio esclusivo di fronte i colli bolognesi. Nicola e Antonella sono una coppia d’imprenditori che amano  la natura, e dopo anni di lavoro e di giri per il mondo, hanno deciso di dedicarsi quasi del tutto alla loro attività di winemaker nella loro tenuta, ‘Ca Avignone’, incastonata come una gemma  nel ‘Parco dei Colli Euganei’, una delle prime aree verdi istituite nel Veneto nel 1989 .

I Colli Euganei

Vini minerali e di una eleganza sopraffina quelli che regalano gli Euganei, un paradiso di 52 colline di tipo vulcanico , la cui origine geologica risale a 135 milioni di anni fa, quando il pianeta era spartito in due grossi blocchi divisi da un oceano ,che per tensioni crostali fecero innalzare la catena alpina. I Colli Euganei si generarono più avanti a causa di eruzioni vulcaniche sottomarine non del tutto esplose in superficie per il ristagno del magma. Si tratta  di  ‘laccoliti’ , come sono conosciuti in gergo tecnico , cioè una sorta di accumulo di detriti a forma di  fungo , che una volta emersi , si diversificarono in altitudine  (dai 53 ai 400 metri ) , di cui la massima è  quella del  Monte Venda (600 mt) . Un arcipelago di rilievi sospinti su dalla lava e rimasti tali   fino a quando il mare gradualmente si ritirò  innanzi alla Pianura Padana , che si  fece  spazio in seguito a processi  alluvionali.

Ci inerpichiamo su una stradina piccola e stretta che ci conduce a destinazione. Siamo ad Arquà Petrarca, una deliziosa e incantevole borgata medievale di poche anime, che con i suoi addobbi natalizi sembra quasi essere un presepe vivente, spoglio però di tutta la gente che normalmente sotto le feste affolla le sue contrade, riempiendola di allegria e spensieratezza. La salita ci porta fino al mio b&b attraverso un sentiero illuminato da dei lampioni. Il cancello fa quasi fatica ad aprirsi. I suoi intagli in ferro battuto picchiettano contro gli aghi dei pini fronzuti, che per il loro peso crollano su dei cespugli di rosmarino e capperi  che preannunciano la mediterraneità di questa oasi sperduta nel deserto. Nicola  chiude la vettura e mi dà una mano a sistemare i bagagli davanti l’uscio, quando improvvisamente mi fermo a contemplare la bellezza del paesaggio. Dei piccoli faretti sparsi tra gli alberi di castagno e una coperta di stelle schiariscono il fondo valle, dove in mezzo a una nebbiolina fitta si scorgono i contorni di uno skyline ondeggiante, che dal mare Adriatico alle mie spalle gira in modo circolare attraversando tutti i piccoli villaggi dell’entroterra veneto per poi sparire nell’orizzonte infinito.  A distrarmi da quell’incanto lo scodinzolio di Lana, un pastore bianco maremmano che mi si struscia addosso, una guardia perfetta per i ladri, che con un fare goffo e docile mi invita a entrare in casa. Nicola mi fa accomodare e mi sento in alta quota quando intravedo un bel piatto fumante di pasta e fagioli con delle porzioni abbondanti di: soppressata, pane in crosta, olive nere, parmigiano, evo in purezza, e un singolare taglio bordolese di produzione propria. Dopo essersi accertato che fosse tutto di mio gradimento e che non mi mancasse nulla, Nicola   mi augura una buona serata. Si scusa di non potersi intrattenere a lungo  e di una cena parca ,  casalinga , arrangiata  alla buona da Antonella  per le chiusure di Conte. Riduttivo esternargli che la sua classe e il gesto della sua dolce metà mi spiazzano, vorrei ringraziare, ma non serve molto, perché sarebbe un continuo, e capisco che la gentilezza e la generosità fa parte del loro modo di essere. Mi limito a salutare, in qualche modo farò per mostrare loro la mia riconoscenza.

Degustazione '3 Tinto', il taglio bordolese Italiano, a Petrarca Holiday House, Arquà Petrarca
‘3 Tinto’, il taglio bordolese Italiano,  ‘Petrarca Holiday House’ 

Con calma assaporo quel pasto luculliano finendo praticamente tutto. Nella pace più assoluta, ascoltando un po’ di musica jazz, mi accosto al camino stanca ma felice. Lo scoppiettio del fuoco mi coccola mentre leggo delle guide che mi anticipano i segreti di quei luoghi ameni. Le pagine di quei libri  sono ormai impolverate a furia di non essere più sfogliate dai turisti dopo lo scorso segno di una crisi economica imperante ovunque, che ha affondato tutti i settori senza esclusione di colpi. Sono attimi in cui rifletti su quanto sta succedendo di così inaspettato, crudele e quasi a i limiti dell’assurdo, e nell’animo avverto tutta la fragilità e la vulnerabilità dell’essere umano. Poi però mi riprendo rapita dalle immagini di qui volumi sul  Veneto  , sul   suo immenso patrimonio, artistico, culturale, paesaggistico ed enogastronomico.  Mi pervade un senso di libertà.  Quella è per me come un’ora d’aria dalla prigione, respirata in totale sicurezza per raccontare un’esperienza indelebile nella memoria, per condividere una storia di chi con molta tenacia e determinazione nonostante tutto, va avanti. Un inno alla collaborazione, alla solidarietà, alla fratellanza. Una promessa al reinventare in meglio noi stessi e la nostra presenza su questo pianeta, che è saturo e che, se non corriamo ai ripari, giustamente si ribellerà eliminando la nostra specie che di tutto il Creato è la più distruttiva. Un messaggio di speranza per chi sta soffrendo più di altri, per non arrendersi.  Un augurio affinché questa maledetta pandemia possa essere presto debellata, perché ce la stiamo mettendo tutta! Ed è l’energia di cui necessito, di cui necessitiamo, quella che mi piace trasmettere, perché come affermavano gli antichi greci πάντα ῥεῖ’’,  “tutto passa”. Spalanco la finestra per contemplare ancora un po’ quella meraviglia, che già a notte fonda è un teatro plen air. Due leprotti che giocano sotto gli ulivi, il susseguirsi di alture dai contorni non ben definiti e di vallate che accolgono minuscoli paesini con i loro tetti spioventi e qualche campanile che fa capolino da una luna gigante, la cui luce bianca si riflette fin dove riesco a vedere, sbiadendo man mano fino a sparire all’arrivo  dell’alba di domani.

Risveglio ad Arquà Petrarca

I galli cantano e mi svegliano. Scendo giù dalle scale della soffitta che ha accolto il mio sonno. Rimango ancora un po’ sotto il piumone infreddolita. Mentre il calore delle stufe si propaga nelle stanze, mi preparo un caffè nero bollente e dopo una doccia tonificante , il programma è quello di recarmi in centro ad Arquà Petrarca, che , posta tra il Monte Piccolo e il  Monte Ventolone, è  in assoluto la perla  dei Colli Euganei. L’incombere di una forte tempesta di vento mi fa cambiare idea, così esco fuori in veranda a inebriarmi dell’odore della terra bagnata prima che Nicola   venga a prelevarmi.

La fame vince sulle intemperie! A metà mattinata lo stomaco brontola e per farlo tacere, mi decido di cercare un bar nelle vicinanze per divorare un cornetto e scaldarmi con un cappuccino d’asporto! Per mia fortuna Matteo Zanato , il proprietario di Petrarca Holiday House’, mi raggiunge per assicurarsi che tutto sia apposto e per scortarmi giù ad Arquà  a rifocillarmi . Matteo  è dispiaciuto di non avermi lasciato nulla di pronto da mangiare, e gli rammento che in quelle condizioni di restrizioni si è fatto più di un miracolo a organizzare il mio fine settimana per l’intervista. Matteo non può darmi torto, e più sollevato mi fa cenno di montare sulla sua jeep per mettere qualcosa sotto i denti. Mentre discendiamo giù per quelle viuzze ciottolate e venate dalle radici di tronchi titanici, Matteo mi dice sommariamente qualcosa su di lui, definendosi un self made man. Dopo aver  rinunciato  al ruolo di d-jay per una nota band musicale per portare avanti la baracca tra consorte e due bambini, Matteo eredita un podere dal padre e lo adibisce a b&b , offrendo agli stranieri lì in vacanza un servizio alquanto insolito quanto ricercato, quello della pesca dell’ introvabile pesce persico. Le stagioni primaverili sono una fucina di tedeschi che calano giù per divertirsi con lui nei laghi a bordo delle sue barche, che purtroppo al presente sono ormeggiate nel prato della sua dépendance per colpa della peste cinese!  Anche per Matteo è lontano il ricordo del suono di quel motore, che azionava con ottimi risultati la sua impresa concepita poco a poco con così tanto sforzo e devozione.  Matteo non molla, perché primo non ne ha voglia, secondo non può neppure permetterselo, per cui escogiterà un piano B! Intanto ci avviamo e dopo pochi minuti giungiamo ad Arquà Petrarca . Ci intrufoliamo in un bistrot per far colazione, siamo gli unici clienti, e al riparo dal freddo consumiamo in piedi delle paste al miele e un buon tè alla vaniglia.

Francesco Petrarca
Francesco Petrarca

Tra una chiacchiera e l’altra la mia attenzione casca su un imponente mausoleo che scorgo da un lucernaio, e  Matteo   soddisfa la mia curiosità, riferendomi che  quella è la chiesetta  di  ‘Santa Maria Assunta’, il cui sagrato, sito accanto al massiccio ‘Palazzo Contarini’ e ‘Casa Strozzi’ (esempi emblematici dell’architettura delle antiche famiglie patrizie veneziane), da secoli custodisce gelosamente le spoglie di Francesco Petrarca, il sommo poeta italiano. I suoi resti , alcuni  dei quali misteriosamente trafugati, giacciono all’interno di una tomba in pregiato marmo rosso di Verona , costruita dal genero Francescuolo da Borsano, il quale si ispirò ai sarcofagi romani e ai sepolcri più classici su modello di ‘Antenore’ a Padova. Usciamo per scrutare più da vicino quel monumento sacro, e con mesta reverenza tolgo alcune foglie ringrinzite da un’iscrizione commemorativa, che recita le ultime volontà del dotto Toscano: “Questa pietra ricopre le fredde ossa di Francesco Petrarca, accogli o Vergine Madre, l’Anima sua e tu, figlio della Vergine, perdona. Possa essa stanca della terra, riposare nella rocca celeste”. Matteo mi spiega che Petrarca per sfuggire all’epidemia che colpì Milano (coincidenza strana che mi fa quasi paura!) si trasferì prima a Padova,  e poi su invito dell’amico Francesco il Vecchio da Carrara ad Arquà, dove acquistò una villa del Duecento, adibita  ora a  museo , in cui si stabilì definitivamente insieme alla figlia e la nipote. Come narra una legenda, Petrarca esalò gli ultimi respiri (1374) nella quiete del suo giardino, mentre stava ultimando i suoi scritti. Petrarca  ha ribattezzato Arquà e  l’ha resa famosa,  un tempio per pellegrini da ogni dove, un turismo per lo più letterario  fatto di  scrittori  di fama internazionale, da Shelley, Foscolo, Guinizelli, Ruzante e D’Annunzio fino a Zanzotto e molti altri. Le lancette dell’orologio si fermano quando stai bene, non mi sono accorta che è già mezzogiorno, sono in ritardo perché devo andare in cantina da Nicola ! Per fortuna   Matteo  si presta gentilmente ad accompagnarmi.

Il Mediterraneo nella pianura Padana, Colli Euganei
Il Mediterraneo nella pianura Padana, Colli Euganei

Il passo a ‘Ca Avignone’ è davvero breve. Un sole leone inaugura il nostro ingresso nel possedimento di Nicola  e Antonella  , immerso in filari di vigne dal  verde sgargiante, dove ci danno un caloroso benvenuto, stringendoci così affettuosamente la mano da farci male! A Matteo squilla il telefono, e ci comunica rammaricato che si deve allontanare per degli impegni e il suo improrogabile torneo a golf. Antonella è una spumeggiante morettina dai lineamenti aggraziati, e il suo modo di fare è tipico di una donna determinata e realizzata. Percepisco questi tratti della sua personalità, sarà l’istinto femminile, ancora prima di approfondire la sua conoscenza, e ne ho conferma non appena perlustriamo il suo casolare. Mi colpisce la raffinatezza e la semplicità dello stile country chic degli esterni quasi in contrasto con quello ultramoderno degli arredamenti.  Un gioco equilibrato di opposti, ingentilito dai quadri e dai mobili shabby di Antonella , artista a tutto tondo quando sveste i panni di commercialista e mamma premurosa. Il bianco predomina, come il colore degli infissi delle due ampie vetrate all’inglese che abbelliscono una terrazza con pavimento in cotto, oltre la quale spunta un salone enorme ammobiliato con pochi pezzi importanti e minimali.  A sinistra del soggiorno c’è una scala che porta alle camere da letto, un caminetto, e una cucina total black con un’isola centrale, dotata di tanti di quei comfort e accessori da fare invidia a Cracco! Antonella , da brava chef, vuole essere da sola a preparare il banchetto. Chi osa contraddirla! Nicola  ne approfitta per mostrarmi il suo studio dove mi decanta come si è immolato a Dioniso.

 

I Vini dei Colli Euganei

Nelle mensole fanno bella mostra vari oggetti estrosi, orientaleggianti, tutti disposti in maniera ordinata. Penso siano dei souvenir, gli ultimi cimeli di un trascorso da globe trotter, e non mi sbaglio. Quella vita da affarista cosmopolita è stata appesa a un chiodo, a    Nicola   non  importa più, o meglio gli è servita fino a quando gli interessava.  In questo c’è la risultante del suo background   educativo, illustratomi con molta poca attenzione ai dettagli, perché Nicola   non è uno da riflettori, ma da dietro le quinte, va alla sostanza! Nicola  studia a Venezia e dopo una laurea in economia  e un master in business administration, si dedica prima al commercio e  manifattura di gioielli  (importando dalla Cina la tecnica di vuotatura dell’oro sconosciuta in Italia), e dopo anni di spola tra l’ Asia e il Bel Paese,  passa a immettere nel mercato grosse realtà industriali locali. Annoiato e deluso dagli individui e dalle istituzioni che bramano solamente soldi senza altro fine, Nicola  fa della sua passione che è il vino  il suo business  principale , ed è così che nasce ‘Ca Avignone’, che da sette anni  delizia i palati dei più esigenti  wine lover / expert nazionali ed esteri. Difficile stare chiusi fra le mura domestiche quando una giornata frizzante quasi primaverile ti sprona a farti baciare dai raggi solari, e allora ci spostiamo sotto il portico e proseguiamo la nostra conversazione stando comodi su un divanetto all’aperto.

Snodandosi per circa quattro ettari e collocata a un’altezza di  1, 86 metri  ‘Cà Avignone’   è una cantina intitolata dalla via omonima in cui è ubicata al civico 13, zona rinomata per le sue terme frequentate dai papi. Le terme euganee sono attestate qui sin dalla preistoria, si sono progredite attraverso i Romani e i Veneziani  fino  a ciò che sono attualmente, un complesso di 13 stabilimenti, 220 piscine , con  una capacità ricettiva di 13.000 posti. Il bacino idrominerario dei Colli Euganei include i comuni di: Abano Terme, Arquà Petrarca, Baone, Battaglia Terme, Due Carrare, Galzignano Terme, Monselice, Montegrotto Terme, Teolo e Torreglia, per un’estensione complessiva di circa 23 Km2, costituendo una delle più stupefacenti risorse termali a livello europeo e una meta turistica di alto livello senza eguali in Italia. In base a delle ricerche degli anni Settanta, si è scoperto che la fonte di calore di queste acque termali non è vulcanico come qualcuno potrebbe immaginare, ma meteorico (precipitazioni). Queste acque provengono dai bacini dei Monti Lessini nelle Prealpi, e discendendo nelle Piccole Dolomiti (Monte Pasubio) si riscaldano automaticamente  , arrivando a toccare delle fratture di rocce calcaree a una profondità di circa 3.000 metri.  Appena sfiorano un basamento solido e impermeabile, queste acque si arrestano e si arricchiscono di sali minerali e altre sostanze disciolte nel loro lungo percorso a cascata.  Poi per pressione idraulica risalgono verso il mantello un po’ saline e leggermente radioattive ad una temperatura media di 75°C.

Gli Ercolini, vini di ‘Ca Avignone’, Colli Euganei

Sto prendendo appunti , Nicola  conversa animosamente, Antonella  si avvicina e si siede accanto a noi nelle poltrone in vimini e mi omaggia del  suo diario di bordo ‘Storia di un insolito viaggio sui Colli Euganei’, un  baedeker che narra i luoghi dell’ infanzia , l’  esodo  dalla città alla campagna, un resoconto su un passaggio significativo quello da un’esistenza frenetica a una più autentica e intima nei Colli Euganei . La coppia si apparta per imbastire la tavola, e nell’attesa divoro un capitolo sulla viticoltura dei Colli Euganei, che Antonella documenta con riferimenti al suo sopralluogo al ‘Museo del Vino dei Colli Euganei’ allestito a Vò nella sede del ‘Consorzio di Tutela dei Vini Euganei’ fondato nel 1972 . Scavi fatti a Este di reperti archeologici in terracotta, ciotole e coppe legati al consumo del vino, testimoniano come Bacco abbia trionfato da queste parti a partire  dal VII – VI secolo a.C fino all ’impero Romano , cadendo nell’oblio fino a  quando resuscitò grazie ai  monaci nell’anno Mille. Fu poi nel Cinquecento che entra in scena il re delle uve degli  Euganei , l’asiatico e dolcissimo Moscato Giallo , introdotto come ingegnosa alternativa alle spezie per le pietanze dei nobili dalle signore dei potenti governatori Veneziani quali gli   Emo Capodilista, i Selvatico, i Contarini e i Mocenigo ,  che circondarono i colli di sontuose residenze e li sanarono con sistemi di bonifica. Successivamente il Moscato Giallo fu selezionato come biotipo  dai viticoltori e da allora  coltivato fino a ottenere l’ambito riconoscimento della DOC nel 1994  e  quella di ‘Colli Euganei Fior d’Arancio DOCG’ o ‘Fior d’Arancio Colli Euganei D OCG’ nel 2011, baldante denominazione che riporta  ai profumi di zagara e di agrumi tipici della vite in  questione, che esplode in tutto il suo sapore  nella versione spumante, passito e secco. La denominazione include il comprensorio padovano di Arquà PetrarcaGalzignano TermeTorreglia ed in parte quello dei comuni di Abano TermeMontegrotto TermeBattaglia TermeDue CarrareMonseliceBaoneEsteCinto EuganeoLozzo AtestinoVo’RovolonCervarese Santa CroceTeoloSelvazzano Dentro .

Il terroir dei Colli  Euganei  (22 mila ettari) è di essenza vulcanica. Diversi orientamenti e altitudini (dai 50 a un massimo di 400 metri) qui favoriscono dei microclimi variegati e un clima quasi mediterraneo: inverni miti, estati calde, asciutte e buone escursioni termiche fra il giorno e la notte. La piovosità media annuale oscilla tra i 700 e i 900 mm con due punte massime, in primavera e autunno. L’umidità relativa è variabile tra la pianura e la collina, dove i valori sono notevolmente inferiori e si registra una temperatura superiore nelle giornate limpide e nelle prime ore del mattino  per il fenomeno dell’inversione termica. Per queste peculiarità i  Colli  Euganei sono ideali per la coltivazione della vite, situata prevalentemente in pendii e declivi che consentono il deflusso delle acque evitando i ristagni. L’alto pregio dei vini euganei è prevalentemente dettato dai suoli di queste montagne, che sono derivati dalla disgregazione delle rocce vulcaniche. Essi  hanno un buon scheletro, e sono ricchi di vulcaniti (rioliti trachiti, basalti,), rocce sedimentarie (biancone, scaglia rossa e marna), alluvioni (conoidi di deiezione, fondovalle alluvionale). Da questa varietà di microelementi ne consegue  l’eccezionale varietà dei vitigni :

Non si finisce mai di imparare.  Ma qual è l’X-factor dei vini di  ‘Cà Avignone’  ? Il terroir unico dei Colli  Euganei  e la mano sapiente dell’uomo!

'Ca Avignone' , Carboon Foot Print , vini green
‘Ca Avignone’ , Carboon Foot Print , vini green

Le etichette Cà Avignone, Carboon Foot Print

Nicola   da bravo sommelier , e con quella umiltà che appartiene solo ai grandi, desidera che esprima il mio giudizio da collega sui suoi nettari , che sono prodotti seguendo i principi più rigorosi sia della tradizione vitivinicola euganea che della innovazione tecnologica, un giusto compromesso tra passato e futuro per questa cantina di nicchia, che oggi vanta  un numero  di  circa 12 000 bottiglie annue.

Sì perché Nicola   e Antonella sono profondamente legati all’immenso patrimonio enologico regionale, e il loro obiettivo è quello di esaltarlo facendo dei vini esclusivi. Nicola   e Antonella desiderano sperimentare e hanno continuamente  meditato su quale fosse  per i loro vini quel qualcosa che facesse la differenza!  Eureka! La matassa si dipanò  quando i coniugi ‘divini’ riportarono  la faccenda a Sabrina, la locandiera de ‘Il Guerriero’, un ristorantino di Arquà, che li mise  in contatto con Roberto Cipresso! Love at first sight! Dopo una serie di ritrovi e colloqui vari, Nicola   e Antonella si affidarono all’esperienza pluriennale e di successo di Roberto da cui scaturirono strategie importantissime. Su tutte primeggia in assoluto quella del ‘vincere senza combattere’, ossia generare nuova domanda,  piuttosto che rimanere bloccato in una spietata lotta concorrenziale senza via di uscita ! Questa tattica di guerra acquisita dalla lettura di ‘Oceano Blu’, la bibbia di Cipresso, nella fattispecie un rivoluzionario manuale sul management di R. Castaldo , insieme all’abilità del sapere delegare agli altri  appresa da Antonella, è tutto quello che Nicola  mi confessa essere alla base della sua nuova visione di fare del vino un grande affare. Questa crescita , a cui aggiungo lo spirito critico e le doti dirigenziali di Nicola sviluppate nel corso della sua brillante carriera (perché personalmente non si attribuirebbe neppure una virtù!), hanno elevato lo standard che contraddistingue i vini della cantina ‘Cà Avignone’, per il  cui lancio sono state fatte alcune scelte cardinali che posso essere così sintetizzate:

  • Il recupero di terreni più adatti alle loro viti;
  • La perizia enologica di Andrea Boaretti, numero uno nella viticultura euganea;
  • Rispetto per l’ecosistema e piena sostenibilità della catena produttiva con vini ‘Carbon Footprint’, cioè fatti riducendo al minimo l’emissione  di CO2. Gli espedienti più esemplari per raggiungere questo traguardo pioneristico sono: l’adozione di vetri sottili e leggeri, tappi in canna da zucchero (che permettono di mantenere l’ossidazione stabile almeno per dieci anni), e Cor-ten per i pali,  un tipo di ferro  più affidabile dello zinco perché emette una patina di ruggine, che presenta un’ottima resistenza alla corrosione atmosferica. Certificata dalla società senese ‘Indaco 2’ ( specializzata nell’ individuare azioni migliorative di mitigazione e compensazione degli impatti ambientali), questa è tutta una metodologia imprenditoriale  che  non è certo dettata da piani di marketing , quanto piuttosto dall’esigenza morale di fornire beni ricorrendo a  fonti pulite e rinnovabili, apportando un contributo per risolvere problemi di considerevole attualità che riguardano l’intera società globale: dal riscaldamento del pianeta ai mutamenti climatici, dall’estinzione graduale della biosfera sino a rischi di assottigliamento della biodiversità.

‘Cà Avignone’ è dunque una cantina dal profilo green, con una politica ecologica che, includendo l’assenza di fitosanitari, diserbanti chimici, e di irrigazione per le loro viti (salvo situazioni realmente problematiche in cui è quasi impossibile non ricorre al rame e allo zolfo e al drenaggio dei terreni), può classificare i suoi vini come biologici, biodinamici e naturali.

Casa Ercolino, vini di ‘Ca Avignone’, ‘3 Tinto’ e ‘Cicale di Arquà’, Colli Euganei

Un certo languorino distoglie me e  Nicola  dai dotti argomenti enoici, traditore è il convivio e la piacevole compagnia. La fine della dissertazione quasi accademica è segnata dallo svolazzare di una tovaglia candida di lino che si srotola lentamente sotto i nostri occhi, su cui Antonella poggia un vaso smaltato di fiori freschi, una brocca d’acqua naturale, un servizio di porcellana e delle posate di argento. Una mise en place curata nei particolari che per gli Ercolini è la regola e non l’eccezione, quindi non una cortesia per gli ospiti, ma una pratica quotidiana, un rituale per manifestare gratitudine al Creatore. Inalo a polmoni pieni quel soffritto d’aglio che esala dalle orecchiette e cime di rapa, che di nordico hanno ben poco, un dubbio che Antonella percepisce subito e sfata sbottando ironicamente: ‘benvenuta giù a Nord! Nicola è di padre napoletano e io di madre calabrese!’ In quella frase è racchiuso il segreto di questa coppia straordinaria, temperamento latino e rigore teutonico in un bicchiere!  Eccovi i protagonisti indiscussi della mia prima degustazione sui Colli Euganei:

  • ‘Cicale di Arquà’: così apostrofato da Antonella per un voluto rimando al frinire delle cicale , un coro mediterraneo che in estate allieta i ritmi lenti dei Colli Euganei, un rifugio dell’anima che assaporo in un calice di questo prosecco ‘col fondo’,  Glera e Moscato al  5 % , che fa macerazione sulle bucce per 15 giorni. Per la sua spiccata struttura ‘Cicale di Arquà’ è paragonabile ai ‘sur lie’ della Francia o agli ‘Orange Wine’ dell’Est. Ancora giovane e torbido è un bianco complesso con bollicine fini, sentori erbacei e di pera,  sapido e morbido al primo sorso con una gradevole persistenza aromatica;
  • ‘3 Tinto 2019 ’: tre rossi come evoca l’etichetta. Un bordolese tutto italiano di Merlot , Cabernet e Carmenere, non filtrato e senza lieviti aggiunti, che pur essendo ancora del 2019, è maledettamente sofisticato al naso per i profumi di frutti di bosco e spezie, è al palato spicca per una contrapposizione calibrata tra morbidezze e tannini.  ‘3 Tinto’ è un rosso pronto, che darà il meglio di sé riposando al fresco e al buio.  Questo vino non può essere annoverato tra le DOC per un 5 %  Carmenere  acquistato di poco oltre i confini, una regolamentazione che se da un lato tutela i vini, dall’altro a volte è troppo ferrea e addio  nuove frontiere. Nicola  allude ai suoi sogni nel cassetto per cui è disposto a superare ogni ostacolo: fare un  Merlot  in purezza e un metodo classico, ma non aggiunge altro! Top secret!
Colli Euganei, mille motivi per esserci
Colli Euganei, mille motivi per esserci

Le nuvole sopraggiungono con l’imbrunire. Finite tutte quelle bontà, sparecchiamo, e andiamo a riposarci un po’. Quando sono nel mio cottage, sdraiata accanto al comignolo il vademecum di Antonella mi alletta allorché elenca tutta una serie di prelibatezze cucinate per dei suoi commensali, tramandate da generazione in generazione e fiore all’occhiello della cuisinè veneta. Lo ‘schissotto’ per esempio apprendo essere il ‘…tipico pane basso e stuzzicante preparato sui colli Euganei , usando farina, strutto-nei tempi andati le nonne mettevano il grasso d’oca-, un po’ di sale e un po’ di zuccherò’. E ancora un primo vegetale con  ‘i bisi di Baone’ , che è ‘…un risotto prelibato preparato con i piselli coltivati nel paese euganeo di Baone…’. Un secondo succulento a base di ‘…galinella alla canavera…’ che ‘…richiede assolutamente la gallina padovana…inconfondibile, è una gallinella molto bella, dalle piume lucide e da un caratteristico ciuffo di penne molto lunghe poste sulla testa …’, condita con ‘pissacan’ , che ‘…è del Tarassaco, un’ erba primaverile che ha al suo centro quei bei fiori gialli….chiamata così perché i cani se ne nutrono quando hanno bisogno di depurarsi’. Dulcis in fundo la crostata di mele, e mi sciolgo in ‘brodo di giuggiole’ , che è nientemeno il liquore di accompagnamento del dessert ‘…di Arquà, molto originale ricavato dai frutti del giuggiolo, che sa di mandorle e frutta secca’. Improvvisamente uno stato di totale e sana pigrizia prende il sopravvento, e mi accascio su dei cuscini morbidi, su cui poggio il viso e sprofondo in un dolce sonno ristoratore. Passa qualche ora e mi ritrovo insieme da Nicola   e Antonella  per desinare e gustare una grigliata di carne , e del gustosissimo radicchio avvolto da della pancetta croccante , il  tutto abbinato ai vini di ‘Cà Avignone’ e a un ‘Friularo’ del 1998  , un rosso simile al  ‘Raboso del Piave’, appartenente alla DOCG Bagnoli (comune di Due Carrare): colore granato, aroma di frutta rossa matura, caldo, con un tannino compatto ma non invasivo, pieno e persistente. Mi ricorda l’Amarone,  Nicola   infatti sottolinea che questo vino un po’ rustico se non troppo maturo, si vendemmia in Novembre dopo l’estate di San Martino, quando sui tralci si posa la prima brina, cosa che gli conferisce l’epiteto di ‘frigoearo’ , cioè ‘freddo’ dal latino  ‘frigus’ .  I fumi dell’alcol ancora non ci abbattono e sono abbastanza sobria per ammirare quel simposio circondata da un lusso smart, confortevole, tra il classico e l’urbano che non passa mai di moda e si fa notare! Trattata come una principessa, la mezzanotte scocca pure per me e mi ritiro nella mia corte con il cuore pieno di gioia che trabocca fino al mio ritorno in patria.

Bortolomiol Winery, Prosecco in Valdobbiadene

Bortolomiol Winery, Prosecco in Valdobbiadene

“One’s destination is never a place, but a new way of seeing things.”
― Henry Miller

A weekend in Valdobbiadene, Veneto 

It was my birthday and what a better present than having a weekend away and going to a wine tasting! While I was in Lucca shopping , I was thinking how best to celebrate my birthday, when Roberto Cipresso, my wine mentor and friend, called me for a get together. Roberto is an international winemaker, who at the age of twenty three moved from Bassano del Grappa to Montalcino, where he now lives with his family running his own winery ‘Winecircus’. When he realized that I was looking for something special to do for my birthday, he suggested visiting the ‘Bortolomiol winery’ in Valdobbiadene.  The ‘Bortolomiol winery’ is one of the most prestigious wine  companies he  deals with, and one of the most representative of the ‘Prosecco area’ in Veneto.  On the first weekend of October, I took the train from Pisa to Venice and then headed to Valdobbiadene, a quaint medieval village, its precious hills of Prosecco set in Veneto. Veneto is a captivating Italian region, full of attractions, and renowned for its wine. All around are dotted small terraced vineyards planted on the steep slopes and almost exclusively dedicated to Prosecco, the most famous of Italy’s sparkling wines. The Prosecco area is marvellous to visit at any time of year, though ideally between April and June, not only the weather mild, though also because there are many Prosecco-related events such as ‘Vino in Villa’ and ‘Primavera del Prosecco’ with fairs, markets, shows and exhibitions. It is now time for me to share with you my unforgettable wine experience , which  revealed yet another hidden Italian treasure!

It was Friday and I arrived in Valdobbiadene in the late afternoon. After I entered my accommodation in ‘Piazza Marconi’, I unpacked, had a shower and then an aperitivo with some friends in a small though elegant cafè. The weather was just right for a stroll in the historic centre of Valdobbiadene. Valdobbiadene may not be as popular as other cities in Italy though is a minuscule, charming tourist destination that is worth a visit. You will be surprised by some of the unique things you can do and the places you can explore.  Valdobbiadene  has been inhabited for over forty thousand years and the first written documents there date back to 1116, when it was conquered by king Enrich V, and in the following centuries by Treviso, the Ezzelini family,  Venice and  Napoleon before finally being annexed by Italy in 1861.  Valdobbiadene is surrounded by important churches, castles and colourful Renaissance buildings aligned to the main square, on which stands a bell tower and the massive ‘Santa Maria Assunta Cathedral’.  On Saturday morning after a huge breakfast and a strong coffee, I went walking along the narrow rural streets of Valdobbiadene for a couple hours,  immersing myself in nature and the green vineyards, whilst admiring the allure of autumn in the falling of leaves from the chestnut trees. The sun was shining and I felt relaxed, simply wondering in contemplation prior to my first sip of Prosecco at the ‘Bortolomiol winery’. Follow me on this Prosecco adventure in Veneto!

Veneto and  its Prosecco 

Veneto is famous all over the world for its Prosecco, unique in its style and taste. Located in the North-Eastern part of Italy, Veneto is a small region, full of landscape of steep hills, which in turn create incredible flavours in its wines.  The delightfully bubbly Prosecco we know and love today, whose name actually derives from the Slovenian word ‘prozek’ ,which means ‘path through the woods’, it  also pertains to the historical village of Prosecco, a suburb of Trieste, close to Duino, where Glera grapes originated and had been cultivated since Roman times.

Romans used the Glera grapes to make a tasty drink called ‘Pucino’, which apparently was the life elixir of Livia, the second wife of the Roman Emperor Augustus, as stated by Pliny the Elder in his ‘Natural History’ written in the first century BC. Since then up until the 18th century the cultivation of the delicious Glera grapes has spread around Northern Italy. The first written mention of Prosecco comes in 1754 in the book Il Roccolo Ditirambo’ by Aureliano Acanti, who wrote: “And now I would like to wet my mouth with that Prosecco with its apple bouquet”. In the 1800’s the academic Francesco Maria Malvolti referred to the quality of local winemaking in stating “thanks to varieties like Marzemini, Bianchetti, Prosecchi, Moscatelli, Malvasie, Glossari” . Malvolti also established the association between Prosecco and its region Conegliano Valdobbiadene.  Prosecco took its next major step forward when in 1868 Count Marco Giulio Balbi Valier cultivated a special grape variety he named ‘Prosecco Balbi’ and published a booklet regarding his important research. Moreover, in 1876 ‘Conegliano’s School of Winemaking’ was founded, becoming a milestone for both the entire winemaking industry and education regarding wine. The Romans may have enjoyed Prosecco, but it wasn’t until the 19th century when Antonio Carpenè subjected the still white wine to a second fermentation that Prosecco acquired its now lasting association with bubbles. Prosecco was going to be something major in the 20th century.  Until the years after World War II, almost all Prosecco was consumed locally, when  it then grew beyond the borders of Veneto and Friuli-Venezia-Giulia, resulting in the production of inferior imitations to the point where wine producers formed a ‘Consortium’ that would go on to create D.O.C.  Up until 2008, vintage Prosecco was protected in Italy as D.O.C.   (‘Controlled Designation of Origin’),  though in 2009 was upgraded to D.O.C.G.(‘Controlled Designation of Origin Guaranteed’).  The Prosecco D.O.C. covers four provinces in Friuli-Venezia-Giulia (Gorizia, Pordenone, Udine, and Trieste) and five in Veneto (Padua, Venice, Treviso, Vicenza, and Belluno). Two D.O.C.G’s.  fall within the D.O.C.: ‘Prosecco Conegliano Valdobbiadene Superiore D.O.C.G.’ and ‘Asolo Prosecco Superiore D.O.C.G.’. For the first, the wines are harvested on the hills between the two eponymous towns, while the latter is produced from its namesake town and is known for its exclusive Extra-Brut vintage (up to 6 grams of residual sugar per liter). The hills where the wine is cultivated are so steep that the vineyards can only be worked by hand, which only adds to the value of the wine. It should come as no surprise that  it is also a lovely place to visit.



In recent years, Prosecco has become very popular, especially in the UK. According to current figures, Britons spent more money in supermarkets over the holidays on Prosecco than on Champagne. It is a big affair for an appellation that didn’t even formally exist until 2009 as the shortage of Prosecco  in 2017 upset wine lovers across the globe!  Prosecco is getting more and more popular, probably because it is a luxury product like Champagne but has a much affordable price! Both Champagne and Prosecco are sparkling wines, though the similarities end there. Let’s go deeper into these differences as regards their terroir, composition, output, flavour, and tasting notes, Prosecco versus Champagne!

  • First thing, Champagne is a sparkling wine produced in the region of Champagne in  France, which is about 80 miles (130 km) Northeast of Paris. Only ‘Champagne’ can be called  ‘Champagne’! Prosecco is produced in the regions of Veneto and Friuli-Venezia-Giuliaclose to Treviso which is about 15 miles (24 km) North of Venice;
  • Champagne can be made as a blend or from a single varietal wine predominantly from Chardonnay, Pinot Noir and Pinot Meunier ; Prosecco is made primarily from Glera grapes;
  • The still wine of Prosecco and ‘Champagne’ are subjected to a second fermentation accomplished by adding a mixture of sugar and yeast, creating the CO2 which makes them sparkling, but is processed in a different way.  Champagne is made using a high-priced method known as the méthode champenoise’ or ‘traditional method’, which happens in the bottle, releasing complexity, texture and flavours like brioche and toast, especially as it ages. Prosecco undergoes the cheap and fast ‘tank method’ , meaning that the second fermentation happens in a single large tank. The tank method’ was invented in 1895 by an Italian, Federico Martinotti, a winemaker in Asti. In 1910, Eugène Charmat, a Frenchman, made some improvements to the process and patented it under his name. In Italy the process is sometimes known as theMartinotti method’, after its original inventor. There are other names for this process: ‘Charmat-Martinotti’, ‘Italian method’, ‘autoclave’ in Italian or ‘cuve close’ in French .This new winemaking technique allowed  sparkling wine production to be performed  in volume at a lower price and in a shorter period of time than any previous method . The method traps carbon dioxide to give the wine its bubbles and its distinct freshness. Due to the reduced contact between the yeast and the base wine produced by this method , Prosecco results in a fruit flavour profile more resembling that of the Glera grapes, which is associated with pear, apple, honeysuckle and floral notes;
  • Champagne encompasses a patchwork of soils endowed with unique characteristics such as the presence of chalk and limestone. Prosecco grapes are harvested on steep, mostly chalk and limestone hills west of Venice  and north of Valpolicella, with traces of clay, marl and marine sandstone.  These hills are situated  between the Dolomite mountains and the Adriatic Sea, a perfect position with a mild climate and plenty of annual rainfall;
  • A good-quality bottle of Champagne can cost between € 50  and € 300- whilst vintage bottles are  sold  for thousands of euros, whereas a bottle of Prosecco can cost as little as $12. The difference in price is partially due to the production method used to make each wine,  Champagne requires a more hands-on and money-intensive process and thus is more expensive!

Prosecco tends to be a little sweeter than  Champagne and, unlike  Champagne, should be consumed young as it doesn’t benefit from bottle aging. Prosecco was generally rather sweet up until the 1960s, after which it was processed better, leading to the high-quality dry wine produced today. Prosecco is now made in four different levels of sweetness: brut nature, brut, dry, extra dry, or demi-sec which is the sweetest.  Today there are 8159 wine estates, 269 sparkling wine producers and around 200 million bottles produced. The Prosecco area includes 15 communes distributed between Conegliano and Valdobbiadene in the province of Treviso and has extended into about 18 000 hectares of good quality agricultural land. Vineyards perch on the southern part of the region at a height between  50 and 500 meters above sea level. The most prestigious zone for the Prosecco production is Cartizze.

Bortolomiol winery, Valdobbiadene

 

Bortolomiol Winery

The  family-run Prosecco winery ‘Bartolomiol’ lies inbetween the hills of Conegliano and Valdobbiadene, the territory of the ‘Prosecco Superiore D.O.C.G.’, where it has been based since 1949. Here are the most prized vineyards for the production of this great sparkling wine, because the steep slopes make it difficult to mechanize the work traditional methods that are more than 200 years old are still used by growers in these hills today.

Conegliano and Valdobbiadene have been designated a ‘UNESCO World Heritage Site’ and are  at opposite ends of the region of Veneto, the first to the east the second to the west. With their different and varying microclimates, complex geologic history, and dedicated winemakers, both came to produce world-class sparkling wine. Conegliano is the site of Italy’s first winemaking school which opened in 1876,  the lands around lands around it carved by glaciers, which smoothed the rocky edges into rolling hills and left deep mineral deposits in the soil. The soil here is a mix of clay, stones, and sand, which yields grapes with more sugar and consequently wine with a persistent and intense fruity and floral aroma even with spicy notes. Valdobbiadene‘s hills in the west are by contrast rugged and steep. The soil here comes partly from ancient sea beds, a mix of marlstone, sandstone, and clay. Wines made from grapes grown in this area tend to be more floral while fruit elements can vary from citrus to sweeter white fruits. The two capitals are also the place where the first Italian wine route was introduced in 1966, now known as the ‘Prosecco and Conegliano Valdobbiadene Hills Wine Route’. It is a circular itinerary spanning approximately 90 km, which offers visitors the opportunity to explore traces of the local rural, civil and religious history , such as awesome vineyards, medieval hamlets, churches and castles.  Cartizze is an even more exclusive sub-designation of the ‘Prosecco Conegliano Valdobbiadene Superiore D.O.C.G.’, one  of the finest versions of Prosecco. The steep hill is known as the ‘Grand Cru’ covering about 107 hectares of the region. For producers in Prosecco, Cartizze is the most honoured area in the region and has witnessed unprecedented popularity all around the world. This south-facing hilly chain is always exposed to the sun, yet constantly catches a breeze from the north-east as well as cold air from the Alps at night which enhances the flavour of the grapes. The marlstone-sandstone soil here is old, but not as deep as that around Conegliano. The highest-quality and most sought-after wines come from this part of the D.O.C.G. region, partly because of the unique growing conditions created by the terrain. The tricky landscape is one of the reasons for the high quality of the grapes, as the steep slopes mean excellent drainage that keeps the vines healthy. The grapes that grow in Cartizze produce wines that are predominantly floral rather than fruity, and usually are made Dry (which is the sweet end of the Prosecco scale).

Saturday, 11 o’clock, Valdobbiadene woke up after a cold windy night with people crowded all around the streets and inside the shops. I went into a tourist office to ask for  information as to how to get to the ‘Bortolomiol winery’.  As it was ten minutes on foot from the historic centre, I decided to go there earlier than my booking at 14:30 ! I rang the bell at the gate, and not a soul was in sight ! After a while and to my relief, a tall, smart man came and welcomed me. It was Diego, who is responsible for the guest relation service. I tried to change the scheduled time of my tour, but he said he could not satisfy my request because it was against company policy.  I was so sorry ! Suddenly, he made a sign for me to go inside the winery and to wait for him there. I opened the brass handled door and fell in love with the big and smart tasting room full of visitors and great Prosecco labels. I sat on a comfortable red sofa and whilst I was reading a magazine, a polite and pretty hostess offered me a glass of a fresh dry white wine. After having greeted his last clients, Diego came close enough to me so that he was certain that no one else could hear  him while he attended to my needs !  Firstly, he was kind enough to invite me to lunch at the winery ,  charming my palate with hand-made bread , parmesan and ham paired of course with Prosecco! After lunch , Diego showed me a map of ‘Filandeta park’, which is home to the ‘Bortolomiol winery’, and he suggested that I go and enjoy myself before my official tasting in the afternoon! I thanked him for his kindness and headed toward ‘Filandeta park’ next to the bell tower of Valdobbiadene. This huge wood was once a silkworm factory, which was bought  and restored by the Bortolomiols as part of their business. The Bortolomiols have contributed significantly not only to the culture and economy of Valdobbiadene, but have also created a corner of paradise inside the municipality, a green space placed  at the disposal of all citizens and any pilgrim who wants to be involved in the real food and wine heritage of Northern Italy. The ‘Bortolomiol winery’ is located exactly in the centre of  Valdobbiadene surrounded by its vineyards inside the stunning ‘Filandeta park’, which is also an open-air wine & arts area. In fact, whilst I was there it hosted an incredible artwork collection by Giovanni Casellato and  Susken Rosenthal. There was a connection between their modern and abstract statues, illustrating the concept of freedom. Reading the plaques adorning these statues, all these sculptures are made of different materials and are a symbol of life and nature,  as well as an entreaty for us to be better human beings, elevating ourselves from earth to heaven in order to find our true path.  I appreciated a lot of what was around me, everything seemed to fall right into place. As the sky was turning grey and the air was getting progressively colder, I went back to the winery. I learnt  a lot about the history of the Bortolomiol family by scanning the  inner descriptive panels and black and white photos that hung on the walls of that magnificent building.  It goes like this! Giuliano Bortolomiol founded the winery in 1949. His father passed on to him a strong passion for  wine and the values of countryside. Giuliano was very young when he decided to attend the prestigious ‘Conegliano Wine School’. Soon after the Second World War, he decided that he wanted to realize an oenological rebirth in his homeland. Thanks to an improvement in production and quality of Prosecco, he has created  his own brand of a new prestigious Italian sparkling wine which would be become known throughout the world. Having obtained the ‘D.O.C.G. designation’,  his dream has come true and ‘Prosecco Superiore’, has become a wine beloved at international level. However, the winery owes its growth to his four daughters, Maria Elena, Elvira, Luisa, and Giuliana, who today together with their mother Ottavia run business with professionalism. In their father’s memory  the four sisters  made the ‘Cuvée Del Fondatore’,  which is one of their best Proseccos  . It is a ‘Valdobbiadene D.O.C.G. Prosecco Superiore Brut’ made from a  single-vineyard cultivated in San Pietro di Barbozza. However, what has set the Bortolomiol family apart is simply their love and their intense dedication to what they have done and still do . Their principles have remained unaltered since its founding, producing high quality products and supporting the promotion of their territory. The Bortolomiols also supports humanitarian projects in Africa such as those representing women rights and the fight against AIDS. Two centuries of tradition lie at the heart of the Bortolomiol family’s understanding and vocation for wine-making in Valdobbiadene, interpreting the varieties used to make their wine in the best possible way, planting the steep hills with hand-tended vineyards and developing a wine making process to enhance the aromatic characteristics , elegance, freshness and vitality which has made their brand stand out.  The Glera grape variety has found an ideal environment in these hills. It is in fact in this area that the variety has always performed at its best and it is from here that universally recognized quality has developed, the cutting edge of which is ‘Superiore di Cartize’.

Giuliano Bortolomiol
Giuliano Bortolomiol, ‘Filandeta Park’, Valdobbiadene

Top Bortolomiol Prosecco Tasting

There’s nothing better and more unconventional than enjoying a glass of classy Prosecco  in front of a fireplace in the lush open spaces at ‘Bortolomiol winery’ on a rainy autumn afternoon. Visiting the ‘Bortolomiol winery’ means that you give yourself the best opportunity of having a fantastic holiday discovering Veneto and tasting some of the finest Prosecco  varieties on offer.

Tasting Prosecco in that elegant room in the ‘Bortolomiol winery’ was really like being in a fairy tale. At two o’ clock a sommelier entertained us showing us a video regarding the history of the denomination, the land and how the whole family exploited their talent for winemaking from their beginnings to current days. Later the young wine expert informed us of some interesting detailed facts regarding Prosecco:

  • proper Prosecco must be made with at least 85% Glera grape and now  must be grown in UNESCO designated areas. Other grapes commonly added to Glera  include native varieties, such as Verdiso, Bianchetta Trevigiana, Perera, Glera Lunga and international grapes, such as Chardonnay, Pinot Bianco and Pinot Grigio;
  • The very best Prosecco has the O.C.G. signifier;
  • While iconic Prosecco  are sparkling, both the O.C. and D.O.C.G. versions can be made in sparkling, semi-sparkling and even still versions;
  • Unlike Champagne and other red and white wines, Proseccois a young wine that doesn’t like to be aged. By the way, recently a new version of  Prosecco  known locally as ‘col fondo’ has been launched onto the market. It is a Prosecco  refermented in the bottle, whose yeasts accumulate at the bottom (‘il fondo’ in Italian) producing a layer of sediment, that gives the wine a fragrant bread crust aroma;
  • Prosecco should be served cold in a tulip glass, as this design allows a little more space for easy swirling of the wine, and focuses the aromatic notes towards the nose;
  • Prosecco is one of the most versatile wines around. It is ideal for drinking at breakfast along with scrambled  eggs, a sweet tipple     in the afternoon to be served with  pastries and as a salty aperitivo or with a variety of dinners.

After my tasting of Prosecco  at the ‘Bortolomiol winery’, I realized that there is so much more to Prosecco  than just reasonably priced bubbles! It is not only the favourite aperitivo for Italians up and down the peninsula, though nowadays is also the most sold sparkling wine in the U.S., because it is refreshing, flavourful, light-bodied, and  (usually) dry. It is my pleasure to list below the best labels I discovered during my wine tasting at the ‘Bortolomiol Winery’:

  • ‘Bandarossa Valdobbiadene DOCG Prosecco Superiore Extra Dry Millesimato’: ‘Banda Rossa’ is the Italian for ‘red band’. Since 1986 Giuliano Bortolomiol has put this mark on bottles containing the best Extra Dry of the year to be consumed with close friends, and today this band indicates wines of a high standard. It is delicate sparkling wine, with a nose and fragrance of mature yellow apple with scents of sweet citrus and flower hints. Its perlage is fine. On the palate it is slightly sweet and creamy balanced by a nice acidity. It is perfect as an aperitivo and for serving with any pleasant and savoury dish such as mozzarella with marinated anchovies, marinated fish and stuffed artichoke;
  • ‘Superiore di Cartize’: The Cartizze hill is a genuine Grand Cru. It is a fragrant sparkling wine with a gentle and persistent perlage. It has a nose with an aroma of exotic fruit, hazelnuts and sweet acacia flowers. On the palate sugars are balanced, having a freshness, notable density and creaminess. This is a wine for special occasions which can be enjoyed on its own or as the perfect accompaniment to fine desserts;
  • ‘Extra brut Riserva del Governatore’: it is a kind of Charmat made from Pinot Noir and Chardonnay It is a very refined and dry sparkling wine. It is quite aromatic, crispy, of medium body with a long last. It goes perfectly with rich fried meat and fish dishes;
  • ‘Filanda Rosé’: Giuliano made his first rosé in the 1970’s, and his four daughters together with their mother made this rosè great, dedicating this wine to the noble women who worked in the Valdobbiadene silk mills, improving the whole area from anybody’s point of view. This wine is made from Pinot Noir of the Oltrepò Pavese – north west Italy. It is light pink in Its bouquet is fruity, complex, and floral. It has a nose that is spicy. In the mouth it is fragrant with a good body. It pairs well with exotic and tasty food;
  • ‘Canto Fermo Valdobbiadene Prosecco D.O.C.G. Tranquillo’: it is a non-sparkling Prosecco, basically a white wine made out of Glera grapes, traditional and very specific to the region. This ‘Prosecco D.O.C. Tranquillo’ offers a different kind of pleasure, more reflective and genuine. In contrast to the sparkling and semi-sparkling versions, ‘Prosecco Tranquillo’ has no carbon dioxide or residual sugars. It is fragrant, fruity fine and very tasty. Pairing foods: all kinds of fish, above all the more delicate dishes.
Bortolomi Prosecco,Valdobbiadene, 100 % Italian Top Quality and Charme
Bortolomiol Prosecco,Valdobbiadene, 100 % Italian Top Quality and Charme

There’s a whole lot you don’t know about Prosecco, from its fascinating history to the rare varieties and the best ways to drink it.  For example, Prosecco is a key ingredient in some worldwide known cocktails, from those which are prepared with ‘Negroni’, ‘Aperol’ or ‘Campari’ to the more easy going ‘Spritz’, ‘Ugo’ and specifically the ‘Bellini’, which was created in 1948 at ‘Harry’s Bar’ in Venice. Prosecco goes incredibly well with many Italian dishes and menus, and of course you’ll find Prosecco  in lot of venetian farmhouses, shops, and restaurants. Before going back to Pisa, I had a dinner in an intimate bistrò in Valdobbiadene , where I had a  Prosecco with an appetizer of  succulent ‘crostini’ seasoned with sorpressa (a traditional cured meat with spices and garlic added to it), and the highly acclaimed ‘risotto con radicchio di Treviso’ (rise stuffed with a lettuce leaf with a unique bitter taste, that can be used and cooked in countless ways). Are you hungry? If your answer is yes, hurry up, and start planning your upcoming trip. Veneto is still a relatively unknown area, which attracts many visitors keen to admire its beauty and who also want to find out more about this fantastic  Italian wine region. Make sure you get there first for an authentic experience like the one I had! 

Enjoy it! 

Stefania

 

 

 

 

Cantina Arrighi, Porto Azzurro, Elba

Cantina Arrighi, Porto Azzurro, Elba

 

“La qualità non è mai casuale; è sempre il risultato di uno sforzo intelligente.”
John Ruskin

Il vino della “cantina Arrighi” mi porta nuovamente all’Elba! Vi consiglio  di andare a visitare questa affascinante isola a Settembre, perché le temperature sono miti e piacevoli. Questo è il periodo migliore per vivervela, e lontano dalla massa dei turisti dell’alta stagione  si possono girare i posti più belli: “Capoliveri”, il laghetto di “Sassi Neri”, il monte “Capanne” (1019 metri raggiungibili dalla funivia di “Marciana”), le spiagge di “Cavoli”, della “Biodola”, di “Padulella”, di “Sansone”, di “Marciana”, della “Fetovia” e tanto altro ancora.

Secondo una leggenda Venere , la dea della bellezza e dell’amore, avrebbe perso una collana di perle nel  Mar Tirreno, dando così vita all ‘  “Arcipelago Toscano” di cui l’Elba  fa parte . L’Elba si trova a 6,2 miglia dalla città costiera di Piombino e, con un’area di 86 miglia quadrate (223 km quadrati), è un paradiso toscano incontaminato: limpide acque blu, coste infinite, paesaggi meravigliosi, clima temperato ed una natura rigogliosa tipicamente  mediterranea, con ricchi oliveti e vigneti.  L’ Elba , inoltre, è una terra ricca di una cultura vitivinicola che è antica tanto quanto la sua storia.  L’Elba è stata abitata sin dall’epoca preistorica, ed essendo piena di depositi di minerale ferroso l’Elba, ha  attirato molti colonizzatori. Gli Etruschi ed i Greci la chiamano  “Aethalia” (che significa “luogo fumoso”, probabilmente a causa della presenza di fornaci), successivamente i Romani la ribattezzano “Ilva” , ovvero “ferro”, stabilendovi una base navale. Seguirono altre dominazioni durante il Medioevo: Pisa e Genova se la sono contesa fino al governo  dei Duchi di Piombino  1399 e di Cosimo I dei ‘Medici di Firenze nel 1548. Dal 1596 al 1709 la parte orientale dell’ Elba  passa invece sotto il controllo dell’Impero Spagnolo per circa 150 anni, poi tutto il territorio è  conquistato prima da Napoli e infine dai Francesi nel 1802. Quando Napoleone I  abdica nel 1814, viene esiliato all ‘Elba , dove sbarca il 4 maggio. Da allora, l’ Elba è riconosciuta come Principato Indipendente con Napoleone come suo re fino al 26 febbraio 1815, giorno in cui torna in Francia per i cento Giorni . Napoleone  lascia il suo marchio con le sue residenze nobiliari a Portoferraio ,  capoluogo dell’Elba : la “Palazzina dei Mulini” e la “Villa di San Martino” , entrambe al presente musei aperti al pubblico. Successivamente, l’ Elba è stata restituita alla Toscana , con la quale si annette all’Italia unificata nel 1860 .   L’Elba merita di essere vista anche per i sapori della sua cucina , composta da piatti semplici e fantasiosi, e per lo più a base di pesce, che qui abbonda come i suoi deliziosi ristorantini sparsi ovunque, che vengono riforniti da tutti quei pescatori , che ogni mattina vanno al largo con le loro barche, e le riempiono di  polpi, stoccafissi, totani, e sardine.

Antonio Arrighi

Antonio Arrighi

Venerdi 18 Settembre. Un weekend di fine estate ho deciso di tornare all’Elba per la seconda volta, e vi assicuro che ne vale davvero la pena! Da Piombino prendo il traghetto ( compagnia “Toremar” o “Moby”  con andata e ritorno al costo di circa 32 euro )  per Portoferraio, e qui con la sua auto mi aspetta Antonio Arrighi, un grande winemaker  elbano, che oltre a essere il numero uno nel suo lavoro, è un fuoriclasse nella vita!

Antonio Arrighi è nato all’Elba, precisamente nella stanza numero 13 dell’ “Hotel Belmare” , mio primo alloggio a Porto Azzurro  lo scorso Luglio. L’ “Hotel Belmare” è una struttura elegante e prospiciente la marina, che è stata di proprietà di suo padre! Infatti, Antonio è cresciuto in una famiglia di albergatori e ristoratori esperti , che vantano  un lungo trascorso  nell’  accoglienza turistica  all’Elba  a partire dal 1960, gli anni d’oro del boom economico. Parimenti i suoi genitori si dedicano a tirare su un’azienda agricola pensata per lo più per i loro stessi clienti, producendo diversi tipi di carne (maiale, coniglio, ecc.), fiori, e frutta (pesche e uva).  Da bambino Antonio è sempre stato coinvolto dietro le quinte, quando nel 1980 Antonio diventa sommelier (fa ancora parte della Delegazione Elba di “AIS Toscana” ) non solo per prendersi cura dei suoi vigneti, ma anche per fare dell’ottimo vino! Nel 1995 Antonio ha davanti a sé una grossa opportunità: intraprendere un ambizioso progetto in collaborazione con la “Regione Toscana” e con “Paolo Storchi” , senior researcher del “CREA” (“Assessorato alla Ricerca Agraria di Arezzo”) . Lo scopo è quello di capire quali vitigni internazionali insieme a quelli locali possono crescere all’Elba . La risposta a questa domanda è stata:  Syrah , Sagrantino e Tempranillo per i vini rossi, ed Incrocio Manzoni Chardonnay Viognier per i vini bianchi. Antonio ha continuato a piantare tutte queste varietà di uva internazionali selezionate nella sua terra, essendo resistenti alla siccità ed alle malattie, rispettando parimenti elevati standard di qualità. Dal 2000 in poi,  Antonio si è dedicato completamente alla sua passione vinicola, che si è trasformata nel suo mestiere principale aiutato dai suoi cari. Antonio è molto orgoglioso della sua compagna Giada , delle sue due figlie Giulia e Ilaria e di suo figlio Matteo, che rappresentano un punto di riferimento non solo per lui ma anche il futuro della cantina Arrighi. Sono molto felice di trascorre due giorni all’Elba per godermi il suo silenzio, i suoi colori ed i suoi profumi. La compagnia di  Antonio è una scarica di adrenalina pura, energia che trasfonde alla sua spumeggiante e bella  Giulia , che sta studiando enologia, e alla più timida e dolce Ilaria , che si occupa di comunicazione e marketing. Tutti quanti insieme sono una forza! Si dice che l’umiltà appartiene ai grandi, ed è il loro caso! Appena li conosci è inevitabile non cadere vittima della loro professionalità, genuinità e calorosa ospitalità, e di conseguenza ti ci affezioni!

 

Antonio  è sempre lo stesso, in formissima, vivace, sorridente e pieno di cose da fare.  Contenti di essere in auto e di parlare di presenza dopo il Covid 19 invece che on line, si chiacchiera su come il settore vitivinicolo abbia risentito bruscamente della crisi economica e degli enormi sforzi fatti per compensare le grosse perdite dei periodi della pandemia. Per fortuna Antonio mi dice che si è ripreso e che i suoi ritmi produttivi sono pressoché gli stessi di prima. Mi confessa che ci sono stati momenti di smarrimento, che però sono stati seguiti da altri di riflessione su come investire e fare di più! Mi spiega Antonio  che l’obbiettivo è quello di ingrandirsi e di mantenere il sapere e la tradizione della viticoltura elbana con uno sguardo verso il futuro, mediante l’uso di strumenti sempre più moderni.  L’oro rosso e bianco dell’eden di  Antonio è posizionato a “Piano al Monte” , nelle colline orientali di Porto Azzurro , all’interno del  Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.  Con una produzione di circa 40.000 bottiglie annue , la proprietà di Antonio si estende su 12 ettari, di cui sette coltivati a vigneto ed il resto ad alberi d’ulivo. L’obiettivo dell’impresa di Antonio è produrre vino dai propri vitigni e sperimentarne altri nuovi, di quelli che chiaramente si adattano meglio al terroir dell’Elba  , un’oasi fatta di ferro, argilla, mare, sole e clima temperato tutto l’anno (la temperatura media annuale è intorno ai 17 ° C con precipitazioni relativamente limitate, concentrate generalmente in autunno e inverno ). L’Elba  attrae chiunque per la sua bellezza che si distingue per un’  immensa varietà di paesaggi, che sono importanti non solo per far arrivare visitatori! Con un terzo della superficie al di sopra dei 200, l’Elba può essere suddivisa in aree con terreni molto dissimili tra loro, che sono il risultato di diverse stratificazioni geologiche, quando essa ha fatto da collante tra la penisola italiana e la Corsica. La parte occidentale dell’Elba è piuttosto montagnosa, mentre quella centrale ha suoli sedimentari sabbiosi ed argillosi. Questa geografia così interessante garantisce dell’ottimo vino con caratteristiche organolettiche uniche ed un’ampia scelta tra tipi di rossi e bianchi! Ovviamente Antonio spera che tutto proceda per il meglio, e che per via della pandemia non ci siano danni nefasti per il turismo. Questo  è motore stesso della sua  attività, che è sempre più in crescita grazie non solo perché la cantina si trova a soli dieci minuti di passeggiata dal centro di Porto Azzurro, ma anche per i percorsi di Wine Trekking al suo interno. Si rimane incantati dagli anfiteatri di filari di un verde sfavillante, che sono disposti l’uno accanto all’altro in modo armonico come le note di uno spartito, che danno vita  ad una musica infinita. 

I Vini della cantina Arrighi

Sistemate le valigie nel mio moderno e raffinato appartamento arredato in stile marinaro, facciamo un salto ad un  pub del paese per un apericena, dove ci raccontiamo di questi ultimi mesi, che per fortuna pare proseguano tranquillamente nella direzione di eventuali lockdown mirati, in caso il virus dovesse circolare e diventare pericoloso. Intanto Antonio mi confessa che tutto sommato il bilancio della cantina è in positivo, e che continua a etichettare:

La migliore qualità di Antonio è la creatività. Una volta immaginato un vino lo realizza poi nella sua cantina. Questo perché, come dice Antonio : “la vinificazione è un’arte oltre che una scienza, e avere la capacità di pensare fuori dagli schemi e di improvvisare, quando necessario, sono abilità critiche per avere successo”. Antonio è un intuitivo, vuole spingere il terroir dell’ Elba fino al suo massimo potenziale, per ottenere dei vini di grande spessore, che riflettano la loro origine. Se volete carpire l’anima dell’Elba veniteci,  e qui vi aggiungo altri nove buoni motivi per concedervi questo privilegio:

Le luci delle strade si spengono e ci si va a riposare un po’. Antonio mi accompagna nella mia suite, lui torna a casa, perché domani ha la sveglia all’alba per la vendemmia.    

 

Nesos, alchimia greca di 2500 anni fa

Il sole fuori è appena spuntato ed è ancora caldo. Esco fuori a  Porto Azzurro, che ormai mi è familiare, e faccio colazione seduta davanti il mare in un baretto nel porto.  Sembra di essere dentro un quadro di Monet. Tutte le barchette variopinte in fila, che dondolano al ritmo delle piccole onde insieme agli yacht a più piani dei ricchi Inglesi, i gabbiani che librano liberi nell’aria, e qualche vagabondo che come me si aggira nel salotto di  piazza Giacomo Matteotti per godersi il silenzio del mattino. Non ho un programma preciso, sono senza orologio, e l’unica cosa che desidero e perdermi tra i vicoli stretti di questo borgo medievale, pieno di localini e botteghe artigianali che lo rallegrano e lo rendono così glamour e alla moda.

 

Proseguo verso il lungomare e mi fermo a osservare dei bambini, che si infilano in una fontana a giocare con gli zampilli d’acqua che rinfrescano i passanti. Ad un certo punto prossima alla banchina del porto turistico , mi ritrovo davanti  l’ “Oasi degli Dei” , cinque statue di marmo di Carrara raffiguranti  un “Cavalluccio Marino”, “Nettuno”, “Medusa”, “Venere Dormiente” e “Gea” , create da artisti del calibro di Raphaelle Duval, Christian Ibanez e  Franco Daga. Per cinque anni queste divinità marmoree hanno abitato le acque di “Punta Polveraia” a “Marciana” dietro iniziativa di Giorgio Verdura, un sommozzatore professionista, e poi sono state tirate fuori per essere esposte in una sorta di museo all’aperto che impreziosisce Porto Azzurro . Da quell’Olimpo elbano mi sposto alla “Passeggiata Carmignani” , che mi conduce fino alla “Spiaggia Barbarossa” , dove faccio purtroppo il mio ultimo bagno! Sul tardo pomeriggio mi avvio verso la cantina, dove trovo Antonio e Giulia affaccendati tra il loro tran tran quotidiano e una decina di Wine Lovers giunti apposta per le degustazioni. Tutti cercano il famoso “Nesos” , il nettare marino, ma non è più disponibile, perché già venduto, e c’è una richiesta spropositata, che purtroppo non può essere accontentata. Io ho avuto la fortuna di assaggiarlo in ‘grezzo’ lo scorso luglio , ed ‘in purezza’ ad “Anteprime di  Toscana” 2019  alla “Fortezza da Basso “ di Firenze prima che Conte ci chiudesse tutti a casa! Vediamo di cosa si tratta! Antonio  crede ciecamente nell’enorme potenziale dell’Elba come regione vinicola, confermato dal suo passato glorioso di  coloni greci (X secolo a.C.), etruschi (VI secolo a.C.) e romani (V secolo a.C.), che lasciano segni indelebili del loro sapere, come ad esempio la vinificazione in anfore di terracotta, antica tecnica che Antonio ha iniziato ad  intraprendere con rigore scientifico nella sua cantina. Tutto questo ha già suscitando molto scalpore!  L’Elba è stata sempre un’area a vocazione fortemente enoica, come dimostrano due scoperte  del 2013: cinque grandi anfore in terracotta (1500 litri ciascuna) in  una villa romana in una zona chiamata “Le Grotte”, ed altre trovate a bordo di relitti romani disperse nei fondali. E la storia continua! Non ci sono prove relative alla viticoltura elbana durante il Medioevo, ma è documentato che il vino elbano  godesse di buona reputazione e di un commercio a prezzi equi in Toscana . Alla fine del Settecento e per tutto l’Ottocento la viticoltura elbana è stata protagonista di un notevole sviluppo grazie alle politiche di salvaguardia di   Napoleone  . Tra il 1850 ed il 1860 invece ci sono alti e bassi, e comunque  l’Elba è costellata  da vigneti a terrazze, che coprono i pendii alti fino a 400 metri sul livello del mare, i quali diminuiscono in numero  nel  1960 a causa dell’urbanizzazione e del  boom del settore turistico . La situazione corrente non è delle più felici, considerando che dei numerosi vigneti , che coprono circa 300 ettari dell’ Elba, solo circa 125 sono iscritti nel “Registro Nazionale delle Varietà delle Viti”.  Per non parlare del fatto che la maggior parte dei precedenti terrazzamenti sono ricoperti di cespugli,  alberi selvatici, ed edifici! Tuttavia, negli ultimi anni i vini elbani stanno rinascendo grazie all’impegno e alla dedizione di cantine ben organizzate e associazioni locali, il cui scopo è la valorizzazione, la promozione e la crescita economica di questo angolo di paradiso. Antonio è sempre stato un visionario, e galeotta è stata la  settima edizione dell’ “Elbaleatico, un Grappolo di Storia” nell’ Aprile del  2018 . In occasione di questa nota kermesse dedicata all’ ”Aleatico Passito dell’Elba DOCG” , il principe dei vini elbani, Antonio fa un incontro che gli cambia in meglio il destino, quello con il professore Attilio Scienza, Agronomo dell’Università di Milano. I due fanno amicizia alla fine dell’evento, e tra una chiacchiera e l’altra, la loro dotta conversazione verte su un argomento a loro caro, cioè tentare di fare il vino come 2500 anni fa a Chio, in Grecia. I proverbi non sbagliano mai, nulla è per caso! Quanto mai di più vero, perché da quel momento parte il loro esperimento! Questo vino della Grecia classica doveva essere corposo, dolce e molto alcolico, ed in grado di intraprendere lunghi viaggi sul mare, e  si prestava a  essere diluito con acqua durante i banchetti e le celebrazioni.  Antonio ha esaudito il desiderio del professor Attilio Scienza di dare vita a qualcosa di simile all’Elba, dopo sue varie iniziative fallite in altre piccole isole del Sud Italia. Insieme si incamminano verso questa avventura, supporta tra l’altro dall’ Università di Pisa, un progetto ambizioso, in cui i due esperti aggiungono anche il loro tocco personale. A tal proposito Antonio decide di riprodurre questo antico vino greco utilizzando l’ Ansonica  , un’ uva simile a quella che doveva esserci a Chio. Successivamente ha travasato l’ uva Ansonica   , tenuta in cesti di vimini sardi, nel mare di Porto Azzurro, fino a circa 7 metri per 5 giorni. Dopo che Antonio ha estratto l’uva Ansonica   dal mare, queste uve vengono disidratate, appassite su graticci ed infine vinificate in anfore di Terracotta.  Per questo vino è stata anche consentita qualche macerazione tra le bucce e il mosto. Gli aspetti più rilevanti di tutto questo processo sono:

  • Primo: l’ acqua di mare scioglie il caratteristico strato di cera che ricopre l’uva, ed  in questo modo la maturazione delle uve diventa più veloce;
  • Secondo: il sale marino è ideale per conservare il vino in modo naturale e delicato!

"Nesos" , il vino del mare elbano

L’ anfora è tornata sul fronte della vinificazione quasi dopo 2000 anni , ed il risultato dell’opera di Antonio è un vino forte, sapido che è il “Nesos” che ha una tiratura di 200 bottiglie tutte già sold out. C’è anche un film documentario chiamato “Vinum Insulae” girato dall’elbano Stefano Muti , che immortala  l’impresa di Antonio . Si tratta di un trailer di 15 minuti, che nel  2019 al Festival del Cinema di Marsille “Aenovideo”  riceve un premio, ritirato personalmente da Antonio in una  cerimonia ufficiale svoltasi  al “Luxenbourg Palace” a Parigi !  La tenacia e la voglia di vivere di Antonio è imbarazzante, anzi meglio irrefrenabile. Ha viaggiato tanto in luoghi lontani,  e poi si è dedicato al suo sogno , cioè quello di diventare un eccellente enologo, trasmettendo il suo amore per ciò che fa alle nuove generazioni, personificate in Matteo, Giulia ed Ilaria. Ritorno nella mia casa vacanze a Porto Azzurro e mi do una rinfrescata per poi cenare in cantina con Antonio ed i suoi familiari e amici. Si fa una bella grigliata a base di fiorentine, salsicce, “rostinciane” , come le chiamano in Toscano, pane fragrante ed un buon gelato artigianale, il tutto accompagnato da bollicine e rosso firmato Arrighi! L’indomani dopo un bell’acquazzone ed una doccia di pioggia ritorno felice a Pisa promettendomi di ripetere presto questa indimenticabile esperienza elbana.