Napoli, InCentro B&B. Via Toledo 156

Napoli, InCentro B&B. Via Toledo 156

  “Ho visto un angelo nel marmo e l’ho scolpito fino a liberarlo” 

Michelangelo

Ci sono cose che attendi a lungo, tanto a lungo che poi non riesci a decidere se è il momento giusto per farle, come il mio viaggio a Napoli  presso l’ ‘InCentro B&B’ in via Toledo, 156.  Il fascino di  Napoli è indiscusso ed è racchiuso nella celeberrima frase “vedi Napoli e poi muori” dello scrittore Goethe,  e se lo scrive il globe trotter tedesco  devo per forza appurarlo! Napoli è una perla nel  Tirreno che per la sua preziosità ha fatto gola a tutti i  suoi coloni: dai Greci ai Romani, dai Bizantini agli Svevi-Normanni, dagli Angioini agli Aragonesi, dall’impero francese  dei Borbone a  Bonaparte, da Garibaldi fino al Regno d’Italia. Napoli è proprio questo: voglia di andarci da sempre, ma sempre ho aspettato un’occasione speciale, e dopo un periodo così intenso e meditativo come quello del Covid, prendo coscienza del fatto  che la vita è adesso  , e che attendere certe volte è solo un rimandare qualcosa, che in realtà hai già dentro di te e che è pronta a venire fuori all’improvviso! Così un giorno semplicemente ho fatto la valigia e sono partita! Il merito di questa prontezza spetta all’avvenente e spumeggiante Roberta di Porzio, che risponde  subito di sì alla mia mail per una richiesta di soggiorno nel suo ‘InCentro B&B’ in via Toledo 156  in  cambio di un post emozionale.

Probabilmente Roberta  riconosce in me la sua stessa sana follia ed il desiderio di collaborare tra chi si occupa di turismo, che è stato il settore più danneggiato nel 2020 per la pandemia. Roberta è di un certo spessore e mi viene incontro perché possiede quella giusta dose di sensibilità, che le fa capire che la mia proposta è dettata esclusivamente dal desiderio di scoprire la Campania, una delle regioni più incantevoli d’Italia. Il mio intento è infatti quello  di  condividere via etere la mia esperienza presso il suo  ‘InCentro B&B’ in via Toledo 156 con quanti ancora pensano di trovare all’estero dei paradisi già svelati o nascosti come quelli che solo Napoli è in grado di offrire.

Metropolitana Toledo, Napoli

Via Toledo 156. Sei giorni a Napoli

Una domenica di Luglio arrivo  alla ‘Stazione Garibaldi’ di  Napoli dopo quasi quattro ore di treno da Pisa, durante i quali mi sento felice di rotolare verso Sud, come faccio d’altronde sempre più spesso in questi ultimi due  anni. Non so, sarà un richiamo quasi inconscio alle mie origini isolane, un tentativo forse di volere ritrovare la Sicilia in tutti quei posti che le somigliano.  Non potevo non finire che a Napoli, che mi entra dentro le vene ancora prima di vederla, forse perché in fondo così uguale alla mia Palermo, in cui  mi sono formata professionalmente e da cui mi sono allontanata solo per il capriccio del mio essere errante, che per ora la Toscana riesce a sedare!

Sono quasi le quattro del pomeriggio e manca l’aria dentro il vagone. Afferro i miei bagagli e appena metto piede nella Metropolitana, mi accorgo che sarà difficile seguire la mia tabella di marcia, perché c’è molto più di quello che immaginavo! Prendo la Linea 1, che con mio grande stupore si svela essere un museo all’aperto distribuito in nove fermate progettate con un raffinato gusto estetico per la mobilità pubblica e il godimento dell’arte contemporanea. Si tratta delle stazioni sotterranee più suggestive d’Europa e poco dopo meno di dieci minuti scendo a quella di Toledo, che è la più suggestiva ,  celebrata dal Daily Telegraph  e dalla CNN! Oscar Tusquets Blanca è l’artefice di questa impresa faraonica, la cui attrattiva principale è dovuta soprattutto alle pareti del livello più interrato rivestite dai mosaici azzurri in pietra e pasta vitrea fatti dall’africano William Kentridge e raffiguranti la tragedia di  Ercolano e Pompei e la processione di San Gennaro. Napoli sta giocando bene le sue carte in termini di accoglienza turistica ed è una vera sfida, che purtroppo ancora non è di certo vinta a causa delle difficoltà economiche, della mancanza e del malfunzionamento delle infrastrutture, e di una mentalità un po’ baronale tipica del Meridione. Eccomi  fuori dalla metro e Roberta  mi apre  le porte di Napoli accogliendomi nel suo esclusivo ‘InCentroB&B’ in via Toledo 156′ , che è il punto di partenza da cui iniziare per perdersi nel cuore della capitale partenopea, proprio come facevano i grandi viaggiatori all’epoca del Grand Tour, che si spingevano nel nostro Bel Paese da Roma in giù  per completare  il loro bagaglio culturale, arricchendolo con la vista dei tesori di quell’arte classica, che  Winckelmann celebra come eterna per la sua  “nobile semplicità e quieta grandezza” . 

Voluta dal viceré Pedro Álvarez de Toledo nel 1536 ed eseguita dagli architetti Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa e snodandosi per ben 1,2 km da Piazza Dante fino a  Piazza Trieste e Trento, via Toledo  ha una posizione strategica perché dà qui è possibile visitare tutta  Napoli.  Via Toledo è il motore pulsante di questa metropoli, centro dello shopping e del tran tran cittadino con i suoi bar e locali aperti fino a tarda notte, ed emblema della ricca enogastronomia regionale. Come resistere ai babbà , alle sfogliatelle calde calde o al profumo del  pane cafone appena sfornato e della rosticceria che fa leale concorrenza a quella siciliana! Via Toledo è l’essenza stessa di Napoli nel suo prepotente contrasto tra miseria e nobiltà. Via Toledo è la vitalità dei suoi vicoli poveri gremiti di  scugnizzi , che scorrazzano in motorino senza protezione e dei murales che colorano il grigiore dei bassi sgarrupati. Via Toledo è la nobiltà dei palazzi di  ‘Carafa di Maddaloni’ (N.46), ‘Berio’ (N. 256) e di ‘Doria d’Angri’ (piazza VII Settembre) e delle  chiese di ‘S. Nicola alla Carità’ e dello ‘Spirito Santo’, è la frivolezza della cattedrale in vetro e ferro della  ‘Galleria Umberto I’ , è  la fama  del ‘Teatro Augusteo’ e del ‘Teatro San Carlo’ , è la folla dei colletti bianchi , che si affrettano addentando un calzone al volo prima di cominciare a lavorare! Sono in mezzo a un melting plot , che solo un Caravaggio avrebbe saputo dipingere immortalandolo magari in una tela da porre nella ‘Galleria Zevallos’ , che a pochi passi dal mio ‘InCentroB&B’ , si erge imponente con la sua mostra dedicata alle delicate pennellate sulle  meraviglie di Napoli della ‘Scuola dei Pittori di Posillipo’ di  Anton Sminck van Pitloo’

Incenro B&B, via Toledo 156
‘Incentro B&B’, via Toledo 156, Napoli

Quando vuoi qualcosa desiderala ardentemente e diventerà realtà ed è successo proprio a me! Suono al civico 156 di via Toledo e comincia la mia avventura. Con un sorriso smagliante Roberta mi fa accomodare all’interno del suo ‘InCentroB&B’  e senza troppi convenevoli , come fossi una di famiglia, nella piccola hall mi presenta il suo socio l’architetto Salvatore di Vaia, suo caro amico d’infanzia e collega d’università. Insieme realizzano ‘InCentroB&B’  , una  struttura moderna e sobria, che più che un  business è la materializzazione del loro amore  per Napoli,  che trasmettono a tutti i loro ospiti  con impagabili consigli e  calorosa disponibilità. Non è un mestiere, è pura passione per la loro terra, di cui vi assicuro se ne afferra l’anima una volta affidati alle loro mani! Roberta mi indica come girare Napoli in sei giorni. Tra una chiacchiera e l’altra, viene fuori che da generazioni Roberta  insieme ai suoi cari si occupa di ‘ Umberto’ in via degli Alabardieri 30  , uno dei ristoranti più noti e antichi di Napoli , che da più di un secolo delizia i palati dei buongustai e dei Wine Lovers and Experts più esigenti, loro due compresi, che con mio grande stupore, mi palesano essere sommelier!  Sarà di nuovo lo zampino di Bacco,  è pura coincidenza o altro? Comunque, è evidente che qualcuno lassù muove le fila in modo tale da farti proseguire per una certa direzione e quale ne sia la ragione non potrò mai saperlo, la sola cosa di cui mi rendo conto è che debbo alzarmi dalla sedia e interrompere la piacevole conversazione. C’è sintonia tra tutti e tre e anche troppa, perché mi dimentico della mia prenotazione alla ‘Cappella di San Severo’ ! Non voglio mandare tutto a monte, e anche se si è fatto troppo tardi saluto Roberta , la ringrazio spiegandole che debbo fare una corsa per  provare ad accedere al mausoleo. Per fortuna  Salvatore da buon Napoletano, pur avendo mille impegni, mi scorta in scooter fino a laggiù, e per questo gliene sarò eternamente grata.

Il Cristo Velato e Posillipo, il riposo degli affanni

Allacciato il casco ci si muove in un traffico pauroso, che non mi scalfisce minimamente visto il mio trascorso palermitano! Salvatore mi lascia nei pressi di piazza San Domenico, e mi avverte di non versare troppe lacrime per il  ‘Cristo Velato’,  uno dei maggiori capolavori della scultura mondiale e meta di migliaia di visitatori ogni anno.

Nella prima metà del ’700 Raimondo di Sangro Principe di San Severo, noto scienziato e alchimista, è profondamente coinvolto nella ristrutturazione della ‘Cappella di San Severo’, che è  patrimonio dei suo avi . Raimondo ha un’idea ben precisa per il suo tempietto per cui ingaggia il meglio della maestria allora disponibile, e parimenti dà il suo contributo ingegnandosi a produrre le pitture per gli affreschi interni. Inizialmente il Principe di San Severo commissiona il Gesù morente al veneto Antonio Corradini, esperto della tecnica delle trasparenze. Questi però muore prima di terminarla e Giuseppe Sanmartino ,  costruttore di presepi e di pastori, è incaricato di continuare la sua opera.  Nel 1753 Giuseppe Sanmartino crea il  ‘Cristo Velato’ da unico blocco  di marmo di Carrara per  dare corpo  alla visione geniale del suo titolato e poliedrico committente. Sanmartino ignora la bozza in terracotta del  Corradini (oggi custodita al ‘Museo di San Martino’ di Napoli), ed impone il suo tocco personale dando alla luce un tesoro inestimabile ed una delle migliori rappresentazioni del Barocco Napoletano. Il  ‘Cristo Velato’ è una testimonianza di come l’arte possa avvicinare l’uomo a Dio, qualora concepisca una creatura marmorea così realistica da volerla toccare, perché si resta davvero increduli davanti a simile splendore. Non mi accorgo quasi che accanto a me ci sono altri spettatori, che in un silenzio quasi imbarazzante e mistico ammirano questo Cristo nei suoi attimi dopo la crocefissione. Il Cristo redentore è adagiato su di un letto funebre, ed è coperto solo da un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere il corpo, e dal quale si intravedono i segni del martirio e della sofferenza, divenendo simbolo del destino e del riscatto dell’intera umanità. La cura dei dettagli mi incanta: il capo chine con gli occhi socchiusi, quasi a serena accettazione di un momentaneo dolore prima della sua risurrezione, il costato lacerato dal supplizio, e gli strumenti della tortura giacenti accanto al sudario tra cui la corona di spine, la tenaglia ed alcuni chiodi. Il drappo impalpabile che avvolge la salma è talmente vero che una leggenda lo attribuisce ad un’invenzione chimica del Principe di San Severo piuttosto che all’abilità del  Sanmartino. Questo ancora è un mistero, che ha destato l’attenzione dei più grandi studiosi ed estimatori, tra cui lo stesso Antonio Canova, che si è dichiarato disposto a dare dieci anni della propria esistenza per acquistare questa incomparabile magnificenza e attribuirsene la paternità!. Non posso altro che augurarvi di avere la mia stessa buona sorte, cioè di commuovervi di fronte a un miracolo della mente umana qual è il  ‘Cristo Velato’.

'Macchine Anatomiche' di Giuseppe Salerno, Cappella San Severo
‘Macchine per Studi Anatomici’ alla  ‘Cappella di San Severo’, Napoli

I custodi ci buttano fuori perché devono chiudere. Mi soffermo nella cavea sottostante inquietata alla visione di due scheletri, che un cartellino esplicativo definisce delle “Macchine per Studi  Anatomici” attribuiti al medico siciliano Giuseppe Salerno , che vengono comprati dal Principe di San Severo  per analizzare la funzionalità dell’apparato circolatorio. Anche in questo caso la verosimiglianza estrema del sistema arterovenoso fin nei vasi sanguigni più sottili ripropone l’enigma ormai sfatato che quelle ossature fossero quelle di due servi fatti ammazzare apposta  dal  Principe di San Severo per fare da cavia. Dei ricercatori sostengono che non si ha a che fare con dei morti imbalsamati, ma che l’uso di materiali speciali come cera d’api ed alcuni coloranti hanno potuto consentire la perfetta riproduzione di viscere ed arterie umane!

Suite ‘Posillipo’ riposo degli affanni, Napoli

Qualche foto di rito prima di andare via e raggiungo il mio ‘InCentroB&B’ . Varcato il portone d’ingresso il mio istinto, che non si sbaglia mai (o quasi!), mi sussurra che la mia stanza sarebbe stata quella più particolare! In omaggio ad uno dei quartieri più suggestivi di Napoli infatti  le chiavi sono quelle della camera ‘Posilippo’, che mi “riposa dagli affanni” , come il significato del suo nome greco sottolinea  a fronte di tanto trotterellare! Il design è lineare ma ricercato come i controsoffitti a forma di vela che sovrastano un letto pieno di cuscini e coperte profumate, che ti invitano a sprofondarci solo a guardarlo! Per riprendermi dalla sonnolenza mi faccio una doccia fredda nell’ampio bagno dotato di tutti i comfort, saponi e teli di pregio inclusi. Mi servo una tazza di tè nero e mi siedo ad ammirare in tutta calma quell’ambiente così raccolto ed intimo. L’azzurro è la tonalità predominante di questo nido, ed il Vesuvio ed il mare sono i suoi temi inevitabili, i quali sono rievocati negli scatti particolari di Roberta appesi alle pareti, che arredano sapientemente questi spazi benedetti insieme ad alcuni oggetti minimali. Tra questi ultimi spicca una figuretta di altezza media, che rappresenta il classico corno napoletano di un rosso lacca sgargiante. Con la sua maschera di Pulcinella forse è posto appositamente in una teca di fronte l’uscio per togliere il malocchio ai girovaghi, che come me lì sono di passaggio! Speriamo funzioni! Intanto cala la sera ed i rumori delle movida napoletana penetrano dalla finestra a vetrate insonorizzate, che spalanco per fare ricambiare l’aria. Esco per incontrarmi con Marco Baldassarre la  guida locale, che scelgo sulla rete per  via delle ottime recensioni fatte ai suoi tour per Napoli.

Spaccanapoli

 21:30. Incontro Marco  in via Toledo e mi dà il benvenuto nella sua Napoli. Marco  ha un viso simpatico e velocemente rompe il ghiaccio offrendosi subito di farmi provare la vera pizza napoletana.  Durante il tragitto mi racconta un po’ di Napoli e di sé.

Nato e cresciuto nella capitale,  da principio Marco interrompe la facoltà di Lingue per dedicarsi a capofitto alla scrittura e alla gestione di appartamenti e B&B nel 2005 , quando , come lui precisa, a Napoli ce ne sono ancora davvero pochi e di classe e  con il comune può  organizzare eventi che  attirano solo  turisti di un certo livello. Successivamente la globalizzazione scatena un proliferare di strutture, che continuano a moltiplicarsi come i pani perdendo in qualità, e avendo come unico obiettivo una concorrenza spietata tra loro. Tutto ciò causa una mercificazione dell’offerta turistica, che ha poi il suo tracollo nei mesi del recente lockdown , durante i quali Marco  completa i suoi libri a sfondo biografico e riflette, vista la crisi economica generale,  su cosa fare da grande! Una domanda per la quale , come molti del resto , non ha ancora  una risposta! Chissà forse in fondo non la cerca neppure, o non l’avrà mai, o forse verrà fuori inaspettatamente in uno dei suoi giri in bici oltre confine, fatti sì per piacere ma soprattutto necessari per  placare  la sua irrequietezza che non gli dà pace. Marco  ha l’indole del vagabondo un po’ aristocratico nei modi e un po’ di sinistra nella sua ideologia, che lo spinge in terre lontane ed esotiche che a parer mio gli hanno tolto di dosso non solo l’inconfondibile cadenza dei Napoletani ma anche quella divertente irruenza e gestualità che è loro per natura! 

Spaccanapoli
‘Spaccanapoli’

Marco mi conduce in centro e mi fa accomodare fuori all’aperto da ‘Lombardi’  , una locanda  che dal 1922 è un’istituzione a Napoli. Non c’è un alito di vento per cui ordiniamo due birre ghiacciate, che compensano un’arsura infuocata quasi insopportabile! Mi delizio della mia prima margherita napoletana rigorosamente basica con ciliegino, basilico e fior di latte, che il proprietario mi consiglia al posto della bufala per evitare di annacquare quell’ impasto morbido , che addento con voracità per la sua croccantezza e la leggera affumicatura data dalla lenta cottura a forno legna. Ma questo è l’unico segreto che sono in grado di strappare al cuoco in merito alla proverbiale bontà di quel composto tricolore napoletano! Marco ha una notizia buona e una cattiva. La prima è che finalmente la sua agenda è piena di altri clienti, la seconda che può  garantirmi la sua presenza solo a cena per parlarmi di Napoli e rivelarmela in  tutta la sua pompa e varietà , dandomene un assaggio  perlustrando la famosa ‘Spaccanapoli’! ‘Spaccanapoli’  è il decumano inferiore dell’antico impianto urbanistico greco romano, ed è il nome fittizio di un rettilineo che appunto spacca Napoli in due attraversando il centro storico da est verso ovest. Un chilometro affollatissimo e stretto di ciottoli e mattoni ,che ufficialmente si sviluppa dal rione di ‘Pignasecca’ fino al quartiere di ‘Forcella’  , inglobando,  oltre che le  emblematiche ‘ via Toledo’  ‘via Benedetto Croce’   e ‘via San Biagio dei Librai’,  anche botteghe artigianali, vecchie librerie, e altre eccellenze dell’arte partenopea, che Marco  mi annovera e illustra in breve.  

'Piazza del Gesù Nuovo', Napoli

‘Piazza del Gesù Nuovo’: è un eccentrico punto di aggregazione di studenti, musicisti e viandanti. Uno slargo raffinato e irregolare di Napoli su cui si possono contemplare con devozione due prodotti del grande Barocco Napoletano. Il primo è  la ‘Guglia dell’Immacolata’  , voluta dai Gesuiti in sostituzione di una precedente scultura equestre dedicata a Filippo V di Borbone , distrutta nel 1707 quando le truppe austriache occupano Napoli decretando di fatto la fine del governo spagnolo . Il secondo è l’omonima chiesa del ‘Gesù Nuovo’ eretta nel 1584 e caratterizzata da una mirabile facciata in bugnato di piperno a punta di piramide appartenente alla preesistente  residenza nobiliare di Sanseverino , vecchia proprietà dei principi di Salerno poi passata ai Gesuiti , che insistevano in questa area.

‘Basilica di Santa Chiara’: distrutta in parte da un violento bombardamento del 1943, la si è potuta restaurare e preservare con molta pazienza . Costruita nel 1328 da Gagliardo Primario in solenne stile gotico,  essa nasce come cappella di corte, fulcro dei cortei religiosi e civili del periodo angioino a Napoli assolvendo anche  alla funzione di  convento per i frati  Francescani e a quella di monastero per l’ordine di clausura delle Clarisse . Nel suo grembo  ci sono le tombe di insigni regnanti  tra cui re Roberto, il cui maestoso sepolcro è frutto dei fiorentini Giovanni e Pacio Bertini, responsabili anche dell’altare maggiore e del pulpito. 

'Basilica San Domenico Maggiore', Napoli

‘Chiesa e Convento di piazza di San Domenico Maggiore’:  gli edifici religiosi tra il 1283 e il 1324 sono il quartier generale dei Domenicani , che qui declamano l’attività di  Tommaso d’Aquino e che fanno innalzare l’odierno obelisco centrale della piazza, come segno di riconoscenza per la conclusione della terribile pestilenza del 1656, durante la quale scompare ben due terzi di Napoli . Attorno all’ ‘Obelisco di San Domenico’ si stagliano nella loro sontuosità delle mirabili dimore storiche quali ‘Casacalenda’ ( dove vi è la sede della famosa pasticceria ‘Scaturchio’), ‘Petrucci’‘Corigliano’, solo per citarne alcune. Anche se un po’ rovinata da bancarelle e insegne pubblicitarie,  questa spettacolare agorà , da quando pedonalizzata, è il salotto di Napoli, come all’epoca di quegli illustri potenti che ci fanno tutti i tipi di  manifestazioni  da quelle più gioiose a quelle più tristi. Decisamente stanchi il nostro circuito si conclude con due ‘Becks’ al ‘Cafè Arabo’ di  ‘piazza Bellini’.  Marco mi accompagna all’  ‘InCentroB&B’ in via Toledo 156′  , dove Morfeo non esita ad avvolgermi tra le sue braccia smorzando l’attesa impaziente dell’indomani!

I Quartieri Spagnoli 

Lunedì mattina. I raggi del primo sole penetrano nella mia suite. Mi sembra di essere quasi in un film, tutto un po’ surreale, forse perché non credo neppure io al privilegio di essere a Napoli. Mi do una rinfrescata, indosso un vestito leggero e scarpe comode. Faccio tutto con tranquillità, perché correre a Napoli non serve! Scendo giù in ascensore, c’è da  fare carburante e per fare colazione e bere il caffè più buono di Napoli, mi consigliano il bistrò ‘Augustus’ in via Toledo, e credo possa fidarmi dato che questo esercizio  serve tazzulella e cafè dal 1927!

Ordino il mio oro nero,  un croissant al burro di cui sono golosissima, una spremuta di arancia,  e comoda nella mia poltroncina osservo Napoli che si sta svegliando. Le boutique delle grandi firme alzano le saracinesche accanto ai negozietti di cianfrusaglie, la gente finemente vestita, che è in movimento e mordicchia un panzerotto al volo, si alterna  ai venditori ambulanti di calzini, che stanno lì pronti a mietere la loro prossima vittima; gli universitari ed i pendolari  si incamminano verso la vicina metro, nel cui sottopassaggio dormono clochard di tutte le razze, e le banche fasciste e rigorose nei decori sfornano dipendenti e clienti che vanno e vengono. Non c’è un ordine, ma quel caos ha un suo equilibrio, e Napoli è unica proprio per questo, è un mix di ricchezza e degrado spalmati per quasi un milione di abitanti, tra cui un terzo sono quelli della sua stessa provincia e metà quelli dell’intera Campania! Senza contare poi gli immigrati , che secondo gli ultimi dati statistici si sono abbastanza integrati, costituendo nel contempo una forza non indifferente per un’economia che, basata prevalentemente sul traffico crocieristico, sull’ agricoltura, sulla moda e sul tessile ed alimentare (sia su scala industriale che artigianale), fa fatica a soddisfare i bisogni di tutti. I motivi sono gli stessi che affliggono tutto il nostro pianeta ma in percentuale maggiore, e risiedono in una cattiva amministrazione politica della Res Pubblica (insita nel DNA di noi Italiani!) tanto capace quanto avida di interessi personali, nella scarsezza di risorse, nella inefficienza delle istituzioni in generale, nella palude della burocrazia che blocca ogni tentativo di iniziativa privata che si batte per mandare avanti la baracca. Non c’è da meravigliarsi se il lavoro nero impera sovrano e se il Napoletano è un mago nell’arte dell’arrangiarsi! Ciò mi è chiaro appena dalla superba  via Toledo mi sposto nel labirinto quadrato dei ‘Quartieri Spagnoli’, che al presente non è più l’area più malfamata di Napoli, ma un esempio  di uno sforzo di riqualificazione finanziaria, sociale, ed urbanistica perché pullula di attrattive per i forestieri , impieghi inventanti e graffiti di valore. Girovagando nel dedalo dei  ‘Quartieri Spagnoli’ si ha come l’impressione di essere dentro un calderone che ribolle di tutti i tipi della specie umana nelle  loro abitudini quotidiane e nel loro  magistrale affaccendarsi per fare un po’ di soldi e sbarcare il lunario. I mercanti di frutta e verdura che gridano a voce alta i prezzi della loro merce fresca sono sparpagliati dappertutto, così come ogni sorta di ristorantini il cui menù è proposto dai camerieri che, con la camicia bianca sudata ed un sorriso quasi finto strizzando l’occhio e con il loro fare scanzonato, si avvicinano ai passanti nella speranza di fargli consumare un pasto! Ovunque si alza lo sguardo è uno spettacolo ed un tripudio di colori, volti ed odori. Il rosso dei gerani che adornano i balconi si mescola al bianco dei panni stesi, che sventolano all’aperto ad asciugarsi e sanno di pulito. Gli striscioni inneggianti all’amore, a San Gennaro il patrono, e a Maradona l’idolo, riempiono a festa ogni angolo dei ‘Quartieri Spagnoli’ . Le edicole votive di Gesù e Madonne ghirlandate e di foto di defunti in bianco e nero, che con le loro candele fanno luce sui cortili, sono parte integrante di cappelle e parrocchie austere. Questi altarini, alcuni di cattivo gusto altri invece di valore, sono piene di fiori freschi e curati assiduamente con la pulizia dei vetri e  con il ricambio costante  degli stoppini a ogni loro spegnersi. Questo tipo di idolatria non documenta solo la religiosità napoletana, che ha bisogno di umanizzare il ‘divino’ ed avere accanto una entità tangibile che lo protegga, ma salva Napoli dal buio nel 1700 grazie ad una furbata del padre domenicano Rocco . Conosciuto per il suo carisma  e per avere fatto costruire sotto Carlo III di Borbone il  Real Albergo dei Poveri (17511829) per dare ricovero ai diseredati, Padre Rocco si industria a soccorrere la Municipalità, che fallisce quando sperimenta di illuminare Napoli con dei lampioni costantemente distrutti da malintenzionati.  Facendo leva sulla devozione cristiana dei Napoletani, Padre Rocco esorta al proliferare di queste teche votive che con le loro fiaccole  irraggiano Napoli , scongiurando così in parte  il pericolo di vandalismi e atti impropri!

'Bassi' dei 'Quartieri Spagnoli', Napoli
‘Bassi’ dei ‘Quartieri Spagnoli’, Napoli

Una signora diffidente e curiosa si affaccia dai vasci e mi scruta come fossi un nemico. Richiude la tendina di pizzo bucherellata attraverso cui la si scorge mentre gira la passata di pummarola, che con quel soffritto di aglio  mi fa brontolare lo stomaco! Napoli è la sintesi degli opposti, ogni arteria principale nasconde un tessuto popolare, ed è la gloria della musica, del cinema, del teatro, della letteratura d’autore, che ti rammentano i dipinti  sui muri di  Pino Daniele, Totò, Sofia Loren , Edoardo de Filippo e  Giovanni de Crescenzo . Queste comete fanno brillare la stessa Napoli tutte le volte che si ascolta una loro canzone, o con nostalgia si apprezza una vecchia pellicola, o ci si intrattiene ad una prima teatrale, o si legge un libro. La loro aura e bravura eterna contribuisce anche a tutelare e rafforzare l’immagine di   Napoli spesso mortificata da quegli stereotipi pilotati dai media e da una ignoranza di fondo che si può placare solo vivendoci! Napoli è vita, è paradiso ma è anche inferno, perché i problemi ci sono: la criminalità organizzata, il clientelismo, l’emergenza rifiuti e lassismo. Non merita però di essere ridotta ad una semplice lista di  opinioni rigidamente precostituite, perché tutto ciò c’è in qualsiasi altra metropoli, e chissà se poi in misura maggiore o minore! Napoli è insolente e bizzosa come una dea, è soave come il suo clima, non ha fretta, ed è fatta di cose che sono sempre uguali ma anche contrarie!  Che cosa è allora ars creandi o artificio del ripiego, ozio o negozio? Tutto un po’ di tutto! I Napoletani sono stati sempre dominati nel corpo e nello spirito ed hanno mantenuto integra la loro capacità di fare miracoli dal nulla. I Napoletani hanno sempre assorbito dalle dominazioni straniere tratti differenti che hanno formato il loro complesso carattere. Tuttavia, più di tutti predomina il sangue degli spagnoli per le cui truppe regie si concepirono questi ‘Quartieri Spagnoli’ per acquartierarli. Con la loro posizione strategica di fronte al ‘Palazzo del Vicerè’ e del porto , il loro schema urbanistico a scacchiera infatti giustifica la loro genesi di accampamento temporaneo, un ammasso di  stradine strette in cui si elevano caseggiati a più piani di quei dormitori militari angusti che attualmente sono adibiti ad abitazioni di famiglie spesso numerose! Non stupisce se si pensa che questo tipo di habitat particolarmente chiuso è stato un giusto terreno per la nascita della  camorra  . In principio i camorristi sono probabilmente dei loschi individui che con forza e violenza esercitano un controllo su quel territorio quando il governo di allora non basta, una sorta di rimedio poco legale ma efficace per quel tipo di malavita che si insinua nei ‘Quartieri Spagnoli’ quando i soldati smettono di esserlo e si danno ai piaceri estremi della vita quali prostitute, azzardo e soprusi gratuiti ai cittadini. La parola  camorra deriverebbe dallo spagnolo “rissa” o starebbe a indicare una stoffa o un giubbotto che questi ‘poliziotti fai date’ indossano durante le loro ispezioni illegali! Non è cambiato molto rispetto alla situazione odierna di  Napoli , che in scala più ingrandita rispecchia, con particolarità proprie e con le dovute eccezione dei casi, le dinamiche politiche del nostro stivale che cammina spesso grazie allo sperone della corruzione che, chiamata in diversi modi, è indispensabile per sanare i grossi buchi dei governi precedenti.

Murales dei 'Quartieri Spagnoli', Napoli

Tuttavia  al presente i  ‘Quartieri Spagnoli’ (che si estendono a loro volta nelle tre  zone di  ‘San Ferdinando’‘Avvocata’ ‘Montecalvario’) stanno appunto vivendo un periodo di rinascita non solo per effetto della omogeneizzazione globale (che se da un lato la snatura, dall’altro la risana),  ma soprattutto per l’ingegnosità di locali che di necessità fanno virtù guadagnandosi la notorietà di grandi imprenditori come  ‘Angelo & Tina’ in vico Lungo Gelso.  Angelo e  Tina Scogliamiglio sono stati geniali nell’avere fatto della loro bottega di primizie una sorta di proloco per promuovere Napoli , perché oltre a riempire le tavole di ortaggi di prima scelta, ogni martedì gratuitamente fanno lezioni di cucina partenopea a chiunque. Sono un modello educativo da seguire perché innescano scambi culturali e guidano bambini e ragazzini sbandati. Marito e moglie sono disarmanti per la loro genuinità e intraprendenza e richiamano sempre più l’attenzione mediatica che riconosce in loro il merito di avere impiantato nel loro alimentari un workshop di tradizione culinaria, tolleranza e integrazione che ha ed avrà sempre più un grosso impatto nella valorizzazione dei ‘Quartieri Spagnoli’, dove capite bene la raccomandazione di stare attenti agli scippi ed ai ‘malacarne’ è da prendere con le pinze! Non che non possa succedere qualcosa di spiacevole,  ma con un po’ di più accortezza , non so del tipo fare a meno di sfoggiare un rolex nelle ore meno centrali della giornata e meno pregiudizi, vi assicuro che i  ‘Quartieri Spagnoli’ sono una tappa fondamentale per comprendere Napoli! I ‘Quartieri Spagnoli’ non finiscono mai di stupirti, e per gli appassionati di street art , c’è un incredibile percorso intitolato ‘Quore Spinato’ di almeno 223 opere dei Napoletani ‘Cyope & Kaf’ , che rallegra il grigiore di saracinesche o panche sgarrupate, denunciando al contempo tutte le ingiustizie sociali , il capitalismo o semplicemente lasciando sfogo alla loro fantasia attraverso personaggi surreali, onirici, a volte inquietanti. Piazza dei Gerolomini è assaltata dai curiosi per conservare nella memoria del loro smart phone la  “Madonna con la Pistola”  unico quadro urbano di sicura appartenenza al super quotato inglese  Bansky , che sostituisce l’aureola della Vergine con un revolver come segno del legame profondo tra la criminalità e la fede a  Napoli. La “Madonna con la Pistola” suscita anche  un enorme impatto perché è  accostata accanto ad un’altra Maria disegnata con un’espressione rassegnata forse perché ha  accanto una simile vicina! Solamente alcuni privanti hanno fiutato il potenziale da galleria della  “Madonna con la Pistola” e l’ hanno rivestita con del plexiglass dato che il resto dei politici è assente ! In  Via Emanuele de Deo spuntano altre due gigantesche tele urbane: il “Maradona” di Mario Filardi  (restaurato poi da Salvatore Iodice nel 2016)  del 1990 quando il ‘Pibe d’Oro’ vince il suo secondo scudetto, e la  “Pudicizia” dell’argentino  Francisco Bossoletti , che  riprende invece  la più sensuale delle sagome femminili del santuario barocco di via Francesco de Sanctis! Mi addentro alla fine dei  ‘Quartieri Spagnoli’ a  ‘Forcella’ e non si può non notare la  colossale gigantografia policromata di 15 metri di “San Gennarro”  di  Jorit Agoch , che è  spesso protagonista nelle scene della serie “Gomorra”. Forse la faccia del santo è quella di un amico operaio di Jorit  a conferma di come esso si ispiri a ciò che lo circonda per dare un tocco di maggior umanità ai suoi imponenti  disegni, che come tutti quelli sparsi per Napoli non hanno la presunzione di risolvere  tragedie ma di potere essere una base per trasformare luoghi tristemente rinomati per la delinquenza in percorsi turistici alternativi .

Dopo la lunga camminata per i ‘Quartieri Spagnoli’  rientro nel centro storico ed un po’ di frescura mi invoglia ad assaggiare qualcosa di stuzzicante perché svengo dalla fame  e mi fiondo sul ‘cuoppo di pesce fritto’, un cono di delizie di mare che a soli sei euro tacerà chiunque abbia qualcosa contro il take away! Faccio di uno sgabello il mio divano e ne approfitto per distendere le gambe, e bevuta una cola ghiacciata mi rialzo per fare una passeggiata a ‘Piazza del Plebiscito’.  Patrimonio dell’UNESCO dal 1995,   ‘Piazza del Plebiscito’ è il ventre ellissoidale di Napoli ed è immensa e terribilmente suggestiva se si considera che è epicentro di avvenimenti clamorosi e considerevoli come appunto  il plebiscito che la etichetta quello del 21 Ottobre 1960 per l’annessione del regno delle Due Sicilie all’Italia. Per secoli la piazza è usata per cerimonie e non ha smesso di essere palcoscenico di manifestazioni, installazioni d’arte e concerti. Due statue equestri del Canova e del suo allievo Antonio Calì precisamente quella di Carlo III di Borbone e di Ferdinando I sorvegliano ‘Piazza del Plebiscito’ . I suoi lati sono delimitati da  quattro stabili: ‘Palazzo Salerno’‘Palazzo della Prefettura’, ‘Chiesa di San Francesco di Paola’ ed il più importante che è il  ‘Palazzo Reale’. ‘Palazzo Reale’ è uno sfizio del vicerè  Fernando Ruiz de Castro conte di Lemos per dare ospitalità  Filippo III nel 1600, cosa  che secondo le fonti non va a buon fine! Il ‘Palazzo Reale’ è rimaneggiato più volte con l’aggiunta di particolari nuovi come quello di diciannove arcate, che prima l’ingegnere napoletano Luigi Vanvitelli decide di ‘tappare’ perché causano instabilità , e che poi invece Umberto I nel 1880 fa riempire  con i busti dei capostipiti fondatori delle dinastie ascese al trono di Napoli: Ruggiero II, Federico II di Svevia, Carlo I D’angio, Alfonso V D’Aragona, Carlo V D’Asburgo  Carlo III, Gioacchino Murat, e Vittorio Emanuele II.

'Santa Chiara Cafè', Napoli
‘Santa Chiara Cafè’, Napoli

Le stelle luccicano sopra Napoli e mi concedo una bevuta con degli amici di Marco  che mi fanno festa al ‘Santa Chiara Cafè’ a Largo Banchi Nuovi 2. Alcuni di loro mi confessano il loro legame con la Sicilia che quasi tutti scandagliano sin da piccoli in villeggiatura. Tutto intorno ha un qualcosa di familiare. Sorseggiando una Falanghina gelata ci trastulliamo in una Napoli gaudente, che nera nella pietra delle case che la circondano, ad un tratto mi ricorda Catania. E come a Catania nei pressi dei suoi scorci più trafficati tutto scorre lentamente. Gli anelli di fumo delle sigarette si deformano insinuandosi tra i tavoli presi d’assalto dai nottambuli i cui bicchieri tra le dita riflettono i contorni dei ficus leggiadri di questa oasi esotica. La discussione al tavolo verte da pasta e patate e pastiere alla differenza tra Nord e Sud e ne conveniamo unanimemente che la diversità è virtù! Luca Bianco , il Napoletano più esuberante della brigata, insiste nel montare tutti in macchina su verso la ‘Chiesa di Sant’Antonio’ dove ci fermiamo per rimanere a bocca aperta davanti lo scenario di ‘Posillipo’ accarezzata da un vento dolce e scaldata dalle lanterne delle barche della marina. Il tempo vola a Napoli perché è un oceano traboccante di sorprese e per navigarlo devi solo veleggiare oltre la riva!

Il Vesuvio e il mare creano dipendenza. Dal Maschio Angioino al  lungomare Caracciolo.  

Martedì di buon’ ora mi spingo fino alla parte più verace di Napoli il rione di Pignasecca. Non mi ci raccapezzo su google map e domando ad un pedone, che intuendo il mio disorientamento e che sono in vacanza a Napoli, mi ci porta direttamente ed esordisce con : “Giancarlo Granata piacere!” ! Come non cedere alla cortesia dei Napoletani! A pelle questo svevo dagli occhi azzurri e puliti mi ispira fiducia, e accetto volentieri la sua proposta di farmi da cicerone per Napoli, visto che ha da bighellonare fino a quando non gli aggiustano il suo veicolo consegnato ad una carrozzeria limitrofa.

Giancarlo  è di Napoli ma da piccolo si trasferisce con i suoi genitori ad Acerra . Giancarlo  non ha un legame forte con Napoli, che critica da ogni punto di vista salvandone il solo aspetto positivo degli introvabili paesaggi e della natura rigogliosa.  Nonostante i continui sacrifici e sforzi personali, il sistema non gli ha permesso di avere un’occupazione, e quindi Giancarlo come molti altri è  spesso emigrato per farsi un futuro. Il tono dei suoi discorsi su Napoli è serio , ed al riguardo Giancarlo rispetta l’opinione altrui ma ha ben chiara la sua , cioè di passare alla Polonia! Dalle nostre dissertazioni filosofiche ci distrae l’allegria dei pescivendoli del mercato di Pignasecca, che fieri nel loro dialetto urlano la freschezza dei loro gamberoni, dei loro tonni e delle loro cozze. Il mercato di Pignasecca è ubicato da largo Carità a Ventaglieri ed i marciapiedi sono scomparsi per dare largo ai banconi in cui oltre ai prodotti ittici di risaputa qualità ci si rifornisce di tutto: latte, formaggi, salumi, spezie , scarpe, cravatte, vestiti, stufe, condizionatori, trucchi, penne,  bevande assortite! Una leggenda narra che agli albori questo souk napoletano è situato fuori le mura di Napoli . Sarebbe un pezzo della tenuta della famiglia Pignatelli di Monteleone coperto da boschi che è documentato prima con l’appellativo di ‘Biancomangiare’ (per via di un dolce tipico  di questi parti)  e dopo di ‘pignasecca’ , cioè ‘pino secco’  , che è quell’ultimo albero rimasto quando si cementa tutto per fare  via Toledo nel 1536! Anche l’arbusto rinsecchito sarebbe stato raso al suolo dai residenti perché focolare di alcune gazze ladre che li derubano di tutto e che vengono pure scomunicate da dei vescovi perché rinvengono nella refurtiva nascosta indizi di atti illeciti con le loro perpetue! Dopo una pausa con Giancarlo  in un muretto ardente di un panificio dove compriamo una frittatina  con dentro l’impossibile,  ci dirigiamo verso il lungomare di Napoli lungo 3 km  che costeggia il mare estendendosi da ‘Santa Lucia’‘via Nazario Sauro’  fino a ‘Mergellina’‘via Caracciolo’. Questo è il mio luogo prediletto perché ha un  panorama strappalacrime sul Vesuvio , Capri ed il promontorio di Posilippo.  Questa è un’ incantevole  promenade che sta accesa dall’alba al tramonto ed è sempre sovraffollata per i suoi campionati di vela, i suoi Capodanni, le sue trattorie e pizzerie stellate ( ‘La Bersagliera’ , ‘Zi Teresa’,  ‘Sorbillo lievito Madre al Mare’ ‘Vesi Pizzagourmet’), i suoi alberghi lussuosi (‘Grand Hotel Santa Lucia’, ‘Hotel Miramare’, ‘Royal Continental Hotel’ e il ‘Grand Hotel Vesuvio’) ed i resti di un passato glorioso che ne fanno un must irrinunciabile, come il ‘Castel dell’Ovo’. Giancarlo  mi incita a prendere fiato ed avanzare verso degli scaloni per arrampicarci in cima al   ‘Castel dell’Ovo’ i cui interni sono piuttosto scarni a parte un gallo in bronzo (dell’avellinese Antonello Leone) che è collocato in una fenditura con una visuale mozzafiato sul ‘Golfo di Napoli’ ad auspicio per lo sviluppo del Mezzogiorno. Ci fiondiamo sulla terrazza in cerca vanamente di un po’ d’ombra e invidio un gabbiano appollaiato sui merli delle torrette perché è in prima classe davanti un orizzonte in cui cielo e mare si fondono in un blu devastante per la sua la sua brillantezza. Quel pennuto sfacciato è cosciente della mia gelosia e a dispetto mi snobba girandosi sulle sue alette! Il  ‘Castel dell’Ovo è  una costruzione prestigiosa e secondo il mito è così soprannominato perché Virgilio cela nelle sue segrete  un uovo per mantenere in piedi l’intera fortezza. La sua rottura avrebbe provocato non solo il crollo del castello, ma anche una serie di rovinose catastrofi a Napoli. Gli studiosi invece attestano che qui ( in corrispondenza di ‘Borgo Marinari’‘Santa Lucia’ e di un tratto di ‘Via Chiatamone’ e ‘Via Partenope’ ) sarebbe da individuare l’isolotto di Megaride, che sarebbe l’embrione dell’urbe. Qui i greci delle colonie di  Ischia e Cuma del IX secolo ci fanno un emporio commerciale che viene dapprima battezzato ‘Partenope,’ in reverenza all’anfibo divino , e poi Napoli ovvero ‘Neapolis’ , cioè ‘città Nuova’ quando la si vuole distinguere dalla ‘Paleoplis’ , ovvero ‘città vecchia’ , quando essa si espande verso Monte Echia (Pizzofalcone).  C’è una lista di episodi eclatanti che riguardano il ‘Castel dell’Ovo’, per esempio sarebbe stata la sede  della ‘Oppidum Lucullianum’ , che è la strabiliante villa del patrizio romano Lucio Licinio Lucullo , e ci sarebbe morto l’ultimo imperatore romano Romolo Augusto. Nel corso del Medioevo la decadenza regna sovrana fino alla riqualifica dei Borbone;  le colmate al mare della prima metà dell’800 successivamente ampliano la superficie abitabile, che si riempie di fastose residenze di personaggi illustri. Giancarlo riceve una telefonata per ritirare la vettura in officina e deve sbrigarsi per cui si instrada e mi sollecita a rincasare per non incappare in brutti incontri che sono soliti nelle aree portuali. La compagnia di Giancarlo è  piacevole  e le sue dritte su Napoli  eccellenti!

da 'Nennella', Napoli
da ‘Nennella’, Napoli

Il mio itinerario prevede all’imbrunire Marco che vuole farmi sperimentare la cuisine rustica di Napoli e mi trascina ai  ‘Quartieri Spagnoli’ in Lungo Teatro Nuovo . La trattoria in questione è ‘Nennella’, vezzeggiativo volgare per ‘piccola’,  come riporta la scritta di una targhetta in argento di una vespa rossa che le fa da insegna, accanto la quale ci sono dei seggiolini sui quali ci adagiamo perché c’è una fila tremenda! Marco  ha quasi finito il suo solito pacchetto  di Marlboro light e lamenta che la prenotazione da ‘Nennella’  non è sintomo di  puntualità, però mi assicura che tanta affluenza garantisce soddisfazione alle  papille gustative e anche un  live show del meglio e del peggio dell’esuberanza napoletana! Il nostro turno è arrivato e ci sistemano proprio nella sala esterna vicino la cassa. L’arredamento è molto spartano e con l’usuale tovagliato di carta a scacchi bianco e rosso, ma si va per la sostanza e quanta ce n’è nell’elenco delle infinite squisitezze casalinghe proposte nelle tovagliette di carta sotto le nostre posate! Con una spesa minima di quindici euro si può  davvero godere di una pietanza spaziale e tra le mille varianti optiamo di smezzare delle melanzane a funghetto, una parmigiana con bufala ed una cesta di crostoni tostati che inzuppiamo perennemente nell’olio piccante per tutta la durata del nostro convivio. Tuttavia, e quasi con dispiacere a metà banchetto non c’è nulla che lasci presagire a tarantelle o a folklore ruspante! Marco intuisce il mio rammarico e mi fa cenno di voltarmi le spalle: una torta con delle candeline e si scatena il finimondo! Musica anni 80 a tutto volume, commensali che ballano sui tavoli, mamme, nonne, zie e cugini dei festeggiati che si aggregano al mucchio e palpeggiano gli avvenenti garçon che non si tirano certo indietro, arricchendo le danze con un linguaggio molto colorito e barzellette ardite. Un cabaret da non farsi scappare! Il troppo però è troppo, non si può davvero conversare. Saldiamo il conto e ci avviamo alla ricerca di un po’ di tranquillità. Ci  accovacciamo sui gradini di una fontana. Mi occorrono i suggerimenti di Marco  perché  è la volta di Capri e di Sorrento e non ci sto nella pelle!

La magia di Capri  ,  dei vini Sorrentino e del  Vomero.

Mercoledi si salpa dal ‘Molo Beverello’ di Napoli e in circa cinquanta minuti   l’aliscafo approda a ‘Marina Grande’, il porticciolo turistico di  Capri.  Capri è l’isola di  Giulio Cesare e di  Tiberio , è il rifugio delle menti più eccelse di ogni era, è dove Brigitte Bardot dà scandalo gironzolando scalza in via Camerelle, è l’atelier dei sandali gioiello di ‘Canfora’ che fa impazzire Jackie Kennedy , è Gabriele Massa ! Gabriele  è un sommelier giramondo, il mio baedaker personale per sfogliare Capri accuratamente. Gabriele  mi vizia per mezza giornata: dalla veduta indimenticabile dei ‘Faraglioni’ del ‘belvedere della Migliera’ al pranzo luculliano presso ‘Le Palette’ di Alfredo Celio, dalla degustazione  dell’ ‘Irpinia Coda di Volpe’ dell’azienda vinicola ‘Gerardo Perillo’  al come fare rientro a Napoli una volta scordato il biglietto chissà dove! Interrogarsi sul perché ciò mi sia capitato è vano! Quando un ciclone vi sorprende in maniera inaspettata ciò che si può fare è solo farsi trascinare!

In che senso? Cliccate sui miei post su Capri , e sul giovedì dedicato alla ‘Cantina Sorrentino’ a Boscotrecase nel Parco del Vesuvio e le loro etichette del migliore ‘DOC Lacryma Christi’ . Non aggiungo altro tranne che poi ce l’ho fatta a rientrare a Napoli!

Roberta di Porzio & Salvatore di Vaia. Grazie per questo sogno diventato realtà

Venerdi. Il rintocco di una campana mi fa alzare e malvolentieri perché devo dire addio a Napoli ma me ne sono innamorata per cui non può che essere un arrivederci. Come faccio a distaccarmi dal mio ‘InCentro B&B’? Intanto do il buongiorno al portiere a cui mi sono pure affezionata e desidero unicamente assecondare i miei umori e farmi coinvolgere nuovamente dall’atmosfera gioiosa di ‘Spaccanapoli’ ! Ci  ricapito volontariamente per respirare la Napoli più autentica, che è concentrata nell’odorino che emana il mio succulento panino alla genovese divorato in un batter da ‘Decumano 31’ , stupendomi della mia voracità vista la calura ! Gli chef di questa graziosa ed essenziale tavola calda preparano questo  panino alla genovese con molta parsimonia e la ricompensa è uno degli street food più strepitosi di Napoli: una pagnotta ripiena di ragù bianco di manzo stufato con cipolle rosse di tropea e carote, che ricalca una ricetta di quei Genovesi che marinai o osti nel 1600 improvvisano il loro rancio riciclato con ciò che hanno di disponibile,  cioè carne e verdure stufate . Una goduria estrema! Intanto non voglio essere in ritardo e mi affretto verso la funivia a ‘Pignasecca’ per il mio appuntamento con Roberta . Saliamo su al ‘Vomero’ , il versante collinare di Napoli , che è una sorta di villaggetto mondano che dalle sue radici agricole è finito per essere un eden per cittadini benestanti pieno di palazzine in stile liberty e parchi (anche se qui la speculazione edilizia degli anni cinquanta non ha risparmiato niente e nessuno!). Il ‘Vomero’ è la sosta obbligatoria per chi vuole contemplare altre superbe vestigia di Napoli quali la ‘Certosa di San Martino’ e il ‘Castel Sant’Elmo’ la cui perlustrazione rimando al prossimo mio ritorno ! La mondanità estrema del  ‘Vomero’ si articola su ‘via Scarlatti’, ‘via Luca Giordano’,  e ‘piazza Vanvitelli’ dove Salvatore  onora me e Roberta  della sua presenza presso il suo elegante studio di Architettura, ultimo nostro ritrovo a cui si brinda con rum e sigari con la promessa di rivederci prima possibile perché niente è per caso!

Enjoy it! 

Stefania

 
 
Capri. Napoli parte seconda

Capri. Napoli parte seconda

“…Sbarcai d’inverno.
Il suo abito di zaffiro
l’isola conservava ai suoi piedi,
e nuda sorgeva nel suo vapore
di cattedrale marina.
Era di pietra la sua bellezza. In ogni
frammento della sua pelle rinverdiva
la primavera pura
che nascondeva nelle fenditure il suo tesoro…”

P. Neruda

Ogni cosa a Napoli è un’esperienza!  C’è sempre qualcosa da raccontare anche dietro na tazzulella di cafè del “Vero bar del Professore” , inventato nel 1996 da Raffaele Ferrieri per proporre qualcosa di nuovo. E il  Ferrieri  ci riesce al punto che il suo ristretto alla nocciola diventa la stella del Made in Italy alla fiera agroalimentare di Osaka .

Sorseggiando l’oro nero di Napoli , ammiro  “Piazza del Plebiscito” in tutta la sua maestosità. Si tratta in origine di uno spazio irregolare dedicato ai festeggiamenti dei sovrani tra tornei, matrimoni, caroselli e gare di armigeri, che  poi tra il 1600 e il 1700 , grazie ai Borbone , si trasforma nel salotto della città partenopea con i suoi  imponenti edifici , quali la “Basilica di San Francesco di Paola”, il “Palazzo Reale”, il “Palazzo della Prefettura” e il “Palazzo Salerno”, un capolavoro tutto italiano protetto al centro dalle due statue equestri di “Ferdinando I” e  “Carlo di Borbone”. Divoro un babbà al gelato di cioccolato, e  carica di energia mi incammino verso il “Molo Beverello di Napoli”  per prendere un aliscafo , direzione paradiso,  Capri

Capri, Marina Grande. Gabriele Massa local tour guide
Capri, Marina Grande. Gabriele Massa local tour guide

Capri è un sogno che si materializza davanti i miei occhi in una mattina caldissima di Luglio. Un’isola dai mille colori, quelli del Sud, che la natura riesce bene a mescolare fino a creare un panorama mozzafiato come quello del ristorante “Le Palette” ad Anacapri, da cui inizia il mio viaggio alla scoperta di uno dei luoghi più visitati e suggestivi al mondo. Gabriele Massa, mio amico e collega sommelier pluristellato e responsabile food & beverage nell’hotellerie di fama nazionale e internazionale, mi aspetta a “Marina Grande” , unico porticciolo dell’isolotto, affollato di turisti , barche,  e yatch di lusso. Gabriele  è il mio Caronte che mi traghetta verso il suo empireo, che ama tanto quanto la bella moglie Raffaella . Gabriele è il classico napoletano pieno di fascino che ti sembra di conoscere da una vita. Casco allacciato  e montiamo su un piccolo scooter bianco , e mi sento per un attimo come in uno degli scatti di Nicolini, quasi un amarcord dei ruggenti anni sessanta. Girando tra le viuzze strette di Capri ombreggiate da bouganville e dipinte dal verde accecante della macchia mediterranea,  ascolto  Gabriele  , la storia di Capri on the road!

 

Storia di Capri

La storia di Capri è legata a quella del Mar Mediterraneo e delle antiche popolazioni che lo hanno attraversato, e che qui si sono stanziate tra Capo Miseno e Punta Campanella ,  teatro di grandi eventi e scambi culturali.  

Abitata sin dalla preistoria come risulta dal ritrovamento di cinte muraria megalitiche, Capri viene successivamente colonizzata prima dai Greci e poi dai Romani come dimostrano i preziosissimi resti classici e l’origine del suo nome dal greco antico “Kapros” (cinghiale) o dal latino “Capraeae” (capre). Da secoli la magia di questo posto rapisce chiunque ci metta piede , primo fra tutti Augusto, che nel 29 a.C. la scioglie dalle dipendenze di Napoli e inizia il suo dominio privato. Il suo successore, l’Imperatore Tiberio, la sceglie invece come sede per le sue manovre politiche sull’impero Romano e fa costruire ben 12 ville, tra cui “Villa Jovis” e “Villa Damecuta” . Durante il Medioevo i Saraceni assaltano Capri , costringendo gli abitanti a spostarsi dal primo agglomerato urbano nei pressi della “Chiesa di San Costanzo” a “Marina Grande” a quello seguente sorto accanto la “Chiesa della Madonna delle Grazie” , vicino l’ attuale “Via Le Botteghe”.  Nel 1371 il Conte Giacomo Arcucci amministra Capri come segretario della regina Giovanna I d’Angiò, e fa edificare la magnifica “Certosa di San Giacomo”, che si annovera tra i monumenti più interessanti da visitare in questo diamante del nostro stivale. Nel XIX secolo Capri è tra i tanti possedimenti contesi tra Inglesi e Francesi nel loro eterno conflitto di supremazia politica in Europa, che finisce con la vittoria dei cugini d’Oltralpe nel 1808 guidati da Gioacchino Murat,  e ivi  restano fino al crollo dell’Impero Napoleonico e il ritorno dei Borbone nel 1815 con Ferdinando IV di NapoliCapri risorge nella seconda metà del XIX secolo , quando diventa una tappa fondamentale del Grand Tour grazie ad una natura immacolata e alla semplicità dei suoi abitanti , che fanno innamorare tutti quei viaggiatori romantici che la costellano di dimore sfavillanti, un  buen retiro per i loro lunghi periodi di voluto esilio artistico e intellettuale. Nel 1826 due stranieri, August Kopisch e Ernst Fries, accompagnati dal pescatore locale Angelo Ferraro, scovano la “Grotta Azzurra”, in realtà già conosciuta da Augusto e Tiberio che la celebrano come loro ninfeo preferito. Questo avvenimento è riportato in un volumetto che al momento della sua pubblicazione è un successo editoriale clamoroso per la descrizione romanzata della bellezza e del mistero di  Capri, cosa che contribuisce alla notorietà di questa piccola oasi che tra il XIX ed il XX secolo passa da un’economia agricola e marinara ad una di tipo turistica di un certo spessore , allorché si arricchisce di una serie di servizi e di infrastrutture moderne ed esclusive che le valgono un decreto governativo che la  dichiara  stazione di cura e villeggiatura per la mitezza del suo clima. Ed è così che la fama di  Capri  di un Eden in cui potere scappare per trovare pace e serenità comincia ad accrescere, annoverando tra i suoi esuli i personaggi più disparati da imprenditori (Friedrich Alfred KruppEdwin Cerio) , medici (Axel Munthe) , premi Nobel (Thomas Mann ), e leader russi  Massimo Gorki e Vladimir Lenin a scrittori del calibro di Pablo NerudaCompton MackenzieJacques d’Adelsward-FersenNorman DouglasFilippo Tommaso Marinetti, Curzio MalaparteGraham GreeneRaffaele La Capria ecc. Negli gli anni cinquanta, quelli del boom economico in Italia,  Capri è la destinazione privilegiata dei regnanti (Re Farouk d’Egitto, lo Scià di Persia con la moglie Soraya) e degli attori più noti (Liz TaylorTotò, Rita Hayworth , ecc) di tutto il globo. Ieri come oggi Capri  affascina con il suo canto, e come una sirena adagiata sul Golfo di Napoli ti distrae dalla tua rotta fino a farti perdere nelle sue dolci acque cristalline.

“Le Palette”, il rifugio degli artisti . Anacapri.  

Quella di Gabriele  non è una favola narrata su due ruote mentre ci inerpichiamo su dei tornanti di roccia calcarea. Le sue parole descrivono un luogo che esiste davvero e che conosco attraverso un caprese DOC e le sue passioni , vino e cibo !

Come presentarvi Gabriele e dire quello che fa? Non so se sarò in grado, perché è come provare a fotografare un uragano! Classe 1969, Gabriele ha  una lunga carriera nel settore dell’enogastronomia ristorativa di lusso da quella caprese (è chef de rang all’hotel “Punta Tragara” ) a quella oltre confine in Svizzera, dove impara il rigore e la precisione del suo lavoro , cosa che, unita all’estro della sua personalità, lo fanno andare lontano viaggiando dall’Austria, e Liguria, fino a New York. Gabriele approfondisce e perfeziona gli studi all’AIS e Fisar da relatore, e impara Inglese, Tedesco e Spagnolo. È anche brand ambassador delle migliori aziende vitivinicole da lui stesso selezionate, tra cui “Sorrentino” a Boscotrecase, e “Gerardo Perillo” ad Avellino, di cui consegna una bottiglia al “Boccone” di Gianluca Ponticorvo che ci fa assaggiare una pizza strepitosa! Il nostro tour prosegue a piedi verso sud ovest ad Anacapri , un delizioso comune alle pendici del Monte Solaro . Ci ritroviamo all’interno del Parco Filosofico, un percorso tra aforismi e massime del pensiero filosofico occidentale e orientale , gestito da una fondazione dell’economista svedese Gunnar Adler Karlsson che abita a pochi passi da qui. Giunti al Belvedere Migliera, lontano dal caos e dalla folla di turisti , circondati da vigneti, giardini curati, pergolati di limoni, e querce secolari cinte dall’edera , improvvisamente mi metto a piangere davanti la vista drammatica dei tre faraglioni capresi . Saetta, Stella,  e Scopolo sono come dei giganti che spuntano dal mare in tutto il loro splendore,  sorvegliati dai gabbiani reali che librano nell’aria insieme a qualche falco pellegrino tra agavi, fichi d’india e ginestre,  posandosi ogni tanto più a Nord in cima sul Faro di punta Carena . Guardare  giù per quegli strapiombi infiniti lo spettacolo della di madre natura che si manifesta in tutto il suo splendore,  ti fa pensare che da qualche parte c’è qualcosa di più grande che manovra le fila della nostra esistenza. Ci lasciamo alle spalle  un orizzonte smisurato dove mare e cielo si confondono in un blu cobalto che ritroviamo nelle maioliche dell’ingresso del “Ristorante da Gelsomina” , in cui ci dirigiamo per  depositare dei liquori. Il proprietario Pasquale D’Ambrosio  ci fa accomodare e ci intrattiene per qualche ora con un antipasto di pomodori secchie su pane casereccio ed un cocktail di benvenuto il “Cosmopolitano” , un mix esplosivo di vodka, cointreaux, e succo di mirto dell’orto antistante questa struttura pensata per i palati più fini e per chi vuole allontanarsi dalla mondanità isolana. Gabriele è un vecchio amico di Pasquale  e dei suoi genitori Gelsomina e Raffaele , che raffigurati in una foto in bianco e nero , sembrano quasi salutarci ed essere felici di sentire il figlio parlarci  del passato del loro originario chiosco di panini e bibite risalente agli anni ’50 , che oggi si è trasformato in una meta obbligatoria per chi vuole recarsi nell’anima più selvaggia  di questo atollo e trovare un po’ di pace, come era solito fare Moravia, o lo scrittore svedese Axel Munthe , che cita Filomena, la mamma di Gelsomina, nel suo libro “Storia di San Michele”. Ciò che conquista sempre più clienti è la loro cucina , che da morbide caciotte, gustose salsicce, ottime conserve e melanzane sottolio , si aggentilisce poi sotto le mani sapienti del loro chef Perillo che prepara ottimi primi, secondi e dessert,  quali:  tortelloni al ragù di pesce, spaghetti alla “chiummenzana”  (una prelibatezza marinara che a quanto pare deriverebbe dal dialetto “chiorma” cioè “ciurma”,  quella cioè dei marinai che prima di riprendere a navigare ne fanno una scorpacciata enorme!) in salsa rossa saltata con aglio, olio e peperoncino, gnocchi di patate allo scoglio con  barbabietole peperoncino ed origano, “sciurilli” (fiori) di zucca in pastella ripieni di ricotta, patate e  totani (pescati a 1000 metri di profondità di  Punta Campanella)  e torta caprese cioccolato .

“Ristorante Le Palette”, il rifugio degli artisti. Anacapri

Si fa ora di pranzo e potete immaginare il mio desiderio di gustare quelle delizie , desiderio che  Gabriele realizza invitandomi in uno dei locali più esclusivi di questo fazzoletto di terra benedetto da Dio, il “Ristorante Le Palette”, fondato nel 1960 dal violinista Paolo Falco e oggi diretto dal giovane imprenditore Alfredo Celio e lo chef Giacomo Olivieri .  Alfredo Celio recupera me e Gabriele con una golf cart,  e dopo qualche convenevole di presentazione,  li ringraziamo per averci fatto risparmiare tanta strada in salita sotto un sole leone, un cadeaux che riservano a pochi! Ci muoviamo attraverso un viottolo irto pieno di ibiscus rossi selvaggi che adornano le facciate bianche di case eleganti, che con le loro persiane azzurre , timidamente spuntano qui e lì tra ville e alberghi sfarzosi, che riempiono come una cornucopia questo pugno di pietre emerso dalle acque milioni di anni fa! Il “J.K. Palace” ed  il “Caesar Augustus” sono per esempio  tra i boutique hotel più faraonici  della zona , senza dimenticare ovviamente il “Punta Tragara“ e il “Quisisana”,  fiore all’occhiello dell’ospitalità di alto livello di Capri  !

Il direttore Alfredo Celio e lo chef Giacomo Olivieri, anima de
Il direttore Alfredo Celio e lo chef Giacomo Olivieri, anima de “Le Palette”

Lo staff del  “Ristorante Le Palette”, ci accoglie nella sua raffinata terrazza panoramica prospiciente la “Baia di Marina Piccola”  con un “Capri DOC 2018” ,  blend di Biancolella, Falanghina e Greco dell’azienda avellinese  “Gerardo Perillo” di Castelfranci. Un bianco limpido dal giallo paglierino, aromatico con i suoi sentori di cedro, mela e fiori bianchi, che ci avvolge con il suo sorso leggero, sapido, minerale, e fresco. Alfredo mi svela che non è facile ripartire dopo l’emergenza Covid  che mette in seria difficoltà Capri  e la sua economia locale . Con quell’umiltà che appartiene solo ai grandi,   Alfredo  mi confessa che l’unica soluzione per lui possibile è portare avanti questo locale storico, che sa i segreti di quell’intellighenzia teutonica che da anni si riunisce qui per discutere di arte e riposare nella sottostante “Pensione Reginella”, oggi diventata un piccolo museo di quella folla di sognatori che ha dormito nei suoi letti,  dai pittori Walter Depas , e Hans Paule  al filosofo Willy Kluck  “l’eremita della Migliera” , alla scultrice  di busti in terracotta Annie Cottreau . Finalmente anche io ho l’opportunità di assaggiare a pranzo una cuisine caprese che rispetta la tradizione e modernizza le ricette della nonna con originalità senza stravolgerle nella loro genuinità , che è la base di piatti di successo appetitosi e indimenticabili come quelli che la raggiante Daniela ci serve abbinati ad altre superbe etichette firmate “Gerardo Perillo” : tartare di tonno marinato in crema di pomodorini secchi e marmellata di arancia, linguine Gragnano condite con una spuma di friarelli e cozze di Capo Miseno (tra le più pregiate d’Italia) e spolverati da un mix piccante di erbe rosse, spigola in crosta di pane,  e un tiramisù con vaniglia. Quel tripudio di odori e sapori che risvegliano tutti i sensi, quel tramonto incombente che sta per spennellare di arancione le scogliere di marna bianca visibile a un metro di distanza, e la  piacevole compagnia di questi tre brillanti napoletani fanno rallentare le lancette dell’orologio . In quel momento l’unica cosa che vorrei è non andare più via! Alla fine però devo svegliarmi! Ci congediamo e ringrazio Alfredo  e la sua calorosa e professionale accoglienza, di quella che puoi avere solo in Campania!

Piazza Umberto, Capri
Piazza Umberto, Capri

Gabriele mi accompagna alla nave ed eccomi di fronte all’effetto Capri , sbaglio infatti l’orario di partenza per Napoli di ben due ore che però recupero approfittando della gentilezza del mio maestro che mi può intrattenere solo per un amaro al “Quisisana Bar” , introducendomi il responsabile Paolo Ruggiero. La tempesta è passata, Gabriele si ritira nelle sue stanze e mi augura di tornare presto, promessa che manterrò a breve, consapevole del fatto che per stargli dietro a Capri necessiterò di un altro paio di scarpe, e di almeno un cambio! Il mio tempo è scaduto, e prima di salutare Capri, mi incontro con il giornalista Luciano Garofano, che per qualche minuto mi concede il piacere della sua presenza per concordare un mio prossimo viaggio in questa perla del  Tirreno per scrivere sul  suo libro “Un’altra Capri” . Chissà magari mi ricapiterà di prendere appunti in questo stesso tavolino del “Bar Tiberio” nella paparazzatissima “Piazza Umberto”, emblema della dolce vita caprese che fa girare la testa a tutto il pianeta come era in grado di fare solo Brigitte Bardot, quando qui adagiava i suoi sandali  dopo aver fatto shopping scalza a via delle Camerelle!

Faraglioni di Capri
Faraglioni di Capri

Enjoy it!  

Stefania