Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

“Nessuna poesia scritta da bevitori d’acqua può piacere o vivere a lungo. Da quando Bacco ha arruolato i poeti tra Satiri e Fauni, le dolci Muse sanno di vino fin dal mattino”

Orazio

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: si può fare!

A dire il vero, girare per il Vinitaly 2026 in meno di 24 ore non è stata una banale corsa contro il tempo, ma il raggiungimento di uno dei traguardi più importanti del mio percorso nel mondo del vino. Il motivo è semplice: per la prima volta ho varcato i cancelli della manifestazione con un pass stampa. Quel tesserino è stato tanto inaspettato quanto gratificante: è il culmine di un’ascesa costante costruita negli anni. Vi spiego meglio!

La mia avventura enoica è cominciata nel 2015 con la formazione da sommelier , seguita dai  primi passi timidi e curiosi  al Vinitaly  2018 , quando  partecipai da semplice visitatrice. Un tragitto  che ha poi conosciuto una svolta  nel Vinitaly 2022 quando sono entrata a far parte dello staff di accoglienza di Roberto Cipresso,  tra le menti più autorevoli dell’enologia italiana. Questo cammino misurato e senza scorciatoie, ha  coronato i miei sforzi con il riconoscimento ufficiale  di  wine blogger accreditata. Una conquista impagabile che mi ha permesso di raccontare il vino da una prospettiva privilegiata.

E quale occasione migliore della  58ª edizione (12 – 15 aprile),  capace di registrare numeri da record?

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: cosa fa tendenza 

Senza dubbio, destreggiarsi tra i padiglioni veronesi è stata un’opportunità straordinaria per cogliere le nuove direzioni del mercato vitivinicolo.  Tra masterclass, incontri ed eventi, non sono mancati ospiti d’eccezione: giornalisti, professionisti del settore e chef stellati, tra cui Carlo Cracco .

Grande attenzione è stata inoltre prestata ai temi della sostenibilità e ai linguaggi moderni del bere odierno  tradotti nelle seguenti novità:

  • “NoLo (No and Low Alcohol)”: i vini a basso o nullo contenuto alcolico continuano la loro ascesa, soprattutto tra i consumatori più giovani;
  • La mixology di Xcellent Spirits: una vetrina dedicata ai distillati artigianali e ai bitter d’autore, a conferma del dialogo sempre più stretto tra il vino e i liquori italiani e i cocktail d’avanguardia;
  • Il focus sull’enoturismo: uno spazio permanente per trasformare la visita in cantina in un’efficace leva di sviluppo territoriale. Non si vende più solo la bottiglia. Si offre l’esperienza, l’ospitalità del vigneron che si lega al suo paese d’origine, diventandone interprete e ambasciatore;
  • L’Intelligenza Artificiale di Bacco AI: tecnologia digitale al servizio dei produttori per ottimizzare l’export. Grazie agli algoritmi avanzati hanno, lo strumento ha favorito match commerciali immediati,  coinvolgendo oltre 1.000 top buyer internazionali e snellendo le lungaggini della burocrazia;
  • OperaWine:l’anteprima di Wine Spectator , inconfondibile celebrazione  dell’eccellenza dell’enologia italiana con una presentazione dei migliori vini per un  tasting  indimenticabile;
  •  Il Salotto dei Vini Rari: focus del fuorisalone Vinitaly and the City con esposizioni di vini dedicati a 32 vitigni autoctoni storici e poco diffusi.

 Il “caro” Verona

Tuttavia, per chi vive di terra e di calici, il Vinitaly  resta un rito collettivo che pretende il suo tributo. Si macinano chilometri a piedi, si suda e bisogna scegliere drasticamente  tra centinaia di stand. D’altra parte, questo blitz è stato una strategia inevitabile.

Diciamolo chiaramente!  Il sistema ricettivo veronese nel periodo del Vinitaly  penalizza chi il vino lo fa, lo promuove e ne fa cultura.  Perché assicurarsi una stanza in città per una sola notte è quasi un lusso insostenibile. I prezzi sono fuori controllo.

Una distorsione che non passa inosservata nemmeno agli addetti ai lavori, sempre più critici verso  una situazione che anno dopo anno continua a peggiorare.  Mi auguro che questa problematica, insieme a tante altre, venga affrontata con fermezza da Veronafiere (ente organizzatore dal 1978)  . Un intervento strategico imprescindibile per proiettare il Vinitaly  all’altezza della grandezza del comparto vitivinicolo italiano.

Una sana follia!

Così ho archiviato subito l’idea del pernottamento e anche quella di fiondarmi a Verona in auto  da Pisa. Non avevo voglia di aprire un mutuo o di sfidare l’etilometro sulla via del ritorno! Restava il treno, unica soluzione sensata. Una maratona calcolata al millimetro: dentro i cancelli all’apertura, fuori all’ultimo minuto e subito sul binario del ritorno, a casa prima di mezzanotte.

Faticoso? Sì. Impossibile? Assolutamente no. La distanza dalla Toscana  non è stata eccessiva e, prenotando in anticipo, si spendono complessivamente poco più di cento euro. Alla fine, ne è valsa decisamente la pena per un rapido giro nel variopinto circo del vino. Il risultato? Taccuini pieni di appunti e scarpe impolverate.

Non esiste vento favorevole per chi non sa dove andare!

Una trasferta condensata in poche ore imponeva una rotta precisa, era inevitabile . Per non lasciarsi travolgere dal caos del Vinitaly , che per la sua vastità, può facilmente disorientare anche i frequentatori più esperti della kermesse.

La mia bussola puntava dritta verso una passione recente ma viscerale: le bollicine. Un interesse maturato dopo un corso sullo Champagne organizzato dall’ AIS di Lucca. Lezioni interessantissime  tenute da Roberto Bellini, scrittore e ambasciatore  dell’oro francese in Italia.

L’obiettivo?  Un confronto reale tra stili, territori e interpretazioni diverse della spumantistica:

  • Da un lato la tradizione e la precisione delle maison francesi;
  • Dall’ altro la personalità sfaccettata del Metodo Classico italiano, capace di cambiare volto passando dalle montagne ai vulcani.

Nelle prossime righe di questo articolo descriverò le mie impressioni e altre sorprese. Una su tutte: le nuove declinazioni del Moscato in versione spumante. Sperimentazioni capaci di demolire il vecchio pregiudizio che lo confinava soltanto ai ricordi dell’Asti dolce. Ma non è tutto. Troverete anche:

  • I “vini del cuore”: una selezione di etichette – dall’Africa al Nord e Sud d’Italia – che mi hanno stregato per la loro unicità;
  • Consigli pratici: piccoli trucchi del mestiere per non affogare nel mare divino del Vinitaly!

Ecco in basso la mia mappa del gusto. Questa è la prova che persino una toccata e fuga al  Vinitaly 2026 può regalare un diario ricco di scoperte, emozioni e spunti di riflessione.

Vinitaly 2026 in meno di 24 ore: itinerario del vino

Da quelle serate lucchesi la domanda è rimasta lì, sospesa. È riaffiorata più volte, puntuale, davanti a ogni calice di Metodo Classico Italiano.  Allora, dopo anni di studio, di ispirazione e di crescita, l’Italia è ancora un allievo dello Champagne o ha finalmente rivendicato la propria singolarità? Al Vinitaly 2026 in meno di 24 ore, quel dubbio ha smesso di essere teoria. La soluzione non era scritta nei manuali, ma pulsava nei sorsi di vino e nei racconti dei vignaioli.

Così, la ricerca è diventata una traversata rapida e appassionante. Un filo di perle che ha agganciato la Francia alla Sicilia, attraversando l’intera penisola. Quello che era partito come un confronto diretto, passo dopo passo, ha cambiato pelle. Nessuna gara, nessun podio: solo due modi straordinariamente diversi di leggere la stessa, nobile origine.

Buona lettura!

Tappa 1: Francia, Pascal Walczak

Se non vai in Champagne, è la Champagne che viene da te: al Vinitaly 2026 ne ho respirato l’essenza più verace. La mia avventura è iniziata con gli Champagne di  Pascal Walczak. Lo avevo contattato nelle settimane precedenti. Volevo conoscere una piccola azienda familiare, lontana dai riflettori delle blasonate Maison. Il mio goal era dialogare dal vivo con lui per sapere qualcosa in più del suo regno nell’epicentro della Champagne meridionale .  Non smetterò mai di ringraziarlo per la sua disponibilità e accoglienza.

Vignaiolo  per vocazione!

La Maison Pascal Walczak ha sede  a Les Riceys, storico comune della Côte des Bar.  Fondata nel 1973 , oggi è gestita dai figli Sébastien e Aurélien. La famiglia interpreta con orgoglio lo status di Récoltant-Manipulant (RM) . Come? Coltivando i vigneti con pratiche sostenibili e rispettose dell’ambiente senza ricorrere a trattamenti chimici invasivi.

Pratica una viticoltura sostenibile, priva di trattamenti chimici invasivi. La cantina storica, dotata di pressa di proprietà per tutelare il mosto fiore, accoglie persino i viaggiatori in camper, segno di una filosofia essenziale e senza filtri. La tenuta si estende su 10 ettari interamente a Les Riceys: 8 ettari di Pinot Nero e 2 di Chardonnay. Il segreto della loro finezza si nasconde sotto i suoi filari: marne e calcari del kimmeridgiano, lo stesso suolo preistorico ricco di fossili che caratterizza Chablis. Sono questi fattori pedoclimatici a conferire ai vini una profonda mineralità salina e una vibrante sfumatura fumé.

L’eccezionalità dell’AOC Rosé des Riceys

Les Riceys è l’unico comune della Champagne a vantare ben tre denominazioni d’origine: Champagne, Coteaux Champenois e Rosé des Riceys. La vera perla rara è l‘ AOC Rosé des Riceys, istituita nel 1947;

Gli Champagne di Pascal Walczak al Vinitaly 2026
Poche bottiglie per pochi estimatori

La produzione complessiva della Maison Walczak  è davvero limitata: appena 18.000 bottiglie all’anno, vinificate interamente a Les Riceys . La maggior parte dei lotti rimane sul mercato francese.  Una quota selezionata tocca invece mercati altamente specializzati: Italia, Belgio, Lussemburgo, Germania e Giappone.

Sono questi i paesi in cui le cuvée trovano estimatori tra collezionisti, appassionati ed enoteche di riferimento. Il valore di questa realtà è suggellato dal prestigioso Prix d’Excellence al Concours Général Agricole di Parigi e dalla Grande Médaille d’Or al Concours Mondial de Bruxelles . Nella Champagne, Pascal Walzack si distingue per la discrezione con cui tesse la propria identità territoriale. Un patrimonio fatto di numeri contenuti, e vini che trasmettono l’anima più genuina di Les Riceys.

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Tappa 2: Italia, Maison Vevey Albert, il Prié Blanc ai piedi del Monte Bianco

Lasciandoci alle spalle i maestosi paesaggi alpini della Valle d’Aosta . Arriviamo tra Morgex e La Salle, nel bel mezzo della Valdigne. Non sono mai stata in questo piccolo angolo all’estremo nord-ovest d’Italia. Prima o poi, vorrei rimediare, intanto  ci ha pensato il vino a farmi viaggiare. Mi ha fatto immaginare il carattere di un posto speciale dove la montagna non fa soltanto da sfondo, ma accompagna ogni aspetto della vita quotidiana.

In questo scenario opera la  Maison Vevey Albert, simbolo della viticoltura locale. Alle sue spalle si staglia il Monte Bianco, una presenza costante che definisce il paesaggio. Qui il rapporto tra uomo e vette non è mai stato facile.  Pendenze, clima rigido, e una breve stagione vegetativa impongono ritmi precisi. Accudire la vite significa adattarsi continuamente a un ambiente che detta le proprie regole. Da generazioni i viticoltori della Valdigne custodiscono questo tenue equilibrio. Un lavoro fatto di pazienza, osservazione e rispetto per una natura generosa ma severa.

La visione di Albert Vevey

L’azienda nasce nel 1968 grazie all’intuizione di Albert Vevey, figura fondamentale per l’enologia valdostana. In un’epoca in cui la viticoltura di montagna rischiava l’abbandono, Albert  intuì il valore di un patrimonio agricolo immenso. Si dedicò così a preservare il   Prié Blanc,  vitigno re di questi anfratti sperduti e difficili da vivere.

Possiamo definirlo il pioniere assoluto della Valdigne nonché  Presidente dell’Association des Viticulteurs de Morgex.  Albert lottò per garantire questa biodiversità e dare un futuro alla viticoltura di montagna. Nel 1986 avviò la commercializzazione con la propria etichetta, valorizzando   uno dei vini più identitari della Valle d’Aosta. Dal 1990 l’eredità è passata ai figli Mario e Mirko, che guidano l’azienda nel segno della continuità.

Viticoltura eroica

La storia della famiglia Vevey si intreccia inevitabilmente con quella del   Blanc de Morgex et de La Salle, una delle denominazioni più originali dell’intero arco alpino. Questa si è delineata come sottozona della più ampia DOC Valle d’Aosta (1971). Si tratta di un’area straordinaria all’interno del patrimonio enoico valdostano.  La roccia gigante ripara le vigne dalle correnti settentrionali più fredde e consente di essere di essere circondata da un microclima alpino irripetibile. Il disciplinare qui è molto rigoroso: è consentita esclusivamente la coltivazione del Prié Blanc in purezza.

Altitudine uguale a qualità? In questo contesto sì. Questa scelta rende la denominazione una rarità  nel panorama vitivinicolo italiano. Questo perché è interamente votata a un solo vitigno a bacca bianca, che cresce a un’altitudine compresa tra i 1.000 e i 1.200 metri sul livello del mare.  Siamo in uno dei comprensori viticoli più alti d’Europa, dove la vite è chiamata a confrontarsi ogni anno con condizioni climatiche particolarmente severe.

Il sistema di allevamento utilizzato per il Prié Blanc  è quello della pergola bassa. Le viti vengono mantenute vicine al terreno, così da beneficiare del calore che il suolo accumula di giorno e rilascia nelle ore più fredde. Questa tecnica protegge dai venti e favorisce una maturazione regolare delle uve.

Terroir del Prié Blanc

Il territorio si contraddistingue per suoli di origine morenica,  ricchi di sabbie e scheletro, modellati  dai ghiacciai che nei secoli hanno plasmato la valle. Questa composizione geologica conferisce ai vini una marcata sapidità, una vibrante freschezza e una raffinata impronta minerale.

La gestione delle vigne viene praticata nel pieno rispetto dell’ambiente e delle tradizioni locali.  Ogni operazione è resa più complessa dalle forti pendenze e dall’altitudine. Il filo conduttore aziendale ha come protagonista esclusivo il Prié Blanc. Questa è una varietà capace di generare vini fini e longevi, lontani dall’idea di un semplice bianco alpino da pasto.

Con una tiratura limitata di appena 7.000 bottiglie all’anno, la cantina nobilita il Prié Blanc con uno stile essenziale e rigoroso. I loro sono vini che uniscono freschezza alpina,  profondità minerale e una sorprendente capacità evolutiva:

Tappa 3 : Cantina Marcalberto,  l’arte del Metodo Classico nella Langa astigiana

Al Vinitaly 2026 avevo più che un sogno un’ossessione intervistare una cantina piemontese integralista. Per capirci, di quelle che fanno solo Metodo Classico e non scendono a patti con nient’altro. Mi sono messa a caccia, ho seguito le dritte giuste e alla fine mi sono imbattuta nella  Cantina Marcalberto.

La loro non è una storia, è una mezza saga familiare che ti cattura subito per la coerenza – roba che sembrava scritta nel destino fin dalla prima bottiglia.  Speravo di poter stringere loro la mano e scambiare due parole personalmente. E invece è stato proprio così. Ma la sorpresa più bella è stata il dopo. Zero formalismi, zero schede tecniche recitate a memoria: solo un dialogo carico di informazioni e aneddoti avvincenti sul loro trascorso.

Santo Stefano Belbo: non solo Cesare Pavese!

La  Cantina Marcalberto germoglia negli anni Novanta a Santo Stefano Belbo grazie a  Piero Cane, veterano dello spumante italiano. Il nome? Un omaggio ai due figli: Marco e Alberto. Al presente i fratelli dirigono l’azienda e la seguono in ogni fase.

Si è avviata nel 1993, ma è dal 1996 che l’attività ingrana la marcia giusta, imponendosi tra i marchi più stimati della spumantistica piemontese. La proprietà si snoda tra i comuni di Santo Stefano Belbo, Calosso e Cossano Belbo. La natura collinare di questo comprensorio favorisce una spumantistica di primo piano.

I vigneti, coltivati unicamente a Pinot Nero e Chardonnay, si srotolano su circa 15 ettari e sono collocati tra i 300 e i 550 metri di altitudine. Qui le forti escursioni termiche sono la vera magia: salvaguardano un’acidità elettrica che si fonde in un bilanciamento magistrale.

Una cantina storica tra tufo, pietra e lunghi affinamenti

Tufo, pietra e attese infinite: benvenuti nel ventre della Cantina Marcalberto. Il suo spirito si afferra appieno solo scendendo nei sotterranei di un edificio di fine Ottocento.  Una vera cattedrale di sassi ricavata in gallerie sotterranee, dove ci sono migliaia di bottiglie che sonnecchiano nel buio. Fanno affinamenti chilometrici sui lieviti. Dormono fino a che è necessario tirare fuori una complessità e una profondità aromatica senza paragoni.

Fuori comanda la terra: i terreni marnoso-calcarei iniettano nelle loro coppe raffinatezza, tensione pazzesca e una firma territoriale incancellabile. In cantina, poi, il legno si usa con il bilancino: di tutte le taglie, dalle barrique alle botti più capienti – per la fermentazione e per fare riposare i vini base. Non ci si fa il profumo, come oltreoceano, speziando il mosto con bastoncini di rovere! Esso serve a dare armonia senza mai coprire il DNA del vitigno. Un’ impronta enologica che è il vero marchio di fabbrica della Cantina Marcalberto.

Le etichette che raccontano la firma Marcalberto

Il catalogo aziendale propone un menù di vini che contempla il Metodo Classico attraverso diverse sfumature stilistiche, sempre all’insegna della precisione e vocazione territoriale:

Con un volume produttivo che supera le 100.000 bottiglie annue, la Cantina Marcalberto si incentrata sulla valorizzazione di Pinot Nero e Chardonnay, affermandosi come  una delle imprese vitivinicole più emergenti dell’Alta Langa e del panorama italiano del Metodo Classico.

Tappa 4: Cantina Mongioia,  la golden age del Moscato Bianco

Si dice che l’imprevisto spesso gioca brutti scherzi, ma nel mio caso, ti apre gli occhi! Finita la mia discussione con Marco Cane, enologo della Cantina Marcalberto gli avevo accennato quale sarebbe stato il taglio del mio articolo. Aveva capito che ero in cerca di novità.

Per cui mi presentò Riccardo Bianco agronomo e titolare della Cantina Mongioia: era l’uomo che stava rivoluzionando il Moscato Bianco. Un vitigno autoctono della sua  cittadina natale di Santo Stefano Belbo. Esattamente qui nella culla della DOC Canelli, Riccardo e la sua famiglia nel 1998 avviarono la loro cantina. La loro missione era chiara e ambiziosa: dimostrare che il Moscato Bianco non significa solo spumante dolce! E ci sono riusciti.

Dopo tanta fatica e dedizione il Moscato Bianco ha cambiato pelle e si è rivelato un vitigno versatile e in grado di resistere alle lancette dell’orologio. I vigneti sono trattati attraverso pratiche agronomiche attente e rese contenute, elaborate anche mediante accurati diradamenti in vigna. Da questa continua sperimentazione sono venuti fuori vini incredibilmente rari che sfidano i luoghi comuni associati al Moscato Bianco.

Moscatà e Astralis

È il caso di Meramente: un Metodo Classico Extra Brut che si posa 60 mesi sui lieviti. Le sue bollicine sono estremamente tese. Ancora più originale è Moscatà: un brevetto dell’azienda che prevede la fermentazione e l’affinamento del Moscato Bianco in anfora per circa un anno. Questo processo attenua la percezione della dolcezza e mette in risalto note di frutta tropicale, spezie e sfumature di macchia mediterranea, dotandolo di considerevole versatilità negli abbinamenti gastronomici.

Al vertice della produzione si colloca invece Astralis : l’annata 2019 raggiunge 5 gradi alcolici, possiede una forte intensità aromatica e un potenziale di evoluzione stimato fino a trent’anni. Si configura come un’ ambiziosa concezione del Moscato Bianco che non teme il paragone  con alcuni dei più famosi  vini dolci da invecchiamento in ambito internazionale.

Vinitaly 2026 Leoni a Frescobaldi wine travel blog weloveitalyeu

Tappa 5: Toscana,  Frescobaldi , una garanzia in fatto di vino

Al Vinitaly 2026 non poteva mancare il gruppo Frescobaldi, ambasciatore del vino toscano in Italia e oltre confine.  Essere al loro rinfresco è stato per me un privilegio enorme che non dimenticherò mai. Tra i progetti che più mi hanno colpito c’è Leonia: uno spumante Metodo Classico battezzato in onore a Leonia degli Albizi Frescobaldi.

Questi era una nobildonna illuminata: alla fine dell’Ottocento fiutò il potenziale di queste colline introducendo varietà internazionali come Chardonnay e Pinot Nero. Qui le forti escursioni termiche sono l’ingrediente segreto: preservano un’acidità vibrante. Oltretutto il prolungato affinamento dona al Leonia Pomino Brut note di agrumi e pan brioche. Leonia dimostra che la Toscana sa fare bollicine invidiabili, non solo rossi strutturati.

Vinitaly 2026 Cantine Olivella Martusciello Campania wine travel blog weloveitalyeu

Tappa 6 : Campania in bolla,  cantine Olivella e Martuscilello

Ogni mio ritorno a Napoli è un piccolo rito di riconciliazione con sapori che ormai considero familiari. Tra questi c’è il Kata della Cantina Olivella,  un bianco secco e fermo, quasi balsamico, derivato al 100% da Catalanesca. Lo rammento servito una a cena in un localino di via dei Tribunali in abbinamento a una frittura di pesce.

Mi è rimasto impresso per la sua leggerezza e retrogusto prolungato al punto da documentarmi su quest’uva tipica del Monte Somma, che cinge il Vesuvio a nord est. Alcuni studiosi sostengono che sia  stata trapiantata dalla Spagna  in questi luoghi per volere di Alfonso I d’Aragona . Il monarca confidava nella fertilità dei suoli vulcanici, gli stessi che poi  salvarono queste zone dalla Fillossera!

Le famiglie Cozzolino e Giordano

Via via mi sono cimentate in altre varianti di questo grappolo vesuviano.  Però solo quello della Cantina Olivella è stato il solo a trasmettermi un’emozione tale volerla conoscere meglio.  E il Vinitaly 2026 mi ha accontentata! Era come se mi aspettasse all’edificio B della Campania , che ha inaugurato una nuova stagione spumantistica.

Questo grazie a winemaker coraggiosi e decisi che hanno scommesso sulla lavorazione di vitigni locali. Tra questi appunto figura la  Cantina Olivella che ha il suo quartier generale è a Sant’Anastasia, all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio.

Le famiglie Cozzolino e Giordano sono dei veterani della vitivinicoltura vesuviana e tramandano di generazione in generazione l’ardore per questo mestiere. Qui, nel rispetto per l’ambiente, hanno investito sulle varietà autoctone come la Catalanesca. Un’uva che insieme a Caprettone e Piedirosso contribuisce alla nascita della star della cantina : Hebon Metodo Classico Extra Brut 2021. Un Metodo Classico che   esplode  bocca con brio e gentilezza.

Campi Flegrei: Salvatore Martusciello

Una sera , su una terrazza con vista sulle cupole delle chiese del centro storico di Napoli Roberta di Porzio e Salvo di Vaia hanno stappato una bottiglia di Aprinio. Un brindisi al mio soggiorno nel loro InCentro B&B  via Toledo 156, nel boulevard  della capitale partenopea, che ho scoperto attraverso la loro ospitalità. Da quella volta ho sempre voluto riprovare quelle bolle pungenti al punto giusto e che sapevano di gelsomino. Il Vinitaly 2026 mi ha accontentato, permettendomi di incontrare una cantina di nicchia: quella di  Salvatore Martusciello.

A Pozzuoli insieme alla moglie Gilda l’enologo campano crea sia rossi da Piedirosso e bianchi da Falanghina, pietre migliari della viticoltura indigena. Tuttavia, il pezzo forte della sua collezione enoica è uno spumante di sottile impeto aromatico:  il Trentapioli , spumante da uve di  Asprinio d’Aversa DOC . Il suo nome richiama la tradizionale scala di circa 30 pioli utilizzata dai vignaioli per arrampicarsi sulle alberate durante la vendemmia. Un omaggio a questa antica tecnica , simbolo dell’Agro Aversano.

Cantina Olivella e Salvatore Martusciello incarnano due versioni  distinte ma complementari della viticoltura campana. Insieme testimoniano il costante processo di  affermazione del comparto del Metodo Classico d’autore.  Entrambe le cantine dimostrano come il Sud Italia possa  oggi competere ai più alti livelli, grazie a un’attività vitivinicola che coniuga territorialità, innovazione e accuratezza enologica.

Vinitaly in meno di 24 ore Cantina Fina Sicilia wine travel blog

Tappa 7 : Sicilia, la Cantina Fina stupisce ancora

Inutile sottolineare l’importanza della Sicilia, la mia amata isola natale, come un pilastro imprescindibile dell’enologia italiana. Dal 2005, la costa occidentale della Trinacria , quella sospesa tra Marsala e lo Stagnone, sta facendo rumore con le stravaganti alchimie della Cantina Fina.

In vacanza a Lipari mi aveva sedotto inaspettatamente il loro Kikè , incredibile combinazione di Traminer e Sauvignon Blanc. Questi sono due vitigni internazionali che in Sicilia  si arricchiscono di un carisma tutto particolare  illuminati come sono dal sole  mediterraneo.

da un sole generoso.  Bruno Fina , discepolo dell’illustre Giacome Tachis (padre del Rinascimento del vino italiano), persevera da più di venti anni a riqualificare i vitigni autoctoni siciliani –Grillo, Zibibbo, Catarratto, Nero d’Avola e Perricone-senza mai dimenticarsi di osare.

Oggi l’azienda è affiancata dai figli Federica e Sergio: un cambio generazionale che assicura la continuità di un sogno di famiglia: fare vino come nessuno mai lo aveva fatto in patria. La strada è quella corretta! I vigneti aziendali si sviluppano nella provincia di Trapani, in un territorio baciato  dalle brezze marine provenienti dal Mediterraneo. I suoli, prevalentemente calcarei e argillosi, contribuiscono a conferire ai vini equilibrio, sapidità e intensità aromatica.  Mentre il clima caldo e ventilato permette di preservare acidità e integrità delle uve anche nelle annate più soleggiate.

Metodo Classico Extra Brut Terre Siciliane

Accanto ai vini fermi, la Cantina Fina si è distinta per il suo Metodo Classico Extra Brut Terre Siciliane , fatto con 70% di Chardonnay e 30% di Pinot Nero. Grazie all’influenza del mare e alle escursioni termiche delle zone collinari, il vino bilancia maturità aromatica, tensione gustativa e una sorprendente leggiadria. Perline di CO2 che stimolano i sensi, si colgono tutte le nuance aromatiche del lime, dell’ananas, e di burro.

Forte di una consolidata affermazione sui principali mercati internazionali e di un ampio consenso riscosso presso la critica enologica italiana e internazionale, la Cantina Fina si conferma come una delle principali risorse regionali nell’universo delle più apprezzate bollicine italiane.

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Vini fuori programma al  Vinitaly 2026

Tra Champagne e appuntamenti in agenda alcune deviazioni improvvise di questo Vinitaly i meno di 24 ore hanno finito per essere la parte più interessante di questo mio fulmineo pellegrinaggio enoico. Tappe inattese che mi hanno aperto nuovi orizzonti sensoriali. Mi hanno direttamente condotto alle trame gustative esotiche del Pinotage e dello Chenin Blanc . Un rosso e un bianco del Sudafrica magistralmente rappresentati dalla cantina Cape Dreams.

A pranzo mentre divoravo un succulento crostone con fegatini di pollo ho testato varie tipologie di Chianti Classico brillantemente descritte dalla giornalista Adua Villa . Dopo la partecipazione al suo seminario ho avuto più chiaro il quadro della Toscana da bere.

In memoria di Andrea Franchetti

Rotolando verso il meridione la Sicilia mi ha nuovamente sbalordito dai vini sinuosi della Cantina Hauner a Salina (isole Eolie) fino alla forza vulcanica dei nettari della Cantina Passopisciaro  sull’Etna. Quest’ultimo è stato un progetto venuto fuori dal genio  di Andrea Franchetti, un precursore di una nuova lettura dei territori vitivinicoli italiani.

Artefice della   Tenuta di Trinoro (Siena) , Franchetti mise piede sull’Etna nei primi anni Duemila recuperando vecchi vigneti sul versante nord del vulcano. Con lui si è palesata la golden age dei vini della muntagna che è stata divisa in contrade, ognuna con caratteristiche proprie di suolo, altitudine ed esposizione. Andrea Franchetti  ha anticipato una nuova maniera di lavorare il Nerello Mascalese e il vino vulcanico italiano.

Sono state parentesi impreviste ma decisive, che hanno dimostrato che anche fuori da una scaletta il vino riesce ad aprire galassie tutte da scandagliare. Un assaggio inatteso può aprire una porta verso nuove direzioni del gustoVinitaly in meno di 24 ore conclusioni wine travel blog

Conclusioni. Vinitaly 2026 in meno di 24 ore

Alla fine del Vinitaly 2026 inutile allora porsi il quesito: meglio Champagne o Metodo Classico Italiano? Abbandoniamo ogni tipo di rigidità, quella che spesso si fa accademica e allontana appassionati e intenditori di vino. Non è un derby!  Lo Champagne rimane un riferimento solido, costruito su coerenza, marketing spietato e secoli di storia. Il Metodo Classico Italiano invece ha imboccato una strada diversa, più frammentata, anarchica, e proprio per questo più ricca.

Durante il Vinitaly 2026  emerge chiaramente che non si tratta di stabilire un vincitore da podio. L’ intento è riconoscere due entità nate da una stessa origine, ma sviluppatesi in direzioni differenti. Forse è proprio questo il senso del viaggio: non rivendicare una verità assoluta.

Consigli per il tuo prossimo Vinitaly

Se decidete di farvi tentare dal Vinitaly  il prossimo anno, ecco 5 suggerimenti fondamentali per sopravvivere alla bolgia veronese:

  1. Prenotate i biglietti e l’alloggio con largo anticipo tramite i canali online ufficiali;
  2. Scaricate l’app Vinitaly :  consente di consultare tutti gli espositori suddivisi per Paese, regione e tipologia di vino, oltre a includere una piantina dettagliata delle aree tematiche;
  3. Portate con voi molti biglietti da visita: il Vinitaly è un’ottima occasione per fare networking e creare nuovi contatti professionali.
  4. Indossa scarpe comode e indossate abiti casual: non state andando a un matrimonio, si cammina parecchio per cui prediligete la praticità senza rinunciare a essere chic;
  5. Cibo portato da casa: ci sono diversi punti di ristoro all’interno dell’evento, ma un panino e una bottiglia d’acqua vi salveranno da lunghe e costi aggiuntivi.

Alla fine, il Vinitaly   non è un freddo hub d’affari per burocrati o una sfilata di etichette da esibire sui social. È, prima di tutto, un ritrovo viscerale dell’Italia sincera e contadina: uno spazio fatto del sudore di chi lavora la terra, di volti stravolti dalla fatica dietro ai banchi e di discussioni accese, senza peli sulla lingua, che solo un flute condiviso sa scatenare.

Lasciamo a chi lo vuol fare la presunzione dei punteggi centesimali e le sentenze preconfezionate. Il vero valore del Vinitaly sta nel lusso del dubbio, in quel sano istinto che ci fa rifiutare le tendenze moderne per ritornare ai vecchi saperi. I dogmi definitivi non servono: contano gli interrogativi che ci portiamo a casa, da stappare a tavola davanti a una cucina di territorio. Il vino che amiamo non si fa ingabbiare dai laboratori né serve a dividere le geografie. Deve unire, profumare di sudore contadino e, molto tranquillamente, farsi bere fino in fondo.

Cannes in un weekend

Cannes in un weekend

“Ho avuto successo nella vita. Ora, intendo fare della mia vita un successo”

B.B. 

Cannes in un weekend: oltre il Red Carpet

Senza dubbio, visitare Cannes in un weekend è stata una fuga improvvisa, un incontro inaspettato con il primo sole di maggio. Questo è il periodo ideale per farsi  avvolgere da questo gioiello della Costa Azzurra, tra clima mite e poca folla. Il mio legame con il sud della Francia affonda le radici tra i vicoli di Nizza .  Diventa presto un’ossessione costante. Quale? Quella di conoscere ogni sfumatura di questa terra in bilico tra raffinatezza mediterranea e carattere ancestrale. In questo scenario, Cannes rappresenta una tappa inevitabile. Ma cosa mi spinge davvero a rincorrerla proprio ora? La curiosità di scoprire se esista un’anima più autentica oltre il cinema e la divina  Brigitte Bardot.

Ed è stata proprio questa ricerca a indurmi a esplorarla con occhi diversi, e a raccontarla in questo articolo. Tra queste righe troverete la mappa della mia esplorazione a Cannes in un weekend , fino a sfiorarne i dintorni:   Antibes e Saint-Tropez. Un percorso ritmato da una natura fatta di paesaggi mozzafiato, e da quell’ ospitalità discreta che si palesa nei sorrisi dei suoi abitanti. Seguitemi  per i sali e scendi di un antico borgo marinaro, che, tra gli anni ’30 e ’50 ha saputo reinventarsi come la destinazione più esclusiva della riviera francese. Come? Grazie al suo spirito ribelle e a una strana, fortunata combinazione di astri!

Cannes in un weekend: dal silenzio delle isole Lérins al fragore della Croisette

Nessuno penserebbe mai che la patinata Cannes (dal ligure Canoa: “altezza”) sia sbocciata da un umile villaggio di pescatori. Si adagia sulla collina del   Suquet, ed è  rivolta verso le incantevoli isole di Lérins. Io non ho avuto la possibilità di vederle, ma per salpare basta prendere un traghetto (15 minuti )  a Quai des îles. Un buon mtivo per tornare|

Una di queste è Sainte-Marguerite, che , per secoli, ha protetto il golfo con le sue fortificazioni militari. Fece anche da prigione  al misterioso Uomo dalla Maschera di Ferro .  Si suppone sia stato il gemello illegittimo di Luigi XIV. L’altra è Saint-Honorat, sede di una comunità di monaci cistercensi che nel Medioevo furono i principali signori feudali della baia.

Dal fango al fashion: Sir Henry Brougham

Ho provato a immaginare questa costa prima dei riflettori. Cannes, 1834: solo scogli e barche. Poi il colpo di scena: il colera bloccò la carrozza del barone inglese Henry Brougham (1778–1868), diretto in Italia per problemi di salute familiari.  Quella che doveva essere una quarantena forzata  diventò un colpo di fulmine. Stregato  da quel paradiso terrestre, decise di restare. In onore della figlia  a La Croix-des-Gardes  fece  anche costruire la splendida Villa Éléonore-Louise.

Ma Brougham non era un viaggiatore qualunque: era un ex Lord Cancelliere, uno degli uomini più influenti d’Europa. E usò quel peso. Scriveva, invitava, convinceva. Innescò un passaparola che trascinò l’aristocrazia britannica in quell’eldorado.  Poi passò ai fatti: si adoperò per il porto, e pretese la ferrovia.  Cambiò il volto di quella riva desolata in una stazione climatica d’élite. Nasceva Cannes: capitale del lusso e della villeggiatura europea.

Era l’alba della Belle Époque e Cannes cominciava a indossare i suoi abiti più nobili. Un vecchio sentiero sterrato si era rimodellato nella Croisette: un boulevard di 2 km che ricordava gli  Champs-Élysées . Si chiamò così per via di una croisette, che era  una minuscola croce posta sull’estremità del litorale. Attorno svettavano i giganti dell’ospitalità, come il maestoso Hotel Carlton, inaugurato nel 1911.

Cannes in un weeknd . Ciak si gira!

Osservando  Cannes  si percepisce subito l’impronta del Novecento che la rese simbolo globale di glamour. Viene spontaneo chiedersi se, oltre le passerelle e i lustrini, ci sia qualcosa di più profondo. La risposta è sì. Dietro la superficie luccicante si cela una storia diversa, più silenziosa: quella di una città che ha lottato per affermare la propria libertà culturale.

Da quest’ impulso germogliò il Festival di Cannes : un atto di sfida concepito come alternativa indipendente. Si voleva promuovere un cinema libero da condizionamenti politici. Il riferimento diretto era la  Mostra di Venezia, la rassegna rivale che in quell’epoca risentiva ormai fortemente del clima propagandistico del regime nazifascista.

Venezia, il leone da ingabbiare!

L’idea di una kermesse autonoma fu del diplomatico Philippe Erlanger, sostenuto dal Ministro Jean Zay . Insieme ipotizzarono un contraltare democratico sulla Costa Azzurra. Il progetto coinvolse anche Louis Lumière.  Il pioniere della pellicola  ne presiedette la prima, sfortunata edizione del 1939. La guerra interruppe l’iniziativa, ma il risveglio del 1946 suggellò questo evento come tempio internazionale del jet set.

Mi ero messa in fila per salire i gradini del tappeto rosso del Palais des Festivals et des Congrès ( 1979, H. Bennett e F. Druet) . Questo è l’imponente palazzo moderno che ogni anno per due settimane raduna i fan del  Festival di Cannes .

Per un attimo fantasticavo sulle tante premiazioni delle celebrità. Chissà cosa si prova alla consegna della Palma d’Oro (1955,  L. Lazon  ). Ispirata allo stemma di Cannes, la statuetta  si è imposta come il trofeo più ambito della cinematografia.

 

Cannes in un weekend wine travel blog weloveitalyeu

Cannes in un weekend. Primo giorno

Buongiorno Cannes! Al mattino presto la mia sveglia è stata il profumo di burro che risaliva  dalle boulangerie di Rue d’Antibes. Pernottare  qui, nel salotto della città, è stata una coccola possibile grazie a una prenotazione fatta con largo anticipo.

Dopo una doccia veloce, mossa dalla fame, mi sono precipitata a far colazione. Caffè nero bollente, un pain au chocolat  e via. In strada, pronta a decifrare lo spirito di Cannes, la  femme fatale  della Costa Azzurra: affascinante, eppure così  gelosa del suo mistero.

 

Marche forville cannes wine travel blog weloveitalyeu

1. Mercato Forville e Chapelle de la Miséricorde

Lasciata Rue d’Antibes e superata la chiassosa  Rue Maynard  , la via dello shopping  , la mia prima tappa è stata il Marché  Forville (1929 , Henri-Bret).   Fu il sindaco André Capron a lanciare questo mercato di sapori, una gabbia di ferro Art Déco di 3.000 m², per sostituire il vecchio bazar all’aperto.

Varcare il suo ingresso (info orari ), un arco in muratura rosso ocra, è stato come buttarsi nel ventre della tradizione gastronomica della Provenza.  Cosa ho scovato? Tante delizie: dalla socca, ai frutti di mare, dai formaggi alla frutta e verdura, fino alle carni più pregiate e al pesce appena pescato.

Hotel de ville cannes wine travel blog weloveitalyeu

2. I Penitenti Neri e l’ Hôtel de Ville

Ho proseguito il mio cammino verso la Chapelle de la Miséricorde ( Cappella della Misericordia) . Fu eretta  nel 1617 come sede della Confraternita dei Penitenti Neri, dediti all’assistenza dei poveri e dei malati. Sebbene l’architetto originale sia ignoto, è un esempio di stile barocco . L’edificio fu ampliato nel XVIII secolo con un elegante portale in pietra e un campanile rivestito di tegole policrome smaltate, tipiche dell’architettura provenzale.

Ripresa la marcia, mi sono ritrovata davanti all’Hôtel de Ville, che è il municipio! Un paradosso francese, qui non si dorme ma si governa! Ho appreso che anticamente il termine hôtel indicava solo le dimore  di pregio  destinate a funzioni pubbliche. Questa splendida struttura  in stile eclettico (1876, L. Hourlier ) , sembra lì apposta per dare il benvenuto ai visitatori! Di fronte,  non si può  non notare per la sua mole un Monumento ai Caduti di Cannes (1927, A.  Cheuret), che ricorda gli orrori e i sacrifici umani della Prima Guerra Mondiale.

Souquet cannes wine travel blog weloveitalyeu

3. Le Suquet di Cannes

Zaino in spalla, e cappello d’ordinanza: ho continuato verso la sommità del Suquet , il fulcro medievale di Cannes .  Adagiato sulla collina del Mont Chevalier, questo quartiere è un dedalo di viuzze stretti, scalinate ripide e casette color pastello adornate da bouganville , rose ed agavi. Una volta in cima, Cannes   si è manifestata  in tutto il suo fascino:  le acque smeraldo punteggiate da yacht sfavillanti , l’arcipelago verdeggiante  delle Lérins, e  i tetti schiariti dalla calura.

Mi è piaciuto molto lo  Château de la Castre, l’antico castello della città. Si tratta di una fortezza militare del XII secolo innalzata dai frati leriniani per proteggere la costa dalle incursioni dei pirati.  Il complesso comprende:

Scendendo tra i vicoli del   Suquet, mi sono accostata con il mio gruppo di amici  a una ringhiera per venerare un murales monumentale conosciuto come Cannes Cinéma (o L’Hôtel des Tournages).  Realizzato su una parete di una autostazione è stato commissionato nel 2004 a Patrick Commecy (A. FRESCO)  per il centenario del cinema. Vi erano raffigurati:  Charlie Chaplin, Marilyn Monroe, Alfred Hitchcock,  Jean-Paul Belmondo , Marcello Mastroianni, fino a Topolino e Roger Rabbit.

Hotel martinez cannes wine travel blog weloveitalyeu

4. Il porto di Cannes e la Croisette

Salutate le alture del  Suquet, sono ridiscesa verso il Vieux Port di Cannes , cioè il porto vecchio.  L’odore del sale si faceva intenso mentre raggiungevo il molo. Il contrasto tra la semplicità delle barchette rosse e bianche e lo sfarzo di panfili è stato lampante; erano tutti ormeggiati lungo la banchina più antica, detta  Quai Saint-Pierre. Poco dopo mi sono diretta fino a Place Mérimée, dove è collocata una fontana abbellita da una  statua dedicata a Lord  Brougham (1953 ,  André Louis Trivero)  -animata tra l’ altro dall’adiacente mercato delle pulci.

Intanto la  Croisette si è srotolata davanti a me con tutte le marche più blasonate-Louis VuittonGucci Valentino– fino alla Malmaison. Quest’ultimo è un candido padiglione immerso nel verde, che in origine era la dependance di un albergo sontuoso demolito nel 1950. Intitolato come la reggia di Giuseppina Bonaparte vicino Parigi , nel 1946 ha ospitato le prime feste del Festival di Cannes . Inoltre, in passato ha esposto giganti come Picasso e Miró.

Adesso è un centro di arte contemporanea, in cui ho assistito alla mostra di Carole Benzaken (Grenoble,1964)  . La pittrice francese omaggia  il jazz, catturando nelle sue pennellate il movimento di una jam session. L’ esibizione stessa evolve in uno stato mentale, dove memoria, percezione e architettura si intrecciano in modo dinamico.

Bacco colpisce ancora!

Come per magia, la Croisette  ha accantonato le sue prestigiose boutique per fare spazio a una lunga successione di lidi moderni e attrezzati, affacciati sull’intera passeggiata lungomare. M è sembrato quasi estate: musica, camerieri in corsa  tra  i tavoli  per servire fantasiosi cocktail , e turisti sdraiati sui lettini ad abbronzarsi.

Essendo ora di pranzo, con lo stomaco che brontolava ,  mi sono viziata al ristorante dell’ Hotel Martinez lungo la promenade. Ho ordinato un carpaccio di polpo condito con olive, capperi e pomodorini accompagnato da un calice di rosé , come  solo in Provenza sanno fare bene.

5. Plage du Midi

Infine, ho deciso di chiudere il cerchio perlustrando l’area più tranquilla di Cannes  , che è attorno la collina del castello. Questa zona è caratterizzata da Place Mistral:  un’oasi di pini marittimi che fanno da sfondo alle splendide Spiagge del Midi. Mi sono sdraiata sulla sabbia senza fretta a guardare i bambini giocare, mentre il rumore delle onde faceva da colonna sonora a quello spettacolo in prima fila.

Questo è un ritrovo per cittadini e forestieri che vogliono riposare e staccare la spina. Ho osservato il tramonto: una palla arancione scivolava lentamente dietro l’orizzonte fino a scomparire dietro la roccia rossastra del massiccio dell’Esterel . Una quiete immensa, che mi ha dato la sensazione di aver colto l’essenza più profonda di Cannes, quella che respira lontano dalla ribalta.

Antibes wine travel blog weloveitalyeu

Cannes in un weekend. Pomeriggio pigro ad Antibes

Ovviamente non ho saputo resistere alla tentazione di fare un salto nella meravigliosa Antibes, antica colonia greco-romana scelta nel Medioevo dalla potente famiglia Grimaldi come proprio feudo. In seguito,  Antibes,  avamposto chiave sul Mediterraneo, venne convertita dal genio dell’ingegnere S.  L.  Vauban nel glorioso Fort Carré. Questo è una roccaforte quadrangolare  (XVII  sec.)  con bastioni maestosi fatti apposta per rimediare alle incursioni nemiche.

Questo gigante di pietra situato sulla penisola di Saint-Roch mi ha accolta appena sono scesa dal treno nella stazione di Antibes (10 minuti da Cannes). Erano già tardi  per ispezionarlo tutto. Un appunto interessante:  qui , nel 1794 il giovane Napoleone rischiò la ghigliottina perché sospettato di tradimento contro la Rivoluzione  Francese. Trascorse dieci giorni in cella prima di essere salvato dall’intervento del generale Dumerbion, un colpo di fortuna che preservò  il destino dell’Europa.

L’ombra di Picasso e l’eco della Sardegna

Qualche secolo più avanti,   Antibes  si è evoluta in un rifugio per artisti, bohemien e nobili.  La sua notorietà come musa dell’arte moderna si consolidò nel Novecento , quando  Picasso scelse il Castello Grimaldi come suo studio.  Purtroppo, era chiuso e non sono potuta entrare!

Mentre mi avviavo verso il centro storico , la città già si mostrava in lontananza come una perla incastonata nel mare. Mi sono sentita come a casa, percependo un legame immediato con  Alghero . Come la cittadina sarda , anche Antibes si sviluppa su una scogliera  avvolta dalla sua antica cinta muraria.

Antibes vecchia

Appena attraversata  Porta Marina (XVIII sec, Vauban)  mi sono subito  addentrata nella old city , girovagando per le stradine acciottolate. Pochi istanti dopo mi sono precipitata verso la Cattedrale di Notre-Dame-de-la-Platea .  La sua  facciata ambrata , rimaneggiata da  L. A.  de Valbelle nel XVIII secolo,  fa appena trasparire  lo stile barocco, attenuato da una sobria linearità architettonica. Da lì ho vagato a zonzo  fino Cours Masséna, che mi ha rapita per il suo vivace  Mercato Provenzale;  un emporio traboccante di delizie provenzali, dalla lavanda al pane, dai gioielli ai dolci.

La vera sorpresa di  Antibes  è stato qualche secondo dopo il quartiere del Safranier,  una chicca insolita. La sua peculiarità  è che si autodefinisce “Comune Libero” dal 1966 : l’intento della sua anarchia romantica era quello di mantenere vive le usanze marinare. Tutto intorno è come un quadro di Monet: decine di decorazioni floreali che ingentiliscono ogni suo angolo , specialmente  in Rue du Bas-Castelet .

Per concludere, riavviandomi verso i binari, sono approdata nella spiaggia della Gravette. È da lì che ho scorto a distanza  la sagoma bianca del Nomade: la monumentale scultura dello spagnolo  Jaume Plensa che, come un guardiano fatto di lettere, scruta immobile la linea del mare.

Saint tropez wine travel blog weloveitalyeu

Cannes in un weekend: Saint-Tropez

In realtà a Saint-Tropez mi ci ha guidato  lo spirito di Brigitte Bardot, astro del cinema mondiale,  scomparsa nel dicembre 2025.  L’ho sempre ammirata, non solo per il suo sex appeal, ma soprattutto per il suo anticonformismo e l’amore viscerale verso gli animali. La sua è stata una frattura epocale.  Ha riscritto l’immaginario femminile incarnando un desiderio di emancipazione che nel dopoguerra stava appena emergendo.

Chi era davvero B. B. ? Una figura complessa.  Parigina dell’alta borghesia ,  a 16  anni finì  sulla  copertina della rivista  ELLE.  Quello fu il suo trampolino di lancio, e la catapultò nelle braccia del futuro marito. Questi era  il regista Roger Vadim che la immortalò nel  film E Dio creò la donna (1956) .

Juliette

Siamo a Saint-Tropez,  un paesotto fino a quel momento ignorato dalla mondanità.  Qui è ambientata la storia di Juliette, un’ orfana indomabile , seducente come non mai, che sconvolgeva il perbenismo borghese. Ballava il mambo scalza con una gonna verde che volteggiando faceva vedere le gambe. Indossava tranquillamente il bikini sdoganandolo  a livello planetario!

Il successo di questa opera fu straordinario e oltrepassò  il confine europeo . Il suo look — capelli biondi spettinati, trucco marcato, abiti semplici ma provocanti — influenzò moda e costume nel Vecchio Continente e negli Stati Uniti.  E se da una parte B.B. alimentò lo scandalo, dall’altra incarnò un nuovo modello di donna. Quella indipendente, che era in netto contrasto con l’immagine femminile più rigida degli anni ’50. Un cambiamento colto  anche da  Simone de Beauvoir, compagna intellettuale e sentimentale di Sartre,  che le dedicò un saggio.

Saint-Tropez: il Museo dei Gendarmi

Con un cambio da Cannes a Saint-Raphaël  (TER Transport Express Régional) e il bus n.  876 mi sono recata a Saint-Tropez. Ho speso in tutto 15 euro circa contro i 90 di un taxi boat .  Il tragitto è stato tra i ricordi più belli.  Dai finestrini scorrevano in tutto il loro splendore le calette di Agay, La Gaillarde, Saint-Aygulf e Les Issambres. La fascia costiera si dispiegava tra il blu del mare, le pinete e ville da sogno.

Dal capolinea degli autobus mi sono incamminata per esplorare Saint-Tropez. Oltrepassata la statua di Bruno Catalano il Viaggiatore (2000), mi sono infilata nel Museo dei Gendarmi (2016). Il fabbricato (ex caserma, 1879- 2003) invita a leggere:

Pisa e San Torpete

Quando Saint-Tropez era una colonia dell’impero romano, si dice che il santo fosse un ufficiale martirizzato da Nerone per la sua fede cristiana. I suoi resti furono gettati a bordo di una barca con un gallo e un cane. Il corpo riposa in Francia .  La testa invece rotolò  fino  a Pisa,  è custodita nell’omonima chiesa. Persino un vino pisano è intitolato al martire: il Bianco Pisano di San Torpè DOC (da uve Trebbiano) .

Prima dei paparazzi, però, c’erano i cannoni. Nel 1637 questo borghettodifeso dai Grimaldi, fu un baluardo inespugnabile capace di respingere persino la flotta spagnola. A testimonianza di questo pezzo del suo passato c’è una cittadella del XVII secolo con  il suo  Museo Marittimo . Dopo una ripida  scalinata mi sono arrampicata fino  a un belvedere  indimenticabile sulla stessa Saint-Tropez . Da quassù si capisce perché nel 1892 il pittore Paul Signac se ne innamorò, trasformando con la sua tavolozza una borgata marinara nella culla dell’arte d’avanguardia.

Gli chef di saint tropez wine travel blog weloveitalyeu

Non è tutto oro quello che luccica!

Purtroppo, l’impatto con la  Saint-Tropez reale  ha deluso le mie aspettative:  rincorrevo l’istantanea dei suoi albori , quel  boom anni ’50 che fu la golden age italiana! Un’immagine romantica rimasta intrappolata soltanto nel mio immaginario.

Mi dispiace ammetterlo, ma mi è sembrato di varcare la soglia di un’enorme vetrina del lusso! Centinaia di turisti a caccia di griffe e dello scatto perfetto! Della  Saint-Tropez di nasse e marinai che Brigitte aveva letteralmente rivoluzionato, sopravvive ormai poco.

Tarte Tropézienne

Per consolarmi  mi sono accomodata a un tavolino di una pasticceria cittadina, concedendomi  quella  brioche dalla crema vellutata che conquistò Brigitte Bardot . Fu proprio lei a ribattezzarla Tarte Tropézienne, consacrandola come una delle delizie più golose di Saint-Tropez.

E con l’ultimo morso in bocca, riflettevo sulla biografia della diva e  sulla sua  inaspettata uscita  di scena: il ritiro dal palcoscenico nel 1973. A soli 39 anni Brigitte Bardot si ritirò nella La Madrague, il suo focolare stellato acquistato a Saint-Tropez,  donato poi alla sua fondazione animalista.

Francia e Italia: cronaca rosa di gusti diversi

Ad allietare la mattinata mi ha dato il benvenuto  Gli chef a Saint-Tropez . Questa è una manifestazione culinaria, che a inizio maggio per tre giorni nella Place des Lices segna l’apertura della stagione estiva nel Golfo di Saint-Tropez.

Che fiera di prelibatezze provenzali: specialità della cuisine della Francia meridionale con prevalenza di formaggi e insaccati. E inoltre fiumi di vino, specie di rosé.  In particolare, mi hanno colpito queste etichette per la loro leggerezza e mineralità e la presenza di un  blend fisso dei vitigni SyrahGrenache Cinsault , e Mourvèdre :

Assaggiandoli, non potevo fare a meno di riflettere sulla differenza, non solo chilometrica, dai nostri rosati italiani. Se i nostri sono figli della passione vibrante —  spesso carichi nel colore e strutturati perchè fatti da vitigni autoctoni corpulenti come il Negroamaro— questi provenzali sono processati  “senza sforzo“. Sono vini color cipria, quasi trasparenti, che non gridano ma sussurrano note di macchia mediterranea e brezza marina. Se il rosato italiano è una serata conviviale e audace, il rosé di Saint-Tropez è un vestito di lino bianco: essenziale, fresco, aristocratico nella sua semplicità.

Mentre l’ultimo sorso puliva il palato, ho realizzato che per i vini rosati non è solo una questione di uve, ma di attitude. Se  l’Italia mette nel calice la polpa e il calore di suoli infuocati,  la Provenza risponde con leggerezza e sale. Due modi diversi di intendere la bellezza, proprio come quella di Brigitte : un’eleganza naturale che, una volta svelata, non ha più bisogno delle luci della ribalta.

Cannes in un weekend costa azzurra francia wine travel blog weloveitalyeu

Conclusioni. Cannes in un weekend

La mia avventura a Cannes mi ha regalato la consapevolezza di essere stata in un luogo che stupisce oltre la sua vena modaiola. Perdersi tra i suoi cunicoli quelli più distanti dai flash dei fotografi , dal  Suquet ai suoi arenili dorati è il vero itinerario da fare, lo stesso che ha ispirato poeti come Guy de Maupassant. Nel suo diario di bordo Sur l’eau, scrisse parole che risuonano ancora oggi:

“J’ai vu de l’eau, du soleil, des nuages et des roches […] et j’ai pensé simplement, comme on pense quand le flot vous berce, vous engourdit et vous promène”(“Ho visto acqua, sole, nuvole e rocce […] e ho pensato semplicemente, come si pensa quando l’onda ti culla, ti intorpidisce e ti porta a spasso”).

È in questo abbandono meditativo, che consegno le mie impressioni di un viaggio che mi ha incantata e che vi consiglio di fare perché la Costa Azzurra è davvero tutta da assaporare. Come le ricette più golose di Cannes tra cui la bouillabaisse , la zuppa di pesce povera da ordinare in uno di questi tre ristoranti consigliati:

 

À tout à l’heure

 

Corsica in 10 giorni

Corsica in 10 giorni

 

“Immaginatevi un mondo primordiale, un susseguirsi di montagne separate da stretti burroni dove scorrono i torrenti; non esistono pianure, ma immense crepe di granito e gigantesche onde di terra ricoperte da macchie intricate o da immense foreste di castagni e di pini.”
Guy de Maupassant

Corsica in 10 giorni

Senza dubbio la  Corsica in 10 giorni   rimarrà una delle vacanze più indimenticabili che abbia mai fatto in vita mia. Nessuna decisione presa a tavolino. Una mattina di Luglio ho  comprato una tenda da campeggio e via su quattro  ruote verso l’isola che c’è!

Non mi è mai capitato di avere un contatto così forte con la natura  come in Corsica in 10 giorni .  Il mio respiro e il battito del mio cuore sono stati gli unici suoni che ho sentito in mezzo all’infinito del mare e i sughereti. Così  questo articolo è un modesto tentativo di condividere il mio incredibile viaggio in Corsica in 10 giorni raccontandovi  di quei luoghi che mi hanno più emozionata. Buona lettura!

Come arrivare  dall’Italia

Sicuramente i mezzi più comodi per raggiungere la Corsica dalla nostra penisola sono 2  :

  1. Traghetto ( per i più  fortunati la barca a vela): ci sono due compagnie principali. La prima è la Corsica Ferries ,  la seconda è la Moby:
  2. Auto o moto: entrambe dovrebbero essere  di   piccole dimensioni a causa della morfologia isolana . Questo   perché le strade corse secondarie sono strette e difficoltose specie nell’interno.

3  collegamenti meno consigliati per l’isola

  1. Treno: ci sono solo due sole linee ferroviarie del 1800 che collegano Ajaccio, Bastia e Calvi (https://cf-corse.corsica/) . Problemi di orario e spostamenti non mancano mai;
  2. Aereo: se volete volare spesso c’è da fare uno scalo in Francia on in altri  hub principali. Esistono 4 aeroporti: l’ aeroporto di Bastia Porettaquello di Figari Corsica del Sud, di Ajaccio Napoleone Bonaparte,  e di Calvi Sainte-Catherine;
  3. Autobus: offrono una buona copertura (https://www.corsicabus.org) , ma hanno partenze solo una o due volte al giorno tra i comuni più grossi . Meglio sempre aggiornarsi per tabelle orari con gli uffici locali turistici.

Libri da leggere prima di partire

Nel XIX secolo grazie ad autori illustri come Prosper Mérimée  (Colomba), Alexandre Dumas ( I fratelli corsi) ,  Guy de Maupassant (Una vita), e Gustav Falubert (Viaggio nei Pirenni e in Corsica) la Corsica  iniziò a incuriosire gli stranieri. Intanto in loco si era generata una letteratura fatte di poesie e narrazioni tramandate di bocca in bocca da contadini e mandriani. Un’apertura letteraria più significativa si è avuta solo nel 1900 in lingua francese e corsa, di cui Rinatu Coti fu uno dei massimi rappresentanti.

Seguirono altri importanti scrittori tra i quali:

Capolavori letterari sulla Corsica

Uscendo  poco a poco dall’oscurità la  Corsica ha richiamato l’attenzione di molti intellettuali che l’hanno immortalata  in best seller  . Da avere  nella propria libreria:

Corsica in 10 giorni. Dov’ è ?

La Corsica (8680 km2)  è la quarta isola più grande del Mediterraneo , dopo la  Sicilia , Cipro , e la Sardegna , da cui è separata  dalle Bocche di Bonifacio  (11 km). Divisa dal 1976  in Alta Corsica e Corsica del Sud ,   è una regione della Francia (da cui dista 170 km) con statuto speciale. Ha come  capitale Ajaccio e conta  circa 279.600 abitanti .  

Con la sola  eccezione della piana di Aleria, il   territorio corso è prevalentemente montuoso (Monte Cinto, 2706 m) con fiumi brevi e a regime torrentizio (come quelli più rilevanti del Golo e del Tavignano). Il suo clima   è mite  .  Mentre  la sua vegetazione è tipicamente mediterranea con molti boschi e parchi . La sua economia si basa prevalentemente sul turismo, viticoltura e l’olivicoltura (inesistente l’industria , se non quella  di tipo artigianale ).

Storia della Corsica

Incerte sono  le ipotesi sul significato del nome di Corsica  . Esso che potrebbe derivare da :

  •  Còruioi, come i Greci chiamarono i primi autoctoni ivi insidiatesi;
  • Corsus  che forse fu un ipotetico conquistatore romano  o un amico  di Enea;
  • Cyrnum, un leggendario figlio di Ercole che si sarebbe stabilito sull’isola.

Di sicuro invece c’è che la Corsica  fu abitata  sin dalla preistoria come documentato dai vari ritrovamenti megalitici risalenti al 2° millennio a.C. Tra i vari invasori ci furono  i Romani  (IV secolo a.C.) , che ci rimasero più a lungo (circa 7 secoli).

Seguirono nel Medioevo:  Vandali,  Bizantini, Ostrogoti,  Longobardi fino all’arrivo dei Pisani (1092) e dei Genovesi che praticamente la plasmarono. Subentrarono poi  i Francesi e la rivoluzione per la libertà  dell’eroe nazionale P. Paoli  ,  che garantì   14 anni di indipendenza, fondando una costituzione repubblicana.

La mano della Francia

Successivamente il  dominio ripassò alla Francia di Re Luigi XV nel 1769. In questo anno nasce in Corsica   Napoleone Bonaparte , che all’inizio fu fedele agli ideali di autogoveno territoriale per poi sposare l’annessione a Parigi (1789).

Dopo un fallimentare intervento degli Inglesi la nazione  subì  le sventure dello stivale conseguenti alla due guerre mondiali, fino alla proclamazione dello stato indipendente nel 1982. Da allora fino ad oggi sono stati tanti i movimenti terroristici che si proclamano contro gli investimenti nel turismo e un aumento dei poteri della classe politica isolana (come il movimento FLNC nato nel 1976). Di religione cattolica i corsi parlano ufficialmente il francese , mentre  il Corsu è il loro dialetto (molto simile affine al toscano).

Periplo della Corsica  in 10 giorni on the road 

La  Corsica  in 10 giorni è stato un immergersi nella sua essenza selvaggia ancora poco ordinata dall’uomo. Questo è il lato più avvincente di questo eldorado che è ancora incontaminato. Soprattutto nell’entroterra dove tra cascate, laghi ,  e torrenti con le loro lagune gelide,  si aprono  valli verdeggianti  e 120 cime oltre i 2000 metri .

Lo scenario più sorprendente della Corsica   è quello delle aree protette e del Parco Naturale Regionale , che si spiega per 1500 km di sentieri. Il più famoso è il GR20. Questo è  uno degli itinerari di randonnée più impegnativi d’Europa (dislivello di 1300 metri) , che   traversa in diagonale l’intera Corsica  ( 200km da Calenzana a Conca).

Alle zone costiere che si estendono per 1000 km la Corsica  lascia la mole più cospicua del nucleo abitativo  e il lusso delle catene alberghiere . Per il resto è tutto un susseguirsi  di  baie da sogno attrezzate e libere  e anfratti nascosti raggiungibili solo in barca come il Desert des Agriates .

Corsica in 10 giorni : 4 camping da provare!

Senza pensarci un attimo d’estate sono partita  da Livorno in nave  con approdo a Bastia in macchina.  Faceva caldissimo. Ma non me ne importava. Perché  l’adrenalina era  in circolo per tutto il tragitto,  che è iniziato a est e finito all parte settentrionale della  Corsica  .

Afferrare lo spirito della  Corsica in 10 giorni in camping  è stata un’esperienza sensazionale. Dormire sotto le stelle, cenare con il canto delle cicale, e svegliarsi al mattino baciati dalla brezza marina è una poesia ancora da rimare.

La scelta delle stazioni di pernottamento è ricaduta strategicamente  su questi 4 in basso:

  1. U Punticchiu , Camping Caravaning, 20230 , Santa Lucia di Moriani;
  2. Acciol , Route D70, 20126 Evisa ;
  3.  La Rondinara, Route de la plage, 20169 , Bonifacio;
  4. Marina Camping , T30, 20220 Aregno.

1 Tappa. Corsica in 10 giorni verso est

Il mio primo giro prende il via da Bastia in giù verso la costa orientale della Corsica (80 km) , che   è meno gettonata  rispetto a quella meridionale ma a torto. Perché riserva dei paesaggi incredibili.

Consta di 3 microregioni: Costa Verde verso Moriani Plage, Costa Serena su  Aleria, e Costa Madreperla dal lato di Solenzara.

Ho  attraversato la  Riserva Naturale della Biguglia (Furiani) e  mi sono spinta fino alla Spiaggia della Mariana vicino San Nicolao con un inversione alla Fonte di Orezza. Altre chicche da non farsi scappare ni paraggi sono:

Bastia

Come un gabbiano appollaiato su uno scoglio gigante , Bastia (45715  abitanti) si rivela in tutto il suo charme adagiata su un promontorio da cui si può contemplare il traffico marittimo. L’unica nota dolente è trovare  parcheggio  (clicca qui per info).  Se lo scovate é piuttosto caro , ma ne vale la pena  per Bastia.  Fatta di tre quartieri: Place Saint-Nicolas, Terra Vecchia-Vieux Port e Cittadella si sviluppa in basso  .

Per il mio tour mi sono mossa dal suo vivace porto . Qui sono concentrati  ristorantini ,  bar  ,  boutique , che si snodano tra le facciate fatiscenti degli edifici medievali. I pescherecci colorati si alternano a yatch  da urlo , un contrasto tutto da contemplare.

Ho proseguito verso alto  la cittadella o Terra Nova , e  dopo avere superato il  Giardino Romieu  con le sue scale terrazzate ho apprezzato  l’ old city  . Il centro storico è  un labirinto di viuzze lastricate,  che recano  le tracce dell’occupazione dei genovesi (XIV sec. ), che contribuirono al suo sviluppo.

Cosa visitare a Bastia

Oltrepassata  la Porta Luigi XVI ho venerato alcune delle gemme di Bastia:

Fonte di Orezza

Dopo un tuffo nel verde smeraldo della Spiaggia di Mariani   (senza infrastrutture ma con servizi vari nelle vicinanze ) ho raggiunto San Nicolau . Questo è un delizioso paesino ai piedi del Monte Castello d’ Osari  .

Siamo nel cantone della Castagniccia. Appena  mi sono addentrata tra i suoi rigogliosi arbusti  ho scovato un sito industriale del 1800.  Questo (rimesso a norma nel 1998) è quello delle Acque Minerali di Orezza, tra le più costose (82,68 euro a pezzo)  e salutari (ferro) in circolazione. L’acqua da bere  in questione sgorga dall’alto e penetra nelle rocce millenarie fino a una profondità di 70 metri, trascinando  calcio, magnesio  e diossido di carbonio.

Zilia e Saint Georges

Ottima per la salute, le Acque Minerali di Orezza  sono un’istituzione tra i corsi insieme ad  altre due sorgenti:

2 Tappa . Corsica in 10 giorni verso il centro

 La Corsica   centrale  è stata scandagliata da Evisa e poi in direzione Corte con immersione finale nella Valle della Restonica dentro il Parco Naturale e Regionale della Corsica. Posso dire che questa deviazione è stata un sospiro di sollievo alla folla e all’arsura estiva!

Mi ha incantato la quiete di questi meandri meridionali lontani dal chiasso festoso del litorale corso. Ci si  proietta decisamente in un’altra dimensione ,  fatta di borghi medievali, vette infinte, e mini giungle fluviali. Per cui  l’appellativo di ile de beautè della Corsica (“isola della bellezza”) dei francesi ha qui davvero preso forma e significato .

La maquis della Corsica

Qui si lasciano alle spalle ombrelloni e secchielli per imbattersi  in  pianure di castagni e nella  maquis , ovvero la macchia corsa. Questa include  78 specie endemiche e 42 tipi  di orchidee e ancora: il corbezzolo, il mirto, e l’elicriso.

Paradossalmente si può nuotare anche in questi punti insoliti della Corsica mediana  . Precisamente in 10 laghetti  , e ci vuole proprio coraggio a immergersi per quanto ci si gela a 12°! Smarritevi pure in queste oasi di pace . Tra passeggiate nelle piazze di borgate fantasma , abbellite dai resti della tradizione contadina come : fontane ,  lavatoi e  casi padronali. Non scordatevi di infilarvi nelle botteghe sparse ovunque per acquistare dei souvenir dell’artigianato corso:   manufatti in vetro e in legno (coltelli) , ceramiche, coralli, ecc.

Evisa

Evisa  è uno dei tanti pittoreschi villaggi montani (850 m) della Corsica   da cui si  vede il mare. Precisamente a circa 40 km ci stanno le spiagge di Porto  di Sagone . Di stampo prettamente medievale Evisa  è stata una gioia infinita per la frescura e i ritmi lenti dei corsi che ci abitano. Ricordo perfettamente  le camminate  per le sue viuzze tranquille e i passanti che ti sorridevano a ogni ora.

Gettonatissima da biker ed escursionisti Evisa è immersa nella foresta di Aïtone    . Mi è entrata nell’anima per il silenzio e la beltà dei boschi e i pini larici che si insinuano fino al Passo di Vergio (1478 m).  In questo colle si può contemplare la caratteristica statua di Cristo Re (in granito rosa alta 6 m.) di Noël Bonardi, che delimita  il confine con la regione  di Niolo.

Corte

Costruita nel 1420 da Vincentello di Istria, signore feudale corso, Corte è:

Relativamente piccola di dimensione Corte è molto frequentata . Puntellata di barettini e trattorie si anima  vicino Piazza Paoli (dedicata all’eroe nazionale),  Piazza del Duca di Padova (generale nella rivoluzione francese), e Piazza Gaffory (altro patriota  corso ).

Corte dall’alto

L’atmosfera che ho respirato a Corte  era davvero allegra , piacevole e internazionale.  Svetta in cima con la sua cittadella (XV sec.) arroccata su uno sperone roccioso . Da non perdere :

3 Tappa. Corsica in 10 giorni verso sud

A detta di tutti il sud della Corsica  è quello che fa innamorare di più . In effetti è capitato anche a me !  Mi hanno letteralmente stregato:   Porto Vecchio ,   la punta estrema di Bonifacio ,  le spiagge della Palombaggia ,   Rondinara e  Sperone e i megaliti di  Filitosa.

Il sud della Corsica  è l’ ideale per chi ha voglia di una vita semplice per chi vuole  farsi scompigliare i capelli dal vento. Se  volete stendere un telo vicino  un catamarano arenato in una battigia   e aspettare il tramonto davanti a un calice di nettare divino, Ssete arrivati a destinazione! Perché non è necessario spostarsi alle Maldive quando le hai a portata di mano!

Porto Vecchio

Incassata nel golfo sovrastato dalla Foresta dell’Ospédale,  Porto Vecchio  è una meta ambita dagli escursionisti per numerosi trekking trai quali quelli più rinomati sono quelli che conducono a :

Nell’antichità  Porto Vecchio   fu uno scalo fondamentale per la variegata successione di sovrani che giunsero in Corsica. Riemersa dalla disgrazia della  malaria (debellata grazie agli interventi degli americani nel secondo dopoguerra),  si classifica attualmente come una delle località balneari più popolari  della Corsica.

Porto Vecchio divisa in due

Incantevole è  il  porto turistico di Porto Vecchio ,  che si popola fino a notte con concerti ed eventi vari . A poca distanza sono raggiungibili  le più superbe spiagge isolane quali quelle di : Santa Giulia, Cala Rossa , Carataggio, e  Pinarello. Porto Vecchio  è frizzante con un centro storico davvero esemplare . Qui  è possibile camminare tra terrazze panoramiche e chiese storiche come quella barocca di Saint-Jean-Baptiste.

Non potrete certo ignorare i lussuosi negozi e negarvi una pausa nei tanti caffè di Piazza della Repubblica. I prezzi non sono affatto bassi! Il tutto sullo sfondo di una cittadella severa ed elegante ( XVI sec.)   fatta dai genovesi. Arrivarci a piedi è faticoso , per cui sono stati messi a disposizione trenini e navette comunali.

Bonifacio

Bonifacio è una delle località corse che mi è piaciuta di più , perché molto elegante e romantica. Si sdraia come una sirena su una scogliera di calcare , che si bagna nelle  acque cristalline delle spiagge limitrofe di Faziò e Tonnara  .

Incastonata   nel cuore della Riserva naturale delle Bocche di Bonifacio, è un santuario che protegge le isole Lavezzi che le stanno di fronte. Ovunque a Bonifacio ci sono lounge bar, negozietti, e  locali di ogni tipo per godersi la movida diurna e notturna .

Bonifacio e le Scalinate del Re di Aragona

Ho perlustrato Bonifacio  a fondo suddividendo la mia girata in questo ordine  :

Sartène

Se si vuole fare un salto nel passato corso si possono  sfogliare i fumetti di Asterix in CorsicaRené Goscinny , Albert Uderzo , 2016) . Uno dei  personaggi è  Ocatarinetabelasciscix,   un prigioniero corso deportato nel continente perché capo della resistenza.

Dalla preistoria   all’Impero Romano la Corsica vanta 8.000 anni di storia testimoniata dalla presenza di  famosi siti archeologici delle civiltà megalitiche ( 3500 ed il 1000 a.C.). Queste ultime cominciarono ad erigere costruzioni legate al culto funerario.

Aleria e Cucuruzzu

Le più esemplari sono i menhir  e i dolmen,  cioè dei blocchi di pietra scolpiti in modo rudimentale rispettivamente  in verticale o raggruppate a cerchio. Quale fosse la ragione del loro essere,  non si sa.  Forse erano solo un modo per rappresentare la fertilità, o un talismano per scacciare i mostri. Oppure avevano la funzione di  calendario o di  osservatori astronomici .

Meritano una visita anche  quelli di  Aleria ,  Cucuruzzu (età del Bronzo) , e quelli di  Filitosa e  Cauria , che ho visto personalmente. Questi ultimi stanno vicino a  Sartène ( 35 minuti e 20 rispettivamente in macchina) nella valle del Rizzanese ,  un borgo del  XVI secolo.

Parco Archeologico di Filitosa

Precisamente a  Sollacaro nella valle del Taravo si incontra  Filitosa , uno dei più imponenti    megaliti  d’ Europa. Scopertonel 1946 dal proprietario del terreno Charles-Antoine Cesari ,  è un insieme di suggestive statue menhir (circa 13) antropomorfe alte 3 metri . Sono sparpagliate in aperta campagna assieme a capanne e altri complessi monumentali che non ancora svelato la loro esatta utilità. Il loro allineamento non è originario, ma è stato ipotizzato da alcuni archeologi.

All’ingresso di  Filitosa vengono forniti dei depliant con molte spiegazioni. Lungo tutto il percorso ci sono delle colonnine che forniscono altri dettagli in molte lingue. La passeggiata è di 800 metri e dura  1 ora e mezza. All’uscita è installato un museo che conserva in delle teche vari suppellettili rinvenuti durante gli scavi.

Sito Megalitico di Cauria

Il Sito Megalitico di Cauria si trova invece a circa 20 minuti da Sartène, percorrendo una strada sterrata. L’accesso è libero, seguendo un percorso ben indicato che permette ai visitatori di ammirare :

  • Dolmen di Fontanaccia: esempio più bello di dolmen in Corsica. Questo monumento funerario collettivo è il più noto e meglio conservato dell’isola: un’enorme lastra posta su 6 pietre verticali;
  • Stantari: 30 statue-menhir posizionate in un campo in maniera perfetta ;
  • Rinaiu:  un altro gruppo di pietre rialzate. Qui è stata valutata una cronologia. Sembra che ci fossero 60 pietre intorno al 4500 a.C. e 180 intorno al primo millennio a.C..

4 Tappa. Corsica in 10 giorni verso ovest

Esclusivo è   il versante occidentale della Corsica  .  L’ ho esplorato  da Ajaccio, dove è nato Napoleone, passando per Cargese, rifugio dei greci,  e con sosta  onirica sui  Calanchi di Piana ! Qui per poco non svenivo .  Non solo per l’eccezionale  visione  dei sassi poliformi, ma anche per la ripidità delle stradine percorse tutte  a chiocciola e senza alcuna protezione !

Incastonato come un gioiello tra il Golfo della Sanguinara e il Capo di Muru questo tratto  della Corsica   vi strabilierà per la trasparenza dei fondali e il proliferare  di paradisi interni : quali le colline di Cinarca e Gravona. Queste ultime si fanno  montuose nella foresta di Vizzanova fino alle Gole di Prunelli e del comune di  Bastelica.

Come se non bastasse se ci capiterete aggiungete alla lista queste meraviglie:

Ajaccio

Ajaccio è la capitale  della Corsica  e ha dato i natali a Napoleone (15 agosto 1769 ), intramontabile stratega per alcuni, tiranno per altri. La casa dove visse la sua infanzia con la sua numerosa e modesta famiglia   è in via Sait Charles , che è ora il museo più affollato dell’isola. Com’è adesso fu per iniziativa di Napoleone III perché ci furono vari smantellamenti.

Non c’è molto delle mobilia dell’epoca dell’infante prodigio,  a parte qualche pannello esplicativo sulla sua esistenza. L’arredamento è piuttosto semplice: una cartina della Corsica (XVIII sec. ), ritratti familiari, un divano , un comò Luigi XVI , una consolle rococò, lampadari italiani , una maschera mortuaria, un albero genealogico, oggetti feticci, ecc.

Ajaccio che stupisce  

Anche ad Ajaccio  sono stati i genovesi che hanno contribuito più di tutti a darle forma. C’è la classica ripartizione in marina portuale, molto accattivante con le sue spiaggette libere e i viali alberati, e la cittadella posta in alto.  Mettete in conto che ad Ajaccio   sarete fagocitati dal caos cittadino.  L’allegria è una costante specialmente quella del mercato  allestito tutte le mattine in piazza  Foch .

Ajaccio, Napoleone e lo zio Fesch

Ecco inoltre cosa vi aspetta:

Cargese

Nel 1774 a Cargese  i francesi   ci sistemarono  definitivamente  n un gruppo di greci di Oitylo (Peloponneso). Erano dei profughi che tentavano di scampare alla morsa dei turchi dal 1776 in Corsica,

Il villaggio crebbe . Si edificò  una chiesa cattolica greca ortodossa, quella di  Santo Spiridione . Anni dopo i corsi ne fecero una latina , la Chiesa di Santa Assunta.  Sicché  attualmente stanno una di fronte l’altra e sono il simbolo di Cargese  .

La torre genovese 

Particolari sono anche la  Cappella di Santo Erasmo e quelle di Sant’Elia e Santa Barbara a Paomia. E se avete ancora un po’ di fiato ecco altro da attenzionare:

L’aria è sottile, e Cargese  è molto raffinata con le sue casette bianche e azzurre  prospicienti il Golfo di Saidone. Essa è  molto  fashion all’estero .  Forse per il richiamo del Club Mediterranee nella Spiaggia di Chiuni, che ammalia a solo 8 km come quelle di Chiuni, di Topini , Capizzolu, Stagnoli, e  Però .

Calanchi di Piana

Solamente le parole di  Guy de Maupassant in Una vita  possono rendere omaggio allo spettacolo dei Calanchi di Piana :

 “Erano picchi, colonne, pinnacoli, figure sorprendenti modellate dal tempo, dal vento rosicchiante e dalla bruma marina. Alte fino a trecento metri, sottili, rotonde, contorte, uncinate, deformate, inaspettate, queste rocce sorprendenti sembravano alberi, piante, bestie, monumenti, monaci in tunica, diavoli cornuti, uccelli sproporzionati, tutto un popolo mostruoso, un serraglio di incubi pietrificato dalla volontà di qualche Dio stravagante”. 

I Calanchi di Piana sono delle bizzarre formazioni rocciose a 400 m sul livello del Mar Mediterraneo formatesi per erosione del vento e dell’acqua. Come nelle nuvole potete dare la forma che volete  a questo cortile di giganti e nani di pietra tinti di rosso, rosa, ruggine e miele. Sempre se non vi prende un attacco di panico come è successo a me salendo in automobile su  la D81 , che è davvero per chi sa tenere le mani al volante!

5 Tappa. Corsica in 10 giorni verso nord

Nella Corsica del nord mi sono spostata tra Aregnu e L’Ile Rousse   toccando  Calvì e Saint Florent . Mi sono insinuata in una microregione particolarissima, quella della Balagna. Questa  fu l’antico granaio della Corsica e oggi si mostra come un magnifico anfiteatro di montagne innevate  sul mare .

La Balagna è una distesa di limoni, uliveti, mandorli, e un continuo susseguirsi di festival di ogni genere che rallegrano la sua comunità . Vive principalmente di agricoltura e turismo e fa da sfondo al punto di partenza del celebre   Grande Randonnée GR 20.

Per spezzare si può fare una capatina anche a :  Lunghignano e il suo vecchio frantoio, Cassano e la sua piazza a punteMontemaggiore per la veduta  mozzafiato sul Golfo di Calvi, il nido d’aquila di Sant’Antonino, e   i centri artigianali  di Pigna e Corbara.

 Aregnu

Aregnu  è stata popolata da sempre, come attestano resti di placche bronzee degli eserciti di Vespasiano. Fu dei  genovesi fino alla metà del XVIII sec. , dopo  divenne proprietà francese. Aregnu  , con le sue frazioni di Torre e Praoli, è collinosa con una pianura che si estende fino al mare. Una piana agricola, che nonostante gli incendi, prospera con i suoi frutti. Oltre agli ulivi sono una gloria le sue arance, marchiate  Aregno citrus sinensis osbeck .

Altro vanto di Aregnu sono i suoi  mandorli che vanno in fiera la prima settimana di agosto . Dal 1997 sono i protagonisti di    un festival   appuntamento  che ha promosso  il settore agricolo e l’artigianato della Balagna.

I templi sacri di Aregnu

Da attenzionare ad Aregnu  oltre le sue fantastiche spiagge sono:

Ille Rousse

L’Ile Rousse  è come la vedete oggi dal 1758, quando P.  Paoli la fortificò per arenare l’invadenza dei genovesi.  Un luogo  singolare della Corsica.  Tanto glamour , da attrarre VIP che ci hanno stabilito le loro fastose residenze estive.  Quanto romantico da sedurre bohemien e sognatori d’ogni dove.

L’Ile Rousse  è un dedalo di meraviglie dalla Torre dello Scalo (del XVI sec.) alla chiesa al  monumento ai caduti  di Antoniucci Voltigero. Dall’Hotel Liberata, albergo per straricchi, fino all’ affollatissima Piazza Paoli, salotto urbano e zona in cui si pratica lo sport preferito dai cittadini , ovvero le bocce.

La città vecchia

Per i comuni mortali sempre nei pressi della old city si allestisce un mercato coperto sotto il tetto di un tempio greco. In sostanza L’Ile Rousse  è  un agglomerato raffinato di architetture sofisticate , casine di pescatori, e isolotti di porfido rosso . Il suo centro cittadino è impreziosito da piazze contenute e un pittoresco lungomare Marinella da godere nei suoi tanti ridenti cafè. Una foto da fare assolutamente è quella con la padrona di questo eden, una Sirena di bronzo realizzata nel 2016 da Gabriel Diana.

Tra questi accumuli di rocce rossastre si distingue l’Isola di Pietra con il suo faro  e  le sue estensioni di  Roccio, Roccetto e Piano. Battezza l’atollo corso e si può perlustrare arrivandoci in soli 15 minuti dal centro,  che  la battezzano e la  colorano di un arancione che si infiamma al tramonto . Le spiagge più paradisiache di Ile Rousse sono : Plage de Caruchetu, Plage de Bodri, Plage de Lozari, Davia , Algajola, Marina di Sant’Ambrogio, Arinella e Sainte-Restitude.

Corsica in 10 giorni : il cibo

La cucina della Corsica è il risultato delle varie dominazioni isolane , per cui prevale l’influenza francese e italiana. Tuttavia ha sviluppato un suo carattere distinto indirizzandosi soprattutto sulle gemme del suo entroterra montuoso.

I verdi pascoli offrono l’ambiente ottimale  per l’allevamento di  capre e pecore, il cui latte   genera squisiti formaggi  , di cui  i  più noti sono:

Charcuterie: salumi e zuppe corse

I pendii boscosi della Corsica brulicano di maiali e cinghiali selvaggi.  Ne vengono fuori delle prelibatezze esemplari, molte delle quali a marchio AOC, cioè Appellation d’origine contrôlée (Denominazione di Origine Controllata) . Tra le più note:

      • Figatellu : è una salsiccia di fegato di maiale affumicata ed essiccata, spesso grigliata o utilizzata nella zuppa di lenticchie;
      • Coppa o capicollu  AOC* : è ottenuto dal muscolo cervicale del maiale disossato e sottoposto a 6 mesi di stagionatura ;
      • Lonzu AOC: è un  filetto di maiale salato, affumicato e pepato, risulta leggermente untuoso e consistente;
      • Prisuttu AOC: è il prosciutto corso  d’eccellenza , che viene  stagionato minimo 12 mesi ricavato dal maiale razza Questi ultimi sono suini di taglia piccola che girellano liberi ad alta quota nutrendosi di radici ed erbe.

Queste carni pregiate sono pensate   per intingoli e stufati gustosissimi, tra cui si distinguono:

      • Zuppa corsa: è un minestrone di verdure in brodo di osso di prosciutto;
      • Civet de sanglier : è uno spezzatino denso di cinghiale, verdure, castagne, vino rosso e finocchietto;
      • Veau aux olives: è uno stufato  di vitello a cottura lenta, olive pomodori, erbe aromatiche e vino bianco o rosato ;
      • Agneau Corse: è l’ agnello arrosto con aglio e rosmarino.

Pesce

Allora cos’altro potrebbe esserci nel menu dei ristoranti della Corsica? Per quanto riguarda il pesce di mare, troverete tantissime:  triglie fresche, orate, acciughe, sarde e scampi. Dai fiumi dell’isola e dalle lagune della costa orientale provengono rispettivamente : abbondanti trote e anguille. La costa orientale è anche un’ importante produttrice di ostriche. Il piatto più strabiliante è :

Dolci in Corsica

Per chiudere un pasto ci sono i dolci corsi , ottimi anche  per   una bevanda bollente durante l’inverno . Stupiscono per varietà ,  consistenza e bontà . Una menzione speciale va fatta per le castagne, piantate nell’isola durante il dominio genovese (dal 1284 alla metà del XVIII sec.) come alternativa alle colture di cereali, di difficile coltivazione. La farina risultante viene utilizzata in molte  ricette corse,  come quella  per le fritelle . A questa cornucopia zuccherosa si aggiungono altre ghiottonerie:

  • Pisticcini: sono delle gallette cotte alla piastra dentro una foglia di castagno;
  • Pastizzu: è un dolce domenicale con  pane raffermo, latteuovazucchero a velozucchero vanigliato e burro;
  • Falculelle: sono delle brioche tipiche di Corte. Si preparano mescolando brocciu, tuorlo d’uovo, farina, zucchero e buccia d’arancia. Questa miscela viene poi cotta al forno su foglie di castagno;
  • Fiadone:  è il tradizionale  dolce leggero  al brocciu;
  • Cacavellu:  è a forma di ciambella ed è  fatto di pasta lievitata ;
  • Canistrelli: sono dei biscotti fatti  di vino bianco, anice, mandorle o nocciole.

Corsica in 10 giorni:  vino

La storia del vino corso è millenaria (VI secolo aC ) .  Greci, romani, pisani e genovesi  vi introdussero il vitigno autoctono principale che è il Nielluccio . Questo è  una variante del Sangiovese toscano.  Sotto i francesi ci fu un segno di ripresa per la viticultura corsa grazi all’agevolazione napoleonica dell’esenzione delle tasse sul commercio del vino corso. Tuttavia la filiera della produzione vinicola corsa ebbe un drastico declino con l’arrivo della fillossera nell’800 e con le Due Guerre Mondiali.

Gli anni ’60 segnarono una svolta . Il governo parigino introdusse  18000 algerini  ( detti pies noir ) a cui si concessero parecchi poderi a est della Corsica  per farli fruttare. Ma gli immigrati puntarono sulla quantità produttiva di vino, causando l’ira dei corsi. Questi si riunirono addirittura in un movimento politico detto  il  riacquistu che puntava sulla qualità di resa e sulla  valorizzazione delle uve autoctone.

Nel ventennio  successivo il vino corso fu  ricercatissimo perché sinonimo di eccellenza grazie a una vera e propria rinascita enologica . Ciò accadde per merito di grossi investimenti nel settore, per lo sforzo di imprenditori locali e l’introduzione di disciplinari (AOC, DOC e IGP) e nuove tecnologie.

Corsica, la carta dei vini!

I vigneti della Corsica (375.000 ettolitri all’ anno) coprono tutta la costa e il 45% viene venduto nel continente. Si sta parlando di circa 6.000 ettari quasi tutte coltivati biologicamente con le tre principali uve native:

I filari di questi grappoli corsi sono segmentati in generale in questi 2 blocchi:

Il terroir della Corsica

Ls viticultura corsa affonda le sue radici nei pendii   a est e nella Valle del Golo , a ridosso di alture che sfiorano i 1200 metri. Il terroir corso spiega la straordinarietà dei suoi vini:

      • Esposizione solare perfetta ( si ricorre ai terrazzamenti per aumentare le entrate di luce);
      • Inverni miti ed estati calde;
      • Diversi microclimi: mediterraneo (apporta calore) , montuoso (dona umidità buona   per la  vite specie in primavera) e marino (venti che rinfrescano);
      • Diversità di suoli: un misto di scisto, granito, gesso, argilla, sedimenti alluvionali :
Quali vini corsi assaggiare?

I vini corsi hanno carattere (per la mineralità del terreno)  e hanno un finale lungo in bocca.  I vini rossi hanno una buona struttura e un colore molto profondo. Sono morbidi, facili da bere e talvolta speziati. I vini bianchi sono molto aromatici, e fini, molto spesso sprigionano  note floreali o fruttate (agrumi) uniche. I rosati sono vivaci e colorati, fruttati e freschi, mentre i vini dolci sono setosi ed eleganti.  In basso vi propongo una selezione di etichette da degustare:

Bianchi:

Rossi:

Rosati:

Cosa bere in Corsica: birre, vini e liquori

La Corsica ha tante altre valide proposte in fatto di alcolici oltre il pastis e il liquore al mirto :

      • Cap Corse Mattei : si fa a Bastia (Louis Napoleon Mattei ed è il classico aperitivo dell’isola che è tra l’amaro e il dolce e rievoca i sapori della macchia mediterranea. La ricetta è segreta ma si possono avvertire le essenze di arance e china;
      • Birre PietraColombao Serena: La prima è  ambrata e ha un sapore deciso e aromatico. La seconda è una birra bianca prodotta con malto d’orzo e frumento, mentre la terza è una birra di puro malto al 100%.

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Corsica in 10 giorni : conclusioni

Concludendo sulla Corsica ve la  consiglio vivamente per  vostre prossime ferie. Si presta a soddisfare le esigenze di tutti i viaggiatori , compresi i lupi solitari in cerca di pace  solitudine . Sta a voi decidere il modo di vivervela e quando metterci piede, perché è una sorpresa in tutte le stagioni.

Personalmente quello che la Corsica mi ha lasciato addosso è la voglia di esplorarla nuovamente in lungo e in largo. A pochi passi dallo stivale ci si catapulta direttamente ai  Caraibi . Direttamente in mezze lune di sabbia fine e dorata accarezzate dalle onde gentili in cui sguazzano pesci di ogni razza.. Vi auguro un piacevole soggiorno!

 

 

Info utili

 

Guide sulla Corsica

Ufficio del Turismo in Corsica

Documenti per la Corsica (carta d’identità)

Telefono in Corsica

Moneta e carte di credito in Corsica (Euro)

Budget per la Corsica

Lingua parlata in Corsica

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Proverbio Arabo

Marrakech in 4 giorni

Sicuramente Marrakech in 4 giorni è stata un’esperienza indimenticabile. Incastonata come una perla nella piana di Haouz ai piedi dell’Alto Atlante , Marrakech è il silenzio del deserto. Una pace che , attraversando cime innevate, villaggi rurali  e valli verdeggianti, si trasforma nel rumore di una metropoli cosmopolita. Marrakech conta più di un milione di abitanti, ed è la quarta urbe più grande del Marocco (dopo Casablanca, Rabat e Fez). Qui ci si può divertire e vivere come in una qualunque altra capitale europea. Oppure ci si può perdere per ritrovarsi  nella semplicità delle piccole grandi cose della vita.

Visitando Marrakech  in 4 giorni  scoprirete una terra all’avanguardia ma attaccata alle sue origini nomadi e africane. Un contrasto pazzesco  che ammalia il viaggiatore, trascinandolo nel fascino del mondo arabo islamico. Quest’ultima è una cultura che vanta 14 secoli di esistenza, che ha dato tanto all’umanità, e di cui si conosce davvero poco.

Da Marrakech a Essaouira 

In giro per le attrattive di Marrakech  in 4 giorni è stato un viaggio nel tempo. Un salto lungo che mi ha portato dalla sua fondazione a opera della dinastia degli Almoravidi ( XI-XII) alla costituzione della monarchia (1956).  Marrakech  è un luogo misterioso da fotografare all’infinito.

Senza dubbio il modo migliore di afferrarelo  spirito millenario di Marrakech è quello di visitarla in lungo e in largo. Come spiegare il canto del muezzin che richiama i fedeli alla preghiera per Allah nel cuore della notte. Davvero è qualcosa che non si può descrivere, ma solo fare sperimentare dal vivo. In questo post  propongo 4 itinerari da fare tra Marrakech ed Essaouira  per godervi il meglio di questo eden e iniziare una travolgente avventura!

Marrakech in 4 giorni. Cosa fare e vedere

Marrakech è ben collegata con tutto il globo con l’Aeroporto Internazionale di Menara. Non fate come me di andarci a Luglio, perché non ho avuto altra scelta per il mio lavoro! Ho patito il caldo ma sono sopravvissuta lo stesso ! Meglio la primavera o l’inverno per chi può , quando le temperature sono più miti.

Mi raccomando, al vostro arrivo  a Marrakech  fatevi venire a prendere da un taxi. Concordando con il vostro albergo. Questo  è il modo più sicuro e meno dispendioso per raggiungere la vostra meta sia in centro che in periferia. A Marrakech non eisste uber !

Per cominciare,  i miei tour di Marrakech in 4 giorni hanno seguito la mappa urbana, che è  divisa in due:

Marrakech in 4 giorni. L’arte di ieri  

Senza dubbio il ricco patrimonio artistico e architettonico di Marrakech è da contemplare nei siti archeologici,  nelle ville e tombe reali, nelle moschee, nelle scuole coraniche. Un’eredità artistica varia e di immenso valore, che ci racconta dei popoli che nei secoli hanno dominato e plasmato Marrakech:

Marrakech in 4 giorni. L’evoluzione dell’arte

Marrakech  si esprime sotto svariate forme da un punto di vista artistico ricongiungendo passato e presente insieme. Così se si è  alla ricerca di qualche souvenir si rimane  impressionati dalla varietà e sobrietà dell’artigianato marocchino. C’è davvero l’imbarazzo della scelta tra oggetti decorativi e utensili. Piccoli capolavori che sono il frutto di mani sapienti, di mestieri che si tramandano di generazioni in generazioni . E che vengono rivisitati dalle più audaci innovazioni artistiche.

Sì, perché Marrakech   ha radici profonde nell’antichità ma si sa anche reinventare in chiave moderna.  Ovunque spuntano atelier, fashion hub creativi e di progettazione. Molti  riad, le tipiche case marocchine , al presente diventano  alloggi  e laboratori artistici di ogni genere.

Riad , la magia di Marakkech in 4 giorni

Confesso che è stato un sogno  dorm9ire in un  riad . Questi  possono essere dei boutique hotel  (con tanto di SPA) o a gestione familiare, come quello dove stavo io. Inizialmente i  riad  furono delle abitazioni ideate per benestanti  dai sultani Idrisidi (788 e il 974 d.C.) . Si  prese spunto dalla domus romana e furono ridefinite da forti connotazioni arabeandaluse . I riad  sono molto comuni anche in Arabia Saudita, Algeria, Tunisia e Libia.

In genere i  riad sono stretti e alti.  Questo per sfruttare l’esigua superfice della medina , dove nascono. E per ospitare i diversi membri di una famiglia. Sono a pianta quadrata con tetto a cielo aperto, e costruiti su due piani. Sopra ci sono le camere da letto ognuna con bagno. Sotto la cucina, il soggiorno e il bar. Di solito non hanno mai più di dieci stanze, che sono adornate in maniera semplice ed elegante. Dominano le decorazioni in legno, mosaici astratti e ferro battuto.

Una casa senza chiavi

Nei riad non ci sono chiavi, ma solo delle tende bianche. Le porte si chiudono a necessità. Le pareti sono solitamente ricoperte con il tradizionale tadelakt. Quest’ultimo è un intonaco di calce liscio e impermeabile, che è molto utilizzato nelle dimore marocchine .

Delle scale interne portano poi sul terrazzo da cui si ha una splendida vista sui tetti di Marrakech. Qui è collocata una vasca da bagno che si riempie d’acqua per immergersi nelle ore più calde dell’estate. Accanto sono disposte delle sedie a sdraio in vimini coperte da tetti per fare ombra.

Riad, il giardino arabo

Il termine riad,  proviene dall’Arabo . Ha il significato di “giardino”, perché è proprio quello che  posto in mezzo li caratterizza. Fa bella mostra una polla di acqua , dove sguazzano pesci rossi  e si dissetano tartarughe.  Attorno ci stanno  alberi di arance, limoni , bouganville e ibiscus sopra cui svolazzano minuscoli uccelletti. Esattamente come i patio della Spagna del Sud con cui il Marocco è stratto a stretto contatto per 8 secoli.

Il fascino dei riad, è esclusivo. Lo sfarzo degli interni contrasta con il vuoto di mattoni e argilla dell’esterno. Questo richiama il carattere degli islamici,  che sono più attenti al privato che al pubblico. Non ci sono infatti aperture esterne se non piccole fenditure. Piccolo trucco anche per proteggersi dagli agenti atmosferici: entra aria fresca e blocca i raggi infuocati del sole.

5 cose da vedere della medina. Primo giorno a Marrakech

Il primo itinerario si sviluppa dalla medina dove ho alloggiato. Essa rappresenta il cuore di Marrakech con le sue mura rossastre di pietra arenaria spesse due metri. Un complesso di meraviglie orientaleggianti, bastioni di epoca diversa e una serie di imponenti porte che costituiscono i vari accessi del centro abitato.

Dalla medina mi sono diretta verso l’animata Piazza Jeema el Fna , che è  il salotto cittadino e simbolo indiscusso di Marrakech. Da qui mi sono spostata lungo tortuosi vicoli stretti, che portano ai souk, i mitici mercati marocchini. Di seguito ho visitato il Museo di Marrakech,   la Medeira  e la Moschea di Yuseef , e  la Maison de Fotographie .

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1 Piazza  Jeema El- Fna i sapori , la musica e la danza di Marrakech

Uno degli spettacoli più affascinanti della terra è Piazza Jemaa el-Fna. Una parola araba quest’ultima che vuol dire “assemblea dei morti”, perché prima qui si facevano le esecuzioni pubbliche (1050). Per fortuna adesso invece è solo un teatro vivente che,   proclamato  Patrimonio orale e immateriale dell’UNESCO , si prepara la mattina per lo spettacolo della sera.

Dal  rooftop del celebre Cafè de France ho visto Piazza Jemaa el-Fna  a ora di pranzo brulicare di centinaia di persone. Tutte quante affaccendate a prendere il loro posto in scena . Per dissetarmi ho preso una spremuta d’ arancia senza ghiaccio. Raccomandazione di non bere acqua che non sia imbottigliata o bollita sempre valida! Sognatevi la birra o  l’alcol  perchè vietati dalla religione islamica.

La sera ho attraversato  Piazza Jemaa el-Fna scansando cavalli, carrozze, e le folle di visitatori che  ci vanno per veder l’impensabile. Come tatuatori di henne , venditori d’acqua, cantastorie, astrologi, incantatori di serpenti, finti guaritori, cavadeti, e ciarlatani di ogni genere. Un circo insomma, in cui bisogna  fare attenzione alle scimmiette degli ammaestratori che rubano qualsiasi cosa. Una sala da ballo in cui ci si lascia trascinare dal ritmo dell gnaoua, la musica degli schiavi d’Africa, quella  di eventi sacri come l’Eid-al-Adha e l’addio al nubilato.

Piatti tipici di Marrakech

A Piazza Jemaa el-Fna  di fame non si muore! All’imbrunire nuvole di fumo delle braciere  serrano l’aria e gli odori dello street food locale inebriano il cervello:  zuppe di lumache, decotti, frattaglie, teste di montone, sardine, stufato di zampone di manzo (tanjia). Il tutto accompagnato da frullati freschi. Le truffe e lo sporco sono dappertutto, fidatevi dei chioschi più affolatti e dove sono esposti i costi !

Ho mangiato di tutto a Piazza Jemaa el-Fna  . La  cucina locale  è a base di verdure e carne , specie di agnello e pollo (il maiale rientra tra le cose proibite dall’Islam). Il cibo è parecchio speziato dal salato al dolce , domina il miele.  E si usano parecchie erbe, come lo zafferano, che per il suo valore inestimabile è considerato l’oro giallo del Marocco.

Tra le tante specialità e ricette tradizionali che ho provato  queste sono le più prelibate:

  • Cous cous: questo è il piatto nazionale ormai esportato dappertuttoQuesto impasto granuloso di acqua e semola è condito con cipolla, aglio, verdure, pollo e altro ancora. Viene servito in appositi tegami di terracotta con il coperchio a spillo;
  • Tajine di carni speziate: è un secondo di manzo molto saporito, che viene così battezzato dalla pentola  bassa  a bordo circolare e smaltata in cui viene preparato;
  • Pastilla:   è una torta di carni bianche cotte in brodo e infilate in strati di pasta werka (simile alla pasta fillo). A questa bontà si aggiungono mandorle tostate, cannella e zucchero.

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2 Souk centrali

Dalla mitica Piazza Jemaa el-Fna  la direzione obbligatoria è quella verso i souk ,  ovvero i bazar marocchini coperti da tettoie di palme. La definizione da vocabolario di souk  è equivalente a “disordine”,  perché è questa la prima sensazione che si avverte a esserci dentro.

Anticamente i souk  non erano solo delle fiere (si tenevano una volta a settimana o al mese) per acquistare l’essenziale.  Erano anche un ritrovo per le tribù dove si parlava di politica, religione ed economia. Un posto dove ci incontrava con gli amici e si cercava moglie.

Ci passavano molti mercanti con le loro carovane, come testimoniano i loro dormitori detti  fondiuq . Di questi  attualmente se ne possono totalizzare 140 . Molti  sono stati comunque riutilizzati come botteghe. Altri invece sono abbandonati a se stessi e conservano elementi originali come intagli lignee e romantici balconi

I souk, il volto scoperto di Marrakkech

Nei souk  i negozianti  salutano  ogni  passante in Inglese, Francese, Italiano, e Spagnolo. Loro compito giornaliero è  caricaree scaricare i loro prodotti specifici sistemati nelle loro bancarelle. Mantenendo sempre la destra per non essere travolti dai motorini che sfrecciano come saette, nei  souk  si assiste a uno show perenne.

Nei souk  ci si sente quasi paralizzati dai profumi fortissimi che esalano dai qissariat, le viuzze anguste senza indirizzo che formano questo intricato dedalo dove è sicuro perdersi! Da quelli delle bistecche alla griglia a quello delle essenze balsamiche di qualche erboristeria.

8  pittoreschi souk di Marrakech in 4 giorni

Nei souk  si pesca su serio merce di ogni tipo tra cui articoli di cosmesi eper la toiletterie.  Anche se ovviamente non mancano i fake, per cui attenzione! Cliccate in questa piccola mappa  che vi guiderà da sud a nord in 8 fantastici souk . Eccoli qui  in basso nel dettaglio :

  1. Souk Ableuh: questo è il regno dei cetrioli e delle olive, speciali quelle marinate nellharissa, una salsa piccante al peperoncino e aglio;
  2. Souk Semmrine: questo è piuttosto orientato alla vendita di cianfrusaglie per turisti . Ma si possono anche fare ottimi affari se si beccano vestiti berberi e  le famose babouches . Queste sono le morbide scarpe a punta che hanno ispirato maison haute couture del calibro di Chanel, Balenciaga e Prada!
  3. Souk Zrabi : questo vicino Rahba Quedima  o Piazza delle Spezie è perfetto per chi vuole fare affari con  tappeti originali marocchini . Questi sono di diversa fattura: rabati (in feltro e molto pregiati) e chichaoua (con motivi a zig zag). E ancora quelli di tipo handel (a ordito raso), zanafi (di lana ruvida) , e shedwi ( di lana a trama rasata)
  4. Souk Dhabia : questo è un gioielleria dove farsi regale accessori sfavillanti come bracciali, collane, anelli e altro ancora;
  5. Souk Lebbadine : questo è un quello dedicato alla lavorazione della pelle e del cuoio . Ci sono manufatti come borse, zaini, giacche, ciabatte, cinture. È sormontato da un grande reticolo di ferro;
  6. Souk Hadadine : questo è dedicato all’arte dei fabbri. Qui tra il rumore di martelli e incudini potrete assistere alla trasformazione di una bicicletta in lanterna;
  7. Souk Cherifa ;   questo è quello in cui i giovani designer sfoggiano i loro articoli modaioli di stampo etnico e a prezzi fissi;
  8. Souk Sebbaghine o Souk di Dyers: questo è quello dei tintori, dove le matasse di lana appena tinte vengono appese ad asciugare.
Consigli pratici per vagare indisturbati nei souk di Marrakech in 4 giorni

Quando si va all’estero è sempre bene usare il buon senso. Questo vale anche a Marrakech . Per cui specialmente nei souk è preferibile:

  • Girellare (magari in compagnia!) nelle ore diurne ed evitando quelle notturne;
  • Non scattare foto senza il permesso dei locali;
  • Non fatevi accompagnare, non si sa mai!
  • Stare attenti all’igiene che qui non regna sovrana. Piccoli accorgimenti come raccogliere le prelibatezze marocchine con il pane e lavarsi le mani possono salvarvi da infezioni sgradite;
  • Azzardare qualche specialità di cibo da strada solo se il vostro stomaco non è molto delicato. Eviterete qualche brutta indigestione ;
  • Non camminare con abiti molto succinti e preferire quelli sobri. Per il gentil sesso è comodo avere con sé un foulard per coprire le spalle e le gambe;
  • Non rimanere senza contanti specie per le piccole spese , per quelle più grosse si accetta pagamento con carta. La moneta nazionale è il dirham. All’aeroporto di Menara, Piazza Jeema El-Fna ci sono sportelli per il cambio ( o spesso anche nelle strutture alberghiere).

Queste piccole mosse sono segni di rispetto verso la comunità islamica. Così come il contrattare per comprare. Niente è prezzato, per cui arrivare a una cifra stabilita è una vera e propria sfida. Bisogna prenderla come un gioco senza arrabbiarsi per le controfferte. Mi raccomando sorridete e scherzate sempre . E in modo particolare se siete indecisi su un acquisto non guardate in modo insistente.

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3 Museo Marrakech

Il Museo di Marrakech     è ubicato dentro il palazzo Dar Mnebhi  (XIX secolo) . Questo è stato fatto da Mehdi Mnebhi ministro della difesa del  Sultano Moulay Abdel Aziz (XIX sec.) . In stile arabo andaluso, fu rinnovato dalla Fondazione Omar Benjelloun e inaugurato  nel 1997.

In questo museo si respira un’atmosfera tutta arabo islamica. All’ingresso c’è il solito giardino con fontana e un magnifico cortile. Si nota subito uno sgargiante  lampadario  intarsiato da lastre di metallo decorate con ritagli geometrici ed epigrafici.

Ci sono due sale di esposizione nell’interrato:

Al piano superiore del Museo di Marrakech      ci sono quadri  e ornamenti vari. Ad arricchire   il tutto c’è uno splendido tetto in legno intagliato, delle singolari piastrelle ,  mosaici , stucchi e  calligrafie  .

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4 Madrasa e Moschea Ben Yuseef

La Madrasa  e la Moschea Ben Yuseef  sono rispettivamente la scuola islamica più importante del Marocco e la moschea più rappresentativa di Marrakech.

La Madrasa   risale al XIV secolo e fu ricostruita nel 1565 su commissione di Abdallah al-Ghalib. Disponeva di 130 celle per gli oltre 900 studenti frequentanti. La struttura è realizzata in arenaria rossa ed è abbellito con motivi geometrici e stucchi scolpiti.

Si entra da un gigantesco  portale che immette nel cortiletto circondato da due livelli di gallerie ad arco. Qui sono disposte le varie aule per la preghiera. Il minareto (o torre) è sormontato da una cupola rivestita di piastrelle verdi.

Moschea Ben Yuseef

La Moschea Ben Yuseef   è databile al 1070 . Fu innalzata da Yusuf ibn Tashfin, un emiro Almoravide. Il figlio la ampliò e fu completata tra il 1121 e il 1132. Nel 1147 subentrò il califfo Abd al-Mu’min  (dinastia degli Almohadi)  che la distrusse . La ricostruì di sana pianta perché non era perfettamente orientata in direzione della Mecca. Del fulcro primitivo è sopravvissuto solo il nome.

Nel 1563 sotto la dinastia Saadiana ci furono lavori di ristrutturazione nella   Moschea Ben Yuseef   Poi cadde in rovina tra i secoli XVII e XVIII. Nel corso del XIX secolo, il sultano alawita Solimano diede l’ordine di rinnovarla completamente. Legno di cedro intagliato, stucchi e piastrelle colorate ricoprono gli interni di questo splendido edificio di culto. Resta aperto dalle 09:00 alle 18:00 ma possono accedervi solo i musulmani.

Per  info indirizzo,  biglietti, e orari Madrasa Ben Yusef  clicca qui

5 Maison de Fotographie

La Maison de Fotographie  è appunto la casa della fotografia.  Questa fondazione aprì al pubblico nel 2009 grazie a Hamid Mergani e Patrick Manac’h. L’intento fu quello proprio di raccogliere le memorie di Marrakech negli scatti nazionali e internazionali di fotografi illustri. Quali quelli dei francesi   René Zuber, Jean-Pierre Évrard, e Viviana Pâques

La collezione si divide in quattro sezioni. La prima, che è la più eclettica, è un insieme di ritratti berberi e avventurieri europei dei primi del Novecento. Invece  la seconda è un mosaico di foto in bianco e in nero che documentano la società di Marrakech  del secolo scorso. A sua volta la terza e la quarta raccontano la cultura locale e le feste danzanti tipiche del Marocco. Date un’occhiata alla magnifica terrazza dove potrete godere della vista dello skyline di Marrakech   sorseggiando un buon caffè.

Secondo giorno a Marrakech. Altri 3 tesori da scoprire nella Medina

Marrakech   è immensa e riserva sempre delle sorprese passeggiando plein air . L’altro percorso è stato riservato all’area monumentale delle famiglie reali. A partire dal 789 d.C. fino al  1666  si sono susseguite grandi dinastie a Marrakech     la Idrisside, l’ Almoravide, l’ Almohad, la dinastia Merinida, la Saadiana , e l’Alaouita.

Ognuna di esse ha lasciato traccia del suo dominio. Dal Palazzo El Bahia  e il Palazzo El Badì alla Moschea e Giardini Koutobia si può fantasticare sulla gloria e l’ opulenza di tutti i pascià che hanno governato e reso eterna Marrakech.

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1 Palazzo El Bahia

Il Palazzo El Bahia è l’emblema della grandezza dell’arte marocchina del XIX secolo. Abbiamo a che fare con un complesso di quattro cortili, giardini, e ambienti fiabeschi dai colori vivaci. I soffitti sono dipinti con motivi e disegni complessi e le finestre sono incorniciate da persiane in legno decorate.

Dar Si Moussa , Gran Visir del sultano Moulay Hassan I, si occupò della sua realizzazione come residenza nobiliare  nel 1894. I lavori vennero affidati all’architetto francese Paul Sinoir. Ci furono varie modifiche nel corso dei secoli e purtroppo anche saccheggi. Ciò che più attrae al Palazzo El Bahia è l’Harem delle Concubine , alcova dai superbi dettagli ornamentali.

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2 Palazzo El Badì

Il Palazzo El Badì     fu  richiesto dal sultano Ahmed al-Mansour per commemorare la sconfitta dei portoghesi nella battaglia di Alcazarquivir. Al momento è totalmente in rovina ma dalla mole delle rovine intorno si suppone che doveva essere sul serio imponente. Doveva comporsi di 300 locali tutti rivestiti con oro, turchesi e cristallo. Un cortile con quattro giardini infossati e le vasche luccicanti è quello che si può ammirare  dei suoi resti.

Nel XVII secolo si deteriorò quando il sultano Moulay Ismail decise di trasferire la capitale di Marrakech a Meknes, saccheggiandolo del tutto.  A rapire lo sguardo nel Palazzo El Badì    è il Minbar della Koutoubia , un  pulpito di cedro, con intarsi e incisioni in oro e argento eseguiti nel XII secolo dagli artigiani di Cordoba.

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3 Moschea e Giardini Koutobia

L’anima di Marrakech    è indiscutibilmente la Moschea Koutobia  ,  o moschea dei librai . Era chiamata in questo modo fino al XIX secolo per via dei numerosi venditori ambulanti di libri riuniti nei dintorni. Pima di allora era denominata Moschea Almohade come i suoi fondatori che la eressero nel XII secolo . Era  rivestita di intonaco rosso, ma dopo il restauro degli anni ’90 si decise di lasciarla in tonalità dorata. Cosa che la fa spiccare rispetto alle sfumature pastello delle case cittadine.

La Moschea Koutobia è impreziosita da  una torre ad archi e merlature, prototipo della Giralda di Siviglia e de Le Tour Hassan a Rabat. Da cui rimbombano i canti sacri. Quelli che sistematicamente richiamano alla preghiera tutti i fedeli islamici.  Un suono ipnotico che sovrasta il frastuono della Piazza Jemaa el-Fna  .

Le sfere di rame 

In cima alla moschea spicca una guglia di sfere di rame che secondo una leggenda erano d’oro. Queste furono donate dalla moglie del sultano almohade Yacoub Al Mansour, che fece fondere i suoi gioielli. Punizione impartita allorché la scovò mangiare durante le ore di digiuno del Ramadan.

Dietro la Moschea Koutobia ci sono i suoi giardini publici.  Un polmone verde punteggiato da altissime  palme . I  marocchini qui si  rilassano  e passeggiano. Una vera e propria oasi come il non troppo distante Giardino Segreto ,    un incanto della dinastia Saadiana con le sue piante tropicali (per  info indirizzo,  biglietti, e orari clicca qui) .

 

Terzo giorno a Marrakech. La ville nouvelle e il Jardine Majorelle

Si deve andare di persona a Marrakech in 4 giorni e anche più forse  per capire che è non è solo un concentrato di resti archeologici e bellezze artistiche. Esattamente a trenta minuti a piedi dalla Piazza Jemaa el-Fna   ci stanno i quartieri di Guéliz e Hivernage. Questi pullulano di alberghi, uffici, ristoranti, cinema, teatro, discoteche, cafè , negozi, servizi quali stazione dei treni e dei bus.  Una delle arterie principali è Avenu Mohammed V .

Questa parte nuova è nota come villa nouvelle o città nuova come l’appellarono i francesi durante la loro occupazione nei primi del Novecento. Questa sezione moderna di Marrakech rispondeva all’esigenza dell’espansione urbanistica dei cugini d’Oltralpe capitanata dal  maresciallo Hubert Lyautey. Era complicato glorificare il nuovo ordine politico della Francia di inizio secolo nella democratica Parigi. Per cui si puntò al vasto Maghreb.

Il risultato di questo programma governativo fu quello di avere uno spicchio d’ Europa dentro l’Africa. Volutamente separate per mantenere intatto quel tratto indigeno del Marocco che bene si vendeva ai turisti. Perciò da un lato sorsero le   ville art decò (con tratti moreschi) per la classe dirigente. Dall’altro non potevano mancare condomini di cemento per la massa che si spostava in questo crogiolo di viali ortogonali e incroci con semafori.

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Il Giardino Majorelle

Ai margini del perimetro della medina Marrakech  è un’ estensione rigogliosa di una natura mediterranea ed esotica. Mi riferisco ai tanti giardini che la circondano, che erano di solito possedimenti dei nobili. Questi sono fondamentali perché oltre che per il passeggio per gli autoctoni sono uno sfogo d’ombra nei mesi con 45°.

Le Jardine Majorelle  prende il  nome dal suo proprietario il pittore orientalista Jacques Majorell . In origine era il suo studio pennellato di blu e giallo. Colori sgargianti rimasti intatti all’acquisto   nel 1980 dallo stilista Yves Saint Laurent che lo regalò  all’amato Pierre Bergère. Questo è un paradiso di architettura islamica colmo di cactus, bambù, fiori e vegetazione acquatica di ogni sorta.

Dentro questa cattedrale si forme si possono contemplare il museo dello stilista francese e il mausoleo dedicato alla sua dolce metà. L’atmosfera è quella di una fiaba. Si cammina fra laghetti, piscinette in cui nuotano pesci gatto e panchine su cui si baciano gli innamorati.

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4 Giorno . Da Marrakech in 4 giorni a Essaouira

Per quanto irresistibili le viscere del Marocco come rinunciare al suo mare. Dopo tre ore di tragitto da Marrakech la mia escursione mi ha portato a Essaouira, un ridente borgo marinaro che mi ha stregato. Avranno provato lo stesso entusiasmo gli hyppies degli anni 70.  O personaggi del calibro di Orson Wells, Jimmy Handrix, Rolling Stones, Frank Zappa , Cat Stevens e altri . Questo le è valso il soprannome della Woodstock Africana a designare il lato più  trasgressivo di tutto il corno africano.

Dai suoi trascorsi fenici all’evoluzione arabo musulmana  Essaouira ha seguito le sorti storiche del Marocco. Nel 1756 i francesi la celebrarono modellandola con bastioni e porte fortificandola e allineandola con l’Occidente. Essaouira è un eden dai ritmi lenti su cui volteggiano i gabbiani, l’eldorado di molti surfisti che qui hanno cavalcato le onde più audaci. Ci sono mille motivazioni per cui è  una tappa imperdibile!

Sosta di benessere all’olio di argan

Per fortuna il van che mi ha trasportato fino a Essaouira era comodo e fresco di aria condizionata. Dal finestrino i paesaggi apparivano lunari e il bianco delle nuvole sovrastava l’ocra del terreno arido e brullo. Davanti gli occhi si stagliava una landa desolata su cui si adagiavano sparuti casolari . Blocchi di argilla e paglia recintati con fil di ferro brulicanti di pecore.

Improvvisamente ci fermammo per una pausa .  Dopo  una cola fresca si fece un salto alla Coopérative Marjana d’Huile d’Argan  per assistere alla lavorazione del mitico olio di argan. Questa è una pianta che cresce principalmente in Marocco e rappresenta una risorsa fondamentale. Si esporta in tutto il globo perché è ricco di vitamina E e acidi grassi . Queste sono un toccasana per  il trattamento della pelle, del corpo, dei capelli e  in cucina.

La forza delle donne 

Delle proprietà benefiche  dell’ olio di argan tutti ne saranno al corrente . Poco invece forse si sa della manodopera femminile che ci sta dietro. Signore avvolte dai loro folkloristici caftani sfregano con delle pietre i noccioli del frutto, fino a farne uscire fuori i semi da cui poi si estrae il morbido elisir

Gruppi di donne si radunano in cooperative per proteggere e mantenere alto il profilo di questa eccellenza marocchina. Il fine è quello di avere a disposizione una filiera commerciale che garantisca prodotti certificati come quelli che ho provato. Certamente un’impresa immane , considerando la concorrenza industriale che lo sforna velocemente e  a cifre basse .

Cosa visitare a Essaouira

Abbracciata dal blu dell’Oceano Atlantico Essaouira è  un equilibrio perfetto tra mistero dell’oriente e magnificenza. Originariamente il suo appellativo era  Mogador, cioè piccolo baluardo . Nel rispettivo ci si riferisce a quello portoghese del 1500 che poi fu spianato per metterci dei cannoni

Quello che mi ha sbalordito è il mercato del pesce. Si riuniscono baracchine che sfoggiano tutto il pescato della notte prima. Dai crostacei, ai molluschi a esseri marini poco identificabili è tutto uno spettacolo per cui non si paga biglietto. Tutto lì in prima fila. Forestieri che si deliziano con ostriche e litigano con i gatti. Felini secchi e furfanti che tentano di afferrare qualche scarto gettato in terra. Pulizia zero, ma a me la perfezione non è mai piaciuta!

Da lì mi sono addentrata nella medina , ottimo esempio dell’architettura militare europea del XVIII secolo nel Nord Africa. Su di essa soffia la brezza marina ed invita accattivante come è a penetrarla nelle sue tortuose stradine in cui si mercanteggia di tutto. Più rilassante di Marrakech  anche per le sue dimensioni ridotte, Essaouira  è da  non farsi scappare . Dopo un lauto pranzo lungo la spiaggia attrezzata , il tour è continuato con la visita della  kasbah, la sinagoga di Simon Attias ( 1800) , il  Palazzo Reale e le sue botteghe artigianali.

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Marrakech in 4 giorni, dove il caos prende forma

Per concludere cosa si potrebbe ancora scrivere su Marrakech in 4 giorni. Probabilmente un libro , perché  le vibrazioni che emette sono infinite e non si fanno acchiappare nella loro interezza. Al massimo si possono appena decifrare, ma è proprio questo senso dell’inafferrabile che la rende unica. Informarsi su Marrakech  prima di partire è senz’altro utile per scegliere il meglio su cosa fare e vedere. Tuttavia, il segreto per carpire la sua magia è quello di vagare per i suoi animati viottoli e respirarne l’aria.

Bisogna lasciarsi trasportare dagli eventi e dalle visioni di scene suggestive. Quelle  inaspettate che vengono fuori da nulla. Una mamma cicogna appollaiata sul  suo  nido ricavato dentro le una tettoia pericolante. L’inchino di un fedele davanti a uno Zawiya , i santuari dei marabutti. Lo sguardo degli occhi neri e dei denti sgangherati dei mercanti che ti invitano a comprare con tutta la gentilezza di cui sono capaci. Adesso tocca a voi. In šāʾ Allāh, “se Dio vuole” , come si dice in arabo, andrete a breve a  Marrakech  in 4 giorni chissà . Laddove può succedere di tutto. E se non volete vedere volare via il vostro aereo recatevi in aeroporto almeno tre ore prima della partenza, perché i controlli sono interminabili. E stampatevi il biglietto di ritorno .

Info utili:

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